
{"id":18832,"date":"2011-12-30T18:34:38","date_gmt":"2011-12-30T17:34:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=18832"},"modified":"2011-12-30T18:36:13","modified_gmt":"2011-12-30T17:36:13","slug":"%e2%80%9cho-fatto-le-battaglie-di-democrazia-proletaria-e-di-rc-ma-ora-sono-per-il-progetto-flexsecurity%e2%80%9d","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=18832","title":{"rendered":"\u201cHO FATTO LE BATTAGLIE DI DEMOCRAZIA PROLETARIA E DI RC, MA ORA SONO PER IL PROGETTO FLEXSECURITY\u201d"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">UNA MILITANTE DELLA SINISTRA SPIEGA PERCH\u00c9 CONSIDERA IL DISEGNO DI LEGGE N. 1873\/2009 COME LA SOLUZIONE MIGLIORE PER SUPERARE IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO<\/span><\/p>\n<p><em>Intervento di Lidia Riboli, 29 dicembre 2011<\/em><\/p>\n<p><!--more-->Pi\u00f9 di trent&#8217;anni fa ho raccolto con Democrazia Proletaria le firme per un referendum che richiedeva di eliminare l&#8217;esenzione per le piccole imprese dall&#8217;obbligo di reintegrare nel posto di lavoro i lavoratori che fossero stati licenziati senza giusta causa (con riconoscimento giudiziale a norma dell&#8217;articolo 18).<br \/>\nMi sembrava giusto che non esistessero, a norma di legge, discriminazioni tra lavoratori di piccole e grandi imprese, per quanto riguarda le tutele da far valere.<br \/>\nIl referendum \u00e8 stato poi ritenuto inammissibile.\u00a0Molti anni dopo, nel 2003, \u00e8 stato indetto da Rifondazione Comunista un referendum con un quesito simile, ma non \u00e8 riuscito a raggiungere il quorum.<br \/>\nCome sappiamo, per superare quella che era ed \u00e8 ritenuta un&#8217;eccessiva rigidit\u00e0 del mercato del lavoro, \u00e8 stato varato prima il pacchetto Treu nel 1997, poi la legge trenta detta anche legge Biagi ecc.<br \/>\nSi \u00e8 in questo modo contribuito a creare un doppio mercato del lavoro anche per le grandi aziende: il primo rigidamente garantito,\u00a0 il secondo privo di qualunque tutela (ma alla creazione di questo mercato ha contribuito soprattutto, dopo la legge Biagi, il ricorso facile da parte delle imprese all\u2019ingaggio di lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza, ma con partita Iva in modo da eludere l\u2019intero diritto del lavoro).<br \/>\nNell&#8217;ultimo anno il governo Berlusconi ha cercato di introdurre i patti in deroga (gi\u00e0 inaugurati con un falso referendum collegato a un vero e proprio ricatto da Marchionne per la Fiat). Se accettati dalla maggioranza delle rappresentanze sindacali di una azienda, potevano sostituire qualsiasi norma di legge e quindi anche l&#8217;articolo 18.<br \/>\n\u00c9 accaduto in sostanza qualcosa di simile a quello che \u00e8 accaduto per l&#8217;equo canone: siccome i proprietari di casa avevano paura delle rigidit\u00e0 contrattuali previste, lasciavano piuttosto gli appartamenti vuoti o affittavano totalmente in nero. Non potendo modificare la legge, si evitava di applicare una legge.<br \/>\nIn seguito la si \u00e8 cominciata a svuotare dall&#8217;esterno con i patti in deroga, i contratti transitori ecc. Alla fine tutti i nuovi contratti venivano fatti fuori equo canone. La differenza \u00e8 che anche gli equi canoni prima o poi andavano a scadere e ora in pratica non ce ne sono pi\u00f9, mentre i contratti a tempo indeterminato ci sono ancora. Per\u00f2 quando possono i datori di lavoro li aggirano ben volentieri.<br \/>\nPerci\u00f2 sempre pi\u00f9 vengono applicati contratti chiamati con formule di fantasia, che vorrebbero richiamare altro da quello che quasi sempre sono: normali rapporti di lavoro dipendente.<br \/>\nCos\u00ec all&#8217;inizio sono nate le collaborazioni continuate, le partite iva, e di seguito i lavoratori interinali, i contratti a progetto, i lavoratori parasubordinati ecc.<br \/>\nI datori di lavoro si sono inventati tutta una serie di <em>escamotages<\/em> per riuscire a non assumere il personale in forma stabile: licenziamenti a scadenza dei periodi massimi di rinnovo, riassunzioni sotto altro nome, da ultimo cambio del personale. E questo \u00e8 stato fatto pure dalle aziende pubbliche: cos\u00ec in occasione della crisi si \u00e8 potuto dire che non erano stati effettuati licenziamenti, perch\u00e8 in effetti tecnicamente i precari non hanno bisogno di essere licenziati: basta non rinnovare pi\u00f9 il contratto, e cos\u00ec ancor pi\u00f9 riguardo a tutte le forme di lavoro falsamente autonomo o parasubordinato.<br \/>\nOra, di fronte a una situazione di questo genere, \u00e8 moralistico e sostanzialmente inutile prendersela coi datori di lavoro: non solo applicano la legge, ma quelli che volessero non approfittarne troverebbero maggiori difficolt\u00e0 a reggere la concorrenza, gi\u00e0 cos\u00ec spietata in un periodo di crisi globale.<br \/>\nSono gi\u00e0 vari anni che sono profondamente convinta che per il superamento dell&#8217;attuale dualismo nel mercato del lavoro sia necessaria una parziale revisione o riduzione del campo di applicazione dell&#8217;articolo diciotto, ma purtroppo questo \u00e8 un tab\u00f9 duro a morire nella sinistra. Appena si affaccia una proposta che lo nomina, questa viene immediatamente respinta, prima di una qualunque analisi nel merito complessivo del provvedimento, che viene tacciato di costituire un semplice pretesto per nascondere l&#8217;obiettivo prioritario se non esclusivo di abolire proprio l&#8217;articolo in questione per avere la libert\u00e0 di licenziare.<br \/>\nI sindacati si arroccano nella difesa dell&#8217;esistente, rappresentando ormai sempre una fetta minore di lavoratori dipendenti, e rinunciano di fatto (se non a vuote parole) a rappresentare una fetta che ora \u00e8 di circa cinque milioni di lavoratori (senza contare quelli in nero), ma che tende sempre pi\u00f9 ad aumentare in proporzione (se non in termini numerici, vista la crisi).<br \/>\nI giovani e non solo loro, diciamo i non ancora anziani, per la maggior parte resta priva di ogni garanzia e anche di tutele per il proprio futuro lavorativo e pensionistico.<br \/>\nCome si pu\u00f2 pensare che non assumano atteggiamenti e ideologie tese ad esaltare una competitivit\u00e0 sfrenata, come si pu\u00f2 pensare che vogliano ancora iscriversi a un sindacato o andare a votare un partito?<br \/>\nMolti riconoscono la necessit\u00e0 di permettere per legge alcune forme contrattuali meno rigide e pensano di riuscire a limitarle disincentivandole economicamente.<br \/>\nSicuramente rendere pi\u00f9 oneroso sia\u00a0 l&#8217;esborso economico verso il salario diretto che verso forme pi\u00f9 idonee di tutela previdenziale potrebbe valere per alcune forme di contratti precari, soprattutto se a tempo determinato per motivi realmente temporanei, ma potrebbe scoraggiare regolarizzazioni di alcune forme di collaborazione che risulterebbero troppo antieconomiche, e ancor pi\u00f9 nuove assunzioni di giovani. In genere le leggi prevedono proprio degli sgravi per i nuovi assunti, per favorire le assunzioni, e sarebbe difficile prevedere che il nuovo assunto, anche se dopo l&#8217;apprendistato, debba essere assunto a tempo indeterminato o costare abbastanza di pi\u00f9. Ma poi in che misura attuata attraverso quali calcoli del rapporto rischi-benefici\u00a0 potrebbe essere considerato pi\u00f9 conveniente per il singolo imprenditore assumere a tempo indeterminato?<br \/>\nE poi la selva di tipologie di contratti (almeno 24), temo possa consentire una certa opacit\u00e0. Anche il nero potrebbe essere pi\u00f9 facilmente occultato.<br \/>\nSono state avanzate pi\u00f9 ipotesi per un superamento in positivo dell&#8217;attuale dualismo. In particolare dagli economisti e giuslavoristi Tito Boeri e Pietro Ichino. Le due proposte si ispirano a una filosofia comune, ma divergono in alcuni punti molto rilevanti.<br \/>\n\u00a0Sostanzialmente mi sembra preferibile quella di Ichino, che mi sembra offrire molte maggiori garanzie.<br \/>\nIchino in sostanza propone di lasciare inalterati i contratti a tempo indeterminato attualmente vigenti, per non creare sconquasso nei lavoratori e tra i sindacati, e di formulare diversamente tutti i nuovi contratti.<br \/>\nPer prima cosa si definisce la nozione di lavoro dipendente in modo molto semplice, cosicch\u00e9 non ci sia bisogno di ispettori, avvocati e giudici per accertarne la sussistenza nel caso concreto: secondo la definizione proposta da Ichino, deve considerarsi dipendente il lavoratore che presti il proprio lavoro in modo continuativo, in condizione di monocommittenza (traendo cio\u00e8 pi\u00f9 di due terzi del proprio reddito di lavoro da un unico rapporto) e non superando il limite di retribuzione di 40.000 euro annui: tutti elementi, questi, che emergono direttamente dai tabulati dell\u2019Inps o dell\u2019Erario e non richiedono dunque \u2013 come invece le richiede la qualificazione della prestazione in termini di subordinazione o autonomia &#8211; complesse indagini e disquisizioni giuridiche per essere accertati. D&#8217;ora in poi, nel caso in cui il rapporto di lavoro rientri in questa nozione di \u201cdipendenza\u201d, sar\u00e0 vietato ingaggiare il lavoratore nella forma del \u201ccollaboratore autonomo\u201d, e tanto meno in quella del \u201clavoratore a partita Iva\u201d:\u00a0 e tutti i lavoratori dipendenti devono essere inquadrati in un contratto di lavoro dipendente ordinario a tempo indeterminato (fatti salvi l\u2019apprendistato e limitati casi specifici facilmente verificabili di contratto a termine, quali quelli dei lavoratori assunti per brevi periodi stagionali o in sostituzione temporanea di altri).<br \/>\nTutti i lavoratori devono dunque essere assunti a tempo indeterminato (cio\u00e8 senza necessit\u00e0 di vedersi rinnovato il contratto a ogni scadenza), e tutte le garanzie \u2013 ivi compresa quella contro le discriminazioni, per la quale si applicher\u00e0 a tutti l\u2019articolo 18, ma anche la tutela della malattia, i permessi e tutto il resto &#8211; devono partire da subito, ma nessuno deve essere inamovibile.<br \/>\nSolo per i primi sei mesi di prova \u00e8 possibile essere licenziati senza un&#8217;indennit\u00e0. In seguito scattano le garanzie che aumentano progressivamente. Il licenziamento deve essere considerato un&#8217;eccezione (e non la regola come in tutte le forme e tipologie dei contratti precari, al punto da non essere neanche considerato tale, ma divenire un&#8217;interruzione automatica cui pu\u00f2 seguire eventualmente\u00a0 una riassunzione ma non \u00e8 detto).\u00a0 Pu\u00f2 essere attuato solo per motivi economici od organizzativi ed \u00e8 del tutto escluso in forma o per motivi diversi, in qualsiasi modo arbitrari (in tal caso si applica a tutti l\u2019articolo 18).<br \/>\nSi dice che il datore di lavoro potrebbe mascherare le reali motivazioni. Ma penso che occorra dare sostanzialmente fiducia alla magistratura del lavoro, che negli ultimi quarant\u2019anni ha dato prova di affidabilit\u00e0 e sensibilit\u00e0 nella stragrande maggioranza dei casi, nella tutela dei lavoratori subordinati: in particolare, nell\u2019applicazione dell\u2019articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, in materia di repressione della condotta antisindacale del datore di lavoro, ha dato prova di saper individuare le discriminazioni anche quando erano nascoste sotto i motivi pi\u00f9 apparentemente neutri.<br \/>\nQuando poi malauguratamente\u00a0 dovesse avvenire il licenziamento il lavoratore dovrebbe essere risarcito con un&#8217;indennit\u00e0 pari a un mese di paga per ogni anno di anzianit\u00e0 lavorativa e inoltre l&#8217;azienda, se il rapporto di lavoro dura da almeno due anni, dovrebbe occuparsi di trovargli una ricollocazione esterna e a tal fine anche eventualmente di indurlo a frequentare corsi di formazione.<br \/>\nPi\u00f9 che di un obbligo si tratterebbe di una necessit\u00e0 per l&#8217;azienda di prendersi carico del lavoratore licenziato, in quanto tenuta a partecipare in quota crescente al trattamento speciale di disoccupazione, che dovrebbe corrispondere al 90% del salario per il primo anno, dell&#8217;80% nel secondo, del 70% nel terzo. Per il primo anno la quota a carico dell&#8217;impresa sarebbe solo del 10%\u00a0 (mentre il restante 8o% sarebbe a carico dell&#8217;Inps),\u00a0 per poi aumentare all\u2019intero 80% nel secondo anno e 70% nel terzo: questo dovrebbe costituire un potente incentivo ad attivarsi nel primo anno per la ricollocazione effettiva del dipendente licenziato.<br \/>\nL&#8217;azienda dovrebbe attuare delle convenzioni private con le agenzie di formazione e ricollocamento. Se il lavoratore vuole beneficiare del trattamento economico, \u00e8 tenuto a partecipare al programma di aggiornamento e ricollocazione. Ichino dice di essersi ispirato alle migliori esperienze di <em>flexsecurity<\/em> (flessibilit\u00e0 coniugata alla sicurezza), in particolare alla legislazione e alle pratiche\u00a0 vigenti in Danimarca. Solo dopo venti anni di rapporto di lavoro ininterrotto, torna ad applicarsi integralmente l&#8217;articolo 18.<br \/>\nQuesta legge\u00a0 potrebbe essere applicata anche alle piccole aziende, con un contributo statale o regionale che copra il costo medio del contratto di ricollocazione dei lavoratori licenziati: in questo modo si supererebbe anche lo storico dualismo italiano fra grandi e piccole imprese.<br \/>\nLa proposta di Tito Boeri, pur ispirata a una filosofia comune a quella di Ichino, si differenzia in alcuni punti di importanza tutt&#8217;altro che secondaria.<br \/>\nPer prima cosa il contratto unico non abolisce nessuno degli altri contratti di flessibilit\u00e0 (o meglio precariet\u00e0), ma li affianca. Anche in questo caso i contratti gi\u00e0 in essere non vengono toccati. Il contratto unico di Boeri sostituisce solo per i nuovi assunti i contratti a tempo indeterminato.<br \/>\nFlessibilizza perci\u00f2 per i primi tre anni i contratti a tempo indeterminato, senza incidere sul dualismo del mercato del lavoro.<br \/>\nIl periodo di prova, in cui \u00e8 possibile il licenziamento svincolato da oneri, \u00e8 di soli tre mesi. Per i successivi tre anni il trattamento economico successivo al licenziamento, sempre possibile per motivi organizzativi o economici, \u00e8 doppio a quello previsto da Ichino, in quanto \u00e8 pari a una mensilit\u00e0 per anno lavorato, ma non \u00e8 previsto nessun altro onere aggiuntivo per il datore di lavoro, che non deve preoccuparsi del futuro del lavoratore a\u00a0 licenziamento avvenuto. Infatti il progetto non affronta il problema del sostegno economico e professionale al lavoratore che perde il posto. Sono solo auspicabili ammortizzatori sociali a carico dello Stato.<br \/>\nDopo i tre anni il lavoratore a tempo determinato che non \u00e8 stato licenziato automaticamente entra a beneficiare delle speciali tutele connesse all&#8221;articolo 18. Qui si pu\u00f2 paventare il rischio che si determini lo stesso effetto-soglia che si sperimenta oggi con il termine di 36 mesi per il rinnovo dei contratti a termine: arrivato in prossimit\u00e0 del termine, il lavoratore viene lasciato a casa per evitare l\u2019effetto della stabilizzazione da un giorno all\u2019altro.<br \/>\nAlcuni esponenti del centrosinistra che respingono in toto il progetto di Ichino, sono tendenzialente meno critici o addirittura benevoli verso la proposta Boeri. Il motivo principale \u00e8 che dopo tre anni chi avesse la fortuna di riuscire ad essere assunto a tempo indeterminato ricadrebbe nell&#8217;articolo 18.<br \/>\nA mio avviso invece \u00e8 ampiamente preferibile la proposta di Ichino. A parte\u00a0 le considerazioni sui diversi trattamenti economici conseguenti al licenziamento o al periodo successivo di disoccupazione, la proposta di Ichino ha il merito di prevedere il superamento di tutte le forme di precariet\u00e0 previste in Italia dalle varie leggi sussedutesi negli ultimi 15 anni, di cui la legge trenta \u00e8 stata la punta massima e ha il coraggio di dire che solo con il superamento dell&#8217;articolo 18\u00a0 (che verrebbe a valere solo quando dopo 20 anni il rapporto di lavoro fosse realmente consolidato) \u00e8 possibile levare l&#8217;alibi della necessit\u00e0 di mantenere forme di precariet\u00e0 contrattuale.<br \/>\nMentre la proposta di Boeri a mio parere non risolve il problema della precariet\u00e0 non solo perch\u00e8 non elimina i contratti che la sanciscono, ma anche perch\u00e8 non incoraggia a sufficienza i datori di lavoro ad assumere a tempo indeterminato, riproponendo l&#8217;operativit\u00e0 dell&#8217;articolo 18 dopo tre anni di lavoro ininterrotto (quindi molti sarebbero indotti a licenziare alla scadenza dei tre anni).<br \/>\nTuttavia le obiezioni che si rivolgono al professor Ichino sulla difficolt\u00e0 a imporre o anche solo a immaginare un ruolo delle imprese italiane simile a quello delle aziende danesi mi sembrano assolutamente fondate. E non tanto perch\u00e8 i &#8220;padroni&#8221; italiani sarebbero per natura pi\u00f9 cattivi, quanto per la mancanza di altrettante opportunit\u00e0 di lavoro e di agenzie formative e di collocamento in grado di svolgere lo stesso compito. Occorrerebbe perci\u00f2 &#8211; cos\u00ec credo &#8211; prevedere un ampliamento e una generalizzazione degli ammortizzatori sociali gi\u00e0 in essere sotto vario titolo con una partecipazione delle imprese da definire. Sarebbero poi principalmente gli enti locali a doversi occupare della formazione e dell&#8217;offerta di informazioni e collegamenti relative a nuove collocazioni lavorative, o in ultima istanza, per lavoratori relativamente pi\u00f9 anziani e\/o difficilmente ricollocabili, ipotizzare lavori socialmente utili eventualmente anche part-time in attesa del pensionamento. \u00c8 ovvio che una riforma delle pensioni del tipo di quella varata ultimamente aggrava solo i problemi, per lavoratori giovani e anziani, ma questo \u00e8 un altro discorso che ora non voglio affrontare.<br \/>\nDel resto la necessit\u00e0 di ammortizzatori sociali non \u00e8 minore oggi, quando principalmente la parte meno difesa\u00a0 (gran parte dei giovani e meno giovani assunti in forma precaria e i dipendenti di piccole imprese) pu\u00f2 perdere il lavoro senza alcun sostegno, proprio per questo mi sembra necessario proporre in positivo una riforma complessiva invece di subire provvedimenti parziali o ulteriori deroghe che minano solo a scardinare ogni residua coesione tra i lavoratori derivante da una comunanza di interessi, mettendoli oggettivamente in competizione tra loro.<br \/>\nSenza contare che, applicandosi questo nuovo contratto solo ai nuovi assunti, non si produrrebbe nessun pericolo attuale di licenziamenti, ma solo effetti positivi relativi alla trasformazione dei contratti precari in contratti molto pi\u00f9 stabili e tutelati. Il sistema poi col tempo potrebbe trovare un giusto equilibrio, o, se necessario, indurre a immaginare qualche aggiustamento.<br \/>\nHo cercato di esporre il motivo principale per cui una proposta che abbia un impianto simile a quella di Ichino mi sembra non da doversi accettare obtorto collo, ma proprio da auspicare e da promuovere.<br \/>\nOccorre rendere\u00a0 la generalit\u00e0 dei lavoratori uguali di fronte a un&#8217;unico tipo di contratto.<br \/>\nAltrimenti l&#8217;esercito precario di riserva si ingrosser\u00e0 sempre pi\u00f9,\u00a0 i lavoratori saranno di fatto sempre pi\u00f9 divisi. I &#8220;precari&#8221; continueranno ad essere ipersfruttati e su di loro i datori di lavoro non avranno nessun interesse a investire in formazione, per cui difficilmente si specializzeranno in modo da poter vendere meglio la propria forza-lavoro.<br \/>\nI lavoratori a tempo indeterminato che, anche senza essere licenziati, comunque usciranno dal mercato del lavoro andando in pensione, saranno sempre pi\u00f9 sostituiti da altri assunti con contratto a tempo determinato magari spacciato per &#8220;progetto&#8221; o falsamente autonomo, e la quota di lavoratori garantiti si assottiglier\u00e0 sempre pi\u00f9.<br \/>\nSi dice che col contratto unico si stabilirebbe un&#8217;uguaglianza al ribasso. Non mi sembra un&#8217;obiezione fondata, perch\u00e8 il superamento della precariet\u00e0 e della mancanza di tutele legali e contributive per la maggioranza dei dipendenti (veri o cammuffati come spesso oggi sono), dovrebbe essere l&#8217;obiettivo principale. E comunque il modello di disciplina del nuovo contratto di lavoro dipendente cui il progetto di Ichino si ispira \u00e8 quello dei Paesi scandinavi, che costituiscono per questo aspetto la punta pi\u00f9 avanzata a livello mondiale.<br \/>\nPurtroppo si ingannano i giovani col miraggio del traguardo del posto tutelato dall&#8217;articolo 18, che prima o poi potrebbero avere. Cos\u00ec nel frattempo restano sprovvisti di qualunque diritto e protezione, nella giungla (o se si preferisce nel far west) della contrattualit\u00e0 &#8220;creativa&#8221; ( perversa un po&#8217; come la finanza creativa).<br \/>\nParlare a questo punto di lottare contro la precariet\u00e0 resta un discorso velleitario, se non si hanno in mente e non si portano avanti progetti credibili che affrontino risolvendoli altrimenti i problemi che hanno portato (fungendo anche in qualche modo da pretesto ma non esclusivamente) ad autorizzarla per legge.<br \/>\nL&#8217;articolo 18, all&#8217;interno dello Statuto dei lavoratori, \u00e8 nato nel &#8217;70 per impedire essenzialmente forme di discriminazione individuali verso i lavoratori di una parte politica o che pi\u00f9 si erano distinti nella promozione o nell&#8217;appoggio alle lotte in fabbrica, in un periodo di sostanziale espansione economica, in cui i motivi per licenziare non erano in genere economici.<br \/>\nSi dice che adesso, anche permanendo l&#8217;articolo 18, resterebbe sempre possibile il licenziamento per motivi economici, e che quello organizzativo \u00e8 definito in modo troppo generico e pertanto potrebbe nascondere motivi arbitrari o discriminatorii. Se cos\u00ec fosse, la proposta di Ichino non toglierebbe niente rispetto alla situazione attuale, bens\u00ec porterebbe soltanto maggiori tutele per chi oggi \u00e8 escluso dall\u2019area di applicazione dello Statuto dei lavoratori.<br \/>\nMa in realt\u00e0 non \u00e8 cos\u00ec. Di fatto il motivo economico mi sembra per\u00f2 non possa essere invocato con qualche possibilit\u00e0 di superare la verifica giudiziale, salvo il caso di grave crisi aziendale, chiusura di interi reparti o settori in provata crisi. Mentre un&#8217;azienda che debba restare nel mercato e perci\u00f2 fare i conti con la concorrenza, dovrebbe poter decidere, in caso di necessit\u00e0, anche di ridurre di qualche numero i propri dipendenti e di riorganizzare diversamente il lavoro, o eventualmente di sostituire alcuni dipendenti con altri pi\u00f9 idonei o diversamente qualificati, anche prima che i bilanci vadano in rosso.<br \/>\nI motivi discriminatori vanno poi sempre sanzionati da un giudice, i motivi arbitrari cosa significano? Sarebbero quelli dettati da un capriccio del datore di lavoro? O vanno\u00a0 ricompresi nei motivi discriminatori o vanno opportunamente scoraggiati per il loro costo economico. D&#8217;altra parte la convenienza di licenziare un lavoratore con anzianit\u00e0 di servizio a favore di un nuovo assunto sarebbe molto minore qualora la tipologia contrattuale fosse unitaria.<br \/>\nQuando un dipendente ricorre a un giudice, e questo ne ordina la reintegrazione dopo anni (e non la semplice riassunzione) con tutti gli oneri inerenti a carico del datore di lavoro, la ripresa del rapporto di lavoro difficilmente sar\u00e0 soddisfacente per lo stesso dipendente, che potrebbe rientrare in un ambiente ostile, e costituir\u00e0 un onere spesso pesante per il datore di lavoro.<br \/>\nSi dice che la vigenza dell&#8217;articolo 18, lungi dal proporre eccessivi ricorsi al giudice, fungerebbe oggi da deterrente al ricorso ai licenziamenti troppo facili. Il termine &#8220;licenziamenti facili&#8221; per\u00f2 non mi sembra adatto ad esplicarne i vari motivi reali. Fatta salva un&#8217;opportuna dose di deterrenza generica al licenziamento, data dal suo onere economico\u00a0 come prima indicato, ci sono casi in cui la convenienza o la necessit\u00e0 per il datore di lavoro di licenziare permane. A questo punto potrebbe avvenire un braccio di forza tra il &#8220;padrone&#8221; e il dipendente, senza esclusioni di colpi. Non di rado il primo \u00e8 in grado di attuare un vero e proprio mobbing a danno del secondo, tali da indurlo a dimettersi, con pesantissime ripercussioni\u00a0 psicologiche ed esistenziali oltre che economiche e ancor pi\u00f9 di queste ultime che peraltro sarebbero gravi e senza tutele.<br \/>\nIn altri casi il datore di lavoro meno cinicamente spregiudicato pu\u00f2 preferire un accordo economico, magari anche oneroso e sottobanco, la cui entit\u00e0 pu\u00f2 derivare dalla resistenza al braccio di ferro dei due avversari. Non di rado ci potrebbe essere un mix di bastone e carota (trattamento simile a un mobbing difficilmente provabile insieme a un qualche genere di promessa di risarcimento in denaro), il tutto con l&#8217;obiettivo di riuscire a piegare la resistenza psicologica del lavoratore per imporre condizioni meno svantaggiose all&#8217;azienda.<br \/>\nIn altri casi il datore di lavoro pu\u00f2 rinunciare e cercare di far pagare il costo maggiore che gli deriva dal non potere licenziare e\/o sostituire uno o pi\u00f9 dipendenti in altro modo.<br \/>\nDi certo non sar\u00e0 pi\u00f9 invogliato ad assumere lavoratori a tempo indeterminato e opter\u00e0 in seguito ad assumere nei modi pi\u00f9 precari che le leggi gli consentono (e oggi lo fanno alla grande).<br \/>\nTutto questo senza considerare le piccole aziende che ho completamente tralasciato di considerare fin qui. Se si pu\u00f2 ipotizzare un licenziamento in qualche modo arbitrario, \u00e8 pi\u00f9 probabile che avvenga in una di queste (che in Italia costituiscono il 95%, anche se l&#8217;attuale crisi temo le stia riducendo rapidamente). \u00c8\u00a0 in queste infatti che il &#8220;padrone&#8221; conosce uno a uno i suoi dipendenti, e potrebbe pi\u00f9 facilmente venirsi a istituire un feeling negativo al di l\u00e0 delle reali necessit\u00e0 aziendali. Inoltre i sindacati sono in queste molto meno presenti. Eppure nelle piccole aziende i lavoratori non sono tutelati per legge dall&#8217;articolo 18 e possono essere tranquillamente licenziati con un onere economico relativamente basso.<br \/>\nSi dice peraltro che non c&#8217;\u00e8 la prova provata che le scarse dimensioni della quasi generalit\u00e0 delle aziende italiane derivi anche dalla necessit\u00e0 di evitare di incappare nell&#8217;articolo 18. Eppure qualche relazione sarebbe facimente ipotizzabile, in quanto solo in Italia si verificano i due fenomeni, e perch\u00e8 si \u00e8 verificato che, a parte le microimprese stabili, quelle in espansione spesso si sono fermate senza superarlo al limite dei 14-15 addetti. Altre volte prima di superarlo si sono scisse in pi\u00f9 aziende, superando con vari e generalmente facili escamotages perfettamente legali i controlli previsti al riguardo. Altre volte aziende piccole e grandi hanno delegato ad altre microimprese attraverso esternalizzazioni o subappalti parte del lavoro. Anche volendo escludere che l&#8217;articolo 18 possa essere l&#8217;esclusiva causa di tutto questo, di sicuro ne costituisce un incentivo da non sottovalutare.<br \/>\nD&#8217;altra parte, tra piccole imprese e lavoratori precari e atipici, l&#8217;articolo 18 ormai si applica a sempre meno lavoratori, e in genere a quelli che meno ne avrebbero bisogno.<br \/>\nSi creerebbe pi\u00f9 lavoro con l&#8217;istituzione di un contratto unico, tendenzialmente a tempo indeterminato per i nuovi assunti, che preveda al suo interno il superamento di ogni altra forma contrattuale precaria e vincolisticamente a tempo indeterminato?<br \/>\nDato per scontato che il problema della creazione di nuovi posti di lavoro (preceduta dal mantenimento di quelli gi\u00e0 in essere) \u00e8 subordinato a una profonda trasformazione (se non di un vero e proprio capovolgimento) delle politiche nazionali\u00a0 ed europee a cui nella situazione odierna sono totalmente subordinate, per cui oggi\u00a0 nessuna legge di riforma sarebbe di per s\u00e8 in grado di creare nuova occupazione, \u00e8 certo che, secondariamente all&#8217;obiettivo primario di estendere e uniformare le tutele e i trattamenti salariali e pensionistici per tutti, anche gli investitori sarebbero incoraggiati, soprattutto quelli pi\u00f9 seri che preferiscono avere a che fare con regole meno numerose e confuse ma pi\u00f9 certe ed omogenee, anche se non sono gratis, e non cercano soltanto di approfittare di scappatoie ed escamotages per non rispettare diritti ed esigenze dei lavoratori, evitando i costi della loro tutela per poter cos\u00ec concorrere in condizioni di sleale vantaggio nel mercato globale.<br \/>\nLidia Riboli<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>UNA MILITANTE DELLA SINISTRA SPIEGA PERCH\u00c9 CONSIDERA IL DISEGNO DI LEGGE N. 1873\/2009 COME LA SOLUZIONE MIGLIORE PER SUPERARE IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO Intervento di Lidia Riboli, 29 dicembre 2011<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7],"tags":[],"class_list":["post-18832","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-lettere"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/18832","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=18832"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/18832\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=18832"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=18832"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=18832"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}