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TRE MODI DI INTENDERE IL “DIRITTO AL LAVORO”

NELL’INTERVISTA AL WSJ CHE HA SUSCITATO TANTO SCANDALO ELSA FORNERO HA SOLTANTO PRESO LE DISTANZE DAL MODO BUROCRATICO E DAL MODO SINDACALE DI INTENDERE QUESTO PRINCIPIO COSTITUZIONALE

Primo editoriale telegrafico per la Nwsln. 207, 2 luglio 2012 – In argomento v. anche un mio scambio di idee con un lettore dissenziente [1] e, su di una posizione solo in parte coincidente con la mia, l’intervento di Matteo Rizzolli sul sito IMille.org: Il lavoro non è un diritto ma una libertà [2]

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Ci sono tre modi di intendere il “diritto al lavoro”. Il modo burocratico: “se vai all’ufficio di collocamento, hai diritto a essere avviato a un lavoro, sulla base di una graduatoria”. Il modo sindacale: “Se hai un posto di lavoro, non puoi essere licenziato”. Il modo costituzionale: “lo Stato ha il dovere di creare le condizioni affinché tutti abbiano una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta”.
Il primo lo abbiamo sperimentato per mezzo secolo, dal 1949 al 1997, con il nostro monopolio statale del collocamento: l’esperienza mostra che in quel modo, di fatto, abbiamo garantito soltanto il diritto dei collocatori alla bustarella. Il secondo lo abbiamo sperimentato per quarant’anni, dal 1970 a oggi, con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: è il diritto a tenersi il proprio posto stabile quando lo si è trovato, ma non è affatto il diritto al lavoro stabile per chi ancora non lo ha trovato (e quindi non ha alcun soggetto passivo al quale rivolgere la propria pretesa). Resta il terzo, ovvero il modo più serio e più impegnativo di intendere il principio costituzionale del diritto al lavoro: l’esperienza degli ultimi due secoli mostra che non vi è modo migliore per garantire a tutti una opportunità di lavoro secondo le proprie capacità e la propria scelta, che quello di un mercato del lavoro ben funzionante, fluido  e innervato di servizi efficienti, in un sistema economico aperto.
Nella sua intervista pubblicata mercoledì dal Wall Street Journal Elsa Fornero, dicendo che il lavoro non è “oggetto di un diritto”, ha soltanto voluto prendere le distanze dal modo burocratico e dal modo sindacale di intendere il “diritto al lavoro”, spiegando come va letto correttamente l’articolo 4 della nostra Costituzione. Chi per questo la ha duramente attaccata ci dica, per favore, qual è – fra questi tre, o fra altri che ci sono al momento ignoti – il suo modo di intendere il diritto al lavoro.

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