Un noto rebussista, figlio d’arte, argomenta la propria scelta di assumere come benchmark di qualità dei propri giochi la loro idoneità per la pubblicazione sulla Settimana Enigmistica, ovvero la rivista del settore più diffusa in Italia (e, a quanto risulta, nel mondo intero)
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Intervento di Luca Fiocchi Nicolai, in arte Lucignolo, 2 gennaio 2026 – Dello stesso Autore v., su questo sito, l’intervento del 17 marzo 2025 Esiste ancora la critica, nel m0ndo dell’enigmistica? [1] – Questo articolo rispecchia ovviamente soltanto l’opinione del suo Autore; ma ritengo utile che esso sia disponibile online per tutti gli interessati, anche per l’avvio di un eventuale dibattito, che difficilmente può svilupparsi in altra sede e per il quale, dunque, questo sito resta a disposizione
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Il primo numero della Settimana Enigmistica, uscito nel gennaio 1932
Alla domanda di quale sia la sede in cui vengono fissati i canoni della classicità in campo enigmistico bisogna rispondere risolutamente che essa è da sempre quella che ospita La Settimana Enigmistica. Questa rivista quasi centenaria che ogni italiano conosce costituisce, colla sua indiscussa autorevolezza, il riferimento obbligato in fatto di gusto per tutti coloro che vogliano cimentarsi a un buon livello come autori o solutori con i giochi di parole. Esistono da decenni alcune riviste per abbonati ben note agli addetti ai lavori (meno alla più vasta platea dei fruitori dei periodici stampati per le edicole), che vi destinano per la pubblicazione la loro produzione più sofisticata; ma, appunto per questo, tali riviste sembrano garantire meno il rispetto di quel rigore formale e di contenuti, di quell’equilibrio compositivo che soli consentono ai giochi creati di superare il giudizio del tempo. Infatti non perché un gioco presenti elementi di preziosità o difficoltà solutoria o concettosità è degno per questo di assurgere ad esempio di perfezione, ché anzi, come la storia della letteratura insegna, colla contrapposizione tra classicità e barocco, o classicità e romanticismo, a ciò si richiedono più facimente semplicità di concezione, chiarezza, linearità, simmetria, qualità tutte ascrivibili al concetto di classico in arte e letteratura.
Se l’enigmistica cosiddetta classica ambisce ad elevarsi al rango di arte minore non può ignorare il problema della formazione nel tempo di un canone, magari articolato per generi, di opere enigmistiche esemplari per i requisiti predetti; l’importanza di modelli a cui il collaboratore possa riferirsi essendo tanto più importante in un contesto editoriale perennemente afflitto dalla scarsità di lettori, privo cioè di quel superiore metro di giudizio in fatto di gusto offerto dal gradimento di chi i giochi è chiamato a risolverli. E mentre La Settimana Enigmistica ha ben chiara l’idea di una tradizione edipea di riferimento, tanto è vero che la sua redazione di classica ospita da sempre una rubrica che nel nome, antologia, evoca il concetto (anthos) di selezione di opere meritevoli di una ripubblicazione, non è sicuro che sul fronte dei periodici riservati ai sottoscrittori ci si preoccupi ugualmente di non lasciar cadere nell’oblio ma anzi garantire lunga vita a prodotti idonei per il livello qualitativo espresso a costituire un modello per quelli a venire.
La quasi coincidenza in tali riviste tra le due figure dell’abbonato e dell’autore, il possibile peso economico, la notorietà o il prestigio culturale di quest’ultimo, possono poi condizionare in parte a suo favore i rapporti di collaborazione colle redazioni, più libere dall’obbligo di dover rendere conto delle loro scelte a un pubblico di lettori, come dicevo sopra, non molto più esteso degli addetti ai lavori, meno obbligate perciò ad esercitare la dovuta severità di valutazione sui lavori ricevuti. In una realtà editoriale in cui quasi tutti gli abbonati, chi più chi meno, “pesano”, si è indotti a dubitare che i giochi pubblicati nelle riviste di cui si parla siano tutti di qualità.
L’esperienza di chi scrive può attestare che non pochi giochi (rebus nel suo caso) rifiutati per un motivo o l’altro dalla Settimana Enigmistica, sono stati in un secondo momento da lui riproposti e pubblicati su altri periodici, facendogli sorgere l’intimo dubbio sul valore di un’operazione a conti fatti vana, dato che nessuno dei giochi “ripescati” ha poi ricevuto un qualche riconoscimento o menzione particolare. E un dubbio ancora maggiore si insinua nell’autore di questo articolo ogni qual volta si trovi nella situazione contraria, di dover decidere se proporre in prima battuta alla rivista di classica un gioco da lui ritenuto, a torto o a ragione, di grande spessore: egli allora, da ingrato, si chiede in segreto se non finisca così per destinare all’irrilevanza un lavoro che sulla Settimana godrebbe di ben altro risalto. Si accresce in lui ogni giorno di più il senso di inutilità di una collaborazione con periodici senza eco, sempre più impegnati a indire un diluvio di concorsi a tema tirati a forza fuori dal cilindro con cui attirare l’attenzione dei collaboratori presenti e venturi e incassare così nuovi abbonamenti.
Bisogna sempre domandarsi per quale motivo un elaborato proposto è stato rifiutato dalla migliore rivista in circolazione, che ospita lavori di differente livello di complessità per ogni lettore, dal neofita incuriosito al solutore più smaliziato, ma sempre ispirati a quel fair play che impone la massima considerazione per chi si accinge alla sfida enigmistica; considerazione che nelle riviste di classica si stenta a volte a riconoscere in pari misura, quasi che la lambiccata difficoltà di un gioco sia un valore in sé e il solutore, figura diventata di contorno, un disperato cercatore d’oro. Se quanto sopra argomentato è vero, allora sarebbe saggio per un autore evitare di riproporre il lavoro scartato ad altri editori al solo scopo di vederselo disegnato e pubblicato ad ogni costo. Coerenza vorrebbe che ad esso fosse riservato il cestino.
Quando infine il confronto si estenda alla qualità della cura redazionale dei giochi proposti allora esso rischia di diventare impietoso per le riviste di “classica”: sempre il sottoscritto può annoverare pubblicazioni colla propria firma così di rebus irrispettosi delle regole del gioco e quindi da scartare come di altri invece pregevoli rovinati da pesanti interventi del redattore, per giunta gravati da errori grammaticali; in tali casi il filtro o è mancato o si è rivelato arbitrario.
Se le riviste di enigmistica “classica” per abbonati vogliono giustificare il costo dell’abbonamento o addirittura la loro necessità nel panorama dell’editoria enigmistica, devono convincere i futuri abbonati e collaboratori che affideranno le loro fatiche in buone mani.
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