
{"id":17093,"date":"2011-09-29T15:16:51","date_gmt":"2011-09-29T14:16:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=17093"},"modified":"2011-10-01T09:38:46","modified_gmt":"2011-10-01T08:38:46","slug":"occorre-un-nuovo-sistema-di-relazioni-industriali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=17093","title":{"rendered":"OCCORRE UN NUOVO SISTEMA DI RELAZIONI INDUSTRIALI PER TORNARE A CRESCERE"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">IL SINDACATO COME INTELLIGENZA COLLETTIVA DEI LAVORATORI,\u00a0INDISPENSABILE PER INGAGGIARE IL MIGLIOR IMPRENDITORE DISPONIBILE, DA QUALSIASI PARTE DEL MONDO VENGA<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo pubblicato sulla rivista <\/em>Costo Zero<em>, organo della Confindustria di Napoli,\u00a0ottobre 2011 &#8211; In argomento v. anche la mia relazione del 2007, <\/em><a title=\"Che cosa impedisce ai lavoratori... - 2007\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/saggi\/view.asp?IDArticle=305\" target=\"_blank\">Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l&#8217;imprenditore<\/a><em>\u00a0e, su questo sito, la mia presentazione <\/em><a title=\"Hire your best employer\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=129\" target=\"_blank\">Hire your best employer<\/a><\/p>\n<p><!--more-->\u00a0<a title=\"Articolo su Costo Zero\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/Articolo-Costo-zero.pdf\" target=\"_blank\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-180\" title=\"icona-dwl8\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/04\/icona-dwl8.png\" alt=\"\" width=\"53\" height=\"53\" \/><\/a><\/p>\n<p>\u00a0<a title=\"Articolo su Costo Zero\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2011\/09\/Articolo-Costo-zero.pdf\" target=\"_blank\">Scarica l&#8217;articolo in versione pdf<\/a><\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dopo la Grecia, l\u2019Italia \u00e8 il Paese europeo meno capace di attirare investimenti stranieri. Secondo il Comitato Investitori Esteri di Confindustria, se il nostro Paese riuscisse ad allinearsi per questo aspetto con la media europea, ne risulterebbe un flusso di investimenti in entrata pari a circa 30-35 miliardi l\u2019anno.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Ma ho calcolato che se negli ultimi cinque anni precedenti alla grande crisi noi avessimo avuto la stessa capacit\u00e0 di attrazione dell\u2019Olanda, che occupa una posizione mediana in questa classifica europea, avremmo registrato un maggior flusso annuo di investimenti in entrata pari al 3,6 per cento del nostro prodotto interno lordo. Questo vorrebbe dire circa 57 miliardi in pi\u00f9 investiti ogni anno in Italia. Cio\u00e8 29 volte l\u2019investimento che Marchionne ci ha proposto nel 2010, con il piano \u201cFabbrica Italia\u201d, che prevedeva due miliardi l\u2019anno per dieci anni. Fossero anche soltanto la met\u00e0, i maggiori miliardi di investimenti in entrata, come sostiene il C.I.E., essi porterebbero con s\u00e9 dai 200.000 ai 300.000 nuovi posti di lavoro ogni anno; e un aumento della produttivit\u00e0 del lavoro e della retribuzione rispetto alla media italiana, perch\u00e9 \u00e8 dimostrato che nelle imprese a capitale e <em>management<\/em> straniero il lavoro \u00e8 pi\u00f9 produttivo e meglio retribuito rispetto alla media.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Le cause della cattiva <em>performance<\/em> del nostro Paese nel mercato globale dei capitali sono diverse; ma tra queste c\u2019\u00e8 anche il nostro sistema delle relazioni industriali. Certo, hanno una grande responsabilit\u00e0 nel determinare la nostra incapacit\u00e0 di attirare investimenti stranieri i difetti delle nostre infrastrutture e delle nostre amministrazioni pubbliche, con le relative conseguenze in termini di burocrazia, il costo dell\u2019energia superiore del 30 per cento rispetto ai nostri maggiori partner europei, il basso livello delle nostre <em>civic attitudes <\/em>e nel Mezzogiorno la criminalit\u00e0 organizzata. Ha per\u00f2 un peso molto rilevante anche la nostra legislazione del lavoro caotica, ipertrofica e intraducibile in inglese, incapace di rispondere ad alcuni interrogativi fondamentali per qualsiasi operatore straniero che debba scegliere dove dislocare un proprio investimento, a cominciare dal <em>severance cost<\/em>. E ha un peso almeno altrettanto rilevante il nostro sistema delle relazioni sindacali, che gli operatori stranieri considerano vischioso e inconcludente.\u00a0\u00a0 Questi ultimi due difetti sono stati per mezzo secolo perfettamente funzionali a un accordo protezionistico tacito, volto proprio a tener fuori dal nostro Paese le grandi imprese straniere concorrenti delle nostre: un accordo tacito che ha visto in molte occasioni la vecchia sinistra politica fare sponda alla vecchia destra; e la maggioranza del nostro movimento sindacale fare sponda alla parte pi\u00f9 conservatrice dell\u2019imprenditoria nostrana, maggioritaria anch\u2019essa. Basti pensare, per esempio, a quello che \u00e8 accaduto ultimamente quando Air-France-KLM si \u00e8 proposta di investire sulla nostra compagnia aerea di bandiera in stato fallimentare, oppure quando la francese Lactalis si \u00e8 proposta di acquistare Parmalat. Ma di casi di questo genere se ne potrebbero elencare decine, nell\u2019ultimo quarto di secolo, incominciando dalla vendita dell\u2019Alfa Romeo da parte dell\u2019Iri, nel 1986, alla Fiat invece che alla Ford, la quale offriva di pi\u00f9; scelta ripetuta con la mancata candidatura dello stabilimento di Arese della stessa Alfa Romeo nel 2000 alla gara indetta dalla Nissan per l\u2019insediamento di un suo nuovo stabilimento nell\u2019area dell\u2019euro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Comportandoci in questo modo mostriamo di non aver capito un aspetto fondamentale dell\u2019economia globalizzata. La globalizzazione indebolisce i lavoratori italiani, in modo particolare quelli delle fasce professionali pi\u00f9 basse, mettendo i lavoratori di tutto il mondo in diretta concorrenza con loro sul versante dell\u2019<em>offerta<\/em> di manodopera. Vediamo questo indebolimento come effetto della delocalizzazione di manifatture dall\u2019Italia verso Paesi emergenti, ma anche come effetto dell\u2019afflusso nel nostro territorio di manodopera proveniente da quei Paesi. Questo indebolimento potrebbe per\u00f2 essere ampiamente compensato da un altro effetto della globalizzazione: la possibilit\u00e0 di mettere in concorrenza, in casa nostra, sul versante della <em>domanda<\/em> di manodopera, gli imprenditori di tutto il mondo; e soprattutto i migliori tra di essi. \u00c8 il discorso che fece Tony Blair alle Trade Unions verso la met\u00e0 degli anni \u201990, all\u2019incirca in questi termini: \u201cnoi siamo l\u2019uno per cento della popolazione del pianeta; se scegliamo di tener fuori dal nostro territorio gli imprenditori stranieri, il risultato, in tutti i settori in cui non sono i nostri imprenditori a eccellere, sar\u00e0 quello di privarci degli imprenditori migliori. Sarebbe un errore gravissimo. Al contrario, se sapremo attirare in casa nostra il meglio dell\u2019imprenditoria mondiale, questo si tradurr\u00e0 non soltanto nell\u2019afflusso di capitali che porteranno domanda aggiuntiva di lavoro, ma anche in aumento della produttivit\u00e0 del lavoro, quindi dei margini di miglioramento dei <em>terms and conditions<\/em> del lavoro nel Regno Unito\u201d. Lo stesso identico discorso vale, ovviamente, anche per noi. Chiuderci agli investimenti stranieri significa tenerci le conseguenze negative della globalizzazione, senza approfittare delle assai pi\u00f9 rilevanti opportunit\u00e0 positive che essa ci offrirebbe: non soltanto in termini di maggior domanda di lavoro, ma anche in termini di miglioramento del contributo imprenditoriale alla valorizzazione del nostro lavoro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Tutti ricordiamo le polemiche che divamparono nel 1993 contro la cessione del controllo della Nuovo Pignone da parte di Eni alla multinazionale statunitense General Electric, decisa dal Governo Ciampi nel quadro delle misure per la riduzione del debito pubblico. Allora si parl\u00f2 di rinuncia a una struttura di importanza strategica per l\u2019economia nazionale, di regalo agli americani che l\u2019avrebbero spolpata e smantellata. A diciotto anni di distanza leggiamo su Wikipedia:<\/p>\n<p style=\"padding-left: 30px;\"><em>Contrariamente alle preoccupazioni della dirigenza in carica nel 1993, oggi (2010) il <\/em>Nuovo Pignone <em>\u00e8 la capofila della divisione <\/em>Oil &amp; Gas <em>della General Electric Energy (caso unico per General Electric di capofila non basata in USA); ha moltiplicato per un fattore di circa 8 il fatturato e detiene una quota rilevante del mercato mondiale delle turbine a gas e a vapore, compressori centrifughi e alternativi, oltre ad altri apparati relativi allo spostamento e impiego di petrolio e gas, operando con successo sia nella progettazione e costruzione dei macchinari che nella manutenzione di impianti. Svolge anche importanti attivit\u00e0 di ricerca e formazione.<\/em><\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 E paga retribuzioni del 50 per cento superiori, a parit\u00e0 di livello professionale delle mansioni, rispetto al settore metalmeccanico italiano: vai a chiedere ai suoi dipendenti attuali se stavano meglio prima, o se stanno meglio ora.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 D\u2019altra parte, il problema cruciale del nostro Paese, oggi, \u00e8 tornare a crescere. Per tornare a crescere occorrono nuovi investimenti, oltre che buoni piani industriali. Non abbiamo altro modo di reperire le risorse necessarie per questi investimenti, che quello di cercare con urgenza di spalancare le porte a quei 29 Marchionne di cui parlavamo prima, che potrebbero entrare ogni anno se l\u2019Italia funzionasse come funziona mediamente un Paese europeo, e invece se ne restano fuori. Se vogliamo entrare anche noi nel giro di questi investimenti, dobbiamo stare al gioco fino in fondo, accettando il rischio che un insediamento produttivo si apra oggi e venga chiuso domani. Ma, soprattutto, dobbiamo cambiare il paradigma con cui guardiamo al mercato del lavoro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Lo slogan <em>hire your best employer <\/em>rovescia il concetto e l\u2019immagine che abbiamo tradizionalmente del mercato del lavoro: quella di un luogo dove \u00e8 solo l\u2019imprenditore a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri dipendenti. Nell\u2019era della globalizzazione i lavoratori devono imparare a guardare al mercato del lavoro planetario come a un luogo in cui sono anche loro a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri imprenditori. A ben vedere, che cos\u2019era il tavolo del negoziato tra i nostri sindacati e l\u2019amministratore delegato di Air France per il futuro di Alitalia, nel marzo-aprile 2008, se non una sorta di colloquio pre-assunzione, nel quale i lavoratori valutavano se ingaggiare o no la compagnia franco-olandese come loro nuovo imprenditore? L\u00ec i lavoratori hanno applicato il criterio di selezione sbagliato, quello dell\u2019italianit\u00e0, col risultato che hanno rifiutato il primo vettore aereo mondiale, per poi ingaggiare una italianissima \u201ccordata\u201d di imprenditori dei quali neppure uno aveva mai fatto volare un aereo e che aveva bisogno per vivere di essere esentata dalle norme antitrust sulle rotte interne e protetta anche in altri modi negli aeroporti italiani dalla concorrenza internazionale.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Questo della selezione e ingaggio di buoni imprenditori stranieri deve diventare un nostro impegno ordinario, a tutto campo. Stiamo tardando troppo ad acquisire questa idea elementarissima: che al di fuori dei settori in cui siamo noi ad avere le imprese eccellenti, gli imprenditori pi\u00f9 capaci di valorizzare il nostro lavoro sono stranieri. Noi siamo tra i migliori soltanto nei settori dell\u2019automazione meccanica e delle macchine utensili, del materiale ferroviario e di controllo del traffico su rotaia, dell\u2019agroalimentare, della moda, abbigliamento e calzature, dell\u2019arredo-casa, dei rubinetti e valvole, della gioielleria, delle ceramiche, del cuoio e pelle, delle macchine per imballaggio. Negli altri campi abbiamo tutto l\u2019interesse ad attirare in casa nostra, \u201cingaggiare\u201d nel senso pi\u00f9 appropriato del termine, il meglio dell\u2019imprenditoria mondiale, che \u00e8 costituito per lo pi\u00f9 da grandi multinazionali.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Molte grandi imprese occidentali hanno sicuramente delle responsabilit\u00e0 gravi, in alcuni casi anche gravissime, nei confronti dei Paesi del terzo mondo dove hanno sfruttato la gente approfittando dell\u2019assenza di concorrenza sul lato della domanda di manodopera, rapinato materie prime e devastato l\u2019ambiente. Ma non possiamo ridurre il nostro discorso sulle multinazionali alla condanna per quelle responsabilit\u00e0: dobbiamo imparare a \u201cingaggiarle\u201d perch\u00e9 portino in casa nostra i loro capitali e il loro <em>know-how<\/em>, stabilendo con loro un rapporto maturo, da pari a pari.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A questo serve un sindacato che sappia fare il suo mestiere, oggi. Coadiuvato, ovviamente, dal ministero dello sviluppo economico. \u00c8 vero che c\u2019\u00e8 l\u2019innovazione buona e quella cattiva. Per\u00f2, se per paura di quella cattiva impediamo anche quella buona, il risultato \u00e8 che il Paese non cresce, le nostre imprese sono pi\u00f9 deboli nella competizione internazionale e i lavoratori italiani sono trattati peggio di quel che potrebbero. Qui si pone la questione della struttura della contrattazione collettiva. Il contratto collettivo nazionale, cos\u00ec come si configura nell\u2019esperienza italiana dell\u2019ultimo mezzo secolo, con le sue centinaia di disposizioni che regolano minuziosamente e inderogabilmente non soltanto l\u2019entit\u00e0 della retribuzione, ma anche la sua struttura, l\u2019organizzazione del lavoro, l\u2019inquadramento professionale, la distribuzione dell\u2019orario di lavoro e molto altro ancora, pu\u00f2 essere di ostacolo all\u2019ingresso nel nostro Paese di piani industriali innovativi. Solo un esempio: il cosiddetto \u201cmodello Toyota\u201d di produzione dell\u2019automobile, nel quale tutti gli <em>staff manufacturers<\/em> devono essere disponibili a fare tutto, viene premiato lo scambio tra loro di <em>know-how <\/em>e la capacit\u00e0 di fare squadra, insomma quella che qui in Europa chiamiamo la <em>lean production<\/em>, \u00e8 incompatibile con le regole poste dal nostro contratto collettivo nazionale del settore metalmeccanico in materia di inquadramento professionale, organizzazione del lavoro e rapporto tra retribuzione fissa e retribuzione variabile. Regole scritte quarant\u2019anni fa, nel 1972, e da allora tramandatesi di rinnovo in rinnovo senza modifiche di rilievo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nella riforma del sistema delle relazioni industriali che ho proposto nel 2009 con il disegno di legge n. 1872 il contratto collettivo nazionale conserva un ruolo importantissimo come rete di sicurezza, come fonte di una disciplina destinata ad applicarsi in tutti i casi in cui una coalizione sindacale rappresentativa della maggioranza dei lavoratori interessati non ne abbia negoziata una diversa a un livello pi\u00f9 vicino al luogo di lavoro. Con una norma-quadro di questo genere, in Italia, resta interamente soggetta al contratto nazionale pi\u00f9 di met\u00e0 dei rapporti di lavoro dipendente, che non sono coperti da contrattazione aziendale.<\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019accordo interconfederale del 28 giugno 2011, ha compiuto un passo rilevantissimo in questa direzione, fissando i criteri di misurazione della rappresentativit\u00e0 maggioritaria dei sindacati stipulanti al livello aziendale e individuando una amplissima gamma di materie soggette alla contrattazione collettiva a questo livello. Come la vicenda degli accordi Fiat 2010 di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco ha dimostrato, questa \u00e8 una scelta di grande importanza per eliminare un fattore di chiusura del nostro sistema agli investimenti stranieri. Le preoccupazioni espresse dalla sinistra politica e sindacale circa la possibilit\u00e0 che ne consegua un pregiudizio per diritti fondamentali dei lavoratori non sono fondate. Ci\u00f2 che \u00e8 oggetto soltanto di un contratto, foss\u2019anche un contratto collettivo nazionale, non pu\u00f2 mai costituire un diritto fondamentale: altrimenti non si spiegherebbe il fatto che la materia possa essere disciplinata in 400 modi diversi, quanti sono oggi i contratti collettivi nazionali in Italia. Ci\u00f2 che \u00e8 riservato all\u2019autonomia sindacale ed \u00e8 quindi suscettibile di essere regolato da un contratto collettivo, \u00e8 sempre, per definizione, qualche cosa la cui disciplina pu\u00f2 e deve essere adattata alle circostanze, agli interessi particolari in gioco. E poich\u00e9 il ritmo dell\u2019innovazione tecnologica e organizzativa \u00e8 diventato molto pi\u00f9 rapido di quanto non fosse mezzo secolo fa, \u00e8 indispensabile che il baricentro della contrattazione si sposti fortemente verso le aziende, cio\u00e8 verso il luogo dove l\u2019innovazione stessa si manifesta, dove quindi \u00e8 indispensabile che i lavoratori esercitino la propria intelligenza collettiva nell\u2019individuazione del piano industriale sul quale vale la pena di scommettere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL SINDACATO COME INTELLIGENZA COLLETTIVA DEI LAVORATORI,\u00a0INDISPENSABILE PER INGAGGIARE IL MIGLIOR IMPRENDITORE DISPONIBILE, DA QUALSIASI PARTE DEL MONDO VENGA Articolo pubblicato sulla rivista Costo Zero, organo della Confindustria di Napoli,\u00a0ottobre 2011 &#8211; In argomento v. anche la mia relazione del 2007, Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l&#8217;imprenditore\u00a0e, su questo sito, la mia presentazione [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-17093","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/17093","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=17093"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/17093\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=17093"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=17093"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=17093"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}