
{"id":196,"date":"2008-04-20T14:39:22","date_gmt":"2008-04-20T13:39:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=196"},"modified":"2008-04-21T15:34:22","modified_gmt":"2008-04-21T14:34:22","slug":"il-dovere-di-non-essere-faziosi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=196","title":{"rendered":"IL DOVERE DI NON ESSERE FAZIOSI"},"content":{"rendered":"<p><em>Intervento di Pietro Ichino<br \/>\nnel quinto anniversario della morte di Marco Biagi<br \/>\nBologna, 19 marzo 2007<\/em><\/p>\n<p>Non so perch\u00e9 i promotori di questo nostro incontro abbiano scelto di affidare a me il compito di ricordare qui Marco Biagi: non ho infatti alcun titolo per farlo (so <em>perch\u00e9 ho accettato di farlo<\/em>, ma \u00e8 un altro discorso, su cui torner\u00f2 fra breve).<!--more--><br \/>\nNon mi d\u00e0 certo titolo per assumere questo compito un legame che \u00e8 nato tra me e lui nella seconda met\u00e0 degli anni \u201990: troppo tardi, visto il poco tempo che i suoi persecutori gli avrebbero lasciato ancora da vivere. Abbiamo incominciato a collaborare con una certa continuit\u00e0 nel 1996, quando ci trovammo entrambi a dirigere una rivista giuslavoristica: lui \u201cDiritto delle relazioni industriali\u201d, io la \u201cRivista italiana di diritto del lavoro\u201d. Poich\u00e9 avevamo idee molto simili sulla linea editoriale da tenere, avviammo una cooperazione tra le due riviste e incominciammo anche a studiare una possibile fusione fra di esse. Poco dopo, ciascuno dei due venne cooptato nel comitato scientifico della rivista dell\u2019altro. Poi, col primo numero del 2002 della \u201cRivista italiana\u201d ebbe inizio una rubrica tenuta da Marco, dedicata al diritto comunitario, che pot\u00e9 uscire solo in quello e nel numero successivo. Nel 1999 avevo avviato il Master Europeo in Scienze del Lavoro dell\u2019Universit\u00e0 di Milano e avevo chiesto a Marco di svolgere l\u2019insegnamento del diritto comunitario del lavoro; lui accett\u00f2 e tenne poi quell\u2019insegnamento nei tre anni successivi.<br \/>\nTentai di sottrargli il primo dei suoi assistenti, chiamando a Milano Michele Tiraboschi, che entrambi apprezzavamo molto; ma lui se lo tenne stretto a Modena.<br \/>\nTra le cose che ci accomunavano c\u2019era anche l\u2019impegno giornalistico: in quegli anni lui collaborava con \u201cIl Sole \u2013 24 Ore\u201d, io con il \u201cCorriere della Sera\u201d; e qualche volta ci scambiavamo le prime versioni degli articoli che scrivevamo, ne discutevamo prima di licenziarli per la stampa. Ricordo una volta che lui mi invi\u00f2 per posta elettronica la bozza di un suo articolo, di commento a una notizia che era apparsa quel giorno; io gli risposi a ruota inviandogli l\u2019articolo che avevo appena scritto per il \u201cCorriere\u201d, dove scrivevo all\u2019incirca le stesse cose. La pensavamo davvero in modo molto simile.<br \/>\nEra molto simile anche il modo in cui ci proponevamo di vivere la nostra fede cristiana, il modo laico in cui cercavamo di coniugarla con il nostro impegno politico.<br \/>\nCi accomunava, infine   &#8211; <em>si licet parva<\/em>&#8230;   &#8211; il modo in cui amavamo e praticavamo entrambi la bicicletta: ci eravamo riproposti di trovare l\u2019occasione per fare, una volta, una gita insieme sull\u2019Appennino; ma non ce ne \u00e8 stato dato il tempo.<\/p>\n<p>Tutto qui: davvero troppo poco per legittimarmi a ricordare Marco davanti a persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo molto pi\u00f9 e meglio di me, di stargli vicine molto pi\u00f9 a lungo. Ma se \u00e8 davvero breve il cammino che ho potuto fare con lui, a cavallo del passaggio del millennio, posso dire che l\u2019intreccio tra la mia vita e la sua si \u00e8 straordinariamente intensificato dal momento della sua morte.<br \/>\nQuella tragica sera del 19 marzo di cinque anni fa ebbi subito la percezione \u2013 poi confermatami dal fatto che due giorni dopo ero gi\u00e0 stato messo sotto scorta   che se Marco fosse stato protetto, come sarebbe stato doveroso proteggerlo, avrei potuto essere io il bersaglio dei terroristi; che comunque le pallottole degli assassini erano destinate a tutti e due; che morendo, in un certo senso, lui aveva consentito di vivere a me. Fu, dunque, come sentire che tra lui e me ci fosse stata una sorta di passaggio del testimone, che fosse mio compito proseguire la sua battaglia; e restituirgli, attraverso la mia, la vita che a lui era stata tolta, almeno per quel poco che era ed \u00e8 nelle mie possibilit\u00e0.<br \/>\nQualcuno ogni tanto mi chiede: \u201cma perch\u00e9 ti esponi tanto, affidando le tue idee al tritacarne mediatico che le semplifica, le banalizza, talvolta le distorce? Perch\u00e9 lasci che la tua immagine divenga bersaglio di contumelie da ogni parte? Perch\u00e9 rinunci alla vita serena dello studioso, dal momento che non hai ambizioni politiche di sorta?\u201d A queste domande oggi rispondo: prima e pi\u00f9 di me lo ha fatto Marco, che \u00e8 arrivato a sacrificare la sua vita per questa battaglia. A me \u00e8 stato dato in sorte di sopravvivergli; ma proprio per questo la mia vita non \u00e8 soltanto mia: \u00e8 per una parte importante dedicata a lui, a quella sua battaglia.<\/p>\n<p>Proseguire la sua battaglia, io che avversavo il Governo con cui lui collaborava?<br \/>\nS\u00ec; perch\u00e9 la parte essenziale di quella battaglia non stava in questo o quell\u2019orientamento di politica del lavoro, ma nella rivendicazione di un metodo nuovo per l\u2019impostazione stessa del dibattito di politica del lavoro, quale che fosse il colore del Governo in carica:<\/p>\n<ul>\n<li>sul piano dell\u2019elaborazione programmatica, il metodo della massima valorizzazione dei risultati degli studi empirici economici e sociologici, della comparazione internazionale;<\/li>\n<li>sul piano operativo, quello che lui chiamava il metodo del <em>try and go<\/em>, il metodo della sperimentazione pragmatica in tutte le direzioni plausibili, senza tab\u00f9 e senza scelte dettate dal partito preso.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Del resto, quante volte con Marco ci eravamo detti che le tecniche di protezione del lavoro non sono, in s\u00e9, n\u00e9 \u201cdi sinistra\u201d n\u00e9 di \u201cdestra\u201d, perch\u00e9 la loro valenza effettiva, la loro capacit\u00e0 di proteggere efficacemente chi ne ha necessit\u00e0, dipende dal contesto in cui vengono applicate; perch\u00e9 misure nate per la protezione dei pi\u00f9 deboli possono in un nuovo contesto ritorcersi contro di loro, trasformarsi in fattori di esclusione da un lato, in protezione di posizioni di rendita dall\u2019altro. Perch\u00e9, infine, sul terreno della politica del lavoro la contrapposizione tradizionale fra destra e sinistra ha sempre meno senso, le linee di demarcazione tra i veri interessi in gioco sono profondamente cambiate rispetto agli schemi prevalenti del secolo scorso e del XIX.<\/p>\n<p>So dunque <em>perch\u00e9<\/em>, nonostante che io non ne abbia alcun titolo, ho accettato tuttavia di intervenire qui stasera per parlare di lui con voi.<br \/>\nDella vita di Marco, del valore del suo contributo alla nostra cultura giuslavoristica, della sua spinta all\u2019apertura di questa nostra cultura alla comparazione internazionale e alla contaminazione con le altre scienze sociali, \u00e8 stato gi\u00e0 detto e scritto tutto. Io non potrei proprio aggiungere nulla. Posso solo dire di quello che mi ha legato a Marco in quegli ultimi anni della sua vita e, di ci\u00f2 che dopo la sua morte mi ha fatto percepire quasi un debito verso di lui: quello di difendere la sua opera, il frutto del suo impegno, ci\u00f2 per cui ha ritenuto che valesse la pena di mettere a rischio la sua vita.<br \/>\n\u00c8 stato impegno etico, il suo, prima ancora che impegno intellettuale, culturale e politico. Ricordo uno dei nostri marted\u00ec in cui, consumando, come sovente facevamo, il panino meridiano al bar davanti all\u2019Universit\u00e0, prima della sua lezione al Master, Marco proruppe in un vero e proprio grido di indignazione contro il nostro <em>establishment<\/em> politico-accademico, incapace di scuotersi e di reagire di fronte alle macroscopiche disfunzioni e ingiustizie causate o consentite dal nostro ordinamento del lavoro o dal nostro sistema delle relazioni sindacali: assurdit\u00e0 che emergono con grande evidenza dalla comparazione con gli altri sistemi, ma alle quali molti dei nostri studiosi, politici e sindacalisti si sono per lo pi\u00f9 acconciati e assuefatti. Essi non vogliono aprire gli occhi su di esse perch\u00e9 questo li costringerebbe a mettere in discussione mezzo secolo di politiche del lavoro. Forse \u00e8 stata proprio la riluttanza ad aprire gli occhi su quelle gravissime inefficienze e ingiustizie del nostro sistema, che Marco metteva in evidenza soprattutto attraverso il confronto con i sistemi dei nostri partner europei pi\u00f9 evoluti, a indurre quello stesso <em>establishment<\/em> a stendere intorno a lui una sorta di cordone sanitario politico-culturale: un \u201ccordone sanitario\u201d di cui fu Marco a parlarmi con sofferenza, negli ultimi tempi.<br \/>\n\u00c8 stato ancora un impegno etico, prima ancora che politico-intellettuale, a spingerlo a mettersi in gioco fino in fondo per uscire dall\u2019autoreferenzialit\u00e0 dei nostri dibattiti accademici, affiancando l\u2019impegno giornalistico a quello dello studio e dell\u2019insegnamento; ma soprattutto accettando di sporcarsi le mani nel ruolo del tecnico al servizio della politica.<br \/>\nNella primavera del 2001 mi propose di impegnarmi anch\u2019io, con lui, in quel ruolo; allora non accolsi il suo invito, ma gli promisi che, da studioso e opinionista, avrei fatto tutto quanto avrei potuto per rompere il \u201ccordone sanitario\u201d che era gi\u00e0 ben percepibile intorno a lui, per stimolare e alimentare un confronto non fazioso sulle sue iniziative. Allora non immaginavo quanto pi\u00f9 ferocemente fazioso sarebbe diventato invece il confronto nei mesi e anni successivi!<\/p>\n<p>La faziosit\u00e0 non necessita della mala fede, anche se a questa sovente si accompagna: la faziosit\u00e0 \u00e8 essenzialmente figlia della paura. Cos\u00ec come, di fronte a un nemico alieno col quale non c\u2019\u00e8 modo di comunicare, la paura ci spinge a cercare soltanto di sparargli per primi, allo stesso modo, di fronte a ragionamenti che sconvolgono il nostro modo di pensare   schemi concettuali nuovi e procedimenti complessi che spiazzano il nostro catechismo semplificatore   proviamo la tentazione di squalificare preventivamente chi li propone per chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra. \u00c8 la tecnica del tab\u00f9, del \u201ccordone sanitario\u201d, contro la quale non c\u2019\u00e8 ragionamento efficace.<br \/>\nPer superare quella barriera, le argomentazioni raffinate servono poco o nulla: l\u2019arma pi\u00f9 efficace \u00e8 una testimonianza di disinteresse personale e di spirito di servizio \u2013 e di sacrificio   che induca gli interlocutori a comprendere intuitivamente la necessit\u00e0 del confronto. \u00c8 questa la testimonianza che Marco ha dato al massimo grado.<\/p>\n<p>Tanto forte \u00e8 stata questa sua testimonianza \u2013 spinta fino al punto di mettere consapevolmente a rischio la vita anche quando ogni difesa gli era stata tolta  , che, dopo la sua morte, squalificare la sua persona non \u00e8 pi\u00f9 stato possibile. \u00c8 stato qui che si \u00e8 assistito a un capitolo nuovo nella fenomenologia della faziosit\u00e0: dal momento che non era pi\u00f9 possibile squalificare lui, si \u00e8 tentato di separare da lui la sua opera, negando che fosse opera sua. Quante volte, e da quanti esponenti anche eminenti dell\u2019<em>establishment<\/em> politico e accademico, abbiamo sentito dire in questi anni: \u201cMarco Biagi era persona troppo intelligente, colta e per bene per poter scrivere quella legge\u201d! E quanti, pur senza pronunciare questa frase \u2013 che oltraggiosamente implica la squalifica totale di quella riforma sul piano dell\u2019intelligenza, della cultura e dell\u2019onest\u00e0 morale  , ancora oggi tentano sostanzialmente proprio questa operazione, rifiutando di chiamare col suo nome la legge che lui ha scritto di suo pugno (la chiamano \u201clegge 30\u201d), per paura che l\u2019ammirazione o anche solo il rispetto suscitati dalla sua straordinaria testimonianza possano indurre la gente a guardare senza pregiudizi ai contenuti e agli effetti di quanto lui ha elaborato e proposto!<\/p>\n<p>Ma il tempo \u00e8 galantuomo; e i fatti si sono incaricati di mostrare quanto le accuse mosse a quella riforma fossero frutto di preconcetti, di un rifiuto aprioristico: oggi tutti sono costretti a riconoscere che quella riforma non ha prodotto alcun aumento del lavoro precario; e coloro stessi che continuano a chiamarla \u201clegge 30\u201d per paura che l\u2019autorit\u00e0 morale di chi l\u2019ha scritta si riverberi su di essa, oggi sono costretti a far leva sulle norme in essa contenute nella lotta contro le simulazioni fraudolente e il precariato abusivo (con questo non voglio certo cadere nella faziosit\u00e0 simmetricamente opposta di fare di questa legge un tab\u00f9 intoccabile: Marco stesso lo rifiuterebbe come una sciocchezza imperdonabile).<\/p>\n<p>Ho menzionato questo fatto, apparentemente marginale, del rifiuto di tanta parte degli oppositori delle idee di Marco di chiamare la sua legge col suo nome, perch\u00e9 credo che questo dettaglio terminologico sia la punta del grande <em>iceberg<\/em> di una faziosit\u00e0 non superata. Marco ha gi\u00e0 vinto la sua battaglia sul piano della politica del lavoro: l\u2019abrogazione \u2013 totale o parziale \u2013 della sua legge non \u00e8 pi\u00f9 nell\u2019agenda del Governo di centro-sinistra, perch\u00e9 i fatti hanno mostrato che quell\u2019abrogazione non farebbe fare un solo passo avanti per la protezione dei lavoratori pi\u00f9 deboli. Ma potremo dire che Marco avr\u00e0 vinto la sua battaglia anche sul piano del costume politico quando tutti, anche i suoi oppositori, si renderanno conto della stupida ingiustizia commessa rifiutando di chiamare la sua legge col suo nome.<\/p>\n<p>In molti oggi si chiedono perch\u00e9 la commemorazione della morte di Marco, ad anni di distanza, sia ancora accompagnata da tante polemiche, incomprensioni, contrapposizioni tra persone e schieramenti, soprattutto in questa citt\u00e0. Forse una risposta pu\u00f2 essere questa: perch\u00e9 ancora molti hanno paura che l\u2019onore reso alla sua memoria possa intaccare il \u201ccordone sanitario\u201d con cui ancora essi tentano di impedire un dibattito sereno sulla sua opera. Forse potremmo assumere proprio questo come il segno del superamento definitivo di un capitolo infelice della nostra storia politica: che tutti, a sinistra come a destra, ai vertici dell\u2019Amministrazione municipale come del Governo centrale, dei partiti e dei sindacati di tutti gli orientamenti, incomincino a parlare della sua legge chiamandola con il suo nome.<\/p>\n<p>Non parlo \u2013 lo ripeto perch\u00e9 sia ben chiaro \u2013 di una rinuncia a modificare e migliorare quella legge, che come tutte le leggi ha i suoi difetti; e neppure di una rinuncia da parte dei suoi oppositori a criticarla radicalmente, a chiederne l\u2019abrogazione. Parlo del riconoscimento che quella legge \u00e8 il frutto genuino dello studio e del lavoro di una persona animata soltanto dal desiderio di servire il suo Paese, di accelerarne il progresso civile, convinta che questo progresso si misura essenzialmente sul benessere e sulla sicurezza che il Paese sa garantire <em>ai pi\u00f9 deboli<\/em>, agli ultimi della fila. Parlo dell\u2019onore dovuto a chi per le idee in cui credeva ha messo in gioco la propria vita e l\u2019ha persa. Parlo del suo diritto a che almeno le sue idee e le sue opere non gli vengano sottratte.<br \/>\nDiscutere di quelle idee e di quelle opere con rispetto, respingendo ogni tentazione di chiusura preventiva del dibattito, \u00e8 un dovere civile e morale per chiunque abbia a cuore il progresso e la democrazia. La battaglia contro il terrorismo si vince anche in questo modo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervento di Pietro Ichino nel quinto anniversario della morte di Marco Biagi Bologna, 19 marzo 2007 Non so perch\u00e9 i promotori di questo nostro incontro abbiano scelto di affidare a me il compito di ricordare qui Marco Biagi: non ho infatti alcun titolo per farlo (so perch\u00e9 ho accettato di farlo, ma \u00e8 un altro [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[13],"tags":[],"class_list":["post-196","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-25-temi-diversi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/196","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=196"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/196\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=196"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=196"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=196"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}