IL DIRITTO AL LAVORO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

L’ITALIA HA UNA NECESSITÀ VITALE DI APRIRSI AGLI INVESTIMENTI STRANIERI, PER RIEQUILIBRARE DOMANDA E OFFERTA NEL MERCATO DEL LAVORO – PER QUESTO È NECESSARIA ANCHE LA RIFORMA DEL SISTEMA DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA

Trascrizione dalla registrazione della conferenza tenuta a Padova, alla Scuola veneta di Politica, il 5 febbraio 2011 – In argomento v. anche, su questo sito, le mie presentazioni: Hire your best employer (2008), Come dare più valore al lavoro degli italiani (2010) e Prospettive di evoluzione delle relazioni industriali dopo gli accordi Fiat (2011)

Il tema del nostro incontro è l’articolo 4 della Costituzione, che parla di diritto al lavoro. Cercherò di collocare questo tema nell’epoca attuale e di esaminarlo anche alla luce di un evento che è stato al centro del dibattito nel nostro Paese negli ultimi mesi: la vicenda FIAT. Una proposta di investimento da parte di una multinazionale guidata da Sergio Marchionne, che ha suscitato risposte molto contrastanti e le ha suscitate proprio in riferimento a questo tema: il diritto al lavoro. Si è parlato, a proposito di questa proposta, di un “ricatto”; ovvero della proposta di uno scambio tra lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori.
La globalizzazione ha cambiato profondamente il quadro di riferimento per il ragionamento su questi temi, perché ha aumentato enormemente la mobilità dei capitali e dei progetti industriali. Negli anni ’50-’60-’70, il primo trentennio, anzi quarantennio di applicazione della nostra Costituzione, i lavoratori avevano di fronte, nel mercato del lavoro, imprenditori che non avevano molta scelta circa il dove produrre: erano italiani e dovevano produrre in Italia. Oggi hanno di fronte imprenditori che possono scegliere se produrre in Italia o produrre fuori. Questo provoca un indebolimento dei lavoratori nel mercato del lavoro, perché la possibilità di produrre altrove li mette in concorrenza con i lavoratori dei Paesi emergenti. Che costano molto meno perché il lavoratore brasiliano, malese o serbo chiede una retribuzione nettamente inferiore. Questo è un dato che tutti abbiamo percepito e che tutti conoscono più o meno bene; quello che invece è meno percepito è che dal fenomeno della globalizzazione, da questa possibilità di spostamento di capitali e imprenditori deriva anche un aspetto positivo per i lavoratori, che può riequilibrare il rapporto nel mercato del lavoro, ed è la possibilità di attirare in casa propria imprenditori stranieri. È vero che l’imprenditore italiano può andarsene, ma è anche vero che l’imprenditore straniero può venire da noi. Questo significa che se il lavoratore italiano è indebolito dall’essere messo in concorrenza col lavoratore dei Paesi emergenti, l’imprenditore italiano può essere indebolito dalla possibilità che venga in Italia come concorrente nel mercato del lavoro, a esprimere una domanda di lavoro concorrente, un imprenditore straniero. Questo aspetto non è comunemente colto; invece ne va capita l’importanza cruciale: la mia tesi è che solo prendendo coscienza di questo dato e traendone tutte le conseguenze noi possiamo dare concretezza al diritto al lavoro nell’era della globalizzazione.
Il primo corollario di questa tesi è che se non prendiamo coscienza di questo dato e di come farlo fruttare, rischiamo di piangerci addosso, di lamentarci del ricatto di questo o quel Marchionne di turno, ma non caviamo un ragno dal buco e la Costituzione resta soltanto un pezzo di carta. Naturalmente tutto quello che io adesso vi propongo è solo la mia opinione, tra l’altro un’opinione che non è largamente condivisa; solo ultimamente ha avuto qualche sostegno più ampio. Visto che siamo alla scuola di politica del PD possiamo essere molto chiari ed espliciti su questo terreno: l’impostazione che io oggi vi propongo all’interno del PD è fatta propria soltanto dalle due minoranze, e non dalla maggioranza del partito; Ignazio Marino e Walter Veltroni in particolare hanno sottoscritto un documento redatto da me che è stato pubblicato il 29 dicembre scorso, lo potete trovare sul mio sito o sul sito del Movimento Democratico; credo che condivida questa mia posizione anche qualche appartenente alla maggioranza – per esempio Enrico Letta – ma non è la linea propria del Partito Democratico. Ciò non toglie che questo contributo nel Partito Democratico abbia piena cittadinanza e che esso possa essere oggetto di un dibattito comunque utile. Siamo qui per questo e voi poi discuterete di tutto quanto ora vi propongo.
Aggiungo solo un’altra piccola parentesi: nello spazio di questa esposizione non avrò il tempo di dire tutto quello che c’è da dire su ciascun passaggio di questo discorso; chi fosse interessato a sviluppare anche le parti che non riusciremo ad esporre in questa relazione, o a discutere dopo, può andare sul mio sito dove trova anche il resto, sia in forma di slides, sia in forma di scritti, articoli, saggi, e anche nella forma di un libro che ho pubblicato nel 2005, che è un po’ l’inizio di quest’elaborazione e si intitola A che cosa serve il sindacato, oggi in edizione economica nella collana Oscar Best Sellers Mondadori.
Ma è ora di entrare nel vivo del discorso. Nel ’95 Tony Blair, a un congresso delle Trade Unions, i sindacati britannici, propose ai sindacalisti questo discorso: noi britannici siamo l’1% della popolazione mondiale (la stessa cosa potremmo dire noi in Italia, siamo all’incirca allo stesso numero). Se noi, diceva Blair, decidiamo pregiudizialmente di avere come imprenditori in casa nostra solo i britannici, abbiamo la prospettiva di perdere il 99% della migliore imprenditoria mondiale, perché anche gli imprenditori britannici sono l’1% rispetto al resto del mondo; quindi è probabile che in molti settori in cui non siamo noi l’eccellenza, perdiamo gli imprenditori eccellenti. Non ci conviene: ci conviene invece tirare in casa nostra il meglio dell’imprenditoria mondiale. Perché questo significa che il lavoro dei britannici sarà valorizzato meglio, e quindi gli inglesi, gli scozzesi, i gallesi guadagneranno di più, saranno più forti nel mercato del lavoro mondiale. Donde questo slogan rivoluzionario: “hire your best employer”. Che vuol dire ingaggia il miglior imprenditore che trovi in giro per il mondo. È rivoluzionario perché ribalta il modo di guardare al mercato del lavoro: non più il lavoratore come oggetto di un ingaggio, di una scelta altrui – l’imprenditore che sceglie il lavoratore e lo ingaggia – ma il lavoratore come soggetto che ingaggia l’imprenditore. Naturalmente, poiché per un imprenditore ci sono cento, mille o diecimila lavoratori, quest’operazione può essere compiuta da un collettivo di lavoratori, e appunto qui svolge un ruolo decisivo il sindacato, perché solo il sindacato può essere l’intelligenza collettiva dei lavoratori, che consente loro di valutare il piano industriale, e se il piano industriale è positivo, può guidarli nella scommessa comune con l’imprenditore su quel piano industriale. In Gran Bretagna questa scelta è stata compiuta, ed è stata compiuta in modo bi-partisan; è stata condivisa dai laburisti e dai conservatori, e in Gran Bretagna ha portato, per esempio, nel settore dell’auto, nell’arco dell’ultimo quarto di secolo, col fallimento della Rover, al 95% del totale l’industria a capitale straniero. Però, come vedremo tra breve, in questo settore l’industria britannica è la più forte del mondo.
Toni Blair ha proposto anche la metafora di Wimbledon (che poi è stata ripresa in casa nostra da Tommaso Padoa Schioppa, in un famoso editoriale sul Corriere della Sera): “a noi non interessa che a Wimbledon vinca un tennista britannico o che giochino tennisti britannici; ci interessa che giochino tutti i migliori tennisti del mondo. Questo è quello che fa grande il torneo di Wimbledon.” Dunque il messaggio è: “portiamo in casa nostra il meglio che il mondo offre”. Ora, gli inglesi, i britannici, dicevo, questa parola d’ordine l’hanno fatta propria; gli italiani hanno fatto propria la parola d’ordine esattamente contraria. L’Italia è il Paese più chiuso agli investimenti stranieri in Europa, se escludiamo la Grecia. Questa prima slide che vedete ci dà un grafico con pochi dati, riferito al 2006, ma guardate questo altro che vi propongo nella seconda, che riguarda il dato di stock, cioè la fotografia di quanto capitale straniero opera in ciascun Paese Europeo. Qui il dato è espresso in termini di percentuale sul Prodotto Interno Lordo: vedete come nell’ultimo quinquennio l’Italia sia il fanalino di coda; peggio di noi fa soltanto la Grecia; ma guardate quest’altra slide, che è più significativa, perché si riferisce al dato di flusso, cioè indica quanto capitale straniero entra nel nostro Paese ogni anno. Qui vedete che nell’ultimo quinquennio prima della grande crisi, dal 2004 al 2008, in Italia sono entrati capitali stranieri per un totale pari al 6,8% del nostro Prodotto Interno Lordo. Se ci confrontiamo non con i primi della classe ma con un Paese mediano come l’Olanda, per esempio, la differenza nel quinquennio è pari al 18% del Prodotto Interno Lordo. Essendo il nostro PIL di 1.600 miliardi di euro, il 18% del PIL sono 288 miliardi, divisi per 5 fanno 57,6 miliardi in media ogni anno. Ora, considerate l’investimento proposto da Marchionne, dalla FIAT, sul quale ci siamo giustamente scannati perché l’abbiamo considerato un investimento importantissimo per il nostro Paese: come dimensioni sono 2 miliardi l’anno per dieci anni. Se abbiamo dato tanta importanza a quell’investimento, perché nessuno parla dei ventinove Marchionne (perché 57,6 fa ventinove volte l’investimento della FIAT) che stanno fuori dal nostro Paese? Questi non perdono tempo a dirci perché stanno fuori; stanno fuori e basta. Voi capite che la questione assume un valore decisivo per dare corpo al diritto al lavoro, perché non c’è modo più efficace per rendere effettivo il diritto al lavoro che avere in casa propria una forte domanda di lavoro. E non c’è neanche modo più efficace per proteggere il lavoro, che offrire al lavoratore la possibilità di scegliere tra imprenditori diversi. La possibilità, per esempio, di andarsene sbattendo la porta dall’azienda che ti tratta male perché ce n’è un’altra che ti tratta meglio. Oppure semplicemente ce n’è un’altra dove le tue capacità sono meglio valorizzate e quindi ti consente di guadagnare di più. Non c’è legge inderogabile, non c’è contratto collettivo, non c’è sindacato – per quanto abile ed efficace nella sua azione – che possa dare al lavoratore di più in termini di tutela della sua dignità, della sua forza e della sua capacità di far valere i propri diritti costituzionali e ordinari in azienda. La miglior tutela è avere una larga possibilità di scelta. Allora voi capite che la cosa più importante di tutte è avere domanda di lavoro nel nostro Paese. Chiudere la porta a questi 57miliardi (57miliardi è l’equivalente di tre finanziarie, di tre manovre annuali degli ultimi anni), voi capite che tener fuori dal nostro Paese questa enorme quantità di risorse pone un problema, poiché constatiamo che il nostro Paese è fermo, non riesce a crescere, ha una domanda di lavoro fiacca, e di basso livello. Consideriamo per esempio il problema del precariato. Non è oggetto del nostro incontro di oggi, magari un’altra volta parleremo anche di quello; ma quando si va a guardare alla radice di questo problema, alla base di tutto c’è una scarsità di domanda nel mercato del lavoro. Non ho la pretesa che voi la condividiate, ma la mia tesi è che quei 57 miliardi oggi, dal punto di vista dell’interesse dei lavoratori, sono più importanti di tutto il resto, e che se noi non capiamo perché l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa sotto questo profilo, ci poniamo nella condizione di non poter dare corpo, concretezza al diritto al lavoro, alla norma costituzionale di cui ci stiamo occupando.
Allora la domanda è: che cosa chiude il nostro Paese agli investimenti stranieri? La risposta che vi propongo è che certamente, come tutti sanno, gioca in questa chiusura un difetto di efficienza delle amministrazioni, in particolare l’amministrazione della giustizia, che ha un eccesso di vincoli burocratici; certamente gioca un ruolo in questa chiusura l’arretratezza delle nostre infrastrutture; certamente gioca anche il difetto di civic attitudes, di civicness, di senso civico, di cultura delle regole – difetto che qualche volta diventa una piaga tragica quando si traduce in cultura mafiosa, in criminalità organizzata. Giocano un ruolo decisivo però anche altri due fattori; ne abbiamo la certezza perché molti sintomi ce lo dicono, ma in particolare la faccenda FIAT ha messo in evidenza almeno uno di questi due dati. Nell’elenco delle critical issues che un operatore straniero deve affrontare se vuole operare in Italia, ai primi posti vengono indicati dagli osservatori qualificati due elementi. Il primo, una legislazione del lavoro inconoscibile, difficilissima da capire. Perché è caotica, ipertrofica. La legislazione nazionale del lavoro si è stratificata in sessant’anni in modo disordinatissimo, occupa attualmente duemila pagine del Codice del Lavoro IPSOA, cioè una montagna di testi normativi, tanto che hanno difficoltà a capirla e conoscerla anche gli esperti del diritto del lavoro italiano; in Italia occorre il consulente del lavoro anche per stipulare contratti di lavoro normalissimi come il contratto di apprendistato e il contratto di part-time. Ma soprattutto questa legislazione è intraducibile in inglese. Chiunque abbia esperienza professionale in questo campo sa che quando un imprenditore straniero chiede informazioni che devono essere date in inglese sulla disciplina nazionale di determinate materie – come il contratto a termine, la cassa integrazione, i costi dell’aggiustamento industriale – noi non siamo in grado di rispondere; ci chiedono “mi dia il testo in inglese della disciplina della cassa integrazione” come facciamo, dal momento che abbiamo trentaquattro leggi vigenti in materia di cassa integrazione? Oppure il part-time: il codice contenente le norme sul part-time occupa venti pagine; o l’apprendistato: abbiamo norme sull’apprendistato nel Codice Civile, in una legge del ’55, nella legge Biagi, in ciascuna delle venti regioni italiane… tutto ciò rende molto difficile la conoscenza della disciplina del lavoro italiana, e questo è un ostacolo grave, perché chi vuole investire in Italia vuole e ha diritto di chiarezza sulla disciplina della materia.
Un’altra critical issue – questo è il tema della riflessione nostra di oggi – sta nel fatto che c’è un sistema di relazioni industriali ancora troppo chiuso all’innovazione. Gli osservatori stranieri parlano in proposito di vischiosità e inconcludenza del sistema. Dobbiamo adesso cercare di capire perché.
Sull’inconoscibilità del nostro diritto del lavoro la soluzione credo – ma ve ne faccio solo un cenno – debba essere una drastica semplificazione, che non significa smantellamento dei diritti: significa riscrittura della parte essenziale della nostra legislazione in poche norme chiare e leggibili, scritte per essere traducibili in inglese. Questo è indispensabile nell’era della globalizzazione, se non lo facciamo diventa un elemento di chiusura del sistema. Insieme ad altri cinquantaquattro senatori del PD ho presentato nel 2009 un progetto in questo senso, che riduce l’intera legislazione nazionale – di fonte nazionale, ovviamente non quella di fonte europea – a un Codice del Lavoro di settanta articoli (è il d.d.l. n. 1873). Oggi invece ci dedichiamo all’altro tema: la chiusura del sistema di relazioni industriali. E qui – vista la giusta limitazione del tempo dell’esposizione – invece di fare teoria vi propongo alcuni casi concreti, lasciando a voi estrarre dai singoli casi l’essenza del problema, la diagnosi e poi anche la terapia. La mia tesi, la tesi a cui ho dedicato il libro che vi ho citato prima, A cosa serve il sindacato?, è che uno dei fattori (non l’unico, ma uno dei fattori) di inconcludenza, di chiusura del nostro sistema di relazioni industriali è la regola della rigida inderogabilità del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Perché sostengo questo? Perché i contratti collettivi nazionali del lavoro italiani non si limitano a stabilire un minimum wage – un trattamento salariale minimo – ma investono l’intera materia dell’organizzazione del lavoro, della distribuzione dei tempi di lavoro, dell’inquadramento professionale, della struttura della retribuzione – quindi il rapporto fra parte fissa e parte variabile. Ora queste materie vengono dal contratto collettivo nazionale definite secondo un modello che poi resta fermo per decenni, perché nei vari rinnovi contrattuali vengono adattati o i minimi salariali o singoli aspetti della disciplina, ma piuttosto limitati. Il 90-95% del testo contrattuale resta invariato nel tempo. E per decenni: per esempio il contratto dei metalmeccanici nella sua struttura e parte del suo inquadramento professionale, sulla struttura della retribuzione, sull’organizzazione del lavoro, è ancora quello del ’72, cioè di quarant’anni fa. Ecco, l’innovazione… dove si presenta? L’innovazione che porta ad aumenti di produttività, e quindi anche a maggiori margini per aumentare e migliorare il trattamento dei lavoratori, non si presenta al livello di un intero settore nazionale; si presenta sempre al livello della singola azienda. Ora, considerate questo caso. Un grande istituto di ricerca, ricovero e cura quattro anni fa decide di sperimentare una forma di organizzazione del lavoro e sanitaria completamente diversa rispetto a quello che è previsto nel contratto collettivo di settore applicabile, quello per gli istituti di ricerca, ricovero e cura. Ora, la regola della rigida inderogabilità del contratto collettivo nazionale fino a ieri comportava che non ci si potesse discostare dalla disciplina nazionale se non con l’accordo di tutte le organizzazioni sindacali che lo hanno firmato. O firmano tutti anche il contratto aziendale, oppure non ci si può scostare dalla disciplina nazionale (perché non è pensabile che la modifica si applichi solo agli iscritti a un sindacato e non agli iscritti a un altro; un’organizzazione aziendale è un tutto unitario). Ora, in quella casa di cura c’era un sindacato, non dirò quale, che rappresentava – e rappresenta tutt’oggi – il 58% dei dipendenti, un altro sindacato firmatario del contratto nazionale che ne rappresentava soltanto l’8%, e quest’ultimo non era d’accordo. Ci sono voluti tre anni e mezzo di trattativa per arrivare ad accordarsi. Ora voi capite che se invece dell’imprenditore italiano in quel caso ci fosse stato un professor Smith o un professor Weber che veniva da fuori e che voleva impiantare un istituto di ricovero e cura secondo questi nuovi criteri, quello non avrebbe aspettato tre anni per trovare un accordo che gli consentisse di fare quello che aveva in progetto di fare; vista la situazione se ne sarebbe andato in Svizzera, in Slovenia, in Austria, o in un posto dove la cosa fosse fattibile in termini più facili, più immediati. Questo vi dà una percezione di quella vischiosità del sistema di relazioni industriali di cui abbiamo parlato poco fa. La regola per cui o sono tutti d’accordo o la cosa non si fa non impedisce drasticamente l’innovazione, ma la rende più difficile, la rallenta. E la rende anche più costosa perché istituisce un costo di transizione più alto per chi desidera sperimentare, appunto, l’innovazione. Un altro esempio: risale al 2004-2005 ed è descritto nel quarto capitolo del mio libro di cui già vi ho detto. Non ho avuto alcuna smentita – nonostante il caso sia descritto con nomi e cognomi -, quindi potete credermi. La vicenda è questa: la Ticino-Lombardia era un’impresa italo-svizzera, ma fondamentalmente a capitale e management svizzero, che si proponeva di gestire i trasporti ferroviari a cavallo delle Alpi fra Lombardia e Svizzera. L’amministratore delegato, appena costituita la società, nel 2004, stipula il contratto con i sindacati dei ferrovieri svizzeri (un sindacato ricchissimo perché i ferrovieri svizzeri guadagnano tre volte quello che guadagnano i ferrovieri italiani, cioè da 4500 a 6000 euro al mese a seconda dell’età, con previdenza complementare, assistenza sanitaria complementare… insomma, un contratto veramente coi fiocchi). Poi l’amministratore delegato viene a Milano per trattare e firmare l’accordo con i ferrovieri italiani, con i sindacati italiani; e fa questo discorso: voi attualmente prendete 1500 euro al mese, di base. Io vi propongo un itinerario di tre anni attraverso il quale, se verificheremo il raggiungimento di determinati obiettivi di produttività, di qualità del servizio, di qualità dei treni, ecc. i vostri livelli di trattamento saranno gradualmente portati al livello di quelli svizzeri; quindi fra tre anni anche i ferrovieri italiani che lavorano nella Ticino-Lombardia avranno il trattamento di quelli svizzeri. Naturalmente deve essere svizzero tutto quanto, non solo gli stipendi, ma anche la puntualità dei treni, la qualità del servizio, e anche alcune altre clausole. Per esempio, in Svizzera si lavora 40 ore alla settimana, il contratto collettivo nazionale italiano prevede 36 ore, io vi chiedo di portare l’orario normale a 40; il contratto italiano prevede due macchinisti in cabina, in Svizzera questa regola non c’è e i treni della Ticino-Lombardia sono perfettamente in grado di garantire la sicurezza del trasporto anche con un solo macchinista per cabina; io vi chiedo quindi di derogare al vostro contratto nazionale e accettare un solo macchinista in cabina. Su questi punti ricevette un primo, secco, “No”, non da tutti e tre i sindacati – uno, più piccolo, era dell’idea di accettare – ma i due maggiori risposero che non erano disponibili per questa deroga. Il “No”, poi, divenne ancora più secco quando l’amministratore della Ticino-Lombardia disse “guardate che io so che qui in Italia, nel settore dei trasporti pubblici, la regola è quella di uno sciopero al mese, perché questa è la realtà, nei trasporti ferroviari, aerei, municipali; da noi non è così: in Svizzera si firma il contratto e fino alla scadenza del contratto non si fa un minuto di sciopero; se c’è una controversia sull’applicazione del contratto ci sarà un arbitro che viene scelto di comune accordo e che risolverà la controversia; al termine se vorrete sciopererete per le condizioni della volta dopo, ma non sulle condizioni di lavoro che adesso dobbiamo definire in tutti gli aspetti. Non possiamo scaricare le nostre beghe sui viaggiatori; ai viaggiatori dobbiamo offrire un servizio garantito, puntualissimo. Su questa sua richiesta il “No” fu unanime: cioè, anche il sindacato che era disposto ad accettare le deroghe al contratto collettivo nazionale su questo punto dice “non possiamo ritornare all’Ottocento”, “non possiamo rimettere indietro l’orologio della storia”. Il risultato fu che quel contratto venne rifiutato. Dal punto di vista costituzionale siamo davvero convinti che quel contratto fosse un attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori? Io non lo sono affatto, perché la legge dice – anzitutto – che in Italia l’orario di lavoro normale è di 40 ore settimanali, quindi non c’era sicuramente la violazione di nessuna norma di legge; ma anche sul tema dello sciopero, la Costituzione dice “il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Nel settore dei trasporti pubblici ci sono delle leggi che introducono alcune regole, ma non sta scritto da nessuna parte che non si possa stipulare una clausola di tregua vincolante anche per i lavoratori a cui si applica il contratto; e, badate, questa è la regola normalmente applicabile in tutti i Paesi dell’occidente industrializzato, dell’OCSE, tranne la Francia, dove invece questa regola non è chiaro se si applichi o no. Per tutti gli altri è così (in Germania, in Svizzera, in Austria, in Canada, negli Stati Uniti, in Svezia, in Gran Bretagna, in Danimarca, in Spagna, in Grecia… ): se si concorda una clausola di tregua sulle condizioni del contratto, poi su quelle materie non si può scioperare fino alla fine del contratto.
Se parliamo di sciopero politico, o di sciopero generale, è un altro discorso; ma il concetto è che il sindacato deve poter spendere la moneta della tregua al tavolo della trattativa, se no il sindacato stesso non conta nulla, non ha nulla da spendere, non ha potere contrattuale. Questa nostra idea che la clausola di tregua non vincola i lavoratori è un’idea sbagliata. Non ha alcun fondamento nella Costituzione e finisce con l’indebolire il sindacato italiano e i lavoratori italiani nel mercato del lavoro mondiale di cui abbiamo parlato all’inizio. D’altra parte, non mi risulta che il regime di conflittualità permanente nel settore dei trasporti pubblici abbia molto migliorato le condizioni di lavoro in questo settore; al contrario, osservo che le condizioni di lavoro, in questo caso, sono state fortemente depresse proprio dall’incapacità e addirittura la non volontà dei sindacati di spendere questa moneta. Quindi credo che su questo terreno una riflessione molto attenta meriti di essere compiuta.
Questi sono due esempi che mostrano – ma ve ne potrei fare anche altri venti – che le regole dell’inderogabilità rigida del contratto collettivo nazionale, nata per impedire il dumping sociale, la guerra fra i poveri, la rincorsa al ribasso, e la regola per cui la clausola di tregua non vincola i singoli lavoratori hanno finito anche con l’impedire gli aumenti di produttività che avrebbero potuto essere conseguiti adottando modelli nuovi di organizzazione del lavoro incompatibili con i vecchi contratti nazionali, e modelli nuovi di relazioni industriali, con la possibilità di ottenere condizioni migliori di lavoro per i lavoratori. Questo significa che le innovazioni, gli scostamenti rispetto allo standard fissato dal contratto collettivo nazionale possono certo portare a star peggio, essere innovazioni cattive; ma possono anche essere innovazioni buone. E se noi per paura delle innovazioni cattive ci chiudiamo anche alle innovazioni buone il risultato è che l’innovazione non entra nel nostro Paese e l’Italia resta ferma: si determina, cioè, quella vischiosità di cui appunto parlavamo all’inizio.
C’è poi un elemento della nostra cultura industriale che ci porta a difendere irrazionalmente l’italianità delle imprese che operano in Italia e che contribuisce, insieme a questa regola che regge il sistema delle relazioni industriali, a chiudere l’Italia agli investimenti stranieri e a chiudere l’Italia alle innovazioni. Noi abbiamo visto questa difesa dell’italianità all’opera in una gran quantità di casi: l’abbiamo vista all’opera nel caso Alitalia. Vi ricordate quando Alitalia, in stato fallimentare, si è vista offrire l’acquisto da parte di Air France-KLM, che era ed è il primo vettore aereo del mondo? Air France-KLM veniva qui offrendo un miliardo di investimento, l’accollo di un miliardo e mezzo di debiti di Alitalia, e un piano industriale che avrebbe inserito Alitalia in una dimensione intercontinentale. Noi abbiamo rifiutato quei due miliardi e mezzo – un miliardo di investimento e un miliardo e mezzo di accollo dei debiti – e in più abbiamo speso ottocento milioni e carte false per tenere in vita con la respirazione bocca a bocca la nostra compagnia di bandiera, anche quando poi è stata acquistata dalla CAI, la Compagnia Aerea Italiana, composta da una cordata di imprenditori dei quali neanche uno aveva mai fatto volare un aereo. Abbiamo fatto un buon affare? Io dico proprio di no. Non solo per i soldi che abbiamo buttato via, quei tre miliardi e mezzo che abbiamo sprecato per difendere l’italianità di Alitalia, ma anche perché per tenerla in vita ci siamo tenuti un’impresa di basso profilo tecnico-produttivo, abbiamo ridotto la nostra compagnia di bandiera a una dimensione regionale e a una sostanziale svalutazione: basta che voi prendiate un aereo per Londra o per Parigi e vedete che l’Alitalia viene sbarcata nell’ultimo dei terminali ed è trattata peggio delle compagnie low cost. E poi questa italianissima Alitalia sta in piedi soltanto perché è stata sospesa la regola antitrust sulla rotta Milano–Roma. Così si fa pagare il biglietto Milano-Roma 300 euro, mentre il biglietto Londra-Glasgow ne costa 80: quei 220 euro di differenza servono a tenere in piedi Alitalia. Noi non paghiamo, dunque, solo i tre miliardi e mezzo che abbiamo buttato via, paghiamo anche i 220 euro in più sull volo Milano-Roma, che non pagheremmo se ci fosse un’impresa come avrebbe potuto essere Air France-KLM, in piena concorrenza con altri vettori su quella rotta. Abbiamo fatto un pessimo affare. Anche i lavoratori che ora dipendono dalla CAI non hanno certamente guadagnato gran che, perché un’impresa marginale, di basso profilo, non può offrire sicurezza nel lavoro – tant’è vero che già si parla di altri mille esuberi e licenziamenti – ma soprattutto non avendo margini non può certo garantire spazi per un miglioramento. Più o meno la stessa cosa è accaduta per Telecom, dove abbiamo fatto le barricate per impedire ad AT&T, americana, di acquistarla. In questo caso abbiamo detto: “questo è necessario per difendere il sistema nervoso nazionale da possibili infiltrazioni straniere”; dopodiché l’italianissima Telecom di Tronchetti-Provera ha visto proliferare al suo interno il peggiore servizio deviato della storia dell’industria italiana. Lo stesso abbiamo fatto per le Poste, dove abbiamo aspettato l’ultima ora, l’ultimo minuto concesso dall’Unione Europea per uscire dal regime di monopolio e aprirci ai servizi stranieri. Che guadagno ne abbiamo tratto? Ci sarebbe costato molto meno assistere robustamente i lavoratori nel passaggio dal ferrovecchio delle Poste alle nuove imprese più efficienti, magari straniere, o ad altre attività, che non tenere questa infrastruttura fondamentale del Paese in condizioni di grave inefficienza. Oggi le nostre Poste hanno acquistato un po’ di efficienza, ma nel settore dei servizi bancari: in quello dei servizi postali restano un ferrovecchio.
Qui vi mostro alcune slides: sono riferite a prese di posizione, diciamo, “di sinistra”, ma ne potrei proiettare altrettante col marchio di “centro-destra”. Io penso che sia più producente non essere faziosi e vedere le magagne in casa propria prima delle magagne in casa d’altri. In un dibattito al nostro interno credo sia importante prendere coscienza del fatto che, per esempio, questa parola d’ordine che leggete sul settimanale della Cgil, “L’Italia non è in vendita”, volta a contrastare la contendibilità di grandi imprese come Ferrovie, Telecom e Alitalia, oppure la stessa parola d’ordine fatta propria dal ministro dei Trasporti del governo Prodi, Alessandro Bianchi, generano poi quello che leggiamo sul Financial Times: “L’approccio di Roma, dell’Italia, spaventa coloro che vogliono investire sulle imprese italiane”. Il risultato finale è quella incapacità di attrarre investimenti stranieri di cui abbiamo parlato prima.
Da ultimo, esaminiamo – nella chiave di lettura che vi ho proposto – la vicenda FIAT, in particolare quella di Pomigliano, ma anche quella di Mirafiori. All’indomani dell’accordo di Pomigliano la FIOM ha denunciato violazioni della legge e della Costituzione. La mia convinzione – ma non è solo la mia, perché in tutti i dibattiti, tanti dibattiti, che ho avuto in questi mesi anche con rappresentanti della FIOM, anche di altissimo livello, alla fine anche loro riconoscono che su questo punto ho ragione – è che, a parte la questione dello sciopero, su cui torneremo, ma va fin d’ora osservato che su questa materia non c’è alcuna norma di legge suscettibile di essere violata -, sugli altri punti critici dell’accordo non può davvero sostenersi che ci sia alcuna violazione di legge. La sola “violazione” che possa prospettarsi è quella riferita al contratto collettivo nazionale: torniamo ancora una volta alla questione della derogabilità del contratto collettivo nazionale. Non c’è violazione in materia di orario di lavoro, perché il contratto nazionale dei metalmeccanici prevede 38 ore e mezza alla settimana e l’accordo di Pomigliano, come quello di Mirafiori, porta l’orario normale sostanzialmente a 40 ore alla settimana, aggiungendo quell’ora e mezza di straordinario, che diventa ordinario perché viene richiesto su tutto l’arco dell’anno (quelle 80 ore in più all’anno di lavoro straordinario, di fatto, portano l’orario normale a 40 ore). Veniamo alla malattia: la legge italiana non stabilisce nulla sul trattamento retributivo dei primi tre giorni di malattia, tanto che fino al ’72 quei tre giorni non erano pagati in alcun settore. Qui il Contratto interviene a regolare la materia, istituendo una franchigia per quelle situazioni in cui si verificano dei tassi abnormi di assenze: nello stabilimento di Pomigliano questo era un problema. Era un problema perché quando c’era la raccolta dei pomodori un terzo dei lavoratori non si presentava in fabbrica; o quando c’era la partita il mercoledì c’era una punta di 1500 assenze. Si è detto: “bisogna risolvere il problema con le ispezioni sanitarie”; ma nessuna ASL dispone di 1500 ispettori da mandare in giro nella stessa giornata; e poi, nessun ispettore è in grado di controllare se davvero il lavoratore ha l’emicrania o la lombalgia che viene solitamente indicata nei certificati come causa dell’assenza per un giorno. Quindi non è vero che il problema può essere risolto con le ispezioni. Curare la patologia con una piccola franchigia, non gestita unilateralmente ma co-gestita dalle parti, a me non sembra un attacco ai diritti fondamentali, alla Costituzione, al diritto alla cura della malattia. Perché guardate che il concetto di diritto fondamentale è un concetto addirittura più stretto, più specifico che non un diritto fondato sulla Costituzione; per definizione sono “fondamentali” quei diritti che sono riconosciuti da tutte le Costituzioni. In altre parole, per essere “fondamentale” il diritto deve avere una dimensione sovranazionale. Ora, in tutti i Paesi d’Europa ci sono franchigie retributive di questo genere sui primi giorni di malattia: in Gran  Bretagna i primi due giorni non sono pagati, in Svizzera i primi tre giorni di malattia sono pagati per lo più soltanto al 50%. Come si fa, dunque, a parlare di “violazione di un diritto fondamentale”, se solo in caso di punta anomala di assenze si istituisce una franchigia di un giorno? Non mi sembra che abbia molto senso. È una deroga al contratto collettivo nazionale, questo sì, ma la funzione del contratto è proprio di adattare il regolamento alle circostanze e alle necessità contingenti; è la legge che stabilisce un diritto tendenzialmente uguale per tutti e stabile nel tempo, ma la funzione del contratto è proprio quella di adattare la disciplina della materia nelle situazioni in cui l’adattamento è necessario. Per altro verso, non si difendono i diritti dei lavoratori – e in particolare il diritto alla malattia retribuita – se non combattendo gli abusi di questi diritti. Si tratta appunto di combattere un abuso in modo civile, sensato, ragionevole; e non di altro.
Io comunque posso capire benissimo che ci siano dei dissensi sul contenuto di questo accordo, cioè che si possa dire: “tutto sommato, messi insieme tutti gli elementi positivi e tutti quelli negativi, per me il saldo è negativo quindi io voto contro”; non c’è niente di strano, è ragionevolissimo. Quello che mi sembra non ragionevole è che si impedisca il dibattito, lo si blocchi, si cali la saracinesca squalificando drasticamente chi sostiene il contrario. Il modo in cui è stata affrontata questa questione, cioè gridare all’“attacco ai diritti fondamentali della Costituzione”, è un modo per chiudere la saracinesca, per impedire il dibattito. Squalificare i sindacati che hanno invitato i lavoratori a votare “sì”, CISL e UIL, qualificandoli come sindacati gialli, trattandoli come traditori della classe operaia e servi del padrone, è il modo per impedire la normale dialettica che invece deve poter avere corso su queste cose.
La cosa mi sembra tanto più irragionevole in quanto la chiusura dell’Italia agli investimenti stranieri fa sì che, nell’ipotesi in cui avesse prevalso il “no”, i lavoratori di Pomigliano non avrebbero avuto alternative: non c’era la Ford, o la Renault, o la Volkswagen, o la Toyota, a offrire altre opportunità di lavoro; l’alternativa a Pomigliano erano le dieci ore di lavoro al giorno nei sottoscala governati dalla camorra, a 700-800 euro al mese senza contributi, senza diritti sindacali, senza malattia retribuita né per un giorno né per una settimana o un mese. Quella sarebbe stata la deroga al contratto nazionale che avrebbero dovuto subire quei lavoratori, se avesse vinto il “no”. Questa situazione non è il frutto di una maledizione divina; è il frutto della nostra chiusura agli investimenti stranieri. Ma allora è con noi stessi che dobbiamo prendercela se non abbiamo alternative a Marchionne; se noi avessimo altri quattro costruttori di automobili operanti nel nostro Paese – come in Germania o in Gran Bretagna – potremmo anche a cuor leggero dire “no” a Marchionne, perché avremmo delle altre opportunità; ma a Pomigliano l’unica alternativa è quella che ho detto, a Torino l’unica alternativa è la cassa integrazione. E allora di cosa stiamo parlando? Che senso ha questa chiusura?
Provate a chiedere ai sostenitori del “no”: “se avessero prevalso i no e Marchionne si fosse spostato altrove, quale alternativa avreste proposto ai lavoratori interessati?”. La risposta è sempre questa: “si sarebbe nazionalizzata la FIAT”; oppure: “lo Stato avrebbe dovuto intervenire per  sovvenzionare una soluzione alternativa”. Ma questa risposta non è praticabile oggi; l’Unione Europea vieta questa operazione, quindi o noi teorizziamo l’uscita dall’Unione Europea – ma questo vorrebbe dire adottare il modello dell’Albania di Enver Hoxha, isolata per decenni dal resto del mondo e ridotta a vivere di pastorizia. È a questo che vogliamo ridurci? La logica della nazionalizzazione della Fiat è proprio la logica opposta a quella che dicevamo all’inizio: ci teniamo un’imprenditoria povera, incapace di valorizzare il lavoro degli italiani, chiudendoci alla domanda di lavoro possibile; il risultato è un impoverimento grave, è la negazione del diritto costituzionale al lavoro, è la creazione di condizioni nelle quali anche i diritti costituzionali del lavoro (tutele, retribuzioni, dignità ecc…) perdono di contenuto, si sviliscono. Il mezzogiorno d’Italia non ha alcuna speranza di sviluppo se non nell’ottica del attirare in casa propria buoni investimenti stranieri. Se questo è vero, io credo che non abbiamo alterativa al rinunciare all’accordo protezionistico tacito che ha chiuso l’Italia fino ad oggi e abilitare (e qui torniamo ai punti di partenza) il sindacato a svolgere il ruolo che è tipicamente proprio del sindacato nell’era della globalizzazione: il ruolo di intelligenza collettiva dei lavoratori, che sa distinguere le innovazioni buone dalle innovazioni cattive, sa valutare il piano industriale, sa valutare la qualità dell’imprenditore che lo propone, e se la valutazione è positiva, sa guidare i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale. Se la scommessa si vince, si va avanti, si cresce, si guadagnano i diritti. Senza questa scommessa, nell’era globale, il diritto al lavoro non esiste: diventa una pura espressione teorica priva di contenuto concreto.

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