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GITARIO: ALLA PANIA ATTRAVERSO IL PASSO DEGLI UOMINI DELLA NEVE

Sulle orme dei montanari che un secolo fa portavano ai gelatai e ai villeggianti più ricchi della costa versiliese la neve ghiacciata dal versante settentrionale di uno dei monti più alti delle Alpi Apuane – Il luogo dove uno di loro, il “Nonno di Collemezzana”, venne ucciso dai nazisti per aver guidato sulla montagna un gruppo di militari americani

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Articolo per la rubrica
Il Gitario, 15 agosto 2018 – Le indicazioni sull’itinerario sono corredate con informazioni dirette e foto del 12 agosto 2018 – Il Gitario è una rubrica di mountain bike e trekking sulle Alpi Apuane e dintorni – L’ultimo articolo precedente, del 27 agosto 2017, era Dalla Valle degli Alberghi al Bivacco Aronte per la Forcella di Porta e la traversata della Tambura [1] il penultimo, del 23 luglio 2016, era Un percorso molto facile e breve per il Passo degli Uncini [2] – Gli articoli precedenti della rubrica, pubblicati sul mensile Versilia oggi, sono reperibili nell’Archivio [3] dei miei scritti, sezione Articoli, mediante la funzione “Cerca”, utilizzando le parole-chiave Gitario (per tutti gli articoli), Garfagnana (per i soli articoli relativi ai percorsi sul versante garfagnino), Versilia (per quelli relativi al versante marino), oppure Apuane (per quelli relativi a percorsi su questa catena montuosa, ben distinta dal punto di vista geologico, morfologico e faunistico da quella appenninica).
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La Foce di Valli (sella erbosa in basso a destra) e la cresta est della Pania della Croce (quella che si staglia contro il cielo, sopra la Foce di Valli), attraversata dal Passo degli Uomini della Neve, viste dal versante opposto della conca di Cardoso

Gli Uomini della Neve

Prima che venisse inventato il frigorifero, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento d’estate qui nella bassa Versilia i gelatai e i villeggianti più ricchi avevano la possibilità di acquistare delle provviste di ghiaccio dagli “uomini della neve”. Questi erano dei boscaioli o pastori che, nella buona stagione, mettevano a frutto la propria conoscenza dei segreti della montagna prelevando negli anfratti della parete nord della Pania della Croce (e soprattutto da una cavità a quota 1680, tuttora indicata come la Buca della Neve)  ghiaccio e neve che vi si erano accumulati d’inverno, caricandosela sulle spalle in grandi gerle di vimini coperte di sacchi di juta e portandola a fondovalle per consegnarla a domicilio – veri e propri riders ante litteram, ma senza le due ruote – a chi ne faceva loro richiesta.

Questo servizio richiedeva una salita dai 250 metri sul livello del mare di Cardoso, nel fondovalle, alla Foce di Valli, una sella erbosa a quota 1260 nella cresta che unisce la Pania della Croce al Monte Forato; poi da qui la salita di un pendio coperto di paleo (l’erba di alta montagna caratteristica delle Alpi Apuane) fino a un profondo intaglio naturale nella cresta est della Pania, a quota 1660, che dà accesso all’aspro versante settentrionale della montagna: quello che è venuto così a chiamarsi Passo degli Uomini della Neve. Quella che segue è la descrizione dell’itinerario e delle modalità di raccolta della neve che dobbiamo ad Agostino Bartolucci, nipote di Angiolo che fu certamente l’uomo della neve pià noto, per la tragica fine inflittagli dai soldati nazisti (v. il capitolo immediatamente successivo):

Agostino Bartolucci

Si partiva da Cardoso insieme a Bartolucci Alpino e Pierotti Andrea; si risaliva su fino in “Cima alla Ripa” dove c’era ad attenderci quello che era la nostra guida, il più anziano e il più esperto di tutti noi: Lorenzo Barsanti, ma per tutti era il “Lorè”. Dopo aver scambiato due parole e un rapido saluto, si ripartiva tutti insieme per la nostra meta. Si saliva su verso il “Pozzo dei Corvi” passando sopra “Il Cerraccio” e “Il Pitoncino”, si arrivava poi con il cuore in gola al “Colle delle Quercie” e su fino sul “Prado di Valli” e su ancora ansimando fino ai “Posatoi” e infine verso la buca della neve. Arrivati, entravamo dentro la cavità della roccia dove le nevicate e il vento l’avevano ammucchiata e, con l’accettino, si cominciava a farne dei pani che mettevamo dentro le “balle” con foglie e paglia, in modo da farne una sorta di isolante. Appena pronti si ripartiva per tornare al fondovalle per poi vendere, a chi ne avesse fatto richiesta, il frutto delle nostre fatiche. Era una grande e faticosa camminata, a tratti anche pericolosa, spesso fatta con scarponi di fortuna ridotti al lumicino, ma per alcuni era l’unica fonte di guadagno che ci poteva essere in quei tempi di magra. Questa attività è durata anche dopo l’avvento dei frigoriferi, ma lo si faceva più per dire di essere andati a prendere la neve sulla “Pania” che per un effettivo bisogno e per lo più serviva per rallegrare le feste patronali estive come S. Leonardo, S. Maria, S. Rocco.

Scultura di Noè Petruccioni dedicata agli Uomini della Neve

Ancora oggi,  ogni anno a fine maggio o ai primi di giugno, in occasione della Pentecoste, al Santuario di San Leonardo, poco sopra Cardoso, in occasione di una sagra locale, alcuni “uomini della neve” rinnovano il rito della salita al “loro” Passo per portare a valle la neve, con la quale vengono confezionate e immediatamente consumate delle granite alla menta e ai vari sapori di frutta. Uno di questi cultori dell’antica tradizione è Noè Pieruccioni, abitatore estivo di un’antica casetta a pochi passi da Collemezzana, autore della scultura dedicata agli uomini della neve riprodotta qui a sinistra.

Il Nonno di Collemezzana ucciso dai nazisti

Collemezzana – La casa che fu di Angelo Bartolucci

Una tappa intermedia lungo questa dura salita era costituita dalla casa di Collemezzana, a quota 770, nel bosco di castagni. Fino al 1945 questa casa è stata abitata da Angelo Bartolucci, il “Nonno di Collemezzana”: un boscaiolo che conosceva ogni sentiero e ogni angolo della conca di Cardoso – chiusa tra i monti Pania, Forato, Nona e Procinto – e che da giovane era stato anche lui un “uomo della neve”.

Due settimane prima della fine della guerra, Angelo Bartolucci venne ucciso dai nazisti. Questo il racconto dell’accaduto, fondato sulla tradizione orale:

Un brutto giorno, il 10 aprile 1945 […], una pattuglia di americani si presentò a Collemezzana chiedendo se ci fosse stato qualcuno disposto ad accompagnarli nel luogo chiamato Piton del Soglio, sotto la Pania. Il Nonno, che allora aveva 74 anni, ma era ancora in buona salute e forte di gambe, si offrì come guida, così come faceva con tutti coloro che glielo chiedevano: appena giunti nel posto chiamato Tomba, una pattuglia di tedeschi, in agguato, scaricò i mitra sul gruppo che avanzava: il Nonno, ferito, trovò riparo in una piccola grotta ma venne ucciso da due bombe che gli vennero tirate addosso, così come fu ucciso il tenente americano che comandava la pattuglia. A questo evento assistettero due testimoni oculari, un uomo di Cardoso e suo figlio, Sergente dell’Esercito; ma, mentre il giovane riuscì a fuggire, il padre fu catturato e rilasciato solo alla fine della guerra.

Venne a raccogliere i resti di Angelo Bartolucci il nipote Agostino, di dieci anni, che poi rimase per tutta la vita fino ai primi anni 2000 a tener viva la memoria del nonno, conservandone i cimeli, nella casa di Collemezzana. L’episodio è ricordato in una lapide affissa sulla facciata della casa per iniziativa del professor Giuseppe Del Freo, preside del liceo di Viareggio e presidente della sezione locale del CAI, sulla quale il toponimo viene corretto in “Colle Spento”. Ora la casa di Collemezzana è posseduta dal fortemarmino Francesco Baldi, che la abita per qualche settimana d’estate.

Un itinerario, dunque, questo che sale alla Pania da Cardoso, carico di storia, nel quale ogni passo evoca, insieme alla memoria di una vicenda tragica e commovente, anche la grande fatica di persone che per decenni ne hanno fatto una singolarissima fonte di sostentamento.

L’itinerario per Collemezzana e la Foce di Valli

Oggi chi voglia ripercorrere questo itinerario sale in auto o in bicicletta a Orzale, una minuscola frazione sopra Cardoso, a quota 350. Da qui, sopra una fontanella di acqua fresca al limitare del piazzalino dove la strada termina, ha inizio il sentiero indicato dal segnavia 7, che si inoltra nel bosco verso Collemezzana. D’estate, se si riesce a partire tra le sette e le otto del mattino in una giornata di tempo bello, dal primo tratto del sentiero si gode lo spettacolo del sole che sale dietro al Monte Forato (foto qui a destra), il cui grande arco domina la conca, nero per il contrasto con i raggi che invece incominciano a indorare il profilo cilindrico del Procinto sulla destra (foto qui sotto) e sulla sinistra la cresta est della Pania (foto successiva). È questa la meta verso la quale ci si sta dirigendo e che si conta di raggiungere tra due o tre ore.

Il sentiero attraversa con qualche saliscendi un castagneto molto fitto, con due fonti di acqua freschissima nel primo tratto. Il percorso solitamente impone lo scavalcamento, non sempre agevole, di alcuni grandi alberi sradicati. L’ambiente è molto selvatico, a tratti ossianesco. In un’ora circa si arriva alla casa di Collemezzana (m. 770), oggi tristemente chiusa: anche la fontana che fino a qualche anno fa consentiva di riempire le borracce è a secco.

I primi raggi di sole sulla Pania (salendo da Orzale)

Qui il sentiero 7 incrocia il 124, che traversa in costa tutta la conca mettendo in comunicazione tra loro i molti percorsi di salita da Cardoso e da Stazzema verso il Procinto, il Nona, il Forato e la Pania. Sopra Collemezzana il sentiero 7 va ripreso subito dietro la casa, facendo attenzione a seguire il segnavia subito in salita ripida, evitando il sentiero verso destra, pianeggiante, che porta invece a due case, poi a una grotta nel bosco a quota 900 circa). Il percorso attraversa un bosco di faggi e carpini con andamento per lo più ripido, per poi uscirne e arrampicarsi allo scoperto su rocce di marmo bianco, fino a raggiungere, con una breve traversata verso destra, la sella erbosa di Foce di Valli (m. 1260: v. foto qui sotto): uno dei luoghi più ameni delle Alpi Apuane, dal quale si vede il tratto fortemarmino della costa versiliese e un tratto di quella fra Viareggio e Livorno.

La salita al Passo degli Uomini della Neve

La sella erbosa della Foce di Valli

Dalla Foce si dipartono tre sentieri: verso sinistra (per chi arriva da Collemezzana) il 125, che traversa la parete meridionale della Pania risalendo fino a quota 1400 circa, per poi discendere alla Foce di Mosceta e al rifugio Del Freo; verso destra l’alta via delle Apuane che, seguendo il percorso della cresta denominata “Costa pulita”, conduce in circa un’ora alla vetta e all’arco del Forato (nella foto qui a destra si vede la vetta, ma non l’arco sottostante); il segnavia 7 indica infine il percorso – appartenente anch’esso all’alta via delle Apuane – che sale verso la cresta est della Pania, attraversando un ampio pendio ricoperto di paleo (in primo piano nella foto). In mancanza di rocce nel suo primo tratto, il percorso è evidenziato anche, per il caso di innevamento, da alcuni picchetti bianchi e rossi.

Vista sull'”Uomo Morto” (al centro) e la Pania Secca (a destra) dalla cresta est della Pania della Croce

Da qui il sentiero 7 si fa meno ripido, guadagnando piacevolmente quota sullo scivolo erboso e compiendo qualche opportuno zig zag dove la parete si fa più erta, verso la cresta est. Il panorama si allarga progressivamente verso sud sul Lago di Massaciuccoli e, all’orizzonte, nelle giornate limpide, sul “dito” della Corsica. Si arriva così sulla cresta, dalla quale si apre la vista sulla Pania Secca e il profilo caratteristico del Puntone, detto anche “l’Uomo Morto” per la somiglianza col profilo di un volto riverso a terra.

Il Passo degli Uomini della Neve

Si risale quindi la cresta per un breve tratto finché improvvisamente ci si ritrova a un intaglio, un vero e proprio piccolo canyon, dove una bella targa disegnata dal pittore viareggino Giorgio Michetti (foto piccola qui sotto a sinistra) avverte che si sta attraversando il Passo degli Uomini della Neve (m. 1660: foto a destra). L’intaglio è così stretto, che per infilarcisi occorre inclinare il corpo appoggiandosi alla parete destra. Il passaggio, comunque, non è difficile; ed è senza dubbio il modo più agevole per accedere dalla cresta est alla parete settentrionale della montagna: si capisce bene perché gli Uomini della Neve un secolo e mezzo fa abbiano scelto questo stretto passaggio per il loro percorso.

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Dal Passo alla vetta della Pania della Croce

Dall’intaglio il sentiero esce per traversare in costa la parete nord della Pania: qui si incontrano inizialmente due passaggi su roccia solidissima e ricca di appigli, ma un po’ esposti e quindi molto opportunamente assistiti da corda fissa (foto a destra).

Pochi metri sopra si trova la Buca della Neve (foto a sinistra): la caverna costituente il serbatoio principale cui un secolo fa si approvvigionavano i fornitori del servizio di consegna della neve ghiacciata di cui si è detto, allora frequentatori esclusivi di questo percorso da loro stessi creato proprio a questo scopo.

Al di là dei due passaggi con la corda fissa, il sentiero prosegue con un facile saliscendi (foto a destra) fino a un bivio dove il segnavia 7 prosegue verso destra in direzione del Rifugio Rossi e della Pania Secca. Chi invece voglia raggiungere la vetta della Pania della Croce segue verso sinistra il segnavia 126, sul sentiero che risale il Canale del Diavolo (foto qui sotto a sinistra), nell’anfiteatro di marmo bianco che sorregge la cresta sommitale tra la vetta principale (m. 1859) e quella inferiore, denominata Pizzo delle Saette (m. 1720).

L’ultimo tratto della salita del Canale del Diavolo

Dalla cresta la vista spazia meravigliosamente verso nord e ovest su tutte le cime delle Apuane, dall’altra parte sulla costa dal golfo della Spezia a Livorno (v. l’ultima foto di questa pagina), sul Lago di Massaciuccoli, e nei giorni limpidi sulle isole dell’Arcipelago toscano e la costa orientale della Corsica..

La discesa a Mosceta e Pruno

Chi non voglia scendere dalla parte dalla quale è salito può proseguire sul sentiero 126, che attraversa la bella parete ovest della Pania con alcuni bei passaggi sul marmo liscio, passa a quota 1400 accanto a una piazzola di atterraggio per gli elicotteri, per raggiungere la Foce di Mosceta, la sella tra la Pania e il Corchia, poco sotto il Rifugio Del Freo (m. 1180).

In primo piano la cresta che unisce la Pania al Pizzo delle Saette – Sullo sfondo il Pisanino

Da qui con il sentiero 122 si scende al Passo dell’Alpino (m. 1020), dove ci si trova a un bivio: se si prende a destra si arriva a Levigliani (m. 550), sulla strada del Passo del Cipollaio; se invece si prende a sinistra, si arriva a Le Caselle (m. 800), capolinea di una stradella dissestata ma carrozzabile. Per scendere a Pruno (m. 470) – una frazione di Stazzema appollaiata sul versante della conca opposto a quello del Monte Forato – si prende questa stradella fino al punto in cui se ne stacca a sinistra una mulattiera, sempre con il segnavia  122..

Vista sulla costa versiliese dalla vetta della Pania

Il sentiero arriva nella parte alta dell’abitato. Qui si prende subito, verso sinistra, un viottolo lastricato che scende al Mulino del Frate, da dove partono verso sinistra anche i due sentieri che risalgono all’Acquapendente (una bellissima cascata immersa nel bosco, da lì raggiungibile in tre quarti d’ora circa); se però si vuole – come si suol dire – chiudere l’anello, si prende verso destra un sentiero che in un quarto d’ora riporta a Orzale, dove si è lasciata l’auto o la bici.

Il percorso da Orzale alla vetta della Pania comporta, in salita come in discesa, il superamento di un dislivello complessivo di circa 1500 metri e nella stagione calda non richiede attrezzature particolari.

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