
{"id":16401,"date":"2011-08-03T14:40:04","date_gmt":"2011-08-03T13:40:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=16401"},"modified":"2011-08-08T13:37:16","modified_gmt":"2011-08-08T12:37:16","slug":"il-diritto-al-lavoro-nellera-della-globalizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=16401","title":{"rendered":"IL DIRITTO AL LAVORO NELL&#8217;ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">L&#8217;ITALIA HA UNA NECESSIT\u00c0 VITALE DI APRIRSI AGLI INVESTIMENTI STRANIERI, PER RIEQUILIBRARE DOMANDA E OFFERTA NEL MERCATO DEL LAVORO &#8211; PER QUESTO \u00c8 NECESSARIA ANCHE LA RIFORMA DEL SISTEMA DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA<\/span><\/p>\n<p><em>Trascrizione dalla registrazione della conferenza tenuta a Padova, alla Scuola veneta di Politica, il 5 febbraio 2011 &#8211; In argomento v. anche, su questo sito, le mie presentazioni: <\/em><a title=\"Hire your best employer\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=129\" target=\"_blank\">Hire your best employer<\/a><em> (2008), <a title=\"Come dare pi\u00f9 valore al lavoro\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/slides\/view.asp?IDArticle=903\" target=\"_blank\">Come dare pi\u00f9 valore al lavoro degli italiani<\/a> (2010) e <a title=\"Prospettive di evoluzione\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/slides\/view.asp?IDArticle=911\" target=\"_blank\">Prospettive di evoluzione delle relazioni industriali dopo gli accordi Fiat<\/a> (2011)<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><!--more-->Il tema del nostro incontro \u00e8 l\u2019articolo 4 della Costituzione, che parla di diritto al lavoro. Cercher\u00f2 di collocare questo tema nell\u2019epoca attuale e di esaminarlo anche alla luce di un evento che \u00e8 stato al centro del dibattito nel nostro Paese negli ultimi mesi: la vicenda FIAT. Una proposta di investimento da parte di una multinazionale guidata da Sergio Marchionne, che ha suscitato risposte molto contrastanti e le ha suscitate proprio in riferimento a questo tema: il diritto al lavoro. Si \u00e8 parlato, a proposito di questa proposta, di un \u201cricatto\u201d; ovvero della proposta di uno scambio tra lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori.<br \/>\nLa globalizzazione ha cambiato profondamente il quadro di riferimento per il ragionamento su questi temi, perch\u00e9 ha aumentato enormemente la mobilit\u00e0 dei capitali e dei progetti industriali. Negli anni \u201950-\u201960-\u201970, il primo trentennio, anzi quarantennio di applicazione della nostra Costituzione, i lavoratori avevano di fronte, nel mercato del lavoro, imprenditori che non avevano molta scelta circa il dove produrre: erano italiani e dovevano produrre in Italia. Oggi hanno di fronte imprenditori che possono scegliere se produrre in Italia o produrre fuori. Questo provoca un indebolimento dei lavoratori nel mercato del lavoro, perch\u00e9 la possibilit\u00e0 di produrre altrove li mette in concorrenza con i lavoratori dei Paesi emergenti. Che costano molto meno perch\u00e9 il lavoratore brasiliano, malese o serbo chiede una retribuzione nettamente inferiore. Questo \u00e8 un dato che tutti abbiamo percepito e che tutti conoscono pi\u00f9 o meno bene; quello che invece \u00e8 meno percepito \u00e8 che dal fenomeno della globalizzazione, da questa possibilit\u00e0 di spostamento di capitali e imprenditori deriva anche un aspetto positivo per i lavoratori, che pu\u00f2 riequilibrare il rapporto nel mercato del lavoro, ed \u00e8 la possibilit\u00e0 di attirare in casa propria imprenditori stranieri. \u00c8 vero che l\u2019imprenditore italiano pu\u00f2 andarsene, ma \u00e8 anche vero che l\u2019imprenditore straniero pu\u00f2 venire da noi. Questo significa che se il lavoratore italiano \u00e8 indebolito dall\u2019essere messo in concorrenza col lavoratore dei Paesi emergenti, l\u2019imprenditore italiano pu\u00f2 essere indebolito dalla possibilit\u00e0 che venga in Italia come concorrente nel mercato del lavoro, a esprimere una domanda di lavoro concorrente, un imprenditore straniero. Questo aspetto non \u00e8 comunemente colto; invece ne va capita l\u2019importanza cruciale: la mia tesi \u00e8 che solo prendendo coscienza di questo dato e traendone tutte le conseguenze noi possiamo dare concretezza al diritto al lavoro nell\u2019era della globalizzazione.<br \/>\nIl primo corollario di questa tesi \u00e8 che se non prendiamo coscienza di questo dato e di come farlo fruttare, rischiamo di piangerci addosso, di lamentarci del ricatto di questo o quel Marchionne di turno, ma non caviamo un ragno dal buco e la Costituzione resta soltanto un pezzo di carta. Naturalmente tutto quello che io adesso vi propongo \u00e8 solo la mia opinione, tra l\u2019altro un\u2019opinione che non \u00e8 largamente condivisa; solo ultimamente ha avuto qualche sostegno pi\u00f9 ampio. Visto che siamo alla scuola di politica del PD possiamo essere molto chiari ed espliciti su questo terreno: l\u2019impostazione che io oggi vi propongo all\u2019interno del PD \u00e8 fatta propria soltanto dalle due minoranze, e non dalla maggioranza del partito; Ignazio Marino e Walter Veltroni in particolare hanno sottoscritto un documento redatto da me che \u00e8 stato pubblicato il 29 dicembre scorso, lo potete trovare sul mio sito o sul sito del Movimento Democratico; credo che condivida questa mia posizione anche qualche appartenente alla maggioranza &#8211; per esempio Enrico Letta &#8211; ma non \u00e8 la linea propria del Partito Democratico. Ci\u00f2 non toglie che questo contributo nel Partito Democratico abbia piena cittadinanza e che esso possa essere oggetto di un dibattito comunque utile. Siamo qui per questo e voi poi discuterete di tutto quanto ora vi propongo.<br \/>\nAggiungo solo un\u2019altra piccola parentesi: nello spazio di questa esposizione non avr\u00f2 il tempo di dire tutto quello che c\u2019\u00e8 da dire su ciascun passaggio di questo discorso; chi fosse interessato a sviluppare anche le parti che non riusciremo ad esporre in questa relazione, o a discutere dopo, pu\u00f2 andare sul mio sito dove trova anche il resto, sia in forma di <em>slides<\/em>, sia in forma di scritti, articoli, saggi, e anche nella forma di un libro che ho pubblicato nel 2005, che \u00e8 un po\u2019 l\u2019inizio di quest\u2019elaborazione e si intitola <a title=\"A che cosa serve il sindacato\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=330\" target=\"_blank\">A che cosa serve il sindacato<\/a>, oggi in edizione economica nella collana <em>Oscar Best Sellers Mondadori<\/em>.<br \/>\nMa \u00e8 ora di entrare nel vivo del discorso. Nel \u201995 Tony Blair, a un congresso delle <em>Trade Unions<\/em>, i sindacati britannici, propose ai sindacalisti questo discorso: noi britannici siamo l\u20191% della popolazione mondiale (la stessa cosa potremmo dire noi in Italia, siamo all\u2019incirca allo stesso numero). Se noi, diceva Blair, decidiamo pregiudizialmente di avere come imprenditori in casa nostra solo i britannici, abbiamo la prospettiva di perdere il 99% della migliore imprenditoria mondiale, perch\u00e9 anche gli imprenditori britannici sono l\u20191% rispetto al resto del mondo; quindi \u00e8 probabile che in molti settori in cui non siamo noi l\u2019eccellenza, perdiamo gli imprenditori eccellenti. Non ci conviene: ci conviene invece tirare in casa nostra il meglio dell\u2019imprenditoria mondiale. Perch\u00e9 questo significa che il lavoro dei britannici sar\u00e0 valorizzato meglio, e quindi gli inglesi, gli scozzesi, i gallesi guadagneranno di pi\u00f9, saranno pi\u00f9 forti nel mercato del lavoro mondiale. Donde questo <em>slogan<\/em> rivoluzionario: \u201c<em>hire your best employer<\/em>\u201d. Che vuol dire ingaggia il miglior imprenditore che trovi in giro per il mondo. \u00c8 rivoluzionario perch\u00e9 ribalta il modo di guardare al mercato del lavoro: non pi\u00f9 il lavoratore come oggetto di un ingaggio, di una scelta altrui &#8211; l\u2019imprenditore che sceglie il lavoratore e lo ingaggia &#8211; ma il lavoratore come soggetto che ingaggia l\u2019imprenditore. Naturalmente, poich\u00e9 per un imprenditore ci sono cento, mille o diecimila lavoratori, quest\u2019operazione pu\u00f2 essere compiuta da un collettivo di lavoratori, e appunto qui svolge un ruolo decisivo il sindacato, perch\u00e9 solo il sindacato pu\u00f2 essere l\u2019intelligenza collettiva dei lavoratori, che consente loro di valutare il piano industriale, e se il piano industriale \u00e8 positivo, pu\u00f2 guidarli nella scommessa comune con l\u2019imprenditore su quel piano industriale. In Gran Bretagna questa scelta \u00e8 stata compiuta, ed \u00e8 stata compiuta in modo <em>bi-partisan<\/em>; \u00e8 stata condivisa dai laburisti e dai conservatori, e in Gran Bretagna ha portato, per esempio, nel settore dell\u2019auto, nell\u2019arco dell\u2019ultimo quarto di secolo, col fallimento della Rover, al 95% del totale l\u2019industria a capitale straniero. Per\u00f2, come vedremo tra breve, in questo settore l\u2019industria britannica \u00e8 la pi\u00f9 forte del mondo.<br \/>\nToni Blair ha proposto anche la metafora di Wimbledon (che poi \u00e8 stata ripresa in casa nostra da Tommaso Padoa Schioppa, in un famoso editoriale sul <em>Corriere della Sera<\/em>): \u201ca noi non interessa che a Wimbledon vinca un tennista britannico o che giochino tennisti britannici; ci interessa che giochino tutti i migliori tennisti del mondo. Questo \u00e8 quello che fa grande il torneo di Wimbledon.\u201d Dunque il messaggio \u00e8: \u201cportiamo in casa nostra il meglio che il mondo offre\u201d. Ora, gli inglesi, i britannici, dicevo, questa parola d\u2019ordine l\u2019hanno fatta propria; gli italiani hanno fatto propria la parola d\u2019ordine esattamente contraria. L\u2019Italia \u00e8 il Paese pi\u00f9 chiuso agli investimenti stranieri in Europa, se escludiamo la Grecia. Questa prima<em> slide<\/em> che vedete ci d\u00e0 un grafico con pochi dati, riferito al 2006, ma guardate questo altro che vi propongo nella seconda, che riguarda il dato di <em>stock<\/em>, cio\u00e8 la fotografia di quanto capitale straniero opera in ciascun Paese Europeo. Qui il dato \u00e8 espresso in termini di percentuale sul Prodotto Interno Lordo: vedete come nell\u2019ultimo quinquennio l\u2019Italia sia il fanalino di coda; peggio di noi fa soltanto la Grecia; ma guardate quest\u2019altra slide, che \u00e8 pi\u00f9 significativa, perch\u00e9 si riferisce al dato di flusso, cio\u00e8 indica quanto capitale straniero entra nel nostro Paese ogni anno. Qui vedete che nell\u2019ultimo quinquennio prima della grande crisi, dal 2004 al 2008, in Italia sono entrati capitali stranieri per un totale pari al 6,8% del nostro Prodotto Interno Lordo. Se ci confrontiamo non con i primi della classe ma con un Paese mediano come l\u2019Olanda, per esempio, la differenza nel quinquennio \u00e8 pari al 18% del Prodotto Interno Lordo. Essendo il nostro PIL di 1.600 miliardi di euro, il 18% del PIL sono 288 miliardi, divisi per 5 fanno 57,6 miliardi in media ogni anno. Ora, considerate l\u2019investimento proposto da Marchionne, dalla FIAT, sul quale ci siamo giustamente scannati perch\u00e9 l\u2019abbiamo considerato un investimento importantissimo per il nostro Paese: come dimensioni sono 2 miliardi l\u2019anno per dieci anni. Se abbiamo dato tanta importanza a quell\u2019investimento, perch\u00e9 nessuno parla dei ventinove Marchionne (perch\u00e9 57,6 fa ventinove volte l\u2019investimento della FIAT) che stanno fuori dal nostro Paese? Questi non perdono tempo a dirci perch\u00e9 stanno fuori; stanno fuori e basta. Voi capite che la questione assume un valore decisivo per dare corpo al diritto al lavoro, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 modo pi\u00f9 efficace per rendere effettivo il diritto al lavoro che avere in casa propria una forte domanda di lavoro. E non c\u2019\u00e8 neanche modo pi\u00f9 efficace per proteggere il lavoro, che offrire al lavoratore la possibilit\u00e0 di scegliere tra imprenditori diversi. La possibilit\u00e0, per esempio, di andarsene sbattendo la porta dall\u2019azienda che ti tratta male perch\u00e9 ce n\u2019\u00e8 un\u2019altra che ti tratta meglio. Oppure semplicemente ce n\u2019\u00e8 un\u2019altra dove le tue capacit\u00e0 sono meglio valorizzate e quindi ti consente di guadagnare di pi\u00f9. Non c\u2019\u00e8 legge inderogabile, non c\u2019\u00e8 contratto collettivo, non c\u2019\u00e8 sindacato &#8211; per quanto abile ed efficace nella sua azione &#8211; che possa dare al lavoratore di pi\u00f9 in termini di tutela della sua dignit\u00e0, della sua forza e della sua capacit\u00e0 di far valere i propri diritti costituzionali e ordinari in azienda. La miglior tutela \u00e8 avere una larga possibilit\u00e0 di scelta. Allora voi capite che la cosa pi\u00f9 importante di tutte \u00e8 avere domanda di lavoro nel nostro Paese. Chiudere la porta a questi 57miliardi (57miliardi \u00e8 l\u2019equivalente di tre finanziarie, di tre manovre annuali degli ultimi anni), voi capite che tener fuori dal nostro Paese questa enorme quantit\u00e0 di risorse pone un problema, poich\u00e9 constatiamo che il nostro Paese \u00e8 fermo, non riesce a crescere, ha una domanda di lavoro fiacca, e di basso livello. Consideriamo per esempio il problema del precariato. Non \u00e8 oggetto del nostro incontro di oggi, magari un\u2019altra volta parleremo anche di quello; ma quando si va a guardare alla radice di questo problema, alla base di tutto c\u2019\u00e8 una scarsit\u00e0 di domanda nel mercato del lavoro. Non ho la pretesa che voi la condividiate, ma la mia tesi \u00e8 che quei 57 miliardi oggi, dal punto di vista dell\u2019interesse dei lavoratori, sono pi\u00f9 importanti di tutto il resto, e che se noi non capiamo perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 il fanalino di coda dell\u2019Europa sotto questo profilo, ci poniamo nella condizione di non poter dare corpo, concretezza al diritto al lavoro, alla norma costituzionale di cui ci stiamo occupando.<br \/>\nAllora la domanda \u00e8: che cosa chiude il nostro Paese agli investimenti stranieri? La risposta che vi propongo \u00e8 che certamente, come tutti sanno, gioca in questa chiusura un difetto di efficienza delle amministrazioni, in particolare l\u2019amministrazione della giustizia, che ha un eccesso di vincoli burocratici; certamente gioca un ruolo in questa chiusura l\u2019arretratezza delle nostre infrastrutture; certamente gioca anche il difetto di <em>civic attitudes<\/em>, di <em>civicness<\/em>, di senso civico, di cultura delle regole &#8211; difetto che qualche volta diventa una piaga tragica quando si traduce in cultura mafiosa, in criminalit\u00e0 organizzata. Giocano un ruolo decisivo per\u00f2 anche altri due fattori; ne abbiamo la certezza perch\u00e9 molti sintomi ce lo dicono, ma in particolare la faccenda FIAT ha messo in evidenza almeno uno di questi due dati. Nell\u2019elenco delle <em>critical issues<\/em> che un operatore straniero deve affrontare se vuole operare in Italia, ai primi posti vengono indicati dagli osservatori qualificati due elementi. Il primo, una legislazione del lavoro inconoscibile, difficilissima da capire. Perch\u00e9 \u00e8 caotica, ipertrofica. La legislazione nazionale del lavoro si \u00e8 stratificata in sessant\u2019anni in modo disordinatissimo, occupa attualmente duemila pagine del Codice del Lavoro IPSOA, cio\u00e8 una montagna di testi normativi, tanto che hanno difficolt\u00e0 a capirla e conoscerla anche gli esperti del diritto del lavoro italiano; in Italia occorre il consulente del lavoro anche per stipulare contratti di lavoro normalissimi come il contratto di apprendistato e il contratto di <em>part-time<\/em>. Ma soprattutto questa legislazione \u00e8 intraducibile in inglese. Chiunque abbia esperienza professionale in questo campo sa che quando un imprenditore straniero chiede informazioni che devono essere date in inglese sulla disciplina nazionale di determinate materie &#8211; come il contratto a termine, la cassa integrazione, i costi dell\u2019aggiustamento industriale &#8211; noi non siamo in grado di rispondere; ci chiedono \u201cmi dia il testo in inglese della disciplina della cassa integrazione\u201d come facciamo, dal momento che abbiamo trentaquattro leggi vigenti in materia di cassa integrazione? Oppure il <em>part-time<\/em>: il codice contenente le norme sul <em>part-time<\/em> occupa venti pagine; o l\u2019apprendistato: abbiamo norme sull\u2019apprendistato nel Codice Civile, in una legge del \u201955, nella legge Biagi, in ciascuna delle venti regioni italiane\u2026 tutto ci\u00f2 rende molto difficile la conoscenza della disciplina del lavoro italiana, e questo \u00e8 un ostacolo grave, perch\u00e9 chi vuole investire in Italia vuole e ha diritto di chiarezza sulla disciplina della materia.<br \/>\nUn\u2019altra <em>critical issue<\/em> &#8211; questo \u00e8 il tema della riflessione nostra di oggi \u2013 sta nel fatto che c\u2019\u00e8 un sistema di relazioni industriali ancora troppo chiuso all\u2019innovazione. Gli osservatori stranieri parlano in proposito di vischiosit\u00e0 e inconcludenza del sistema. Dobbiamo adesso cercare di capire perch\u00e9.<br \/>\nSull\u2019inconoscibilit\u00e0 del nostro diritto del lavoro la soluzione credo &#8211; ma ve ne faccio solo un cenno &#8211; debba essere una drastica semplificazione, che non significa smantellamento dei diritti: significa riscrittura della parte essenziale della nostra legislazione in poche norme chiare e leggibili, scritte per essere traducibili in inglese. Questo \u00e8 indispensabile nell\u2019era della globalizzazione, se non lo facciamo diventa un elemento di chiusura del sistema. Insieme ad altri cinquantaquattro senatori del PD ho presentato nel 2009 un progetto in questo senso, che riduce l\u2019intera legislazione nazionale &#8211; di fonte nazionale, ovviamente non quella di fonte europea \u2013 a un Codice del Lavoro di settanta articoli (\u00e8 il <a title=\"ddl 1873\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4896\" target=\"_blank\">d.d.l. n. 1873<\/a>). Oggi invece ci dedichiamo all\u2019altro tema: la chiusura del sistema di relazioni industriali. E qui &#8211; vista la giusta limitazione del tempo dell\u2019esposizione &#8211; invece di fare teoria vi propongo alcuni casi concreti, lasciando a voi estrarre dai singoli casi l\u2019essenza del problema, la diagnosi e poi anche la terapia. La mia tesi, la tesi a cui ho dedicato il libro che vi ho citato prima, A cosa serve il sindacato?, \u00e8 che uno dei fattori (non l\u2019unico, ma uno dei fattori) di inconcludenza, di chiusura del nostro sistema di relazioni industriali \u00e8 la regola della rigida inderogabilit\u00e0 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Perch\u00e9 sostengo questo? Perch\u00e9 i contratti collettivi nazionali del lavoro italiani non si limitano a stabilire un <em>minimum wage<\/em> &#8211; un trattamento salariale minimo &#8211; ma investono l\u2019intera materia dell\u2019organizzazione del lavoro, della distribuzione dei tempi di lavoro, dell\u2019inquadramento professionale, della struttura della retribuzione &#8211; quindi il rapporto fra parte fissa e parte variabile. Ora queste materie vengono dal contratto collettivo nazionale definite secondo un modello che poi resta fermo per decenni, perch\u00e9 nei vari rinnovi contrattuali vengono adattati o i minimi salariali o singoli aspetti della disciplina, ma piuttosto limitati. Il 90-95% del testo contrattuale resta invariato nel tempo. E per decenni: per esempio il contratto dei metalmeccanici nella sua struttura e parte del suo inquadramento professionale, sulla struttura della retribuzione, sull\u2019organizzazione del lavoro, \u00e8 ancora quello del \u201972, cio\u00e8 di quarant\u2019anni fa. Ecco, l\u2019innovazione\u2026 dove si presenta? L\u2019innovazione che porta ad aumenti di produttivit\u00e0, e quindi anche a maggiori margini per aumentare e migliorare il trattamento dei lavoratori, non si presenta al livello di un intero settore nazionale; si presenta sempre al livello della singola azienda. Ora, considerate questo caso. Un grande istituto di ricerca, ricovero e cura quattro anni fa decide di sperimentare una forma di organizzazione del lavoro e sanitaria completamente diversa rispetto a quello che \u00e8 previsto nel contratto collettivo di settore applicabile, quello per gli istituti di ricerca, ricovero e cura. Ora, la regola della rigida inderogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale fino a ieri comportava che non ci si potesse discostare dalla disciplina nazionale se non con l\u2019accordo di tutte le organizzazioni sindacali che lo hanno firmato. O firmano tutti anche il contratto aziendale, oppure non ci si pu\u00f2 scostare dalla disciplina nazionale (perch\u00e9 non \u00e8 pensabile che la modifica si applichi solo agli iscritti a un sindacato e non agli iscritti a un altro; un\u2019organizzazione aziendale \u00e8 un tutto unitario). Ora, in quella casa di cura c\u2019era un sindacato, non dir\u00f2 quale, che rappresentava &#8211; e rappresenta tutt\u2019oggi &#8211; il 58% dei dipendenti, un altro sindacato firmatario del contratto nazionale che ne rappresentava soltanto l\u20198%, e quest\u2019ultimo non era d\u2019accordo. Ci sono voluti tre anni e mezzo di trattativa per arrivare ad accordarsi. Ora voi capite che se invece dell\u2019imprenditore italiano in quel caso ci fosse stato un professor Smith o un professor Weber che veniva da fuori e che voleva impiantare un istituto di ricovero e cura secondo questi nuovi criteri, quello non avrebbe aspettato tre anni per trovare un accordo che gli consentisse di fare quello che aveva in progetto di fare; vista la situazione se ne sarebbe andato in Svizzera, in Slovenia, in Austria, o in un posto dove la cosa fosse fattibile in termini pi\u00f9 facili, pi\u00f9 immediati. Questo vi d\u00e0 una percezione di quella vischiosit\u00e0 del sistema di relazioni industriali di cui abbiamo parlato poco fa. La regola per cui o sono tutti d\u2019accordo o la cosa non si fa non impedisce drasticamente l\u2019innovazione, ma la rende pi\u00f9 difficile, la rallenta. E la rende anche pi\u00f9 costosa perch\u00e9 istituisce un costo di transizione pi\u00f9 alto per chi desidera sperimentare, appunto, l\u2019innovazione. Un altro esempio: risale al 2004-2005 ed \u00e8 descritto nel quarto capitolo del mio libro di cui gi\u00e0 vi ho detto. Non ho avuto alcuna smentita &#8211; nonostante il caso sia descritto con nomi e cognomi -, quindi potete credermi. La vicenda \u00e8 questa: la Ticino-Lombardia era un\u2019impresa italo-svizzera, ma fondamentalmente a capitale e <em>management<\/em> svizzero, che si proponeva di gestire i trasporti ferroviari a cavallo delle Alpi fra Lombardia e Svizzera. L\u2019amministratore delegato, appena costituita la societ\u00e0, nel 2004, stipula il contratto con i sindacati dei ferrovieri svizzeri (un sindacato ricchissimo perch\u00e9 i ferrovieri svizzeri guadagnano tre volte quello che guadagnano i ferrovieri italiani, cio\u00e8 da 4500 a 6000 euro al mese a seconda dell\u2019et\u00e0, con previdenza complementare, assistenza sanitaria complementare\u2026 insomma, un contratto veramente coi fiocchi). Poi l\u2019amministratore delegato viene a Milano per trattare e firmare l\u2019accordo con i ferrovieri italiani, con i sindacati italiani; e fa questo discorso: voi attualmente prendete 1500 euro al mese, di base. Io vi propongo un itinerario di tre anni attraverso il quale, se verificheremo il raggiungimento di determinati obiettivi di produttivit\u00e0, di qualit\u00e0 del servizio, di qualit\u00e0 dei treni, ecc. i vostri livelli di trattamento saranno gradualmente portati al livello di quelli svizzeri; quindi fra tre anni anche i ferrovieri italiani che lavorano nella Ticino-Lombardia avranno il trattamento di quelli svizzeri. Naturalmente deve essere svizzero tutto quanto, non solo gli stipendi, ma anche la puntualit\u00e0 dei treni, la qualit\u00e0 del servizio, e anche alcune altre clausole. Per esempio, in Svizzera si lavora 40 ore alla settimana, il contratto collettivo nazionale italiano prevede 36 ore, io vi chiedo di portare l\u2019orario normale a 40; il contratto italiano prevede due macchinisti in cabina, in Svizzera questa regola non c\u2019\u00e8 e i treni della Ticino-Lombardia sono perfettamente in grado di garantire la sicurezza del trasporto anche con un solo macchinista per cabina; io vi chiedo quindi di derogare al vostro contratto nazionale e accettare un solo macchinista in cabina. Su questi punti ricevette un primo, secco, \u201cNo\u201d, non da tutti e tre i sindacati &#8211; uno, pi\u00f9 piccolo, era dell\u2019idea di accettare &#8211; ma i due maggiori risposero che non erano disponibili per questa deroga. Il \u201cNo\u201d, poi, divenne ancora pi\u00f9 secco quando l\u2019amministratore della Ticino-Lombardia disse \u201cguardate che io so che qui in Italia, nel settore dei trasporti pubblici, la regola \u00e8 quella di uno sciopero al mese, perch\u00e9 questa \u00e8 la realt\u00e0, nei trasporti ferroviari, aerei, municipali; da noi non \u00e8 cos\u00ec: in Svizzera si firma il contratto e fino alla scadenza del contratto non si fa un minuto di sciopero; se c\u2019\u00e8 una controversia sull\u2019applicazione del contratto ci sar\u00e0 un arbitro che viene scelto di comune accordo e che risolver\u00e0 la controversia; al termine se vorrete sciopererete per le condizioni della volta dopo, ma non sulle condizioni di lavoro che adesso dobbiamo definire in tutti gli aspetti. Non possiamo scaricare le nostre beghe sui viaggiatori; ai viaggiatori dobbiamo offrire un servizio garantito, puntualissimo. Su questa sua richiesta il \u201cNo\u201d fu unanime: cio\u00e8, anche il sindacato che era disposto ad accettare le deroghe al contratto collettivo nazionale su questo punto dice \u201cnon possiamo ritornare all\u2019Ottocento\u201d, \u201cnon possiamo rimettere indietro l\u2019orologio della storia\u201d. Il risultato fu che quel contratto venne rifiutato. Dal punto di vista costituzionale siamo davvero convinti che quel contratto fosse un attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori? Io non lo sono affatto, perch\u00e9 la legge dice &#8211; anzitutto \u2013 che in Italia l\u2019orario di lavoro normale \u00e8 di 40 ore settimanali, quindi non c\u2019era sicuramente la violazione di nessuna norma di legge; ma anche sul tema dello sciopero, la Costituzione dice \u201cil diritto di sciopero si esercita nell\u2019ambito delle leggi che lo regolano\u201d. Nel settore dei trasporti pubblici ci sono delle leggi che introducono alcune regole, ma non sta scritto da nessuna parte che non si possa stipulare una clausola di tregua vincolante anche per i lavoratori a cui si applica il contratto; e, badate, questa \u00e8 la regola normalmente applicabile in tutti i Paesi dell\u2019occidente industrializzato, dell\u2019OCSE, tranne la Francia, dove invece questa regola non \u00e8 chiaro se si applichi o no. Per tutti gli altri \u00e8 cos\u00ec (in Germania, in Svizzera, in Austria, in Canada, negli Stati Uniti, in Svezia, in Gran Bretagna, in Danimarca, in Spagna, in Grecia\u2026 ): se si concorda una clausola di tregua sulle condizioni del contratto, poi su quelle materie non si pu\u00f2 scioperare fino alla fine del contratto.<br \/>\nSe parliamo di sciopero politico, o di sciopero generale, \u00e8 un altro discorso; ma il concetto \u00e8 che il sindacato deve poter spendere la moneta della tregua al tavolo della trattativa, se no il sindacato stesso non conta nulla, non ha nulla da spendere, non ha potere contrattuale. Questa nostra idea che la clausola di tregua non vincola i lavoratori \u00e8 un\u2019idea sbagliata. Non ha alcun fondamento nella Costituzione e finisce con l\u2019indebolire il sindacato italiano e i lavoratori italiani nel mercato del lavoro mondiale di cui abbiamo parlato all\u2019inizio. D\u2019altra parte, non mi risulta che il regime di conflittualit\u00e0 permanente nel settore dei trasporti pubblici abbia molto migliorato le condizioni di lavoro in questo settore; al contrario, osservo che le condizioni di lavoro, in questo caso, sono state fortemente depresse proprio dall\u2019incapacit\u00e0 e addirittura la non volont\u00e0 dei sindacati di spendere questa moneta. Quindi credo che su questo terreno una riflessione molto attenta meriti di essere compiuta.<br \/>\nQuesti sono due esempi che mostrano \u2013 ma ve ne potrei fare anche altri venti \u2013 che le regole dell\u2019inderogabilit\u00e0 rigida del contratto collettivo nazionale, nata per impedire il <em>dumping<\/em> sociale, la guerra fra i poveri, la rincorsa al ribasso, e la regola per cui la clausola di tregua non vincola i singoli lavoratori hanno finito anche con l\u2019impedire gli aumenti di produttivit\u00e0 che avrebbero potuto essere conseguiti adottando modelli nuovi di organizzazione del lavoro incompatibili con i vecchi contratti nazionali, e modelli nuovi di relazioni industriali, con la possibilit\u00e0 di ottenere condizioni migliori di lavoro per i lavoratori. Questo significa che le innovazioni, gli scostamenti rispetto allo <em>standard<\/em> fissato dal contratto collettivo nazionale possono certo portare a star peggio, essere innovazioni cattive; ma possono anche essere innovazioni buone. E se noi per paura delle innovazioni cattive ci chiudiamo anche alle innovazioni buone il risultato \u00e8 che l\u2019innovazione non entra nel nostro Paese e l\u2019Italia resta ferma: si determina, cio\u00e8, quella vischiosit\u00e0 di cui appunto parlavamo all\u2019inizio.<br \/>\nC\u2019\u00e8 poi un elemento della nostra cultura industriale che ci porta a difendere irrazionalmente l\u2019italianit\u00e0 delle imprese che operano in Italia e che contribuisce, insieme a questa regola che regge il sistema delle relazioni industriali, a chiudere l\u2019Italia agli investimenti stranieri e a chiudere l\u2019Italia alle innovazioni. Noi abbiamo visto questa difesa dell\u2019italianit\u00e0 all\u2019opera in una gran quantit\u00e0 di casi: l\u2019abbiamo vista all\u2019opera nel caso Alitalia. Vi ricordate quando Alitalia, in stato fallimentare, si \u00e8 vista offrire l\u2019acquisto da parte di Air France-KLM, che era ed \u00e8 il primo vettore aereo del mondo? Air France-KLM veniva qui offrendo un miliardo di investimento, l\u2019accollo di un miliardo e mezzo di debiti di Alitalia, e un piano industriale che avrebbe inserito Alitalia in una dimensione intercontinentale. Noi abbiamo rifiutato quei due miliardi e mezzo &#8211; un miliardo di investimento e un miliardo e mezzo di accollo dei debiti &#8211; e in pi\u00f9 abbiamo speso ottocento milioni e carte false per tenere in vita con la respirazione bocca a bocca la nostra compagnia di bandiera, anche quando poi \u00e8 stata acquistata dalla CAI, la Compagnia Aerea Italiana, composta da una cordata di imprenditori dei quali neanche uno aveva mai fatto volare un aereo. Abbiamo fatto un buon affare? Io dico proprio di no. Non solo per i soldi che abbiamo buttato via, quei tre miliardi e mezzo che abbiamo sprecato per difendere l\u2019italianit\u00e0 di Alitalia, ma anche perch\u00e9 per tenerla in vita ci siamo tenuti un\u2019impresa di basso profilo tecnico-produttivo, abbiamo ridotto la nostra compagnia di bandiera a una dimensione regionale e a una sostanziale svalutazione: basta che voi prendiate un aereo per Londra o per Parigi e vedete che l\u2019Alitalia viene sbarcata nell\u2019ultimo dei terminali ed \u00e8 trattata peggio delle compagnie <em>low cost<\/em>. E poi questa italianissima Alitalia sta in piedi soltanto perch\u00e9 \u00e8 stata sospesa la regola <em>antitrust<\/em> sulla rotta Milano\u2013Roma. Cos\u00ec si fa pagare il biglietto Milano-Roma 300 euro, mentre il biglietto Londra-Glasgow ne costa 80: quei 220 euro di differenza servono a tenere in piedi Alitalia. Noi non paghiamo, dunque, solo i tre miliardi e mezzo che abbiamo buttato via, paghiamo anche i 220 euro in pi\u00f9 sull volo Milano-Roma, che non pagheremmo se ci fosse un\u2019impresa come avrebbe potuto essere Air France-KLM, in piena concorrenza con altri vettori su quella rotta. Abbiamo fatto un pessimo affare. Anche i lavoratori che ora dipendono dalla CAI non hanno certamente guadagnato gran che, perch\u00e9 un\u2019impresa marginale, di basso profilo, non pu\u00f2 offrire sicurezza nel lavoro &#8211; tant\u2019\u00e8 vero che gi\u00e0 si parla di altri mille esuberi e licenziamenti &#8211; ma soprattutto non avendo margini non pu\u00f2 certo garantire spazi per un miglioramento. Pi\u00f9 o meno la stessa cosa \u00e8 accaduta per Telecom, dove abbiamo fatto le barricate per impedire ad AT&amp;T, americana, di acquistarla. In questo caso abbiamo detto: \u201cquesto \u00e8 necessario per difendere il sistema nervoso nazionale da possibili infiltrazioni straniere\u201d; dopodich\u00e9 l\u2019italianissima Telecom di Tronchetti-Provera ha visto proliferare al suo interno il peggiore servizio deviato della storia dell\u2019industria italiana. Lo stesso abbiamo fatto per le Poste, dove abbiamo aspettato l\u2019ultima ora, l\u2019ultimo minuto concesso dall\u2019Unione Europea per uscire dal regime di monopolio e aprirci ai servizi stranieri. Che guadagno ne abbiamo tratto? Ci sarebbe costato molto meno assistere robustamente i lavoratori nel passaggio dal ferrovecchio delle Poste alle nuove imprese pi\u00f9 efficienti, magari straniere, o ad altre attivit\u00e0, che non tenere questa infrastruttura fondamentale del Paese in condizioni di grave inefficienza. Oggi le nostre Poste hanno acquistato un po\u2019 di efficienza, ma nel settore dei servizi bancari: in quello dei servizi postali restano un ferrovecchio.<br \/>\nQui vi mostro alcune <em>slides<\/em>: sono riferite a prese di posizione, diciamo, \u201cdi sinistra\u201d, ma ne potrei proiettare altrettante col marchio di \u201ccentro-destra\u201d. Io penso che sia pi\u00f9 producente non essere faziosi e vedere le magagne in casa propria prima delle magagne in casa d\u2019altri. In un dibattito al nostro interno credo sia importante prendere coscienza del fatto che, per esempio, questa parola d\u2019ordine che leggete sul settimanale della Cgil, \u201cL\u2019Italia non \u00e8 in vendita\u201d, volta a contrastare la contendibilit\u00e0 di grandi imprese come Ferrovie, Telecom e Alitalia, oppure la stessa parola d\u2019ordine fatta propria dal ministro dei Trasporti del governo Prodi, Alessandro Bianchi, generano poi quello che leggiamo sul <em>Financial Times<\/em>: \u201cL\u2019approccio di Roma, dell\u2019Italia, spaventa coloro che vogliono investire sulle imprese italiane\u201d. Il risultato finale \u00e8 quella incapacit\u00e0 di attrarre investimenti stranieri di cui abbiamo parlato prima.<br \/>\nDa ultimo, esaminiamo \u2013 nella chiave di lettura che vi ho proposto \u2013 la vicenda FIAT, in particolare quella di Pomigliano, ma anche quella di Mirafiori. All\u2019indomani dell\u2019accordo di Pomigliano la FIOM ha denunciato violazioni della legge e della Costituzione. La mia convinzione \u2013 ma non \u00e8 solo la mia, perch\u00e9 in tutti i dibattiti, tanti dibattiti, che ho avuto in questi mesi anche con rappresentanti della FIOM, anche di altissimo livello, alla fine anche loro riconoscono che su questo punto ho ragione \u2013 \u00e8 che, a parte la questione dello sciopero, su cui torneremo, ma va fin d\u2019ora osservato che su questa materia non c\u2019\u00e8 alcuna norma di legge suscettibile di essere violata -, sugli altri punti critici dell\u2019accordo non pu\u00f2 davvero sostenersi che ci sia alcuna violazione di legge. La sola \u201cviolazione\u201d che possa prospettarsi \u00e8 quella riferita al contratto collettivo nazionale: torniamo ancora una volta alla questione della derogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale. Non c\u2019\u00e8 violazione in materia di orario di lavoro, perch\u00e9 il contratto nazionale dei metalmeccanici prevede 38 ore e mezza alla settimana e l\u2019accordo di Pomigliano, come quello di Mirafiori, porta l\u2019orario normale sostanzialmente a 40 ore alla settimana, aggiungendo quell\u2019ora e mezza di straordinario, che diventa ordinario perch\u00e9 viene richiesto su tutto l\u2019arco dell\u2019anno (quelle 80 ore in pi\u00f9 all\u2019anno di lavoro straordinario, di fatto, portano l\u2019orario normale a 40 ore). Veniamo alla malattia: la legge italiana non stabilisce nulla sul trattamento retributivo dei primi tre giorni di malattia, tanto che fino al \u201972 quei tre giorni non erano pagati in alcun settore. Qui il Contratto interviene a regolare la materia, istituendo una franchigia per quelle situazioni in cui si verificano dei tassi abnormi di assenze: nello stabilimento di Pomigliano questo era un problema. Era un problema perch\u00e9 quando c\u2019era la raccolta dei pomodori un terzo dei lavoratori non si presentava in fabbrica; o quando c\u2019era la partita il mercoled\u00ec c\u2019era una punta di 1500 assenze. Si \u00e8 detto: \u201cbisogna risolvere il problema con le ispezioni sanitarie\u201d; ma nessuna ASL dispone di 1500 ispettori da mandare in giro nella stessa giornata; e poi, nessun ispettore \u00e8 in grado di controllare se davvero il lavoratore ha l\u2019emicrania o la lombalgia che viene solitamente indicata nei certificati come causa dell\u2019assenza per un giorno. Quindi non \u00e8 vero che il problema pu\u00f2 essere risolto con le ispezioni. Curare la patologia con una piccola franchigia, non gestita unilateralmente ma co-gestita dalle parti, a me non sembra un attacco ai diritti fondamentali, alla Costituzione, al diritto alla cura della malattia. Perch\u00e9 guardate che il concetto di diritto fondamentale \u00e8 un concetto addirittura pi\u00f9 stretto, pi\u00f9 specifico che non un diritto fondato sulla Costituzione; per definizione sono \u201cfondamentali\u201d quei diritti che sono riconosciuti da tutte le Costituzioni. In altre parole, per essere \u201cfondamentale\u201d il diritto deve avere una dimensione sovranazionale. Ora, in tutti i Paesi d\u2019Europa ci sono franchigie retributive di questo genere sui primi giorni di malattia: in Gran\u00a0 Bretagna i primi due giorni non sono pagati, in Svizzera i primi tre giorni di malattia sono pagati per lo pi\u00f9 soltanto al 50%. Come si fa, dunque, a parlare di \u201cviolazione di un diritto fondamentale\u201d, se solo in caso di punta anomala di assenze si istituisce una franchigia di un giorno? Non mi sembra che abbia molto senso. \u00c8 una deroga al contratto collettivo nazionale, questo s\u00ec, ma la funzione del contratto \u00e8 proprio di adattare il regolamento alle circostanze e alle necessit\u00e0 contingenti; \u00e8 la legge che stabilisce un diritto tendenzialmente uguale per tutti e stabile nel tempo, ma la funzione del contratto \u00e8 proprio quella di adattare la disciplina della materia nelle situazioni in cui l\u2019adattamento \u00e8 necessario. Per altro verso, non si difendono i diritti dei lavoratori \u2013 e in particolare il diritto alla malattia retribuita \u2013 se non combattendo gli abusi di questi diritti. Si tratta appunto di combattere un abuso in modo civile, sensato, ragionevole; e non di altro.<br \/>\nIo comunque posso capire benissimo che ci siano dei dissensi sul contenuto di questo accordo, cio\u00e8 che si possa dire: \u201ctutto sommato, messi insieme tutti gli elementi positivi e tutti quelli negativi, per me il saldo \u00e8 negativo quindi io voto contro\u201d; non c\u2019\u00e8 niente di strano, \u00e8 ragionevolissimo. Quello che mi sembra non ragionevole \u00e8 che si impedisca il dibattito, lo si blocchi, si cali la saracinesca squalificando drasticamente chi sostiene il contrario. Il modo in cui \u00e8 stata affrontata questa questione, cio\u00e8 gridare all\u2019\u201cattacco ai diritti fondamentali della Costituzione\u201d, \u00e8 un modo per chiudere la saracinesca, per impedire il dibattito. Squalificare i sindacati che hanno invitato i lavoratori a votare \u201cs\u00ec\u201d, CISL e UIL, qualificandoli come sindacati gialli, trattandoli come traditori della classe operaia e servi del padrone, \u00e8 il modo per impedire la normale dialettica che invece deve poter avere corso su queste cose.<br \/>\nLa cosa mi sembra tanto pi\u00f9 irragionevole in quanto la chiusura dell\u2019Italia agli investimenti stranieri fa s\u00ec che, nell\u2019ipotesi in cui avesse prevalso il \u201cno\u201d, i lavoratori di Pomigliano non avrebbero avuto alternative: non c\u2019era la Ford, o la Renault, o la Volkswagen, o la Toyota, a offrire altre opportunit\u00e0 di lavoro; l\u2019alternativa a Pomigliano erano le dieci ore di lavoro al giorno nei sottoscala governati dalla camorra, a 700-800 euro al mese senza contributi, senza diritti sindacali, senza malattia retribuita n\u00e9 per un giorno n\u00e9 per una settimana o un mese. Quella sarebbe stata la deroga al contratto nazionale che avrebbero dovuto subire quei lavoratori, se avesse vinto il \u201cno\u201d. Questa situazione non \u00e8 il frutto di una maledizione divina; \u00e8 il frutto della nostra chiusura agli investimenti stranieri. Ma allora \u00e8 con noi stessi che dobbiamo prendercela se non abbiamo alternative a Marchionne; se noi avessimo altri quattro costruttori di automobili operanti nel nostro Paese \u2013 come in Germania o in Gran Bretagna \u2013 potremmo anche a cuor leggero dire \u201cno\u201d a Marchionne, perch\u00e9 avremmo delle altre opportunit\u00e0; ma a Pomigliano l\u2019unica alternativa \u00e8 quella che ho detto, a Torino l\u2019unica alternativa \u00e8 la cassa integrazione. E allora di cosa stiamo parlando? Che senso ha questa chiusura?<br \/>\nProvate a chiedere ai sostenitori del \u201cno\u201d: \u201cse avessero prevalso i no e Marchionne si fosse spostato altrove, quale alternativa avreste proposto ai lavoratori interessati?\u201d. La risposta \u00e8 sempre questa: \u201csi sarebbe nazionalizzata la FIAT\u201d; oppure: \u201clo Stato avrebbe dovuto intervenire per\u00a0 sovvenzionare una soluzione alternativa\u201d. Ma questa risposta non \u00e8 praticabile oggi; l\u2019Unione Europea vieta questa operazione, quindi o noi teorizziamo l\u2019uscita dall\u2019Unione Europea \u2013 ma questo vorrebbe dire adottare il modello dell\u2019Albania di Enver Hoxha, isolata per decenni dal resto del mondo e ridotta a vivere di pastorizia. \u00c8 a questo che vogliamo ridurci? La logica della nazionalizzazione della Fiat \u00e8 proprio la logica opposta a quella che dicevamo all\u2019inizio: ci teniamo un\u2019imprenditoria povera, incapace di valorizzare il lavoro degli italiani, chiudendoci alla domanda di lavoro possibile; il risultato \u00e8 un impoverimento grave, \u00e8 la negazione del diritto costituzionale al lavoro, \u00e8 la creazione di condizioni nelle quali anche i diritti costituzionali del lavoro (tutele, retribuzioni, dignit\u00e0 ecc\u2026) perdono di contenuto, si sviliscono. Il mezzogiorno d\u2019Italia non ha alcuna speranza di sviluppo se non nell\u2019ottica del attirare in casa propria buoni investimenti stranieri. Se questo \u00e8 vero, io credo che non abbiamo alterativa al rinunciare all\u2019accordo protezionistico tacito che ha chiuso l\u2019Italia fino ad oggi e abilitare (e qui torniamo ai punti di partenza) il sindacato a svolgere il ruolo che \u00e8 tipicamente proprio del sindacato nell\u2019era della globalizzazione: il ruolo di intelligenza collettiva dei lavoratori, che sa distinguere le innovazioni buone dalle innovazioni cattive, sa valutare il piano industriale, sa valutare la qualit\u00e0 dell\u2019imprenditore che lo propone, e se la valutazione \u00e8 positiva, sa guidare i lavoratori nella scommessa comune con l\u2019imprenditore sul piano industriale. Se la scommessa si vince, si va avanti, si cresce, si guadagnano i diritti. 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