
{"id":19637,"date":"2012-02-16T12:59:47","date_gmt":"2012-02-16T11:59:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=19637"},"modified":"2012-02-20T09:57:48","modified_gmt":"2012-02-20T08:57:48","slug":"se-il-posto-non-e-fisso-il-salario-va-alzato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=19637","title":{"rendered":"UN DIBATTITO INTERESSANTE TRA ECONOMISTI SULL&#8217;ARTICOLO 18"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">COME SI SPIEGA CHE LA PROTEZIONE RIGIDA DELLA STABILITA&#8217; ABBIA COMPLESSIVAMENTE UN EFFETTO DEPRESSIVO SUI LIVELLI RETRIBUTIVI, MA NEL CONTEMPO IL LAVORO PRECARIO SIA RETRIBUITO MEDIAMENTE MENO DEL LAVORO STABILE: I CARATTERI ESSENZIALI DEL &#8220;MODELLO MEDITERRANEO&#8221;<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo <strong>di Alberto Alesina <\/strong>e <strong>Andrea Ichino<\/strong> pubblicato sul<\/em> Corriere della Sera <em>il 15 febbraio 2012 &#8211; Seguono una <strong>risposta di Michele Raitano <\/strong>pubblicato su <\/em>l\u2019Unit\u00e0 <em>il 16 febbraio e una <strong>controreplica di Andrea Ichino<\/strong>, pubblicata su quest&#8217;ultimo quotidiano il 19 febbraio<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #993300;\">A. ALESINA, A. ICHINO: &#8220;SE L&#8217;IMPRENDITORE PU\u00d2 LICENZIARE LIBERAMENTE, LA RETRIBUZIONE VA AUMENTATA&#8221;<\/span><\/strong><\/p>\n<p>I benefici del posto fisso (per chi lo ha) sono ovvi. La domanda rilevante \u00e8: quanto costa la garanzia del posto fisso al singolo e alla collettivit\u00e0? Un fatto spesso ignorato \u00e8 che questo costo non \u00e8 nullo anche per chi il posto fisso gi\u00e0 ce l&#8217;ha. A parit\u00e0 di altre condizioni, per godere della protezione offerta dall&#8217;articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento. L&#8217;imprenditore, infatti, privato della possibilit\u00e0 di licenziare qualora il posto diventasse in futuro improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo, oltre alla retribuzione. Se \u00e8 disposto a pagare il lavoratore 100 mantenendo il diritto di licenziarlo, vorr\u00e0 pagare solo, diciamo, 90 per assumerlo senza possibilit\u00e0 di licenziamento. La differenza \u00e8 una sorta di premio di assicurazione che il lavoratore paga al datore di lavoro per correre meno rischi.<br \/>\nUn contratto di lavoro con salario fisso e sicurezza del posto \u00e8 in qualche misura anche un contratto assicurativo. Ovviamente pi\u00f9 i rischi economici per l&#8217;impresa salgono, pi\u00f9 l&#8217;impresa vorr\u00e0 far pagare ad alto prezzo questa assicurazione e pi\u00f9 basso sar\u00e0 il salario di un lavoratore con il posto fisso. In periodi turbolenti come questo, quindi, il posto fisso costa molto al lavoratore, perch\u00e9 offrire assicurazione costa di pi\u00f9 alle imprese.<br \/>\nMa allora perch\u00e9 in Italia sembra che i lavoratori precari abbiano non solo un posto insicuro ma anche una retribuzione inferiore? Perch\u00e9 i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i 15 dipendenti, sono difesi dai sindacati mentre i giovani precari no. A loro sono lasciate le briciole in una specie di sala d&#8217;attesa in cui il giovane invecchia aspettando che qualche lavoratore protetto vada in pensione e liberi il posto sicuro. Per farsi un&#8217;idea dell&#8217;entit\u00e0 del premio assicurativo che grava sul lavoratore con posto fisso basta pensare al diverso costo orario, al netto di tasse e ammortamento attrezzi, del lavoro di un idraulico dipendente a tempo indeterminato e del lavoro dello stesso idraulico quando lo consultiamo in veste di artigiano. Pi\u00f9 in generale, per un lavoratore metalmeccanico, la stima di Piero Cipollone e Anita Guelfi (Banca d&#8217;Italia, Temi di discussione 583\/2006) \u00e8 compresa tra il 5 e l&#8217;11 per cento.<br \/>\nTuttavia, se il costo fosse solo questo non ci sarebbero problemi: ognuno deve essere libero di stipulare il contratto che vuole, sopportandone le conseguenze. E infatti un&#8217;indagine recente di Renato Mannheimer dimostra che l&#8217;84% dei giovani italiani sarebbero disposti a guadagnare di meno pur di avere un posto fisso. Nell&#8217;attuale situazione di apartheid invalicabile che divide i lavoratori super protetti dai &#8220;paria&#8221; privi di qualsiasi tutela o welfare statale, chi potrebbe dare loro torto?<br \/>\nLa soluzione che propone il sindacato \u00e8 semplice: diamo a tutti il posto fisso. Ma \u00e8 un&#8217;utopia pensare che si possa mantenere costantemente un&#8217;occupazione sicura ed elevata per l&#8217;intera forza lavoro in questo modo. Il tentativo (vano) di garantire il posto fisso a tutti ha invece dei costi considerevoli per la collettivit\u00e0 (oltre a quelli individuali) di cui pochi nel dibattito italiano sembrano voler tener conto. Un mondo incentrato sul posto fisso \u00e8 un mondo in cui il welfare lo fa la famiglia, con le risorse guadagnate dal padre (tipicamente unico a godere della sicurezza) e distribuite ai familiari dalla madre che spesso lavora in casa, con nonni e figli adulti che vivono insieme e si assistono gli uni con gli altri. Un mondo in cui lo Stato non offre assicurazione sociale se non con le pensioni e con la certezza, appunto, del posto fisso per un membro della famiglia. Il tutto richiede una legislazione del lavoro che ingessa il mercato, impedisce l&#8217;allocazione ottimale dei lavoratori nelle imprese e mantiene un esercito di giovani precari. \u00c8 un mondo che attrae trasversalmente molti italiani e che ha una sua coerenza, fondata sull&#8217;avversione al rischio, e il rifiuto del cambiamento anche quando tutto cambia intorno a noi. Gli italiani vogliono sicurezza e votano chi promette sicurezza (tipicamente senza evidenziarne i costi).<br \/>\nSia ben chiaro: la famiglia italiana ha dei benefici enormi di cui dobbiamo andare orgogliosi. Ma se deve sostituire un welfare pubblico che non funziona, le conseguenze non sono tutte desiderabili. Un sistema di <em>welfare<\/em> basato sulla famiglia riduce la mobilit\u00e0 geografica e sociale e ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese. Per poter godere del <em>welfare<\/em> familiare, che aiuta anche a trovare un impiego grazie ai contatti dei genitori pi\u00f9 che alle reali capacit\u00e0, i giovani promettenti frequentano universit\u00e0 mediocri sotto casa o non si allontanano per trovare un posto di lavoro migliore e pi\u00f9 adatto alle loro caratteristiche. La conseguenza \u00e8 una minore produttivit\u00e0 che si traduce in salari e profitti pi\u00f9 bassi anche perch\u00e9 le imprese possono imporre condizioni retributive peggiori non dovendo temere che i lavoratori si spostino altrove se trattati male.<br \/>\nIl vecchio governo ci aveva promesso che questa struttura sociale ci avrebbe fatto superare la crisi meglio di altri Paesi. Non \u00e8 stato cos\u00ec. Ma il problema vero \u00e8 che sono gli italiani a volere questa struttura sociale perch\u00e9 non ne hanno ancora compreso i costi. Il differenziale di gravit\u00e0 della crisi italiana, rispetto a quella di altri Paesi, non \u00e8 colpa della finanza pericolosa che ha colpito tutti i Paesi. Dei costi aggiuntivi siamo responsabili noi. La discussione sul posto fisso e su un sistema di welfare impostato sulla famiglia, quindi, va ben al di l\u00e0 di una riforma del diritto del lavoro. Tocca al cuore la mentalit\u00e0 e l&#8217;organizzazione sociale degli italiani. La soluzione pi\u00f9 facile \u00e8 continuare a non affrontare il problema. Oggi, perlomeno, ci si sta provando.<\/p>\n<p><span style=\"color: #993300;\"><strong><br \/>\nMICHELE RAITANO SU L\u2019UNIT\u00c0: \u201cI PREDATORI DELL\u2019ARTICOLO 18\u201d<\/strong><\/span><\/p>\n<p>Come accadde con Pisapia prima delle elezioni a Milano, l\u2019articolo 18 ogni giorno che passa viene individuato come la causa certa e unica di tutti i mali del sistema economico-sociale italiano: la sua presenza sarebbe l\u2019unica determinante del nanismo delle nostre imprese, della loro scarsa competitivit\u00e0 sui mercati, della presenza del precariato, dei pochi investitori internazionali. Andrea Ichino, in un articolo sul Corriere di ieri, hanno individuato nella presenza dell\u2019articolo 18 e nei comportamenti settari dei sindacati la causa dei bassi salari. Nella loro visione, da una parte l\u2019articolo 18 contribuirebbe a contenere i salari, dato che i datori scaricherebbero sulle retribuzioni il costo dell\u2019assicurazione contro la licenziabilit\u00e0 loro offerta, dall\u2019altra la difesa a oltranza degli <em>insiders<\/em> (gli iper-garantiti) da parte dei sindacati vieterebbe ai lavoratori privi di tutele di essere quanto meno risarciti tramite pi\u00f9 alti salari dai rischi derivanti dall\u2019instabilit\u00e0 contrattuale. Se la relazione supposta da Alesina e Ichino fosse vera dovremmo dunque aspettarci un vantaggio in termini di retribuzioni a favore dei lavoratori delle piccole imprese, quelle non coperte dall\u2019art. 18. Al contrario, tutti gli studi, sia descrittivi che econometrici, evidenziano come in Italia a parit\u00e0 di caratteristiche individuali (anzianit\u00e0, genere, titolo di studio, regione) chi lavora nelle piccole imprese viene pagato sistematicamente di meno (il divario \u00e8 nell\u2019ordine dei 10 punti percentuali). Allo stesso tempo, guardando alla semplice dinamica aggregata, i salari in Italia sono cresciuti in termini reali in modo consistente prima della crisi del \u201992, per poi rimanere congelati da quel momento in poi. Dato che l\u2019art. 18 \u00e8 stato introdotto ben prima del 1992, appare evidente come le cause della dinamica salariale (e dell\u2019ampliarsi della diseguaglianza retributiva) dipendano in tutta probabilit\u00e0 da ben altri fattori. Fra questi sicuramente rientra il ruolo del sindacato, ma con direzioni e impatti ben diversi da quanto sostenuto da Alesina e Ichino, dato che, a causa del suo progressivo indebolimento e dell\u2019importanza svolta dall\u2019accordo di concertazione del 1993 questo ha agito come un fattore di forte moderazione. Attribuire quindi alla forza del sindacato il divario salariale fra lavoratori permanenti e temporanei (dipendenti a termine e parasubordinati) o anche fra piccole e grandi imprese (a maggior tasso di sindacalizzazione) appare un po\u2019 bizzarro, considerando quanta poca forza contrattuale ha avuto il sindacato negli ultimi anni nella fissazione dei livelli retributivi. D\u2019altronde, un sicuro deficit di rappresentativit\u00e0 viene scontato da parasubordinati e partite Iva, mentre i dipendenti a termine sono coperti dagli stessi contratti collettivi di quelli a tempo indeterminato. E, a parit\u00e0 di condizioni, anche i dipendenti a termine (non solo i parasubordinati) scontano un divario salariale negativo nei confronti dei permanenti. E ancora, se i sindacati fossero straordinariamente efficaci nella difesa degli <em>insiders <\/em>dovremmo osservare ridottissimi flussi di caduta dai contratti a tempo indeterminato, in particolare nelle imprese con pi\u00f9 di 15 addetti. Al contrario, da analisi dettagliate svolte sui micro-dati sulle dinamiche di carriera individuali si osserva, da un lato, quanto sia lontano dalla realt\u00e0 il mito del \u201cposto fisso\u201d per i dipendenti a tempo indeterminato, dall\u2019altro come la frequenza della mobilit\u00e0 in uscita dei lavoratori non sembri dipendere dalla dimensione d\u2019impresa. La flessibilit\u00e0 in uscita dal tempo indeterminato \u00e8 infatti decisamente pi\u00f9 elevata di quella che dovrebbe caratterizzare un mercato del lavoro rigido: ad esempio, il 30% di chi, in un dato anno, \u00e8 titolare di un contratto a tempo indeterminato sperimenta nei 5 anni successivi almeno un episodio negativo di perdita dello status contrattuale. Naturalmente, data la differente mortalit\u00e0 delle imprese, i lavoratori delle micro-imprese sono esposti ad un rischio maggiore, ma la quota di dipendenti a tempo indeterminato che sperimentano un <em>downgrade<\/em> contrattuale si modifica ben poco quando si varca la soglia dei 15 addetti. D\u2019altro canto, la frequenza con la quale vengono stabilizzati gli atipici addirittura aumenta all\u2019aumentare della dimensione d\u2019impresa. Allo stesso tempo, contrariamente all\u2019immagine di apartheid a discapito dei lavoratori atipici, la maggior parte di questi sperimenta nel giro di qualche anno un miglioramento dello status contrattuale, il problema \u00e8 che per\u00f2 \u00e8 molto facile ricadere successivamente nelle condizioni pi\u00f9 svantaggiate. Pi\u00f9 che estremamente rigido o solamente segmentato, il nostro mercato del lavoro appare quindi \u201cliquido\u201d: molti lavoratori, la maggioranza probabilmente, soprattutto fra i pi\u00f9 giovani, fluttuano tra stati lavorativi alternando periodi con contratti standard a periodi di atipicit\u00e0 o di intermittenza occupazionale, che generalmente non \u00e8 supportata da adeguati ammortizzatori sociali. E questa frequente transizione fra diversi stati sembra attribuibile a deficienze profonde del sistema produttivo italiano piuttosto che a meri aspetti regolamentativi o al comportamento distorto dei sindacati. I problemi del mercato del lavoro italiano, e la lotta contro le diseguaglianze pervasive che si manifestano in esso, necessiterebbero quindi di interventi ben pi\u00f9 strutturali di quelli di cui si discute in questi giorni. Magari fosse sufficiente cambiare aspetti regolamentativi come la struttura contrattuale o l\u2019articolo 18 per cancellare tutti i mali. E la necessit\u00e0 di questi interventi \u00e8 d\u2019altronde ancora tutta da dimostrare.<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #993300;\">\u00a0<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #993300;\">LA CONTROREPLICA DI ANDREA ICHINO: &#8220;RAGIONIAMO SUI DATI&#8221;<\/span><\/strong><\/p>\n<p><strong><\/strong>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Michele Raitano attribuisce a me e Alberto Alesina la tesi secondo cui l\u2019Art.18 sarebbe la causa prima e unica dei problemi del mercato del lavoro italiano, ma sul Corriere del 15 febbraio abbiamo proposto una tesi diversa: l\u2019art. 18 \u00e8 solo l\u2019epifenomeno della preferenza degli italiani per un contratto sociale che dia sicurezza anche al costo di redditi inferiori. La nostra conclusione, sfuggita a Raitano, \u00e8 che: \u201cLa discussione sul posto fisso e su un sistema di welfare impostato sulla famiglia va ben al di l\u00e0 di una riforma del diritto del lavoro. Tocca al cuore la mentalit\u00e0 e l\u2019organizzazione sociale degli italiani.\u201d<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non c\u2019\u00e8 nulla di male in questa preferenza per la sicurezza, purch\u00e9 i costi siano chiari a tutti. Raitano nega, con evidenza empirica, che questi costi esistano. Noi sosteniamo il contrario con altra evidenza. Questo \u00e8 gi\u00e0 un enorme passo avanti che rende il dibattito meno ideologico e pi\u00f9 laicamente basato sui fatti. Ma \u00e8 essenziale chiarire quali requisiti debbano avere i \u201cfatti\u201d per essere rilevanti.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 I numeri citati da Raitano non si riferiscono a confronti tra lavoratori simili che differiscano tra loro solo in rapporto alla protezione contro il licenziamento. Quando dice, ad esempio, che \u201ca parit\u00e0 di caratteristiche individuali (anzianit\u00e0, genere, titolo di studio, regione) chi lavora nelle piccole imprese viene pagato sistematicamente di meno\u201d Raitano induce il lettore a pensare che a parit\u00e0 delle 4 caratteristiche da lui elencate, i lavoratori nelle piccole imprese siano uguali a quelli delle grandi imprese. Ci\u00f2 non pu\u00f2 essere vero, ad esempio, perch\u00e9 la dimensione aziendale \u00e8 correlata al capitale fisico, cos\u00ed come ad infinite altre caratteristiche non osservabili ma rilevanti, sia delle imprese che dei lavoratori stessi.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 I lettori che ancora ricordino il dibattito, sorprendentemente ideologico, sulla cura Di Bella contro il cancro, si saranno forse chiesti perch\u00e9 quel dibattito smise improvvisamente di riempire le pagine dei giornali. Ne dett\u00f2 la conclusione un esperimento controllato (BMJ 1999) che mostr\u00f2 inequivocabilmente l\u2019inefficacia di quella terapia. Se potessimo fare un\u2019analoga sperimentazione sugli effetti del posto fisso potremmo forse finalmente concludere il dibattito sull\u2019Art. 18, in un senso o nell\u2019altro. Purtroppo la sperimentazione in campo sociale \u00e8 meno diffusa che in campo medico. \u00c8 per\u00f2 possibile sfruttare situazioni che, pur in un contesto non controllato, consentono di avvicinarsi ai risultati di una vera sperimentazione.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Lo studio di Cipollone e Guelfi, che abbiamo citato (Banca d\u2019Italia, 583\/2006) e che Raitano ha ignorato, \u00e8 un ottimo esempio. Questi autori sfruttano un incentivo fiscale ad assumere lavoratori a tempo indeterminato, previsto nella Finanziaria 2001. Non \u00e8 un esperimento perfetto, ma genera la possibilit\u00e0 di confrontare le retribuzioni di lavoratori simili, alcuni coperti dall\u2019Art. 18 e altri no. I protetti guadagnano dal 5 al 11 percento in meno.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Utilizzando la riforma che nel 1990 ha aumentato la protezione contro il licenziamento nelle imprese sotto i 15 dipendenti, Leonardi e Pica (IZA 2011) mostrano che i salari settimanali si riducono in media dell&#8217;1% dopo la riforma nelle imprese piccole rispetto alle grandi. Cumulato nel tempo, questo effetto corrisponde ad un onere aggiuntivo per i lavoratori pari ad almeno il 50% del costo di licenziamento. Un\u2019altra stima sperimentale della penalizzazione retributiva associata al posto fisso.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gli studi di Borgarello, Garibaldi e Pacelli (GE, 2004) e Schivardi e Torrini (LE, 2008), comparano invece aziende sopra e sotto la soglia di applicazione dello Statuto dei Lavoratori e dimostrano che non \u00e8 quella soglia a determinare il nanismo delle imprese italiane. Raitano ci attribuisce questa convinzione, ma in realt\u00e0 i lavori citati, proprio perch\u00e9 quasi sperimentali, ci hanno da tempo convinto del fatto che lo Statuto con il nanismo non c\u2019entra. Se mai il familismo italiano (la parte sommersa dell\u2019iceberg) determina il nanismo (oltre che lo Statuto) attraverso la struttura proprietaria familiare delle imprese.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La soglia dei 15 dipendenti, per\u00f2, altera\u00a0 in modo rilevante altri comportamenti delle imprese. Kugler e Pica (LE 2008) sfruttano la riforma del 1990 per dimostrare che i flussi in entrata e in uscita si sono ridotti rispettivamente del 13% e del 15% nelle aziende piccole in cui la protezione \u00e8 aumentata per legge. Lo Statuto, quindi, \u00e8 responsabile dell\u2019iniquo apartheid tra chi sta dentro o fuori della cittadella dei dipendenti protetti. Come altrimenti spiega, Raitano, la figura allegata (Elsby, Restat 2012) da cui si desume che tra i paesi considerati, l\u2019Italia \u00e8 quello con i minori flussi in entrata e in uscita rispetto all\u2019occupazione dipendente? L\u2019effetto del diritto del lavoro italiano \u00e8 di chiudere le porte della \u201cCittadella\u201d a tutto vantaggio di chi sta dentro senza rischi, mentre chi \u00e8 rimasto fuori deve solo accontentarsi di piccoli spiragli per entrare.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Raitano dubita, infine, che strumenti di flessibilit\u00e0 come il lavoro interinale possano essere trampolini verso un impiego stabile (ossia salutari aperture nelle mura della Cittadella) invece che trappole di precariato. Nannicini, Mealli e chi scrive (JAE 2008) dimostrano il contrario.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Nel suo\u00a0 libro su <em>Il mercato del lavoro come istituzione sociale<\/em> (Il Mulino, 1994), il Nobel Rober Solow, considera l\u2019ipotesi che, nonostante tutto, chi \u00e8 fuori dalla Cittadella preferisca comunque aspettare pazientemente l\u2019occasione di entrare per poi essere per sempre al sicuro. \u00c8 un ipotesi possibile, che insegnamo agli studenti. Ma i nostri numeri (quasi sperimentali) dicono che chi sta dentro perde reddito e che l\u2019attesa per chi sta fuori sta diventando infinita. Se questo non \u00e8 <em>apartheid<\/em>&#8230; ci\u00a0 dica Raitano come preferisce chiamarlo, ma si fa fatica a capire come possa considerarsi di sinistra chi continua a difendere questa situazione.<\/p>\n<p>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Ichino2.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-19745\" title=\"Ichino\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Ichino2.png\" alt=\"\" width=\"604\" height=\"369\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Ichino2.png 604w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2012\/02\/Ichino2-300x183.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 604px) 100vw, 604px\" \/><\/a><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">kkk<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>COME SI SPIEGA CHE LA PROTEZIONE RIGIDA DELLA STABILITA&#8217; ABBIA COMPLESSIVAMENTE UN EFFETTO DEPRESSIVO SUI LIVELLI RETRIBUTIVI, MA NEL CONTEMPO IL LAVORO PRECARIO SIA RETRIBUITO MEDIAMENTE MENO DEL LAVORO STABILE: I CARATTERI ESSENZIALI DEL &#8220;MODELLO MEDITERRANEO&#8221; Articolo di Alberto Alesina e Andrea Ichino pubblicato sul Corriere della Sera il 15 febbraio 2012 &#8211; Seguono una [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-19637","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/19637","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=19637"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/19637\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=19637"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=19637"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=19637"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}