
{"id":16608,"date":"2011-09-01T19:40:40","date_gmt":"2011-09-01T18:40:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=16608"},"modified":"2011-09-07T11:32:56","modified_gmt":"2011-09-07T10:32:56","slug":"rovesciare-il-paradigma-del-mercato-del-lavoro-per-cogliere-i-benefici-della-globalizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=16608","title":{"rendered":"ROVESCIARE IL PARADIGMA DEL MERCATO DEL LAVORO PER COGLIERE I BENEFICI DELLA GLOBALIZZAZIONE"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">I LAVORATORI NON TRARREBBERO VANTAGGIO DA UN NUOVO PROTEZIONISMO DI MARCA UE: I LORO INTERESSI NEL TESSUTO PRODUTTIVO E NEL SISTEMA DEL WELFARE SI PERSEGUONO ATTIRANDO IN CASA NOSTRA IL MEGLIO DELL&#8217;IMPRENDITORIA MONDIALE<\/span><\/p>\n<p><em>Intervento sul mensile <\/em>Reset <em>in risposta al quesito redazionale se per la difesa del nostro <\/em>welfare State<em>\u00a0possa essere utile una chiusura protezionistica dell&#8217;Unione Europea verso il resto del mondo, settembre 2011<\/em><\/p>\n<p><!--more--><em><\/em>Propongo di guardare la questione proposta da <em>Reset<\/em> sotto l\u2019angolo visuale \u2013 inconsueto, ma non per questo meno interessante dei vantaggi possibili della globalizzazione per le politiche del lavoro e del <em>welfare<\/em>: vantaggi tanto pi\u00f9 rilevanti quanto meno siamo stati fino a oggi capaci di approfittarne. In quest\u2019ottica, la soluzione proposta di un nuovo protezionismo di marca UE non mi sembra davvero la soluzione migliore per la difesa degli interessi dei lavoratori. E non soltanto per il motivo \u2013 comunque non secondario \u2013 che gran parte delle prospettive di crescita dell\u2019economia europea dipendono dalla crescita dei paesi emergenti dell\u2019Asia e del Sud America.<br \/>\nDopo la Grecia, l\u2019Italia \u00e8 il Paese europeo meno capace di attirare investimenti stranieri. Secondo il Comitato Investitori Esteri di Confindustria, se il nostro Paese riuscisse ad allinearsi per questo aspetto alla media europea, ne risulterebbe un flusso di investimenti in entrata pari a circa 30-35 miliardi l\u2019anno. Questi investimenti, provenienti in prevalenza dal di fuori dell\u2019area dell\u2019euro, potrebbero portare con s\u00e9 dai 200.000 ai 300.000 nuovi posti di lavoro ogni anno; e in quei posti un netto aumento della produttivit\u00e0 e della retribuzione rispetto alla media italiana. A me sembra evidente che un buon sindacalista dovrebbe, nell\u2019interesse dei propri rappresentati, porsi questo obiettivo come prioritario rispetto a qualsiasi altro. E prima ancora dovrebbe porselo anche il Governo, perch\u00e9 questo allargamento della base produttiva \u00e8 indispensabile per la riduzione del nostro enorme debito pubblico, per il rafforzamento della posizione dei nostri lavoratori nel mercato del lavoro e per la sostenibilit\u00e0 di qualsiasi sistema di <em>welfare<\/em> degno di questo nome. \u00c8 comunque evidente che, in quest\u2019ottica, ci\u00f2 di cui l\u2019Italia ha bisogno \u00e8 l\u2019esatto contrario di una chiusura dell\u2019economia europea verso il resto del mondo.<br \/>\nLe cause della cattiva <em>performance<\/em> del nostro Paese nel mercato globale dei capitali vanno individuate in primo luogo nei difetti delle nostre infrastrutture e delle nostre amministrazioni pubbliche, con le relative conseguenze in termini di burocrazia; inoltre nel costo dell\u2019energia superiore del 30 per cento rispetto ai nostri maggiori <em>partner<\/em> europei, nel basso livello delle nostre <em>civic attitudes<\/em> e al sud anche nella criminalit\u00e0 organizzata. Ma ha un peso molto rilevante anche la nostra legislazione del lavoro caotica, ipertrofica e intraducibile in inglese, incapace di rispondere ad alcuni interrogativi fondamentali per qualsiasi operatore straniero che debba scegliere dove dislocare un proprio investimento, come quello circa il <em>severance cost<\/em>. E ha un peso almeno altrettanto rilevante il nostro sistema delle relazioni sindacali, che gli operatori stranieri considerano vischioso e inconcludente. Questi ultimi due difetti \u2013 l\u2019illeggibilit\u00e0 della nostra legislazione del lavoro e il carattere vischioso e inconcludente del nostro sistema sindacale \u2013 sono stati per mezzo secolo perfettamente funzionali a un accordo protezionistico tacito, volto proprio a tener fuori dal nostro Paese le grandi imprese straniere concorrenti delle nostre: un accordo tacito che ha visto in molte occasioni la vecchia sinistra politica fare sponda alla vecchia destra; e la maggioranza del nostro movimento sindacale fare sponda alla parte pi\u00f9 conservatrice dell\u2019imprenditoria nostrana, maggioritaria anch\u2019essa. Abbiamo visto questo accordo tacito operare per fare solo qualche esempio \u2013 nella vendita dell\u2019Alfa Romeo alla Fiat invece che a Ford, nel 1986; nella strenua difesa del monopolio delle Poste e delle Ferrovie di Stato finch\u00e9 \u00e8 stato possibile; e poi nelle vicende Abn Amro\/Antonveneta, Abertis\/Autostrade, AT&amp;T\/Telecom Italia, Air France-KLM\/Alitalia, ultimamente Lactalis\/Parmalat.<br \/>\nAi nostri sindacati non imputo soltanto i singoli casi in cui essi hanno fatto sponda esplicitamente a quella pratica protezionistica dei politici, appoggiati peraltro anche dalla parte pi\u00f9 conservatrice di Confindustria. Quello che soprattutto imputo loro \u00e8 di non aver capito un aspetto fondamentale dell\u2019economia globalizzata. La globalizzazione indebolisce i lavoratori italiani, in modo particolare quelli delle fasce professionali pi\u00f9 basse, mettendo i lavoratori di tutto il mondo in diretta concorrenza con loro sul versante dell\u2019offerta di manodopera. Questo indebolimento potrebbe per\u00f2 essere ampiamente compensato da un altro effetto della globalizzazione: la possibilit\u00e0 di mettere in concorrenza, in casa nostra, sul versante della domanda di manodopera, gli imprenditori di tutto il mondo; e soprattutto i migliori tra di essi. \u00c8 il discorso che fece Tony Blair alle <em>Trade Unions<\/em> verso la met\u00e0 degli anni \u201990, all\u2019incirca in questi termini: \u201cnoi siamo l\u2019uno per cento della popolazione del pianeta; se scegliamo di tener fuori dal nostro territorio gli imprenditori stranieri, il risultato, in tutti i settori in cui non sono i nostri imprenditori a eccellere, sar\u00e0 quello di privarci degli imprenditori migliori. Sarebbe un errore gravissimo. Al contrario, se sapremo attirare in casa nostra il meglio dell\u2019imprenditoria mondiale, questo si tradurr\u00e0 non soltanto nell\u2019afflusso di capitali che porteranno domanda aggiuntiva di lavoro, ma anche in aumento della produttivit\u00e0 del lavoro, quindi dei margini di miglioramento dei <em>terms and conditions<\/em> del lavoro nel Regno Unito\u201d. Lo stesso identico discorso vale, ovviamente, anche per noi. Chiuderci agli investimenti stranieri significa tenerci le conseguenze negative della globalizzazione, senza approfittare delle assai pi\u00f9 rilevanti opportunit\u00e0 positive che essa ci offrirebbe: non soltanto in termini di maggior domanda di lavoro, ma anche in termini di miglioramento del contributo imprenditoriale alla valorizzazione del nostro lavoro e di ampliamento dei margini disponibili per la ricostruzione del nostro sistema di <em>welfare<\/em>.<br \/>\nDobbiamo dunque cambiare il paradigma con cui guardiamo al mercato del lavoro, rovesciare il concetto e l\u2019immagine che tradizionalmente ce ne siamo fatta: quella di un luogo dove \u00e8 solo l\u2019imprenditore a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri dipendenti. Nell\u2019era della globalizzazione i lavoratori devono imparare a guardare al mercato del lavoro planetario come a un luogo in cui sono anche loro a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri imprenditori. Questo della selezione e ingaggio di buoni imprenditori stranieri, soprattutto nel Mezzogiorno, deve diventare un nostro impegno ordinario, a tutto campo. Stiamo tardando troppo ad acquisire questa idea elementarissima: che al di fuori dei settori in cui siamo noi ad avere le imprese eccellenti, gli imprenditori pi\u00f9 capaci di valorizzare il nostro lavoro sono stranieri.<br \/>\nPolitiche efficaci di attrazione degli investimenti stranieri, soprattutto <em>extra<\/em>-europei, sono attualmente praticate con successo dalla Svizzera, dove i lavoratori, a parit\u00e0 di mansione, sono pagati il doppio rispetto all\u2019Italia; ma anche dalla Francia, dall\u2019Austria e dalla Baviera, per restare ai nostri vicini di casa, dove pure le retribuzioni sono mediamente pi\u00f9 alte che da noi. Dunque il livello delle retribuzioni non \u00e8 n\u00e9 l\u2019unico dato rilevante, n\u00e9 tanto meno quello decisivo, in questa competizione internazionale. Possono diventarlo, per\u00f2, la complessit\u00e0 e illeggibilit\u00e0 della legislazione del lavoro, la vischiosit\u00e0 e inconcludenza del sistema delle relazioni industriali. \u00c8 quanto accade oggi in Italia: il nostro sistema di protezione del lavoro opera di fatto come un diaframma tra domanda e offerta difficile da superare, se non con la fuga nel sommerso. Problema, questo, che non si risolve \u2013 come propone il Governo con l\u2019articolo 8 del decreto-legge di Ferragosto contenente la cosiddetta \u201cmanovra aggiuntiva\u201d \u2013 rendendo l\u2019intero diritto del lavoro, in blocco, derogabile in sede di contrattazione aziendale, bens\u00ec semplificando la nostra legislazione del lavoro e allineandola agli <em>standard<\/em> europei, per altro verso riformando il nostro diritto sindacale, nella direzione in cui ha incominciato a farlo l\u2019accordo interconfederale del 28 giugno: quello dello spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia.<br \/>\nIl potenziamento necessario della contrattazione collettiva non consiste nell\u2019affidarle un ruolo sostitutivo del legislatore, che essa non potr\u00e0 mai svolgere, ma nel liberarla dal vincolo centralistico che la ha soffocata fin qui. Lo ha gi\u00e0 fatto qualche anno fa la Germania, che \u00e8 stata per decenni la patria del centralismo contrattuale: oggi in Germania il contratto collettivo nazionale pu\u00f2 essere sostituito dal contratto aziendale in parte o del tutto. Noi ne avremmo un bisogno ancor maggiore rispetto ai tedeschi, date le disuguaglianze interne pi\u00f9 marcate che caratterizzano il nostro Paese. Potenziare la contrattazione aziendale significa &#8220;sgabbiarla&#8221;, consentendole di aprirsi di pi\u00f9 non soltanto ai piani industriali innovativi che possono arrivare da oltr\u2019Alpe od oltremare, ma anche alla cultura delle relazioni industriali dei Paesi che ci circondano. Abbiamo bisogno di un sindacato che sappia operare come l\u2019intelligenza collettiva dei lavoratori, valutando il piano industriale e le soluzioni proposte dall\u2019imprenditore straniero, valutando ovviamente anche l\u2019affidabilit\u00e0 economica, tecnica ed etica di quest\u2019ultimo; e che, se la valutazione \u00e8 positiva, sappia guidare i lavoratori nella scommessa comune su quel piano, negoziando a 360 gradi, senza preclusioni, su tutti gli aspetti dell\u2019organizzazione del lavoro, dell\u2019inquadramento professionale, degli orari, della struttura delle retribuzioni. E anche sulla tregua sindacale.<br \/>\nOggi i contratti collettivi nazionali stabiliscono degli <em>standard<\/em> che se vanno bene per il centro-nord sono troppo alti per il sud, incompatibili con uno start up in quelle regioni; se vanno bene per il sud sono insufficienti per il centro-nord. Ma dal punto di vista dell\u2019afflusso di investimenti stranieri, pi\u00f9 ancora dei minimi retributivi contano le disposizioni inderogabili in materia di struttura della retribuzione \u2013 cio\u00e8 di distribuzione fra parte fissa e parte variabile, inquadramento professionale, turni e orari di lavoro: \u00e8 normale che gli imprenditori stranieri portino con s\u00e9 modelli organizzativi diversi dai nostri, che sovente sono incompatibili con quello imposto dal contratto nazionale. Il contratto nazionale svolge anche, in qualche misura, la funzione di limitare la concorrenza tra imprenditori: si dormono sonni pi\u00f9 tranquilli sapendo che nessun concorrente potr\u00e0 guadagnare un vantaggio competitivo sperimentando una struttura delle retribuzioni o sistemi di inquadramento diversi rispetto allo <em>standard<\/em> del settore. Ma questa protezione, essendo rimasta dimensionata entro i confini nazionali, non ha pi\u00f9 alcun senso nell\u2019era della globalizzazione.<br \/>\nNon avrebbe pi\u00f9 senso, questa protezione, se fosse dimensionata in relazione ai confini dell\u2019Unione Europea. L\u2019innovazione per la maggior parte nasce fuori d\u2019Europa: per questo chiudere i confini dell\u2019UE non ci conviene affatto. \u00c8 vero che c\u2019\u00e8 l\u2019innovazione buona e quella cattiva. Per\u00f2, se per paura di quella cattiva impediamo l\u2019ingresso anche a quella buona, il risultato \u00e8 la paralisi o comunque il ritardo della nostra crescita, l\u2019indebolimento delle nostre imprese nella competizione internazionale, un trattamento dei nostri lavoratori peggiore di quel che essi possono, invece, ragionevolmente proporsi di ottenere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I LAVORATORI NON TRARREBBERO VANTAGGIO DA UN NUOVO PROTEZIONISMO DI MARCA UE: I LORO INTERESSI NEL TESSUTO PRODUTTIVO E NEL SISTEMA DEL WELFARE SI PERSEGUONO ATTIRANDO IN CASA NOSTRA IL MEGLIO DELL&#8217;IMPRENDITORIA MONDIALE Intervento sul mensile Reset in risposta al quesito redazionale se per la difesa del nostro welfare State\u00a0possa essere utile una chiusura protezionistica [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,11],"tags":[],"class_list":["post-16608","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/16608","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=16608"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/16608\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=16608"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=16608"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=16608"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}