
{"id":13556,"date":"2011-03-05T22:48:55","date_gmt":"2011-03-05T21:48:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=13556"},"modified":"2011-03-21T11:09:06","modified_gmt":"2011-03-21T10:09:06","slug":"riformare-le-relazioni-industriali-etsi-marchionne-non-daretur","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=13556","title":{"rendered":"RIFORMARE LE RELAZIONI INDUSTRIALI ETSI MARCHIONNE NON DARETUR"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">L&#8217;APERTURA AGLI INVESTIMENTI STRANIERI COSTITUISCE L&#8217;UNICA POSSIBILITA&#8217; PER RILANCIARE LO SVILUPPO ECONOMICO DEL NOSTRO PAESE &#8211; PER QUESTO I SINDACATI DOVREBBERO ESSERE I PRIMI AD OCCUPARSI DEL RECUPERO DI QUESTO FLUSSO DI INVESTIMENTI, OPERANDO COME INTELLIGENZA COLLETTIVA DEI LAVORATORI NELLA VALUTAZIONE DEI NUOVI PIANI INDUSTRIALI<\/span><\/p>\n<p><em>Editoriale pubblicato sulla rivista <\/em>Atlantide, <em>marzo 2011<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Se fossimo un Paese normale, non ci sarebbe niente di drammatico nel fatto che in una grande fabbrica come la Fiat ci siano alcuni lavoratori che si pronunciano a favore del \u201cno\u201d al piano industriale dell\u2019Amministratore delegato e altri che si pronunciano a favore del \u201cs\u00ec\u201d. Si tratta del \u201cs\u00ec\u201d e del \u201cno\u201d a un accordo sindacale; e in un Paese normale la politica si guarderebbe bene dal mettere il becco nelle scelte relative alla stipulazione di un contratto collettivo. In quel Paese normale ci sarebbe una parte dei lavoratori che, valutati i sacrifici richiesti dall\u2019accordo inferiori al beneficio di quattro anni di lavoro assicurato con buone prospettive di sviluppo, e ritenendo che tutto sommato Sergio Marchionne fin qui abbia dato buona prova di s\u00e9 come imprenditore, decide di votare \u201cs\u00ec\u201d; un\u2019altra parte che invece decide di votare \u201cno\u201d, ritenendo che i sacrifici superino i benefici, oppure ritenendo inaffidabile un imprenditore che preannuncia \u201cfesteggiamenti a Detroit\u201d in caso di bocciatura dell\u2019accordo, oppure ancora ritenendo incompatibili con un\u2019equa ripartizione dei frutti della scommessa comune la facolt\u00e0 di recesso anche in corso d\u2019opera e i compensi milionari che l\u2019Amministratore delegato riserva personalmente a s\u00e9 stesso indipendentemente dai risultati. Entrambe le scelte sono pienamente ragionevoli; e dovrebbe essere ovvio il pieno diritto di cittadinanza, in seno al movimento sindacale, per i sostenitori dell\u2019una, come dell\u2019altra.<br \/>\nIl fatto che, invece, il \u201cs\u00ec\u201d e il \u201cno\u201d di Mirafiori assumano una valenza politica tale da monopolizzare il dibattito sui media per diverse settimane e suscitare tensioni fortissime negli stabilimenti interessati \u00e8 l\u2019effetto di una circostanza assai infelice che caratterizza oggi il nostro Paese: la sua drammatica chiusura agli investimenti stranieri. Il problema \u00e8 questo: da quindici anni, nonostante il nostro ingresso nel sistema dell\u2019euro, nessuna altra grande multinazionale \u00e8 venuta a investire in casa nostra. Con la conseguenza che oggi, di fronte all\u2019aut aut dell\u2019Amministratore delegato della Fiat, i lavoratori sono totalmente privi di alternative. Questo essendo il problema, ci\u00f2 su cui la politica nazionale dovrebbe pronunciarsi in modo chiaro e netto non \u00e8 tanto il \u201cs\u00ec\u201d o il \u201cno\u201d al piano industriale di Marchionne, quanto la diagnosi circa questa malattia mortale del Paese e la terapia necessaria per guarirla.<br \/>\nInsomma, al centro del dibattito nazionale non dovrebbe esserci Marchionne e il suo piano per la Fiat, ma gli altri 29 Marchionne di cui nessuno parla (poi vediamo perch\u00e9 proprio 29): tutte le grandi multinazionali che potrebbero investire nel nostro Paese e non lo fanno. Le questioni sollevate dalla vicenda Fiat andrebbero discusse come se la vicenda Fiat fosse gi\u00e0 risolta, in un senso o nell\u2019altro, o non si fosse mai posta; dovremmo discuterne pensando a tutto il resto del Paese\u2026 <em>etsi Marchionne non daretur<\/em>.<br \/>\nLa questione \u00e8 di vitale importanza, perch\u00e9, per un verso, l\u2019Italia nei prossimi cinque anni deve trovare almeno 40 miliardi ogni anno per adempiere l\u2019obbligo comunitario di ridurre drasticamente il proprio debito pubblico e liberarsi della zavorra pesantissima che da un quarto di secolo ormai frena il suo sviluppo. Sar\u00e0 un miracolo riuscire a trovarli, attingendo in modo equilibrato a riduzioni di spesa, dismissioni di patrimonio pubblico e \u2013 forse \u2013 anche un\u2019imposta patrimoniale straordinaria; ma il rischio gravissimo sar\u00e0 di strangolare, con questa manovra, la nostra economia. Per altro verso, l\u2019unica fonte di risorse per rilanciare lo sviluppo economico del Paese pu\u00f2 essere costituita dall\u2019apertura agli investimenti stranieri. Su questo terreno i dati disponibili ci mostrano l\u2019Italia penultima della classe in Europa, per capacit\u00e0 di intercettare gli investimenti nel mercato globale dei capitali (dietro di noi c\u2019\u00e8 solo la Grecia); e gli stessi dati ci dicono che, se in quella graduatoria l\u2019Italia riuscisse a recuperare il distacco che la separa da un Paese europeo mediano, come l\u2019Olanda, questo le consentirebbe di avere ogni anno un maggior flusso di investimenti stranieri pari al 3,6 per cento del suo Pil: cio\u00e8 pari a quasi 60 miliardi all\u2019anno (ecco perch\u00e9 parlo degli altri 29 Marchionne: se lui ci propone, per i prossimi dieci anni, 2 miliardi di investimento ogni anno, dobbiamo porci il problema degli altri 29 investimenti analoghi a questo che restano ogni anno fuori dal nostro Paese e che dovremmo invece essere capaci di tirare in casa nostra).<br \/>\nFino a un anno fa, a chi avvertiva che un contributo determinante alla chiusura dell\u2019Italia \u00e8 dato dal nostro sistema vischioso e inconcludente delle relazioni industriali, l\u2019obiezione usuale era quella \u201cbenaltrista\u201d: le \u201cvere cause\u201d della chiusura sono i difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, i servizi alle imprese troppo cari per mancanza di concorrenza nei rispettivi mercati, la criminalit\u00e0 organizzata. In questa obiezione c\u2019era e c\u2019\u00e8 sicuramente molto di vero. Ora, per\u00f2, la vicenda Fiat ci dice una cosa diversa: Marchionne non indica come questione cruciale da risolvere per dar corso al suo piano industriale n\u00e9 la nostra burocrazia pubblica, n\u00e9 le nostre infrastrutture difettose, n\u00e9 la criminalit\u00e0 diffusa, bens\u00ec la questione dell\u2019effettivit\u00e0 ed efficacia del contratto aziendale nei confronti di tutti i lavoratori interessati, in un ordinamento come il nostro che questa effettivit\u00e0 ed efficacia oggi non \u00e8 in grado di assicurare. Non \u00e8 in grado di assicurarle per due gravi lacune delle regole: in materia di rapporti tra contratti collettivi nazionali e aziendali \u2013 la questione dei requisiti e dei limiti per la derogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale e in materia di efficacia della clausola di tregua, cio\u00e8 dell\u2019impegno a non scioperare contro il contratto.<br \/>\nAncora oggi sono in molti ad affannarsi a dire che i veri ostacoli agli investimenti stranieri sono tutt\u2019altri. Ci saranno certamente anche gli altri, ma nel caso Fiat la questione critica \u00e8 questa: un sistema delle relazioni industriali vischioso e inconcludente, nel quale \u00e8 difficile negoziare un piano industriale che si discosti dal modello-standard delineato (magari quarant\u2019anni fa) dal contratto collettivo nazionale di settore; e anche quando si \u00e8 riusciti a negoziarlo non si \u00e8 affatto sicuri che esso possa davvero funzionare. \u00c8 molto ragionevole ritenere che questi stessi ostacoli, magari in modo meno evidente di quanto si osserva nel caso Fiat, svolgano un ruolo importante anche nel chiudere l\u2019Italia ai piani industriali di altre grandi multinazionali che potrebbero altrimenti essere interessate a investire da noi.<br \/>\n\u00c8 dunque di vitale importanza che affrontiamo questa questione, non tanto per i due miliardi di investimenti all\u2019anno per 10 anni che ci propone Marchionne, ma per recuperare alla crescita del Paese quei 60 miliardi di investimenti che ogni anno mancano all\u2019appello e che invece potremmo tirare in casa nostra se il nostro Paese funzionasse come l\u2019Olanda. Investimenti che ci porterebbero non soltanto domanda di lavoro aggiuntiva, con il conseguente aumento delle retribuzioni, ma anche innovazione tecnologica e organizzativa, che significa aumento di produttivit\u00e0, la quale \u00e8 a sua volta la condizione essenziale per un ulteriore miglioramento delle condizioni di lavoro.<br \/>\nDovrebbero essere per primi i sindacati a occuparsi del recupero di questo flusso di investimenti a cui noi oggi sistematicamente ci chiudiamo: perch\u00e9 per i lavoratori non c\u2019\u00e8 protezione pi\u00f9 efficace \u2013 n\u00e9 di fonte legislativa, n\u00e9 di fonte collettiva \u2013 di quella che \u00e8 offerta da un mercato del lavoro che offre a tutti un\u2019ampia possibilit\u00e0 di scelta tra aziende diverse, quindi la possibilit\u00e0 di sbattere la porta in faccia al datore di lavoro che li tratta male, o meno bene di altri, avendo a disposizione molte alternative.<br \/>\nLa vicenda Fiat \u00e8 stata decisa dal referendum di Mirafiori; ma quest\u2019altra questione trenta volte pi\u00f9 importante resta apertissima. E su questo terreno \u2013 molto pi\u00f9 che sul \u201cs\u00ec\u201d o sul \u201cno\u201d a Mirafiori \u2013 la politica nazionale e per primo il Governo non possono esimersi dal dire chiaro ci\u00f2 che propongono. Fino a oggi il Governo non lo ha fatto con la chiarezza e la tempestivit\u00e0 che sarebbero state necessarie.<br \/>\nIl Governo deve dire ci\u00f2 che pensa, innanzitutto, circa il rapporto tra contratto nazionale e contratti aziendali nello stesso settore. Su questo tema difficile e delicato abbiamo assistito negli ultimi mesi a un vero e proprio fuoco di sbarramento da quella parte del movimento sindacale e della sinistra politica che vede nella regola della rigida inderogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale una garanzia di protezione dei \u201cdiritti fondamentali\u201d dei lavoratori. La difesa dei \u201cdiritti fondamentali\u201d \u00e8 stata invocata anche in riferimento specifico agli accordi di Pomigliano e di Mirafiori; ma, a ben vedere, il motivo vero dell\u2019opposizione a quegli accordi non \u00e8 costituito dal contenuto delle deroghe in essi contenute al contratto collettivo nazionale: ci\u00f2 che preoccupa la sinistra sindacale e politica \u00e8 che con l\u2019ammettere la derogabilit\u00e0 del contratto nazionale ci si collochi su di un piano inclinato, dove \u201csi sa dove si comincia ma non si sa dove si va a finire\u201d. Noi, per\u00f2, sappiamo benissimo dove l\u2019Italia va a finire se resta ferma, se non ricomincia a crescere; sappiamo anche che per tornare a crescere occorre che il nostro Paese si apra all\u2019innovazione nel processo produttivo; e che l\u2019innovazione \u2013 direi quasi \u201cper definizione\u201d \u2013 non si presenta quasi mai come fenomeno che investe un intero settore produttivo, bens\u00ec come esperimento che interessa una singola azienda e solo in un secondo tempo si estende alle altre. Se dunque, in materia di organizzazione del lavoro, struttura delle retribuzioni, distribuzione degli orari, inquadramento professionale, conserviamo la vecchia regola di rigida inderogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale di settore, il risultato \u00e8 una chiusura del sistema all\u2019innovazione in tutti questi campi. Certo, non c\u2019\u00e8 soltanto l\u2019innovazione buona: c\u2019\u00e8 anche quella cattiva; ma non possiamo, per paura dell\u2019innovazione cattiva chiuderci anche a quella buona. E per aprirci all\u2019innovazione buona abbiamo bisogno di un sindacato che sappia operare come intelligenza collettiva dei lavoratori nella valutazione dei piani industriali e, se la valutazione \u00e8 positiva, sappia guidare i lavoratori nella scommessa comune con gli imprenditori su quei piani. A questa idea di sindacato si ispira la riforma del diritto sindacale proposta nel<a title=\"Ddl 1872\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4987\" target=\"_blank\"> disegno di legge n. 1872 <\/a>presentato da 55 senatori democratici nel 2009 \u2013 ben prima che si aprisse la vertenza Fiat \u2013 e a cui si ispira una bozza di \u201cavviso comune\u201d al Governo, ora all\u2019esame delle parti sociali come base per la soluzione legislativa del problema.<br \/>\nIl Governo deve dire chiaramente ci\u00f2 che pensa, poi, sulla questione che viene comunemente indicata con l\u2019espressione un po\u2019 sindacalese \u201cesigibilit\u00e0 del contratto\u201d, ma che \u00e8 pi\u00f9 chiaro indicare con l\u2019espressione \u201cvalidit\u00e0 ed efficacia della clausola di tregua\u201d, cio\u00e8 dell\u2019impegno contenuto nell\u2019accordo sindacale a non scioperare contro l\u2019accordo stesso finch\u00e9 esso \u00e8 in vigore. Oggi in quasi tutti i Paesi dell\u2019occidente industrializzato \u00e8 pacifico che la clausola di tregua contenuta in un contratto collettivo vincoli tutti i lavoratori cui il contratto stesso si applica. Da noi questa regola \u00e8 stata introdotta, vent\u2019anni fa, soltanto in riferimento ai servizi pubblici essenziali, mentre per tutti gli altri settori su questa materia \u00e8 rimasta una lacuna legislativa; ora la vicenda Fiat mostra come sia necessario che questa lacuna venga colmata, perch\u00e9 sia garantita l\u2019effettivit\u00e0 dei contratti collettivi. Non soltanto nell\u2019interesse dell\u2019impresa, ma anche nell\u2019interesse dello stesso sindacato e dei lavoratori che esso rappresenta: perch\u00e9 un sindacato che al tavolo delle trattative non pu\u00f2 spendere la moneta di scambio di un impegno credibile di tregua \u00e8 un sindacato privo di potere contrattuale.<br \/>\nL\u2019iniziativa per un sistema delle relazioni industriali pi\u00f9 aperto ed efficiente deve dunque avere tra i suoi punti fondamentali la riforma non solo delle regole in materia di rappresentanza nei luoghi di lavoro, ma anche delle regole sulla contrattazione collettiva, ivi compresa la materia della clausola di tregua, perch\u00e9 ne risultino definiti in modo chiaro sia il diritto della coalizione sindacale maggioritaria a negoziare contratti con efficacia vincolante nei confronti di tutti i lavoratori interessati, sia il diritto del sindacato minoritario alla rappresentanza riconosciuta in azienda, anche quando esso ritenga di non dover sottoscrivere il contratto.<br \/>\nOccorre, infine, operare con decisione per l\u2019ampliamento degli spazi di partecipazione dei lavoratori nell\u2019impresa. Va ribadito in proposito che la sede ideale per la partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche \u00e8 l\u2019accordo aziendale sul piano industriale; ma questo non toglie che sia necessario un intervento legislativo per consentire e potenziare tutte le altre possibili forme di trasparenza della gestione, di informazione e controllo sull\u2019andamento della scommessa comune tra lavoratori e imprenditore. A questo tende il testo unificato dei disegni di legge sulla &#8220;partecipazione&#8221; che giace ormai da quasi due anni alla Commissione Lavoro del Senato, nonostante che sia stato raggiunto in proposito un accordo informale tra maggioranza e opposizione.<br \/>\nSu questi temi mi sembra che l\u2019elaborazione e il dibattito di questi ultimi due anni abbiano creato le condizioni perch\u00e9 si compia un rilevante passo avanti: \u00e8 ora che tutto questo si traduca in una svolta nel sistema italiano delle relazioni industriali. Se, per ragioni contingenti, l\u2019accordo interconfederale non arriva, \u00e8 indispensabile un intervento legislativo che, in via sussidiaria e provvisoria, detti le regole di cui il sistema ha vitale necessit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;APERTURA AGLI INVESTIMENTI STRANIERI COSTITUISCE L&#8217;UNICA POSSIBILITA&#8217; PER RILANCIARE LO SVILUPPO ECONOMICO DEL NOSTRO PAESE &#8211; PER QUESTO I SINDACATI DOVREBBERO ESSERE I PRIMI AD OCCUPARSI DEL RECUPERO DI QUESTO FLUSSO DI INVESTIMENTI, OPERANDO COME INTELLIGENZA COLLETTIVA DEI LAVORATORI NELLA VALUTAZIONE DEI NUOVI PIANI INDUSTRIALI Editoriale pubblicato sulla rivista Atlantide, marzo 2011<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-13556","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/13556","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=13556"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/13556\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=13556"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=13556"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=13556"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}