
{"id":15778,"date":"2011-07-09T16:43:10","date_gmt":"2011-07-09T15:43:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=15778"},"modified":"2011-07-10T23:20:46","modified_gmt":"2011-07-10T22:20:46","slug":"tavola-rotonda-alleva-fassina-ichino-sulle-misure-utili-e-possibili-contro-il-precariato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=15778","title":{"rendered":"TAVOLA ROTONDA ALLEVA-FASSINA-ICHINO: DIALOGO A SINISTRA SULLE MISURE UTILI E POSSIBILI CONTRO IL PRECARIATO"},"content":{"rendered":"<p style=\"padding-left: 30px;\"><span style=\"color: #993300;\">UNA DISCUSSIONE SERRATA\u00a0CON IL DIRETTORE DELLA &#8220;RIVISTA GIURIDICA DEL LAVORO&#8221;, ORGANO DELLA CGIL, E IL RESPONSABILE PER L&#8217;ECONOMIA DEL PARTITO DEMOCRATICO SUL MODO MIGLIORE PER SUPERARE IL DUALISMO DEL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO<\/span><\/p>\n<p><em>Tavola rotonda con la partecipazione di <strong>Nanni Alleva<\/strong>, <strong>Stefano Fassina <\/strong>e <strong>Pietro Ichino<\/strong>,\u00a0svoltasi il 19 maggio 2011 e\u00a0pubblicata sul numero di giugno del mensile <\/em>Micromega &#8211; <em>In una nota redazionale alla fine del documento ho aggiunto <strong>alcuni dati statistici sul dualismo del mercato del lavoro italiano<\/strong><\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Ce l\u2019avevano presentata come la panacea di tutti i mali legati all\u2019alta disoccupazione del mondo giovanile (e alla disoccupazione tout court). Ci avevano detto che questo era il modo davvero \u2018al passo con i tempi\u2019 per cavalcare l\u2019onda di una economia sempre pi\u00f9 dinamica e innovativa.<br \/>\nOra che la promessa della \u2018flessibilit\u00e0 creativa\u2019 si \u00e8 tradotta nell\u2019inferno della \u2018precariet\u00e0 infinita\u2019 come uscirne? Come riformare il mercato del lavoro italiano conciliando sicurezza, diritti e competitivit\u00e0?<\/p>\n<p><strong>Pietro Ichino <\/strong>&#8211;\u00a0Il tema del nostro dibattito \u00e8 \u00abCome uscire dalla precariet\u00e0?\u00bb. Prima di rispondere a questa domanda e di proporre una terapia, occorre una diagnosi. Se da vent\u2019anni ormai la sinistra su questo terreno non cava un ragno dal buco, \u00e8 perch\u00e9 le manca una buona rappresentazione della realt\u00e0 e una diagnosi della malattia. Il nostro diritto del lavoro nella sua configurazione piena \u2013 costituita dal libro quinto del codice civile integrato dallo Statuto dei lavoratori del 1970 \u2013 oggi di fatto si applica soltanto a circa una met\u00e0 dei lavoratori in posizione di dipendenza sostanziale dall\u2019azienda per cui lavorano. <strong>Per l\u2019altra met\u00e0 il diritto del lavoro \u00e8 applicato o in forma molto attenuata <\/strong>\u2013 con delle limitazioni significative, per esempio nelle piccole imprese fino a 15 dipendenti; o nel caso delle collaborazioni autonome continuative e dei lavoratori a progetto \u2013 <strong>oppure non si applica affatto<\/strong>, come nel caso delle partite iva fasulle. Esistono interi comparti dell\u2019economia italiana nei quali non si assume in forma regolare, cio\u00e8 con un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, pi\u00f9 di un lavoratore su dieci: ad esempio nell\u2019editoria, nei giornali, nelle case di cura, nell\u2019edilizia. Qualche giorno fa il segretario della Fillea Cgil di Modena [Federazione italiana dei lavoratori del legno, dell\u2019edilizia, delle industrie affini] ha denunciato il fatto che non si assumono pi\u00f9 muratori in forma regolare: li si assume tutti con partita iva.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ora, \u00e8 vero che questa \u00e8 una situazione di grave e diffusa illegalit\u00e0, che andrebbe corretta applicando la legge come si deve. Per\u00f2 si d\u00e0 il caso che i 2 mila ispettori del lavoro di cui disponiamo intervengano soltanto in un caso di abuso ogni 10 mila; e i lavoratori interessati denunciano l\u2019abuso, ricorrendo all\u2019autorit\u00e0 giudiziaria, soltanto in altri due casi ogni 10 mila. <strong>Oggi di fatto i datori di lavoro possono scegliere se applicare o no il diritto del lavoro<\/strong>; questo vuol dire che in una vasta zona del nostro tessuto produttivo il diritto del lavoro non c\u2019\u00e8 pi\u00f9.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dire che tutte queste violazioni della legge vanno superate semplicemente applicando la legge non basta: ispettori, avvocati e giudici di fatto riescono a intervenire in meno di un caso su mille. Possiamo invocare l\u2019applicazione pi\u00f9 rigorosa della legge, certo; ma le cose restano come sono: met\u00e0 del tessuto produttivo \u2013 e soprattutto la nuova generazione dei lavoratori \u2013 resta di fatto fuori dall\u2019area di applicazione rigorosa e integrale del diritto del lavoro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Stefano Fassina ha avanzato una proposta che \u00e8 stata fatta propria dal Partito democratico e che \u00e8 sostanzialmente incentrata sull\u2019aumento del costo del lavoro precario, per esempio attraverso il pareggiamento dei contributi previdenziali fra contratti \u00abatipici\u00bb e contratti tradizionali. Va benissimo, \u00e8 una proposta che &#8211; se riusciamo a escludere i veri lavoratori autonomi &#8211;\u00a0condivido. Ma certamente non basta a risolvere il problema, perch\u00e9 a determinare la \u00abfuga dal diritto del lavoro\u00bb non \u00e8 certo soltanto una modesta differenza di contribuzione previdenziale. <strong>\u00c8 la possibilit\u00e0 di non applicare la normativa in materia di licenziamento che costituisce un potente incentivo economico a ricorrere alla simulazione della collaborazione autonoma<\/strong> o comunque alla forma del lavoro precario da parte delle imprese.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Se vogliamo superare la situazione che ho descritto \u2013 ovvero l\u2019iniquo dualismo fra garantiti e non garantiti \u2013 dobbiamo innanzitutto ridefinire la linea di confine fra l\u2019area in cui il diritto del lavoro si applica e quella in cui non si applica, in modo che non occorrano avvocati, magistrati e ispettori per garantire l\u2019effettivit\u00e0 dell\u2019applicazione universale del diritto del lavoro. Come primo punto di una possibile riforma occorre dunque individuare i requisiti della fattispecie di riferimento, cio\u00e8 le condizioni per l\u2019applicazione del diritto del lavoro, in modo che esse siano individuabili facilmente, immediatamente: per esempio, in modo che esse siano rilevabili direttamente dai tabulati dell\u2019Inps o dell\u2019erario. Fatto questo, occorre disegnare un diritto del lavoro che sia realisticamente applicabile in modo universale in tutta l\u2019area cos\u00ec definita. Oggi, invece, abbiamo una linea di confine di difficile e incerta individuazione, e un diritto del lavoro che, nella sua interezza, non \u00e8 realisticamente suscettibile di applicarsi in modo universale, in tutta l\u2019area del lavoro dipendente. Se non affrontiamo con coraggio questi due nodi cruciali, ci terremo il dualismo del mercato ancora per decenni.<\/p>\n<p><strong>Stefano Fassina <\/strong>&#8211;\u00a0Innanzitutto vorrei fare una precisazione che \u00e8 importante anche da un punto di vista politico: noi tre che partecipiamo a questa discussione condividiamo un obiettivo di fondo, e cio\u00e8 che la precariet\u00e0 vada combattuta e superata. Certamente ci possono essere delle divergenze fra noi sulle \u00abanalisi teoriche\u00bb preliminari e sugli strumenti pi\u00f9 idonei a raggiungere l\u2019obiettivo. Ma il fine ci accomuna tutti. \u00c8 importante ribadirlo soprattutto di fronte all\u2019operato di un governo che in questi tre anni con il ministro Sacconi ha lavorato per aumentare la precariet\u00e0 del mercato del lavoro e far regredire i diritti dei lavoratori. Noi siamo spesso molto bravi a sottolineare le differenze che ci dividono all\u2019interno del campo del centro-sinistra, ma dobbiamo anche ricordarci delle cose che ci uniscono e che costituiscono le vere distinzioni di fondo rispetto all\u2019idea di societ\u00e0 coltivata dai nostri avversari politici.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Detto questo \u2013 e qui mi rendo conto di scontare il mio <em>background<\/em> da economista e non da giurista, che invece accomuna i miei due interlocutori \u2013 io <strong>credo che la questione dell\u2019occupazione, cio\u00e8 della quantit\u00e0 e della qualit\u00e0 dell\u2019occupazione, sia fondamentalmente una questione \u00abmacroeconomica\u00bb<\/strong> e non una questione \u00abmicroeconomica\u00bb come siamo stati abituati a pensare negli ultimi vent\u2019anni. Per questo motivo tendo ad attribuire meno rilevanza ai problemi della regolamentazione: non che li ritenga trascurabili, ma attribuisco loro una rilevanza, diciamo cos\u00ec, di \u00absecondo ordine\u00bb rispetto alla cornice macroeconomica.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Se noi guardiamo ai dati, l\u2019interpretazione del mercato del lavoro fondata sul famoso \u00abdualismo\u00bb \u2013 quella in sostanza appena accennata da Ichino \u2013 regge poco.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La devastante crisi che ci ha investito \u00e8 stata preceduta da un trentennio in cui il lavoro, in particolare il lavoro economicamente dipendente, al di l\u00e0 della configurazione giuridica che ha assunto, \u00e8 arretrato sia in termini di retribuzione, che in termini di diritti e di status sociale. I dati dell\u2019Ocse sull\u2019aumento della disuguaglianza nel mercato del lavoro \u2013 e non tra giovani e meno giovani, ma tra un 90 per cento di lavoratori normali e un 10 per cento in condizioni di reddito pi\u00f9 elevato \u2013 sono chiarissimi. In Italia abbiamo visto che dall\u2019inizio degli anni Novanta le retribuzioni reali della stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti, quelli che la letteratura scientifica considera \u00abgarantiti\u00bb, sono rimaste sostanzialmente ferme quando non sono addirittura regredite.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il punto fondamentale che dobbiamo comprendere \u00e8 che <strong>la precariet\u00e0 dei giovani \u00e8 la versione pi\u00f9 acuta di un malessere che ha riguardato <em>tutto<\/em> il mondo del lavoro<\/strong>. I giovani non sono altro che la punta dell\u2019iceberg di un fenomeno generale e strutturale: se noi non riusciamo a ridare dignit\u00e0 al lavoro nel suo complesso non riusciremo nemmeno a sanare quelle patologie sociali pi\u00f9 stridenti che al degrado del lavoro sono comunque legate.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019elemento della rigidit\u00e0 del mercato del lavoro e i connessi problemi della sua regolazione che tanta attenzione hanno ricevuto negli ultimi vent\u2019anni sono a mio avviso temi assolutamente \u00absovrastimati\u00bb. E infatti da un paio di anni la stessa Ocse, che aveva dedicato numerosi studi, e con grande enfasi, a questi argomenti, ha corretto decisamente il tiro. Se noi guardiamo ai dati relativi all\u2019Italia \u2013 continuo a insistere sulla necessit\u00e0 di rimanere ancorati ai dati \u2013 vediamo che c\u2019\u00e8 una concentrazione enorme di contratti precari nelle microimprese (quelle tra 1 e 5 dipendenti), le quali hanno una quota di questi contratti doppia e spesso tripla rispetto alle imprese sopra i 15 dipendenti che applicano l\u2019articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questi dati indicano chiaramente che <strong>il problema non \u00e8 la difficolt\u00e0 al licenziamento. Il problema \u00e8 il costo del lavoro, che \u00e8 enormemente pi\u00f9 basso nei contratti precari.<\/strong> Noi siamo uno dei pochissimi casi tra i paesi sviluppati che fa pagare <em>meno<\/em> il lavoro precario rispetto al lavoro stabile. Quindi questa \u00e8 la fotografia vera della realt\u00e0: lo ripeto, l\u2019interpretazione basata sul \u00abdualismo\u00bb non regge alla prova dei numeri e dei fatti.<\/p>\n<p><strong>Piergiovanni<\/strong> <strong>Alleva &#8211;<\/strong> La mia posizione forse potr\u00e0 sorprendere qualcuno, ma io sono convinto che il problema del precariato \u00e8 principalmente un problema di illegalit\u00e0 diffusa. In Italia il 70-80 per cento delle assunzioni avviene ormai con contratti precari \u2013 di vario tipo, ma tutti unificati dal fatto di essere contratti a termine \u2013 oppure sotto la forma di un finto rapporto autonomo. Sono tutti casi di illegalit\u00e0, perch\u00e9 non \u00e8 possibile che il 70-80 per cento delle occasioni di lavoro in un paese siano obiettivamente volatili e a termine.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La prima cosa della quale dobbiamo convincerci \u2013 o meglio della quale ci ha gi\u00e0 convinto l\u2019esperienza \u2013 \u00e8 la falsit\u00e0 della spiegazione del precariato che ci \u00e8 stata fornita in maniera acritica dai media. Secondo questa vulgata l\u2019economia moderna sarebbe un\u2019economia fatta di occasioni che compaiono e scompaiono, di opportunit\u00e0 volatili che bisogna sapere cogliere, di piccole nicchie di \u00aboccupabilit\u00e0 transeunte\u00bb; per cui il precariato sarebbe un destino ineludibile e le tutele sociali dovrebbero essere costruite <em>fuori<\/em> dal rapporto di lavoro. Sono tutte falsit\u00e0, come ben sanno tra l\u2019altro tutti gli avvocati del lavoro: a nessuno capita mai di impugnare un singolo contratto a termine o un contratto di somministrazione isolato; <strong>il precario \u00e8 sempre una persona che di rapporti precari ne ha collezionati moltissimi, e per lo pi\u00f9 sempre con la medesima azienda. Siamo ormai di fronte a un\u2019illegalit\u00e0 dichiarata, quasi ostentata.<\/strong><br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sotto casa mia c\u2019\u00e8 un\u2019agenzia di lavoro interinale. L\u2019altro giorno passandoci davanti ho visto un cartello relativo a una posizione di lavoro normalissima \u2013 se non ricordo male si trattava di un posto da banconiere \u2013 in cui si offriva un contratto a termine eventualmente trasformabile in un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Qui fin dal principio si dichiara candidamente che non si tratta di una occasione di lavoro temporanea, bens\u00ec di un posto normale per il quale si utilizza comunque un contratto a termine. E quel contratto lo si potr\u00e0 utilizzare una, due, tre, quattro volte fino a quando al datore di lavoro non verr\u00e0 voglia di assumere a tempo indeterminato.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Personalmente posso dire che nella mia attivit\u00e0 di avvocato non ho mai visto un contratto a termine, un contratto a progetto o un contratto di lavoro somministrato che non fosse impugnabile. \u00c8 quasi impossibile perdere una causa su questo, proprio perch\u00e9 si tratta di contratti nella quasi totalit\u00e0 dei casi <em>illegali<\/em>.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E perch\u00e9 si fanno allora? Per un motivo molto semplice: perch\u00e9 la moneta cattiva scaccia quella buona. La moneta cattiva \u00e8 costituita da quei contratti che danno un doppio vantaggio alla parte datoriale: minori costi sommati alla possibilit\u00e0 di mantenere in una condizione di paura, di sottomissione, di timore il lavoratore.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ichino dice che \u00e8 la libert\u00e0 di licenziare che fa scegliere i contratti precari ai datori di lavoro. Fassina dice che \u00e8 il forte risparmio contributivo e non solo contributivo. Sono entrambe interpretazioni molto parziali che non colgono l\u2019essenzialit\u00e0 del fenomeno.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Se prendiamo atto che non \u00e8 vero che l\u201980 per cento delle occasioni di lavoro nel nostro sistema economico sono obiettivamente temporanee e volatili (saranno in realt\u00e0 il 10 forse il 15 per cento), dobbiamo riconoscere che ci troviamo di fronte a <strong>un gigantesco problema di illegalit\u00e0<\/strong>.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E l\u2019illegalit\u00e0 come si pu\u00f2 combattere? Certamente non con il Collegato lavoro 2010 approvato dal governo, secondo il quale tutte le illegittimit\u00e0 di tutti i contratti precari passati sarebbero state automaticamente cancellate con un colpo di spugna (anche se con la mobilitazione che \u00e8 seguita all\u2019approvazione di quel provvedimento abbiamo ottenuto lo slittamento al 31 dicembre 2011 delle nuove regole sull\u2019impugnazione dei licenziamenti). La cosa peggiore della nuova legislazione \u00e8 che in futuro il lavoratore precario si trover\u00e0 nell\u2019impossibilit\u00e0 di ribellarsi, perch\u00e9 una norma assolutamente incostituzionale dice che il lavoratore precario avr\u00e0 60 giorni dalla fine del rapporto di lavoro per impugnarlo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 ovvio che<strong> <\/strong>il lavoratore precario a cui \u00e8 appena scaduto il contratto \u2013 a meno che il datore di lavoro non abbia espresso esplicitamente la volont\u00e0 di allontanarlo per sempre \u2013 vive nella speranza di ottenere un nuovo contratto. E dunque si guarda bene dal mandare entro 60 giorni una lettera di impugnazione. Questa \u00e8 una norma perfida che il governo di centro-destra ha emanato proprio contro i lavoratori precari!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Altra cosa: se un ispettore del lavoro va in un\u2019azienda e trova dei contratti a termine fasulli, pu\u00f2 fare qualcosa? Ce lo siamo mai chiesto? No, non pu\u00f2 fare assolutamente niente. Non ha nessun potere per dire: questo contratto \u00e8 a termine ma non c\u2019\u00e8 nessuna specifica esigenza che lo giustifichi, dovete trasformarlo a tempo indeterminato. L\u2019ispettore del lavoro \u00e8 semplicemente disarmato: ho fatto grande esperienza di questo fatto anche recentemente. Ecco un aspetto sul quale si potrebbe e si dovrebbe intervenire.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E ancora: <strong>la struttura dell\u2019occupazione di un\u2019impresa non \u00e8 conoscibile<\/strong>. A un centro per l\u2019impiego puoi chiedere quanti lavoratori a termine ha un\u2019impresa soltanto dimostrando qual \u00e8 l\u2019interesse processuale specifico nei termini della legge sulla trasparenza amministrativa. Rendere pubbliche queste informazioni gioverebbe in modo determinante per combattere e disincentivare le situazioni di illegalit\u00e0. Oggi c\u2019\u00e8 un segreto praticamente impenetrabile per lo stesso ispettorato e per i sindacati. Se ci fosse un\u2019anagrafe del lavoro veramente pubblica non credete che avrebbe un \u00abeffetto prevenzionistico\u00bb enorme? Pensate che i datori di lavoro assumerebbero l\u201980 per cento dei propri lavoratori con contratti a termine come fanno ora? Lo farebbero se sapessero che in ogni momento, con un semplice colpo di mouse sul computer, qualcuno \u2013 qualche \u00abantagonista sociale\u00bb di ogni tipo \u2013 pu\u00f2 verificare la struttura del lavoro nella sua azienda? E se tali anomalie potessero essere represse dall\u2019ispettorato?<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Io credo di no. C\u2019\u00e8 un problema grandissimo di illegalit\u00e0 e manca la volont\u00e0 politica di risolverlo. Non mancherebbero certo gli strumenti.<\/p>\n<p><strong>Ichino &#8211;<\/strong> Prima di tutto due brevi repliche a Stefano Fassina e a Nanni Alleva sulla parte \u00abdescrittiva\u00bb, sull\u2019analisi della situazione esistente. A Fassina dico: \u00e8 giustissimo rilevare che il mondo del lavoro dipendente \u00e8 stato investito da un peggioramento complessivo e generalizzato. Ma c\u2019\u00e8 anche un problema di grave disparit\u00e0 di trattamento in seno al lavoro dipendente. Basti considerare che gli 850 mila lavoratori che hanno perso il posto nel corso della grande crisi degli ultimi due anni sono quasi tutti collocati nell\u2019area dei lavori di \u00abserie B\u00bb (dipendenti di aziendine appaltatrici di piccole dimensioni), o \u00abdi serie C\u00bb (contratti a termine o \u00aba progetto\u00bb), o addirittura \u00abdi serie D\u00bb (partite iva fasulle, falsi stagisti e lavoro nero). Mentre i lavoratori collocati nella \u00abserie A\u00bb certo dalla crisi non hanno tratto benefici, ma nella stragrande maggioranza dei casi non hanno rischiato il posto pi\u00f9 di quanto lo rischiassero prima. C\u2019\u00e8 sempre l\u2019impresa che chiude e che licenzia anche i lavoratori stabili, ma questo non \u00e8 accaduto in misura molto superiore rispetto al passato: tutta la crisi si \u00e8 scaricata sulla met\u00e0 dei lavoratori non garantiti. Questi, poi, sono i lavoratori sui quali, proprio perch\u00e9 precari, non si investe in formazione, col risultato che restano professionalmente sempre pi\u00f9 deboli. Quanto alla notazione di Stefano\u00a0circa la maggiore concentrazione dei\u00a0lavoratori autonomi nelle imprese\u00a0con meno di 16 dipendenti rispetto a quelle della classe superiore, temo che qui ci sia una lettura\u00a0sbagliata dei dati, dovuto a un equivoco terminologico:\u00a0tra i 5.600 &#8220;lavoratori indipendenti&#8221; che l&#8217;Istat ascrive alle imprese con meno di\u00a016 dipendenti\u00a0<strong>c&#8217;\u00e8 una\u00a0met\u00e0 circa di &#8220;partite Iva&#8221; che l&#8217;Istat considera come aziende a s\u00e9 stanti\u00a0con un unico addetto,\u00a0ma sotto le quali si nascondono falsi lavoratori autonomi impiegati\u00a0in modo continuativo per un unico committente di dimensioni ovviamente maggiori <\/strong><em>[su questo punto rinvio alla nota redazionale (*) collocata alla fine del documento]<\/em>.\u00a0Un problema grave di dualismo c\u2019\u00e8 davvero; ed \u00e8 un problema che i giovani in particolare vivono sulla loro pelle in modo pesantissimo in questo periodo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Alleva, invece, denuncia un\u2019illegalit\u00e0 diffusa, falsamente giustificata da una pretesa volatilit\u00e0 del lavoro che nella maggior parte dei casi non ha ragion d\u2019essere; occorrerebbe dunque \u2013 dice Alleva \u2013 intervenire con strumenti giuridici e amministrativi, di carattere preventivo e repressivo, capaci di dare piena e reale attuazione al diritto del lavoro vigente. Ora, che parte del problema sia costituita da un\u2019illegalit\u00e0 diffusa che va contrastata con decisione, siamo d\u2019accordo. Ma non si pu\u00f2 chiudere gli occhi sul problema dell\u2019inadeguatezza della nostra legislazione, vecchia di quarant\u2019anni, rispetto a una realt\u00e0 che \u00e8 profondamente cambiata. Lo Statuto dei lavoratori \u00e8 stato scritto in un\u2019epoca in cui nelle aziende non solo non c\u2019erano ancora i computer e internet, ma non c\u2019erano neanche le fotocopiatrici e i fax. Era un\u2019epoca in cui era normale entrare in fabbrica a 16, 18, 20 anni e restarci per i successivi 40 facendo lo stesso lavoro, producendo lo stesso prodotto sempre nello stesso modo e nello stesso luogo. Il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate si misurava in decenni, cos\u00ec come in decenni si misurava la vita normale delle aziende. Oggi \u00e8 normale che un\u2019azienda abbia una vita inferiore ai dieci anni; e il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate si misura in mesi. In un quadro di questo genere bisogna incominciare a considerare normale che una persona nel corso della sua vita professionale si possa trovare a dover cambiare lavoro molto pi\u00f9 frequentemente di quanto non accadesse a un giovane che si affacciava sul mercato del lavoro quarant\u2019anni fa.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Se non affrontiamo questo <strong>problema di adeguamento della struttura delle tutele e delle protezioni a una realt\u00e0 radicalmente cambiata<\/strong>, il <em>gap<\/em> tra la legislazione vigente e le esigenze effettive del tessuto produttivo non pu\u00f2 che provocare tensioni e incongruenze che poi si traducono in deficit di effettivit\u00e0 della legge, alimentando quella illegalit\u00e0 diffusa che gi\u00e0 costituisce una non invidiabile caratteristica del nostro sistema.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Detto questo, su una cosa mi pare potremmo trovarci tutti d\u2019accordo: la necessit\u00e0 di definire la fattispecie di riferimento del diritto del lavoro, cio\u00e8 la sua area di applicazione, in modo da rendere pi\u00f9 facilmente \u00abimponibile\u00bb \u2013 <em>enforceable <\/em>direbbero gli anglosassoni \u2013 la disciplina che riteniamo debba essere applicabile a tutti. In un mio libro del 1996 [<em>Il lavoro e il mercato<\/em>, Mondadori] proponevo di <strong>individuare la figura di riferimento del diritto del lavoro nella \u00abdipendenza\u00bb, invece che nella \u00absubordinazione\u00bb<\/strong>. Questo per due motivi: innanzitutto perch\u00e9 la nozione di \u00abdipendenza\u00bb, pi\u00f9 ampia di quella di \u00absubordinazione\u00bb, corrisponde molto pi\u00f9 precisamente alla situazione nella quale vi \u00e8 necessit\u00e0 di correzione di uno squilibrio contrattuale tra le parti (il co.co.co. a basso reddito non ha minor bisogno di protezione di un lavoratore subordinato); inoltre perch\u00e9 gli elementi costitutivi della posizione di \u00abdipendenza\u00bb del lavoratore sono identificabili molto pi\u00f9 agevolmente e immediatamente di quelli della \u00absubordinazione\u00bb.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il secondo passaggio dovrebbe essere quello di <strong>mettersi d\u2019accordo su quale sia un ordinamento del lavoro veramente suscettibile di applicarsi in modo universale in tutta questa area pi\u00f9 ampia<\/strong>, che oggi comprende circa 18 milioni e mezzo di lavoratori, a fronte dei 14 milioni di \u00absubordinati\u00bb. A me non sembra che l\u2019ordinamento attuale, inteso nella sua interezza (libro quinto del codice civile pi\u00f9 Statuto dei lavoratori), sia realisticamente applicabile ai 18 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti italiani. E aggiungo che in linea teorica dovremmo ragionare non sui 18 milioni e mezzo attuali, ma sui 23 milioni di lavoratori dipendenti che potremmo e dovremmo avere in attivit\u00e0 nel nostro paese se la partecipazione al mercato del lavoro degli italiani fosse la stessa che c\u2019\u00e8 in un paese simile al nostro per dimensioni e per ricchezza come la Gran Bretagna. Dei 5 milioni che mancano all\u2019appello, quattro quinti sono donne. Ecco: dobbiamo pensare a un diritto del lavoro davvero capace di applicarsi in prospettiva a tutti questi 23 milioni di lavoratori, attuali e potenziali.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Davvero noi riteniamo che il nostro sistema reggerebbe a un\u2019estensione dell\u2019articolo 18 a tutta quest\u2019area, a questi 23 milioni, o anche solo ai 18 milioni di lavoratori dipendenti attualmente in attivit\u00e0? La mia risposta, ovviamente opinabilissima, \u00e8: no.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Detto questo, la mia proposta non \u00e8 di togliere l\u2019articolo 18 a chi oggi ce l\u2019ha, bens\u00ec di tirare una linea e stabilire che d\u2019ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro siano regolati secondo una nuova disciplina: una disciplina che possa <em>davvero<\/em> essere applicata a tutti.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Qual \u00e8 la disciplina che pu\u00f2 davvero assumere questo carattere di universalit\u00e0? Pensiamo a un rapporto di lavoro in cui sia garantita una tutela piena e forte, comprendente la reintegrazione nel posto di lavoro, contro i licenziamenti discriminatori e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati (cio\u00e8 quelli nei quali il datore di lavoro non sia in grado di dimostrare la mancanza grave commessa dal lavoratore); dove invece si tratti di licenziamento determinato esclusivamente da motivi economici od organizzativi (dunque, tutti i casi non di carattere disciplinari, nei quali il giudice non ravvisi la discriminazione), l\u2019idea \u00e8 quella di sostituire il controllo giudiziale del motivo con una costosa responsabilizzazione dell\u2019azienda per la sicurezza economica e professionale del lavoratore nel passaggio dalla vecchia alla nuova occupazione. In concreto: per tutti un\u2019indennit\u00e0 di licenziamento, pari a una mensilit\u00e0 per anno di anzianit\u00e0, e, per i lavoratori con almeno due anni di anzianit\u00e0 di servizio, un trattamento complementare di disoccupazione che porti il trattamento complessivo al 90 per cento dell\u2019ultima retribuzione per il primo anno; se entro questo primo anno la nuova occupazione non si trova, e il lavoratore ha tre anni di anzianit\u00e0 di servizio, indennit\u00e0 pari all\u201980 per cento per il secondo anno di disoccupazione; poi 70 per cento per l\u2019eventuale terzo anno di disoccupazione, per i lavoratori con anzianit\u00e0 di servizio maggiore. Il costo di questa sicurezza diventa automaticamente un disincentivo alle decisioni di licenziamento; ma anche un forte incentivo per l\u2019impresa ad attivare tutti i servizi di <em>outplacement<\/em> e di riqualificazione mirata, che possono servire per accorciare il periodo di disoccupazione. Questa disciplina dovrebbe essere applicata a tutti i lavoratori in una posizione di dipendenza economica, che propongo di individuare in questo modo: si considera lavoratore dipendente chiunque tragga da un rapporto di collaborazione continuativa con un\u2019azienda pi\u00f9 dei due terzi del proprio reddito, e ne tragga un reddito complessivo non superiore ai 40 mila euro (se uno guadagna in un anno pi\u00f9 di 40 mila euro evidentemente gode di una posizione di potere, di forza professionale e contrattuale, tale da rendere non necessaria la protezione piena del diritto del lavoro). Questi requisiti non pongono sottili questioni giuridiche per il loro accertamento: sono rilevabili direttamente dai tabulati dell\u2019Inps o dell\u2019erario.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In sintesi, per tradurre in uno slogan questa proposta di riforma, la si potrebbe sintetizzare cos\u00ec: d\u2019ora in poi <strong>tutti i nuovi assunti a tempo indeterminato<\/strong> (perch\u00e9 in questo quadro non si ammetterebbero pi\u00f9 le varie forme di lavoro precario che caratterizzano il mercato del lavoro attuale, eccezion fatta per le specifiche esigenze del lavoro stagionale, o di sostituzione per malattia eccetera), <strong>tutti con le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile<\/strong>. E un forte sostegno a chi perde il posto. In questo modo la flessibilit\u00e0 di cui il sistema ha bisogno \u00e8 ripartita su tutti e non grava soltanto sui \u00abparia\u00bb, sulla met\u00e0 degli \u00abesclusi\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Fassina &#8211;<\/strong> Ichino \u00e8 tornato sulle gravi disparit\u00e0 fra lavoratori nella situazione di crisi che stiamo attraversando. Vorrei ricordare \u2013 e sono dati Istat \u2013 che tra i circa 700 mila disoccupati in pi\u00f9 che si sono venuti a determinare dall\u2019inizio della crisi, 300 mila erano lavoratori con contratto a tempo indeterminato e a tempo pieno; in aggiunta abbiamo circa 450 mila lavoratori con contratto a tempo indeterminato e a tempo pieno (o comunque lavoratori equivalenti) che sono in cassa integrazione a zero ore. Dunque \u00e8 ovvio che la crisi si sia abbattuta con particolare violenza sui lavoratori precari e a tempo determinato, ma ha colpito pesantemente anche gli altri lavoratori.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non credo porti molto lontano metterci a stilare classifiche su chi \u00e8 pi\u00f9 sfigato tra gli sfigati!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il punto vero \u00e8 capire che cosa succede complessivamente, perch\u00e9 siamo in questa situazione drammatica dal punto di vista sociale. Altrimenti rischiamo di partire dalla coda e non dalla testa del problema. Mi permetto di insistere nuovamente, e con forza, sulla dimensione macroeconomica della questione: se l\u2019economia non cresce noi possiamo inventarci qualsiasi contratto di lavoro, abolire o viceversa estendere tutti gli articoli 18 che ci vengono in mente, insomma, fare tutto quello che vogliamo da un punto di vista giuridico, ma avremo comunque un lavoro sempre pi\u00f9 debole, sempre pi\u00f9 ricattabile, sempre pi\u00f9 precario.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>Se l\u2019Italia e l\u2019Europa non fanno politiche economiche espansive non c\u2019\u00e8 via d\u2019uscita al pantano<\/strong> nel quale siamo immersi. Le cose di cui stiamo discutendo intorno a questo tavolo c\u2019en\u00adtrano molto poco con la crescita. Oggi occorrerebbero innanzitutto serie politiche di sostegno alla domanda. Se quando discutiamo di disoccupazione e di precariet\u00e0 noi continuiamo a concentrare l\u2019attenzione sulle regole del mercato del lavoro, non facciamo alcun passo avanti, rischiamo anzi di seminare illusioni tanto fra i giovani quanto fra i meno giovani.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Mi rendo perfettamente conto che il mio \u00e8 un approccio molto distante dalla modalit\u00e0 alla quale ci hanno abituati ad affrontare la questione precariet\u00e0 negli ultimi anni. Ma io credo profondamente nella necessit\u00e0 di un \u00absalto di paradigma\u00bb. Senza crescita \u2013 senza politiche in grado di sostenerla \u2013 rischiamo di ridistribuire semplicemente un po\u2019 di disagio da quelli molto sfigati a quelli un poco meno sfigati.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Concretamente ci\u00f2 significa <strong>battersi perch\u00e9 a livello europeo sia varata una politica di investimenti infrastrutturali<\/strong>, cio\u00e8 una politica che non si limiti a sostenere la domanda facendo scavare le famose buche per poi riempirle di nuovo, ma che possa contribuire a innalzare le capacit\u00e0 produttiva del sistema economico continentale nel suo complesso. E poi occorrono massicci investimenti in ricerca, in innovazione e in formazione. Dunque una politica economica europea che abbandoni il tratto \u00abmercantilista\u00bb che ha assunto sotto l\u2019attuale guida dei governi di centro-destra e metta in campo strumenti adeguati alla gravit\u00e0 della situazione.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In Italia, poi, dobbiamo fronteggiare una situazione ancora pi\u00f9 complicata, perch\u00e9 noi crescevamo meno degli altri gi\u00e0 <em>prima<\/em> della crisi. Dobbiamo mettere in moto una batteria di riforme che aggredisca i nodi strutturali che soffocano la crescita da almeno un decennio; vanno riavviate le liberalizzazioni, va riformata la pubblica amministrazione, vanno sostenute le famiglie con servizi di welfare moderni (in grado anche di dare un impulso all\u2019occupazione femminile); va data piena attuazione a quella politica industriale che Pierluigi Bersani da ministro dello Sviluppo economico aveva cominciato a delineare nel 2006 e 2007 e che poi \u00e8 stata abbandonata dal governo successivo; va fatta una riforma fiscale che sposti il carico dal lavoro e dal reddito d\u2019impresa ai redditi da capitale e alla rendita, e che inoltre recuperi un po\u2019 di evasione fiscale, che in Italia \u00e8 ben superiore rispetto alla media dei paesi europei.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dobbiamo fare tutte queste cose, e farle in fretta, perch\u00e9 l\u2019alternativa \u00e8 quella di continuare ad andare lentamente a fondo. Poi non c\u2019\u00e8 dubbio che occorra riformare anche il mercato del lavoro. Su questo punto non sono d\u2019accordo con Alleva quando dice che abbiamo a che fare solamente con un problema di legalit\u00e0. Da questo punto di vista credo abbia ragione Ichino: le regole che andavano bene nel 1970 non possono andare bene nel mondo di oggi. Non sono d\u2019accordo che la direzione di marcia debba essere esattamente quella che suggeriva lo stesso Ichino, ma non c\u2019\u00e8 dubbio che le regole vadano cambiate. Ad esempio, non \u00e8 pi\u00f9 tollerabile il fatto che possano ricevere un\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione solo coloro che usufruivano di un contratto di lavoro dipendente: dobbiamo fare in modo che <em>tutti<\/em> siano tutelati dall\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione, a prescindere dalla tipologia contrattuale con la quale si era occupati; e voglio precisare che anche un lavoratore autonomo, anche un professionista dovrebbe godere dei medesimi diritti. La stessa cosa vale per la maternit\u00e0, le ferie, la malattia. E a maggior ragione per i diritti pensionistici, che nell\u2019attuale situazione sono distribuiti in modo estremamente iniquo e irrazionale.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ci vuole una revisione generale delle regole in direzione di un\u2019<strong>universalizzazione dei diritti<\/strong>. Ma tale revisione deve avvenire dentro una politica economica che conferisca una assoluta priorit\u00e0 allo sviluppo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Negli anni passati ci hanno letteralmente bombardato con la litania che dovevamo imitare modelli del mercato del lavoro molto pi\u00f9 efficienti e dinamici del nostro. Bene, andiamoli a vedere ora questi modelli di virt\u00f9: negli Stati Uniti oggi abbiamo una disoccupazione oltre il 10 per cento, in Spagna oltre il 20 per cento (con punte del 40 per cento per quanto riguarda quella giovanile), e cos\u00ec anche in Irlanda. Le regole del mercato del lavoro in questi paesi sono rimaste le stesse, non \u00e8 che all\u2019improvviso sono diventate pi\u00f9 rigide e hanno generato disoccupazione di massa. Ci\u00f2 che \u00e8 venuto meno \u00e8 stato il motore della crescita e dello sviluppo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Quali insegnamenti possiamo trarre da tali esperienze? Che se noi continuiamo a parlare di occupazione, di precariet\u00e0, di qualit\u00e0 del lavoro, concentrando l\u2019attenzione solo sul mercato del lavoro, non riusciamo a fare alcun passo avanti. Senza crescita, senza sviluppo, non andremo verso una societ\u00e0 del \u00abmeno ai padri e pi\u00f9 ai figli\u00bb come auspica Ichino, ma del \u00abmeno ai padri e meno ai figli\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Alleva &#8211;\u00a0<\/strong>Io vorrei evitare che la nostra conversazione si avviti sul \u00abgeneral-generico\u00bb, e tanto pi\u00f9 che incappiamo tutti in macroscopici errori metodologici.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Che l\u2019occupazione possa crescere in virt\u00f9 di opportune politiche economiche \u2013 fra cui la politica industriale e le altre cose citate da Fassina \u2013 \u00e8 un dato di fatto. Ma l\u2019occupazione pu\u00f2 crescere sia nella forma di una \u00abbuona occupazione\u00bb che nella forma di una \u00abcattiva occupazione\u00bb. Mettere in contrapposizione politiche per lo sviluppo e regolamentazione del mercato del lavoro rimanda a un approccio metodologico per me incomprensibile e che francamente rifiuto. Tutte e due le cose sono necessarie e si sostengono fra loro. A meno che non mi si dica \u2013 come del resto moltissimi dicono \u2013 che lo sviluppo economico deve passare per una diminuzione dei diritti, ovvero che la \u00abcattiva occupazione\u00bb fa crescere l\u2019occupazione nel suo complesso. Io penso che questo Fassina non lo possa condividere.<\/p>\n<p><strong>Fassina:<\/strong> No, infatti, non \u00e8 questa la mia posizione.<\/p>\n<p><strong>Alleva:<\/strong> E allora le linee di intervento devono essere due: sul fronte delle politiche per la crescita e sul fronte del mercato del lavoro. Quanto alla loro reciproca interazione dobbiamo chiederci: quali sono i rapporti di lavoro che aiutano lo sviluppo? Il rapporto di lavoro precario \u2013 fondato sulla paura e sulla disaffezione del lavoratore \u2013 migliora la sua produttivit\u00e0? Oppure \u00e8 il rapporto di lavoro stabile, fondato sulla fiducia e l\u2019investimento nel capitale umano, che contribuisce a formare lavoratori motivati ed efficienti? La risposta mi pare fin troppo ovvia. Oserei dire, per sintetizzare con una battuta, che basta vedere come si comportano i postini con un contratto trimestrale rispetto ai vecchi postini stabili: ti buttano le raccomandate nel cestino!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Passiamo ora all\u2019obiezione che ha mosso Ichino al mio ragionamento. Ichino in sostanza mi accusa di adottare una visuale angusta, incentrata esclusivamente su un approccio \u00ablegalista\u00bb e repressivo. Io voglio solamente che il problema della legalit\u00e0 sia valutato nel suo giusto peso. Dico semplicemente che il fenomeno del precariato dilagante sarebbe facilmente diminuito con l\u2019introduzione di tre misure molto semplici ed efficaci: 1) istituzione di <strong>un\u2019anagrafe pubblica del lavoro<\/strong>, grazie alla quale tutti possano venire a conoscenza dei tipi di rapporti presenti all\u2019interno di un\u2019impresa; 2) introduzione di <strong>strumenti che permettano all\u2019ispettorato e alle organizzazioni sindacali di intervenire<\/strong> nelle situazioni di palese illegalit\u00e0; 3) <strong>modifica della normativa<\/strong> che obbliga i lavoratori a impugnare questi rapporti entro 60 giorni dalla scadenza del contratto: il limite deve essere di 5 anni.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Facciamo queste tre cose \u2013 che per altro non costerebbero una lira \u2013 e vedrete se l\u2019anno prossimo le assunzioni a termine non cadranno dall\u201980 al 20 per cento!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Detto questo, io sono d\u2019accordo con Ichino \u2013 e non da oggi \u2013 sul fatto che occorre ridefinire la fattispecie di riferimento del diritto del lavoro, del rapporto di lavoro protetto. Sicuramente dobbiamo abbandonare cose antistoriche come il concetto di \u00abetero-direzione\u00bb quale essenza della subordinazione. Su questo siamo d\u2019accordo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La cosa sulla quale non riesco a seguire Ichino, e che anzi mi sorprende sentire da uno studioso molto serio come lui, \u00e8 la confusione tra giustificato motivo oggettivo e giustificato motivo soggettivo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gi\u00e0 oggi qualsiasi impresa che abbia anche la minima difficolt\u00e0 economica o voglia fare una qualsiasi riorganizzazione produttiva \u2013 anche di quelle pi\u00f9 odiose, a colpi di riduzioni di organico \u2013 non incontra alcun ostacolo nel licenziare. Dopo la torsione della giurisprudenza in senso neoliberista che \u00e8 intervenuta negli ultimi anni il licenziamento per motivo oggettivo, ossia economico-produttivo, \u00e8, di fatto, praticamente libero.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>Il famoso argomento secondo il quale l\u2019impresa sarebbe bloccata dall\u2019articolo 18 nel far fronte alle difficolt\u00e0 economico-produttive, \u00e8 una delle pi\u00f9 colossali bugie<\/strong> che esistano. Gli operatori economici, e con loro gli operatori giuridici, lo sanno perfettamente.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Voglio aggiungere che l\u2019articolo 18 \u00e8 una norma fondamentale per il lavoratore, perch\u00e9 \u00e8 il diritto che fonda tutti gli altri diritti. Il licenziamento per un motivo soggettivo, cio\u00e8 come punizione per un comportamento che non ha a che fare con le ragioni produttive, insomma, il licenziato come \u00abrappresaglia\u00bb, non pu\u00f2 e non deve essere consentito. Ecco perch\u00e9 l\u2019articolo 18 dovrebbe applicarsi a tutti, altro che farlo gradualmente scomparire! Ichino parte da un\u2019analisi condivisibile per arrivare a conclusioni del tutto opposte alle mie.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Quanto poi al licenziamento per motivi oggettivi, ossia economico-produttivi, esso ci conduce verso un altro tema cruciale: la riforma degli ammortizzatori e dello Stato sociale. Se un giudice accerta che un licenziamento non \u00e8 stato avviato per motivi discriminatori \u2013 non \u00e8 dunque un licenziamento disciplinare mascherato \u2013 l\u2019impresa dovrebbe ancora incontrare il limite della cassa integrazione: e cio\u00e8 non bisognerebbe permettergli di licenziare se il lavoratore non \u00e8 prima passato da questa fase. Ma allora \u00e8 evidente che la cassa dovrebbe essere estesa a tutti, non soltanto ai lavoratori impiegati nel settore industriale.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La proposta di Ichino si fonda su una nuova disciplina contrattuale che non prevede la protezione dell\u2019articolo 18. Ci\u00f2 significa di fatto istituzionalizzare il precariato: essere precari non significa solo avere un contratto a termine; <strong>un rapporto a tempo indeterminato liberamente risolvibile \u00e8 precario quanto e pi\u00f9 dei vari tipi di rapporto a termine<\/strong>. Basta andare a vedere quel che succedeva prima dell\u2019entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori. Prima di allora alle imprese non importava nulla di andarsi a inventare il contratto a progetto, il lavoro somministrato e il contratto a termine liberalizzato. Con l\u2019articolo 2118 del codice civile licenziavano quando volevano anche con contratti a tempo indeterminato.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Concludendo, \u00e8 vero che occorrono politiche economiche in grado di rilanciare lo sviluppo e l\u2019occupazione, ma non \u00e8 vero che il problema del mercato del lavoro viene dopo. Deve essere affrontato <em>insieme<\/em> allo sviluppo. \u00c8 la buona occupazione che aiuta lo sviluppo, non la cattiva.<\/p>\n<p><strong>Ichino &#8211;\u00a0<\/strong> Condivido pienamente l\u2019esigenza sottolineata da Fassina di una politica per la crescita. Sono diversi anni che il nostro paese \u2013 anche senza contare la recente crisi \u2013 cresce molto meno del resto dell\u2019Europa. Osservo per\u00f2 che allo stato attuale \u2013 con questa situazione delle finanze pubbliche \u2013 l\u2019unica leva di cui disponiamo per aumentare gli investimenti produttivi e quindi aumentare la domanda di lavoro e in particolare la domanda di buoni posti di lavoro, consiste nell\u2019apertura del sistema agli investimenti stranieri, rispetto ai quali l\u2019Italia \u00e8 invece oggi drammaticamente chiusa.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Se questo deve essere un nostro obiettivo non possiamo non chiederci <strong>perch\u00e9 l\u2019Italia riesce ad attrarre cos\u00ec pochi investimenti dall\u2019estero<\/strong>. C\u2019entra qualcosa il nostro diritto del lavoro? Sicuramente s\u00ec, come c\u2019entra il nostro sistema delle relazioni industriali (ma questo ultimo \u00e8 un tema che esula dall\u2019argomento della conversazione di oggi).<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Quando dico che il nostro diritto del lavoro influisce sulla scarsa attrattivit\u00e0 dell\u2019Italia non voglio dire che la chiusura agli investimenti esteri non sia dovuta anche e in larga misura ai difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche e delle infrastrutture, ai costi dei servizi alle imprese e dell\u2019energia, alla mancanza di una cultura diffusa delle regole e della legalit\u00e0. Sono tutte cose che incidono in modo considerevole. Gli operatori economici stranieri, per\u00f2, ci fanno notare anche che la nostra legislazione del lavoro \u00e8 <em>intraducibile<\/em> in inglese, che il nostro diritto del lavoro \u00e8 sotto molti aspetti incomprensibile, non consente una risposta a domande cruciali per qualsiasi investitore. Per esempio la domanda sul <em>severance cost<\/em>: quanto costa effettuare un aggiustamento industriale? Quali costi deve affrontare un\u2019impresa nel caso in cui debba ridurre il personale o chiudere uno stabilimento?<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 vero che negli ultimi anni \u00e8 intervenuto l\u2019orientamento giurisprudenziale pi\u00f9 \u00abliberista\u00bb, cui faceva cenno Alleva; ma basta incontrare anche una sola volta nell\u2019arco di un intero procedimento giudiziale (il processo pu\u00f2 vedere il susseguirsi anche di 4, 5 o 6 gradi di giudizio diversi), un giudice che la pensi in modo diverso, cio\u00e8 che ritenga non sussistere giustificato motivo di licenziamento (anche perch\u00e9 la sua definizione \u00e8 estremamente generica) ed ecco che i costi per l\u2019impresa possono ammontare anche a molte annualit\u00e0 di retribuzione del lavoratore licenziato, in aggiunta alla sua reintegrazione nel vecchio posto di lavoro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questo rischio, questo costo ipotetico a carico dell\u2019azienda, non \u00e8 in alcun modo \u00abpredeterminabile\u00bb. Se vogliamo allineare l\u2019Italia alla media europea per capacit\u00e0 di attrarre investimenti esteri non possiamo non porci questi problemi, non mettere in agenda la <strong>revisione di un sistema di regole che non ha corrispondenza in alcun altro Stato dell\u2019Unione<\/strong>.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La Germania ha l\u2019ordinamento in assoluto pi\u00f9 simile al nostro, perch\u00e9 anche l\u00ec vige la possibilit\u00e0 \u2013 ma solo la possibilit\u00e0, non l\u2019automatismo \u2013 della reintegrazione del lavoratore nel posto in caso di licenziamento dichiarato illegittimo. Ma le statistiche dicono che l\u00ec il giudice dispone la reintegrazione solo in un caso ogni venti. \u00c8 questa la grande differenza fra noi e la Germania. In tutti gli altri paesi europei la determinazione del <em>severance cost<\/em> massimo \u00e8 possibile. Da noi no.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Alleva propone un\u2019anagrafe pubblica dei rapporti di lavoro che renda visibile ci\u00f2 che accade nel tessuto produttivo. Ma quest\u2019anagrafe ce l\u2019abbiamo gi\u00e0: i tabulati dell\u2019Inps e quelli dell\u2019erario ci offrono gi\u00e0 una panoramica molto precisa.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E se io entro in una grande impresa editrice vedo immediatamente accanto al giornalista, al redattore, al correttore di bozze regolari, un lavoratore pi\u00f9 giovane che fa esattamente lo stesso mestiere, che lavora gomito a gomito con il pi\u00f9 anziano, ma che \u00e8 irregolare: a progetto o con partita iva. Sappiamo che ci sono interi settori dell\u2019economia nei quali non si assume pi\u00f9: nei giornali ad esempio. L\u2019Inpgi ci d\u00e0 un quadro impressionante di quel che accade nelle redazioni giornalistiche. I giornalisti regolari sono un decimo del totale, o gi\u00f9 di l\u00ec.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Voglio dire che \u00e8 relativamente semplice farsi un quadro della situazione, non c\u2019\u00e8 bisogno di un\u2019anagrafe, ci sono gi\u00e0 strumenti pi\u00f9 che idonei per individuare l\u2019evasione o l\u2019elusione.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il problema vero \u00e8 che se noi applicassimo sul serio il diritto del lavoro attuale nei giornali, nelle case editrici, nelle case di cura, nell\u2019edilizia, in tutte le situazioni analoghe, produrremmo un risultato pesantemente negativo dal punto di vista occupazionale. Lo si \u00e8 visto, per esempio, nei call center dove il ministro del Lavoro Damiano era riuscito a imporre la regolarizzazione di centinaia di \u00ablavoratori a progetto\u00bb.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Su questo punto so di incontrare un netto dissenso da parte del mio compagno di partito Stefano Fassina; \u00e8 una considerazione di fondo che ci divide. Perch\u00e9 ritengo che il modello di rapporto di lavoro imperniato sull\u2019articolo 18 non possa estendersi a tutti? Perch\u00e9 in questo modo si eliminerebbe il polmone di flessibilit\u00e0 di cui il sistema ha bisogno, proprio per la rigidit\u00e0 che si determina nell\u2019area in cui si applica l\u2019articolo 18. Se noi imponessimo effettivamente di assumere tutti i lavoratori con questa regola, tutte le imprese che hanno oscillazioni nella domanda e quindi nella produzione, allineerebbero la produzione e dunque l\u2019occupazione ai livelli minimi. La conseguenza sarebbe una drastica riduzione dell\u2019occupazione. Si potrebbero portare tanti argomenti a sostegno di questa tesi; Fassina sa bene che <strong>gli economisti hanno misurato il maggior costo che ricade mediamente sull\u2019impresa a causa della difficolt\u00e0 dell\u2019aggiustamento<\/strong>, a causa dei vincoli, degli oneri e dei rischi connessi ai licenziamenti.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 da ingenui dire che l\u2019articolo 18 non costituisce un ostacolo all\u2019aggiustamento degli organici perch\u00e9 se il giustificato motivo c\u2019\u00e8 il datore di lavoro pu\u00f2 licenziare: tutti sanno che quando un\u2019impresa licenzia essa affronta sempre un\u2019incertezza molto elevata circa l\u2019esito del giudizio; e che la soccombenza anche soltanto in uno dei gradi del giudizio, pur con esito finale favorevole, pu\u00f2 comportare per l\u2019impresa costi elevatissimi.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sull\u2019altro versante, sappiamo che i casi in cui nell\u2019area del lavoro precario il lavoratore fa causa all\u2019impresa o l\u2019ispettore \u00e8 in grado di intervenire sono meno di uno su mille. \u00c8 dunque un po\u2019 <strong>farisaico invocare l\u2019effettivit\u00e0 di un diritto del lavoro che effettivo non pu\u00f2 essere<\/strong>.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non voler riformare profondamente il diritto del lavoro, limitarsi a dire che \u00abbasta applicare con rigore la legge cos\u00ec com\u2019\u00e8\u00bb, equivale ad accettare che le cose restino come sono; questo \u00e8 un tradimento nei confronti di tutta quella nuova generazione di lavoratori per i quali il nostro vecchio diritto del lavoro quasi non esiste. I miei studenti mi dicono: \u00abProfessore, lei ci insegna un diritto del lavoro che non ci riguarda; non \u00e8 quello che incontriamo nel mercato del lavoro\u00bb. Hanno ragione.<\/p>\n<p><strong>Fassina &#8211;\u00a0<\/strong> Riprendo quanto ha detto Alleva anche per cercare di chiarire meglio qual \u00e8 la mia posizione. Io ovviamente non sostengo che la crescita debba passare per una diminuzione dei diritti dei lavoratori. Questa tesi \u00e8 stata in effetti molto in voga fino a poco tempo fa e, nonostante la crisi dovrebbe aver fatto piazza pulita di certe assurdit\u00e0, ancora oggi continua a riaffacciarsi nel dibattito pubblico. Semmai io dico il contrario: non c\u2019\u00e8 dubbio che in Italia il livello di precariet\u00e0 del sistema \u00e8 stato un freno alla crescita.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Negli ultimi quindici anni l\u2019Italia ha avuto una bassissima crescita dovuta sostanzialmente all\u2019aumento di occupazione precaria: da noi la produttivit\u00e0 \u00e8 rimasta ferma, mentre negli altri paesi europei c\u2019\u00e8 stato un aumento del pil con meno aumento di occupazione ma pi\u00f9 aumento di produttivit\u00e0.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 In Italia, proprio perch\u00e9 il lavoro costava cos\u00ec poco ed era cos\u00ec facilmente disponibile in ingresso e in uscita, il rapporto tra capitale investito e ore lavorate \u00e8 rimasto costante negli ultimi decenni, mentre nel resto d\u2019Europa \u00e8 aumentato in media del 5 per cento.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Da noi la quota di investimenti delle imprese in Ict [Information<strong> <\/strong>and Communication Technology] ha riguardato solo un terzo di quei pochi investimenti che si sono fatti; nel resto d\u2019Europa la quota dell\u2019Ict sui nuovi investimenti \u00e8 stata di oltre due terzi. Che cosa voglio dire con tutti questi indicatori? Voglio sottolineare che un\u2019eccessiva flessibilit\u00e0, un\u2019eccessiva precariet\u00e0 del lavoro non solo non aiuta, ma addirittura danneggia la qualit\u00e0 e la quantit\u00e0 della crescita. Intervenire sulle regole pu\u00f2 quindi aiutare la crescita. Non c\u2019\u00e8 dubbio.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tuttavia, e questo \u00e8 ci\u00f2 che mi premeva sottolineare con forza, non possiamo ignorare il fatto che la stragrande maggioranza delle imprese italiane sottoutilizzano la propria capacit\u00e0 produttiva (attualmente siamo al 60-65 per cento della capacit\u00e0 disponibile). \u00c8 dunque urgente mettere in campo politiche di sostegno alla domanda a livello europeo e a livello nazionale. Poi \u00e8 evidente che bisogna fare anche le altre cose delle quali si \u00e8 discusso in questa tavola rotonda: ma vanno fatte tenendo conto del contesto generale nel quale ci troviamo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non ci dovrebbe meravigliare che in una fase come questa il 75-80 per cento dei contratti sia costituito da contratti precari: gli imprenditori tendono ad essere razionali e di fronte a una situazione con prospettive di crescita dello zero virgola qualcosa, con gli investimenti in contrazione, sarebbe strano che agissero diversamente.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Prima veniva ricordata l\u2019edilizia: questo settore ha sub\u00ecto un crollo dell\u2019attivit\u00e0 produttiva negli ultimi 2 o 3 anni fra il 20 e il 30 per cento: \u00e8 assolutamente fisiologico che in tale contesto l\u2019imprenditore ricorra solo a contratti a tempo determinato. Non c\u2019\u00e8 nessuna regola che possa impedirgli di farlo. E se mettessimo semplicemente regole pi\u00f9 stringenti, troverebbe il modo di eluderle, magari ricorrendo al \u00abnero\u00bb, perch\u00e9 non potrebbe fare diversamente.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il punto \u00e8 che dobbiamo tornare a crescere! E dobbiamo al contempo attuare una regolazione sul mercato del lavoro che consenta la flessibilit\u00e0 necessaria al sistema, senza che per\u00f2 questa flessibilit\u00e0 si tramuti in precariet\u00e0 e abuso di alcune disponibilit\u00e0 giuridiche (come \u00e8 avvenuto negli ultimi anni).<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Rispetto al discorso di Ichino, io davvero non capisco quale giovamento trarrebbe il precario di oggi se un domani, con la sua riforma, fosse assunto con un contratto a tempo indeterminato ma risolvibile a piacimento \u2013 in ogni momento \u2013 dal datore di lavoro. La sua condizione di precariet\u00e0 certamente non verrebbe meno.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 So bene che un contratto a tempo indeterminato si porterebbe dietro tutta una serie di diritti dei quali oggi i contratti a termine di vario genere non beneficiano. Ma noi possiamo benissimo modificare il corredo di diritti che stanno intorno ai contratti di lavoro senza necessariamente andare a colpire quella porzione di lavoratori che \u00e8 coperta dall\u2019articolo 18.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>La mia proposta non \u00e8 mai stata quella di estendere l\u2019articolo 18 a tutti<\/strong>: io mi batto per universalizzare una serie di diritti e per colpire quell\u2019incentivo all\u2019occupazione precaria che oggi \u00e8 costituito dalla sperequazione dei contributi fra i vari contratti. Aggiungo che l\u2019obiettivo non \u00e8 quello di portare tutti verso il livello di contribuzione dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato: la mia proposta \u2013 che per altro corrisponde alla linea ufficiale del Partito democratico su questo tema \u2013 \u00e8 di fissare un livello intermedio, grazie al quale si riduce anche il costo del lavoro del contratto a tempo indeterminato. La sterilizzazione degli effetti pensionistici che sarebbero prodotti dalla diminuzione di contribuzione pu\u00f2 essere fatta tramite la leva fiscale, tramite contributi pubblici, a loro volta finanziati dall\u2019innalzamento della tassazione sui redditi da capitale e sulle rendite finanziarie.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 una riforma che da una parte riduce il costo del lavoro per le imprese ed elimina i vantaggi competitivi dei contratti precari. Dall\u2019altra fa pagare il \u00abconto\u00bb dell\u2019operazione alla rendita.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questa \u00e8 la nostra proposta per la riforma del mercato del lavoro: c\u2019\u00e8, \u00e8 chiara, \u00e8 giusta ed \u00e8 efficace. Ma, ripeto, cerchiamo di non correre il rischio di aggirare il vero problema. Il problema di crescita da cui \u00e8 affetta l\u2019Italia non \u00e8 congiunturale: bisogna avere consapevolezza di quali sono le priorit\u00e0 da affrontare.<\/p>\n<p><strong>Alleva &#8211;\u00a0<\/strong>Sinceramente questo ultimo giro mi ha un po\u2019 depresso. Alla fine di tutto vedo che ancora siamo qui a discutere dell\u2019articolo 18. Sembra che questo articolo 18 sia il vero osso nella gola di tutti i cosiddetti moderati italiani! Ci abbiamo girato un po\u2019 intorno ma alla fine \u00e8 venuta fuori la verit\u00e0! Ci\u00f2 che davvero d\u00e0 fastidio nella situazione attuale, ci\u00f2 che si vuole eliminare \u2013 mi riferisco ovviamente a Ichino \u2013 \u00e8 proprio l\u2019articolo 18, perch\u00e9 \u00e8 la norma sulla quale si fonda la dignit\u00e0 del lavoratore e lo rende effettivamente titolare di diritti. Ma su questo torner\u00f2 fra poco.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Prima per\u00f2 volevo fare una precisazione su una questione importante: di anagrafi del lavoro in Italia ce ne sono due; non c\u2019\u00e8 solo l\u2019Inps, ci sono anche i Centri per l\u2019impiego, ai quali le imprese sono tenute a mandare le \u00abcomunicazioni obbligatorie\u00bb. L\u00ec \u00e8 custodita la radiografia occupazionale di un\u2019azienda. Il problema \u00e8 che questi dati non sono pubblici: puoi accedervi solo attraverso le medesime procedure che sovrintendono alla \u00abtrasparenza amministrativa\u00bb, e cio\u00e8 quando devi fare una causa. Io sono continuamente in guerra con i Centri per l\u2019impiego per sapere quanti contratti a termine sono stipulati da una tale azienda, quanti contratti a progetto eccetera.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E allora dico: <strong>rendiamo pubblici tutti i dati. Permettiamo ai sindacati e agli ispettori del lavoro di accedervi<\/strong>: gi\u00e0 solo questa possibilit\u00e0 avrebbe un effetto prevenzionistico enorme!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma torniamo all\u2019articolo 18. Il problema del licenziamento per motivo oggettivo <em>purtroppo<\/em> quasi non esiste pi\u00f9. Nel senso che i giudici hanno praticamente rinunziato a questo controllo. Mi si obietta: non tutti, tanto \u00e8 vero che gli investitori stranieri hanno il timore di quel che gli potrebbe capitare. Ma anche qui non siamo in balia di forze oscure, di fenomeni che non possono essere gestiti. In passato la sinistra ha proposto una cosa semplicissima, ovvero che l\u2019articolo 18 fosse munito istituzionalmente di una fase sommaria. Che cos\u2019\u00e8 che fa paura? Che l\u2019ordine di reintegro o il risarcimento per danno possa arrivare a tre anni di distanza? Bene: ci pu\u00f2 essere una fase sommaria istituzionale, come c\u2019\u00e8 per esempio per l\u2019articolo 28, quello sul comportamento antisindacale, che precisa subito se ci sar\u00e0 o non ci sar\u00e0 questo reintegro o questo risarcimento.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non dobbiamo confondere il problema della dignit\u00e0 del lavoratore, che consiste nel non poter essere mandato via senza una ragione, con il problema della difficolt\u00e0 economica dell\u2019azienda. Quando questa ultima sussiste, scatta un altro discorso. <strong>All\u2019azienda si dice: sei in crisi davvero? Allora chiedi la cassa integrazione prima di licenziare. La cassa integrazione deve essere resa un passaggio obbligatorio<\/strong>.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 D\u2019altra parte se un lavoratore viene licenziato perch\u00e9 accusato di aver rubato e poi si scopre che in realt\u00e0 \u00e8 innocente e il licenziamento \u00e8 discriminatorio, perch\u00e9 deve perdere il posto di lavoro come vorrebbero quelli che desiderano eliminare l\u2019articolo 18? \u00c8 una cosa che non riesco a capire.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Quanto ai contratti precari, un\u2019altra cosa che non capisco \u00e8 l\u2019argomento che li vorrebbe legati agli inevitabili oscillamenti produttivi delle aziende nelle economie moderne. Quando sento agitare questo argomento io penso sempre: ma questa persona ha mai avuto a che fare con un vero precario? Ci ha mai parlato? Io tutte le volte che per lavoro ho assistito dei precari mi sono sempre, dico <em>sempre<\/em>, trovato di fronte a gente che aveva collezionato 8, 10, 12, 15 contratti di tutte le tipologie! A termine, somministrato, a progetto, e poi di nuovo a termine, a progetto eccetera. E sempre con la stessa azienda! Persone che avevano lavorato anche sette anni consecutivi con la stessa impresa, sempre in posizione precaria, finch\u00e9 un giorno sono state lasciate a casa. Allora, che cosa c\u2019entra tutto questo col problema delle prospettive economiche, con le oscillazioni congiunturali? Non c\u2019entra nulla!<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Noi dobbiamo individuare un contratto a tempo indeterminato che sia dotato di stabilit\u00e0 previdenziale, che sia ben munito di dote rispetto a un sistema di ammortizzatori sociali finalmente ridistribuito fra tutti i settori dell\u2019economia, e che per le eventuali \u00ablacune di occupabilit\u00e0\u00bb \u2013 cio\u00e8 per i periodi di crisi congiunturali \u2013 disponga di quegli strumenti di cui oggi settori come il commercio e l\u2019artigianato non dispongono, perch\u00e9 la cassa integrazione \u00e8 stata studiata negli anni Settanta in un quadro dominato dalla grande industria.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Proposte come questa non rappresentano un problema tecnico, bens\u00ec di volont\u00e0 politica. Alcuni anni fa la Cgil ha presentato un progetto completo ed esauriente sulla riforma degli ammortizzatori sociali che avrebbe risposto in maniera ottima a molti dei problemi discussi intorno a questo tavolo. E dimostrava che non \u00e8 necessario compromettere la dignit\u00e0 dei lavoratori per modernizzare il sistema.<\/p>\n<p><strong>Ichino &#8211;<\/strong> Alleva sostiene che l\u2019articolo 18 \u00e8 indispensabile per garantire la dignit\u00e0 del lavoratore. Fassina precisa che, tuttavia, la proposta di riforma del Pd non \u00e8 di estendere a tutti l\u2019articolo 18. Ecco, in queste due affermazioni si manifesta il dramma della politica del lavoro della sinistra. Se davvero i diritti di libert\u00e0 e dignit\u00e0 dei lavoratori dipendessero dall\u2019articolo 18, non sarebbe ammissibile che una met\u00e0 dei lavoratori ne fosse esclusa. L\u2019affermazione di Alleva non \u00e8 sostenibile, perch\u00e9 se essa fosse vera significherebbe che in tutto il resto d\u2019Europa sarebbe violata sistematicamente la dignit\u00e0 e libert\u00e0 dei lavoratori, dal momento che l\u2019articolo 18 l\u00ec non c\u2019\u00e8. Davvero vogliamo affermare che i lavoratori danesi, svedesi, inglesi, francesi o tedeschi versano permanentemente in una condizione di non libert\u00e0 e non dignit\u00e0? Sarebbe un\u2019affermazione vistosamente irragionevole.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Fassina obietta: cosa ci guadagna un precario se gli diamo un rapporto di lavoro a tempo indeterminato che il datore di lavoro pu\u00f2 risolvere in qualsiasi momento? Questa, appunto, \u00e8 la condizione dei lavoratori in tutta Europa, dove l\u2019ostacolo al licenziamento per motivi economici od organizzativi \u00e8 solo un esborso in denaro e non il rischio della reintegrazione automatica prevista dall\u2019articolo 18; ma d\u2019altra parte i lavoratori licenziati godono di un robusto sostegno del reddito e assistenza efficace nel mercato. Fassina vuol forse sostenere che i lavoratori di tutto il resto di Europa devono considerarsi \u00abprecari\u00bb, solo perch\u00e9 non godono di quella sostanziale <em>job property<\/em> di cui godono i lavoratori italiani per effetto dell\u2019articolo 18?<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>La \u00absicurezza\u00bb e \u00abdignit\u00e0\u00bb per il lavoratore sta innanzitutto nel non essere in una posizione di inferiorit\u00e0 rispetto ad altri che fanno il suo stesso lavoro, nel non essere un lavoratore di serie B, C, o D, con diritti pesantemente ridotti rispetto ai lavoratori di serie A.<\/strong> Perch\u00e9 quando sopraggiunge una crisi, quelli che ne sopportano immediatamente tutto il peso sono i lavoratori di serie B, C, o D, cio\u00e8 quelli pi\u00f9 facilmente licenziabili.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Con la riforma che propongo non solo verrebbe meno questo dualismo di protezioni per tutti i lavoratori assunti da qui in avanti, ma a tutti questi lavoratori sarebbe garantita una continuit\u00e0 di reddito e un investimento nella loro professionalit\u00e0 nei momenti di passaggio dal vecchio al nuovo posto di lavoro. E questo \u00e8 proprio ci\u00f2 che permette ai lavoratori danesi o svedesi di guardare con una relativa serenit\u00e0 alla possibilit\u00e0 di eventi altrimenti drammatici come la perdita del posto. Per i giovani italiani che si affacciano oggi sul nostro mercato del lavoro sarebbe una svolta epocale. Mentre ai vecchi, a chi gi\u00e0 oggi ha un lavoro a tempo indeterminato, non verrebbe cambiata una virgola del vecchio regime.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Vorrei concludere raccontando un episodio che mi sembra particolarmente indicativo della gravit\u00e0 del nostro ritardo. Due anni fa ho presentato le mie proposte di riforma a un incontro in cui era presente anche il presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, il quale ha detto: \u00abIbm Italia ha strappato alla casa madre americana la dislocazione nell\u2019Italia centrale di un centro di ricerca, in cui ora dobbiamo assumere tra i 200 e i 300 giovani. A legislazione invariata io non posso che assumerli con un contratto di lavoro a progetto o comunque a termine, perch\u00e9 ho necessit\u00e0 di dare garanzie sulla possibilit\u00e0 che fra 3, 4, 5 anni, se le cose non vanno come speriamo, si possa ridimensionare l\u2019organico o chiudere. Ma se voi mi date la possibilit\u00e0 di sperimentare quello che propone Ichino, io li assumo tutti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato\u00bb. Ecco un caso in cui risulta evidente che <strong>l\u2019articolo 18 fa la differenza tra l&#8217;essere assunti con contratto precario e l\u2019essere assunti con un regolare contratto a tempo indeterminato, nel senso che con l&#8217;articolo 18 quest&#8217;ultima possibilit\u00e0 si riduce di molto<\/strong>. Quella differenza c\u2019\u00e8 e pesa. Dobbiamo darci da fare per rimuoverla: la precariet\u00e0 cui \u00e8 esposta met\u00e0 della nostra forza lavoro \u00e8 l\u2019altra faccia del regime di <em>job property<\/em> che si applica all\u2019altra met\u00e0.<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fassina &#8211;\u00a0<\/strong> Io faccio davvero fatica a capire come si possa impostare un discorso di questo genere sulle difficolt\u00e0 di licenziamento a fronte di una crisi economica che ha lasciato sul campo oltre un milione di lavoratori licenziati. In tutta Europa si danno incentivi alle imprese per trattenere i lavoratori, si fa <em>job sharing<\/em> per evitare i licenziamenti: noi invece ci preoccupiamo di come facilitare i licenziamenti! Credo sinceramente che cos\u00ec si imposta il problema dalla parte sbagliata.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00c8 chiaro che un datore di lavoro vorr\u00e0 sempre forza lavoro al minor costo possibile e di cui \u00e8 possibile liberarsi, magari quando d\u00e0 fastidio, nella maniera pi\u00f9 semplice e veloce possibile. Ma questo \u00e8 solo <em>uno<\/em> degli interessi in gioco. Come Partito democratico, come forza riformista, io credo che noi dobbiamo saper bilanciare gli interessi legittimi di chi investe il proprio capitale e vuole ottenerne una remunerazione e gli interessi <em>altrettanto legittimi<\/em> di chi lavora.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Non c\u2019\u00e8 dubbio che i giovani sono in una condizione di grande difficolt\u00e0, ma <strong>non vedo perch\u00e9 per superare l\u2019attuale situazione di ingiustizia si debba allineare tutti verso il basso<\/strong>. L\u2019eliminazione dell\u2019articolo 18, con l\u2019enfasi assolutamente spropositata che gli viene attribuita, \u00e8 questo che implica.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ichino ha citato il caso del centro di ricerca a Tivoli: ma per queste situazioni ci sono gi\u00e0 i contratti di programma che prevedono straordinarie flessibilit\u00e0, non c\u2019\u00e8 bisogno di smantellare le garanzie esistenti per consentire a un imprenditore di avviare un investimento e vedere come funziona.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Insomma, non c\u2019\u00e8 bisogno di contrapporre padri sfigati a figli ancora pi\u00f9 sfigati dei padri. Noi dobbiamo ricomporre queste fratture, non alimentarle, e per fare questo c\u2019\u00e8 bisogno di crescere.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Io non dico assolutamente di lasciare le cose come stanno nel mercato del lavoro, ma si pu\u00f2 cambiare e modernizzare un sistema anche senza togliere diritti a chi se li \u00e8 conquistati. L\u2019articolo 18 \u00e8 un elemento che rafforza il lavoratore in azienda, perch\u00e9 in primo luogo gli consente una maggiore possibilit\u00e0 di sindacalizzazione. <strong>Rafforzando un pezzo del mondo del lavoro si rafforza tutto il mondo del lavoro<\/strong>; mentre se si indebolisce quel pezzo del mondo del lavoro in posizione di maggiore forza relativa, non \u00e8 che i figli diventano meno precari.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Mi si dice: allora perch\u00e9 non estendere a tutti l\u2019articolo 18? \u00c8 evidente che mi piacerebbe un mondo in cui tutti guadagnassero tanto, in cui tutti avessero tutti i diritti, in cui i punti pi\u00f9 elevati di garanzia si potessero estendere a tutti. Il diritto, la legislazione e la politica devono per\u00f2 fare i conti con la realt\u00e0, e la nostra realt\u00e0 ci dice che scontiamo un enorme deficit di competitivit\u00e0, una enorme difficolt\u00e0 del nostro sistema produttivo. Occorre evitare due posizioni opposte, entrambe riduzioniste ed entrambe sbagliate: da una parte pensare che sono le regole e i diritti troppo rigidi a imbrigliare un sistema altrimenti dinamico ed efficiente, dall\u2019altra pensare che possiamo introdurre qualsiasi tipo di legislazione, qualsiasi tipo di garanzia a beneficio dei lavoratori non curandoci assolutamente dell\u2019impatto che tali interventi possono avere sulla competitivit\u00e0 e dunque sullo sviluppo e la crescita economica.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019attenzione va concentrata sul fatto che i contratti precari sono allo stato attuale troppo convenienti: bisogna diminuire l\u2019incentivo a utilizzarli e ad abusarne. Inoltre occorre rivedere il welfare in senso universalistico, al fine di costruire una \u00abcitt\u00e0 del lavoro\u00bb in cui possano essere presenti con la stessa dignit\u00e0 le diverse tipologie contrattuali. Altre strade non ne vedo.<\/p>\n<p><strong>Alleva &#8211;\u00a0<\/strong> Io concordo con molte delle cose che ha detto Fassina. Vorrei fare per\u00f2 una precisazione di tipo tecnico su una questione che forse a Fassina \u00e8 sfuggita, essendo lui un economista e non un giurista, e cio\u00e8 sul problema del costo dei contratti. Il contratto a termine, che \u00e8 un contratto di lavoro subordinato, ha esattamente gli stessi costi del contratto a tempo indeterminato; il contratto di lavoro somministrato dovrebbe avere addirittura dei costi superiori, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 anche il margine di intermediazione dell\u2019impresa; resterebbe il contratto di lavoro a progetto, che oggi va un po\u2019 poco di moda perch\u00e9 non prevede l\u2019esclusiva per i datori di lavoro. Ma anche per questa tipologia contrattuale sono state molto aumentate le contribuzioni e ormai siamo vicini a quelle normali. Il vecchio co.co.co., invece, non esiste pi\u00f9 nel settore privato.<\/p>\n<p><strong>Ichino &#8211;\u00a0<\/strong>Non esiste pi\u00f9 per effetto della legge Biagi.<\/p>\n<p><strong>Alleva &#8211;<\/strong> Non esiste pi\u00f9 per merito della legge Biagi, e chi lo vuole negare? Concludo con l\u2019auspicio che se la sinistra dovesse tornare al governo, se il Partito democratico \u2013 di cui Fassina \u00e8 il responsabile economia e lavoro \u2013 dovesse tornare ad essere il partito di maggioranza dentro una coalizione riformista uscita vincente dalle elezioni, si possa davvero mettere mano agli ammortizzatori sociali, tanto di quelli cosiddetti indennitari e risarcitori, come l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione, quanto di quelli preventivi, come la cassa integrazione e il contratto di solidariet\u00e0. Dobbiamo riuscire a dare ad <em>ogni lavoratore<\/em> una dote di tutele sociali da poter spendere a seconda delle situazioni: ad esempio la cassa integrazione se si trova all\u2019interno di una grande impresa o il sussidio di disoccupazione se si tratta del commesso di un negozio.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il nostro paese \u00e8 molto arretrato sul piano sociale rispetto a tanti altri paesi europei. <strong>Certe cose in Europa non \u00e8 nemmeno possibile concepirle: c\u2019\u00e8 una differenza \u00abculturale\u00bb prima ancora che giuridica o politica.<\/strong><br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Una volta in Germania, quando ci spiegarono che nel consiglio di sorveglianza met\u00e0 dei posti spettavano ai lavoratori e met\u00e0 ai rappresentanti dell\u2019impresa, ma la presidenza era dell\u2019impresa, noi ci mettemmo a ridere. Pensavamo: allora avr\u00e0 sempre ragione l\u2019impresa, le deliberazioni finiranno sempre 13 a 12. Ci risposero: i rappresentanti dell\u2019impresa non accetterebbero mai di vincere 13 a 12, si <em>vergognerebbero<\/em>. Ecco: voi pensate che in un\u2019impresa italiana ci si vergognerebbe di prendere sistematicamente le decisioni con 13 voti a favore e 12 contro?<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Voglio dire che non tutti i paesi sono uguali anche per cultura e rispetto della dignit\u00e0 del lavoro.\u00a0E l\u00e0 dove questo rispetto non \u00e8 garantito da un <em>habitus<\/em> mentale capillarmente diffuso \u00e8 necessario che intervenga la protezione della legge, che \u00e8 lo strumento attraverso cui viene affermata la civilt\u00e0. Non a caso penso che l\u2019ultima volta che si sia affermato un primato civile e morale degli italiani sia stato quando fu approvato lo Statuto dei lavoratori.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p><strong>(*) MIA NOTA STATISTICA A MARGINE DELLA TAVOLA ROTONDA<\/strong><br \/>\nL&#8217;Istat fornisce questi dati relativi alla distribuzione della forza-lavoro in Italia <strong>2009<\/strong>\u00a0(dato medio nell&#8217;arco dell&#8217;anno):<br \/>\n<strong>Totale<\/strong> delle persone attive\u00a0addette alle aziende italiane (compresi enti pubblici)<br \/>\nesclusi i liberi professionisti iscritti ai rispettivi ordini o albi e il lavoro irregolare:\u00a0<strong>17.510.988<\/strong>, delle quali<br \/>\n<strong>A.<\/strong>\u00a0&#8220;lavoratori indipendenti&#8221; addetti alle 4.356.236 imprese fino a 15 dipendenti:\u00a0<strong>5.441.349<br \/>\nB.<\/strong> &#8220;lavoratori dipendenti&#8221; dalle stesse\u00a0imprese fino a 15 dipendenti: <strong>4.108.086<br \/>\nC.<\/strong> &#8220;lavoratori indipendenti&#8221; addetti ale 114.512 imprese con pi\u00f9 di 15 dipendenti:\u00a0<strong>171.123<br \/>\nD.\u00a0<\/strong>&#8220;lavoratori dipendenti&#8221; dalle stesse\u00a0imprese con pi\u00f9 di 15 dipendenti:\u00a0<strong>7.790.426.<\/strong><br \/>\nQuesti dati, a causa della terminologia utilizzata dall&#8217;Istat,\u00a0inducono Stefano Fassina ad affermare che, in proporzione, ci sono molti pi\u00f9 &#8220;collaboratori autonomi&#8221;\u00a0 nelle imprese fino a 15 dipendenti, dove non si applica l&#8217;articolo 18 St. lav., che nelle aziende di dimensioni maggiori, dove l&#8217;articolo 18 si applica. Senonch\u00e9 nei 5.441.349\u00a0 &#8220;lavoratori indipendenti&#8221; indicati al punto A l&#8217;Istat ricomprende tutti i titolari delle 4.356.236 piccole imprese (che possono anche essere due o pi\u00f9 per impresa: si pensi all&#8217;impresa familiare di cui sono titolari i due coniugi);\u00a0ma quel che pi\u00f9 conta \u00e8 che\u00a0tra queste 4.356.236 imprese l&#8217;Istat ricomprende anche l&#8217;attivit\u00e0 del singolo lavoratore autonomo che formalmente opera &#8220;in proprio&#8221; (esclusi i liberi professionisti iscritti ai rispettivi ordini o albi).\u00a0Questo significa che <strong>tra quei 5.441.349 lavoratori autonomi di cui al punto A ci sono anche i numerosissimi titolari di\u00a0&#8220;partite Iva&#8221; che vengono censiti formalmente come &#8220;titolari di impresa individuale senza dipendenti&#8221;, ma che in realt\u00e0 lavorano continuativamente e in regime di monocommittenza per una delle 114.512 imprese di cui al punto C<\/strong>. Tanto questo \u00e8 vero, che al punto C sono indicati soltanto 171.123 &#8220;lavoratori indipendenti&#8221; per 114.512 imprese: \u00e8 evidente che questi 171mila indipendenti sono in realt\u00e0 i titolari o amministratori delle 114mila imprese, mentre il dato non comprende i collaboratori autonomi di queste imprese, titolari di partitia IVA, che sono invece classificati come\u00a0altrettanti &#8220;imprenditori&#8221; a s\u00e9 stanti e quindi collocati al punto A.<br \/>\nMi sembra dunque di poter affermare che l&#8217;argomento principale su cui Stefano Fassina ha fondato la sua tesi, non solo in questa tavola rotonda ma anche nella relazione introduttiva dell&#8217;Assemblea programmatica del Pd, svoltasi a Genova il 17 e 18 giugno scorsi, nasce da un evidente equivoco generato dalla terminologia usata dall&#8217;Istat.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>UNA DISCUSSIONE SERRATA\u00a0CON IL DIRETTORE DELLA &#8220;RIVISTA GIURIDICA DEL LAVORO&#8221;, ORGANO DELLA CGIL, E IL RESPONSABILE PER L&#8217;ECONOMIA DEL PARTITO DEMOCRATICO SUL MODO MIGLIORE PER SUPERARE IL DUALISMO DEL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO Tavola rotonda con la partecipazione di Nanni Alleva, Stefano Fassina e Pietro Ichino,\u00a0svoltasi il 19 maggio 2011 e\u00a0pubblicata sul numero di giugno [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-15778","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/15778","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=15778"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/15778\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=15778"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=15778"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=15778"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}