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DESTRA, SINISTRA E I RIFLESSI SULL’EUROPA

Oggi in Italia e negli altri Paesi dell’Europa occidentale il crinale destra/sinistra è intersecato ortogonalmente da quello che divide i sovranisti dai fautori di una accelerazione dell’integrazione europea – Finché il sistema politico non ne prenderà atto anche gli elettori resteranno disorientati

 

Editoriale del prof. Sergio Fabbrini pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 Ore il 7 giugno 2026 – Tutti gli interventi, miei e di altri Autori, sullo stesso tema sono facilmente accessibili per mezzo del portale su Il nuovo spartiacque della politica mondiale [1]  

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il prof. Sergio Fabbrini

Il sistema partitico italiano è in strutturale disequilibrio, sia sulla destra che sulla sinistra (uso questi termini in senso spaziale). Un nuovo partito si è formato sulla destra, esponenti politici di rilievo hanno messo in discussione le appartenenze partitiche sulla sinistra. Il fenomeno non è solamente italiano. Altre democrazie consolidate stanno sperimentando instabilità e frammentazione. Vale la pena di capire quali siano le cause strutturali di tale squilibrio politico.

I partiti sono stati stabili fino quando hanno rappresentato divisioni permanenti della società. Studiosi come Stein Rokkan, Arend Lijphart e Giovani Sartori hanno elaborato il concetto di frattura (cleavage) per spiegare il loro ruolo storico. Il compito dei partiti è stato quello di dare rappresentanza a sezioni distinte delle società nazionali, generalmente caratterizzate da divisioni di classe e (in alcuni casi) di religione. La divisione tra destra e sinistra è stata quella più rilevante, in società nazionali che hanno conosciuto i processi di industrializzazione e urbanizzazione. Tuttavia, le cose sono cambiate dalla fine della Guerra Fredda. Le società sono divenute “liquide” (Zigmunt Bauman), le classi sociali si sono internamente disaggregate, la condizione materiale non ha più condizionato gli orientamenti elettorali. La divisione tra destra e sinistra ha registrato una trasformazione interna, ma è rimasta un mito da alimentare per i rispettivi gruppi dirigenti. Più incerta è divenuta la collocazione sociale degli attuali partiti, più forte è stata la spinta dei loro gruppi dirigenti a definirsi in termini identitari. La sinistra italiana costituisce un esempio eclatante di ciò. Se si considera il cosiddetto Campo largo (AVS, Cinque Stelle e Pd), la sua aggregazione è il risultato di quel mito (non già di un programma). Un mito giustificato interamente dalla politica interna. Ci si aggrega sulla base di rivendicazioni sociali (raramente sulla base di un programma economico) derivate da una lettura nazionale dei problemi della società e del mercato. La politica europea (confinata nella politica estera) è secondaria.

Ma le cose non stanno così. Una nuova divisione (cleavage) si è affermata, quella tra chi vuole difendere la sovranità nazionale e chi promuovere l’Europa integrata. Una frattura che si intreccia con quella precedente, tra sinistra e destra, così da cambiarne la forma. La politica europea non è politica estera, ma un’altra faccia della politica nazionale. E sulla politica europea il Campo largo ha poco che ne giustifichi l’aggregazione. Non c’è consenso sul sostegno militare e finanziario dell’Ucraina, persino sull’interpretazione delle cause dell’aggressione russa ad essa. Eppure, l’indipendenza dell’Ucraina è una condizione dell’indipendenza europea. Tra simpatie per Putin (considerato un eroe antiimperialista) e fondamentalismi pacifisti (se l’Ucraina disarmasse, la guerra finirebbe), il Campo largo è un campionario di ambiguità e inconsistenze. La segretaria del suo maggiore partito (il Pd) non è mai andata a Kiev, per portare solidarietà ad un popolo aggredito, per non disturbare i suoi alleati. Nel febbraio scorso, AVS e Cinque Stelle (con non poche simpatie tra i parlamentari del Pd) hanno votato contro l’aiuto finanziario all’Ucraina da parte del nostro Paese, come se un’Ucraina indebolita fosse la condizione per giungere ad un accordo di pace con Putin. E lo stesso è avvenuto nel Parlamento europeo. Ma anche sulla difesa europea, il Campo largo balbetta. Come se non ci fosse Trump alla Casa Bianca, viene sostenuto che i fondi pubblici dovrebbero essere utilizzati per spese sociali e non militari. Così, si trasferisce ad altri il compito di provvedere alla nostra sicurezza, ieri l’America e oggi (magari) la Germania. Ma nessuno ci protegge gratis. La questione non è “se difendersi oppure no” ma è “come difendersi”. Il programma “Readiness 2030” pone (giustificatamente) il tema della difesa ai primi posti dell’agenda europea, ma affronta quel tema in modo (ingiustificatamente) sbagliato. Quel programma incentiva la nazionalizzazione delle difese, con l’esito di creare gerarchie tra stati membri, per via dei loro differenti margini fiscali da utilizzare per gli investimenti. Così, il Campo largo è assente dalla discussione sulle politiche industriali per sostenere la difesa e, più generalmente, per favorire un salto di qualità europeo nelle nuove tecnologie, finora monopolizzate da America e Cina. Il Campo largo non c’è nel dibattito sull’indipendenza energetica europea, se non per ripetere la sua ostilità di principio all’energia nucleare. Se esso vuole combattere le diseguaglianze sociali, come è giusto che faccia, non può pensare di farlo con “il socialismo in un solo Paese”. L’Europa non è là, ma è qui.

Insomma, le fratture sociali non sono più quelle del secolo scorso. La frattura europea si è intersecata con quella tra destra e sinistra, dividendo le forze politiche e le coalizioni al loro interno. Fino a quando la destra e la sinistra non avranno interiorizzato l’interdipendenza tra politica europea e nazionale, fino a quando non riconosceranno che, sulle grandi questioni, la soluzione va costruita a Bruxelles prima che a Roma, fino a quando non avranno dato vita ad organizzazioni capaci di accomodare la complessità dell’interdipendenza al loro interno, il sistema partitico continuerà ad essere in disequilibrio, indebolendo la nostra democrazia.

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