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DISOCCUPAZIONE TECNOLOGICA: IL PROBLEMA NON È IL PROGRESSO

Finora l’innovazione del processo produttivo non ha mai prodotto riduzione del lavoro umano: semmai il contrario – Il problema è che i nuovi mestieri non nascono necessariamente dove i vecchi sono scomparsi: richiedono, oltre che informazione e formazione mirata, anche mobilità professionale e geografica delle persone

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Editoriale telegrafico 12 marzo 2026, ripreso sul sito
FanPage, a proposito del caso della InvestCloud, l’impresa veneziana appartenente a un Gruppo multinazionale, che ha annunciato la chiusura in conseguenza di una ristrutturazione del Gruppo fondata su di un’utilizzazione pervasiva dell’intelligenza artificiale nel processo produttivo – Sul tema dell’impatto del progresso tecnologico sul mercato (e sul diritto) del lavoro, v. in questo sito anche  la mia conferenza del 19 ottobre 2023 su Il lavoro che verrà [1]; ivi il link attraverso il quale è possibile risalire agli altri miei interventi su questo argomento

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All’inizio del ’900 nove italiani su dieci facevano mestieri che oggi non esistono più o sono svolti da pochissime persone. Nell’ultimo mezzo secolo, cioè nel periodo in cui il progresso tecnologico ha fatto registrare la massima accelerazione nella storia dell’umanità, la forza-lavoro italiana è aumentata da 17 milioni di persone a 24, nonostante che il numero complessivo degli italiani sia diminuito. La realtà è che il progresso tecnologico “si mangia” sempre dei mestieri umani, ma ne fa anche nascere sempre dei nuovi, oppure allarga la possibilità di svolgere i vecchi. E sarà sempre abbondantissima la domanda di lavoro umano nei settori della ricerca in tutti i campi, della salute, della sicurezza, dell’insegnamento, della cura e assistenza delle persone, dell’intrattenimento e in molti altri.

Del resto oggi, in Italia, in tutti i settori e a tutti i livelli professionali, nonostante gli episodi come questo della InvestCloud di Venezia, la maggior parte delle aziende incontra grave difficoltà a trovare le persone di cui esse avrebbero bisogno: quasi in un caso su due i posti restano a lungo scoperti per carenza di persone disponibili e dotate delle capacità necessarie.

Detto questo, i problemi veri , per quel che riguarda il mercato del lavoro, sono due. Innanzitutto, i nuovi lavori non nascono necessariamente dove sono scomparsi i vecchi. Inoltre, per rendere i nuovi lavori accessibili occorrono servizi sempre più sofisticati di informazione, formazione mirata (e monitorata nella sua efficacia), assistenza alla mobilità geografica e professionale delle persone. E in questo campo, cioè  in quello delle “politiche attive del lavoro”, che consistono nel creare percorsi efficaci per porre le persone in grado di proporsi alle aziende dove il loro lavoro è richiesto, l’Italia è molto indietro rispetto ai Paesi del Centro e Nord-Europa.

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