
{"id":21780,"date":"2012-06-13T10:42:28","date_gmt":"2012-06-13T09:42:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=21780"},"modified":"2012-06-16T22:30:30","modified_gmt":"2012-06-16T21:30:30","slug":"mariavittoria-ballestrero-la-comunita-dei-giuslavoristi-e-la-funzione-in-essa-delle-scuole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=21780","title":{"rendered":"MARIAVITTORIA BALLESTRERO: LA COMUNIT\u00c0 DEI GIUSLAVORISTI E LA FUNZIONE IN ESSA DELLE &#8220;SCUOLE&#8221;"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">PER I GIOVANI STUDIOSI \u00c8 PREZIOSA LA POSSIBILIT\u00c0 DI CONFRONTARSI CON UNO O PI\u00d9 MAESTRI E CON ALTRI ALLIEVI, MA \u00c8 ROVINOSO CHE I MAESTRI STESSI OFFRANO UNA PROSPETTIVA DI CARRIERA BASATA SOLTANTO SULLA PROPRIA FORZA ACCADEMICA<\/span><\/p>\n<p><em>Lettera aperta <strong>di Maria Vittoria Ballestrero<\/strong>, professore di diritto del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 di Genova, ai giuslavoristi italiani, inviata il 12 giugno 2012 a seguito del congresso svoltosi a Pisa nei giorni precedenti<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><em> <\/em><\/p>\n<p>Nell\u2019Assemblea svoltasi sabato mattina a Pisa, in vista dell\u2019elezione del nuovo direttivo dell\u2019AIDLASS, non ho preso la parola. Mi ero gi\u00e0 espressa pubblicamente e non mi pareva il caso di contribuire a far crescere la tensione indotta dall\u2019operazione di \u201cpacificazione\u201d. Credo tuttavia che il messaggio rivolto ai giovani da Franco Carinci sulle scuole e sulla funzione delle riviste \u201cdomestiche\u201d meriti di essere commentato. Non servir\u00e0 a scalfire convinzioni e sentimenti evidentemente gi\u00e0 radicati in molti; spero riesca almeno a far capire che, su questo come su altro, non esiste un pensiero unico.<br \/>\nPartir\u00f2 dalle scuole e dai diversi significati della parola \u201cscuola\u201d.<br \/>\nPer <em>scuola<\/em> si possono intendere, nel contesto di una riflessione sugli assetti interni della nostra disciplina, cose assai diverse.<br \/>\nIl termine scuola pu\u00f2 essere utilizzato per denotare l\u2019aggregazione di un gruppo di studiosi intorno a scelte di metodo, a opzioni politiche e di politica del diritto. La presenza di una pluralit\u00e0 di \u201c<em>scuole di pensiero<\/em>\u201d \u00e8 il sale di una disciplina, che si nutre della discussione e cresce nel confronto dialettico tra posizioni diverse.<br \/>\nParlare delle scuole di pensiero, e del loro ruolo nella storia della nostra disciplina pretenderebbe un\u2019analisi seria e approfondita che non ho certo la possibilit\u00e0 di fare in questa sede. Qui non posso che limitarmi a qualche breve e sommaria considerazione.<br \/>\nLa nostra disciplina ha conosciuto in passato profonde divisioni tra scuole: divisioni che hanno coinvolto, a partire dalle opzioni politiche e di politica del diritto, anche il metodo del nostro lavoro di giuristi. I pi\u00f9 anziani non hanno forse dimenticato la contrapposizione tra pubblicisti, privatisti e iper-privatisti; i meno giovani di noi ricordano certamente le accese discussioni che hanno preceduto e seguito l\u2019entrata in vigore dello statuto dei lavoratori, e le contrapposizioni che ne sono derivate (con riflessi persino sulle vicende della nostra associazione). Col passare degli anni le posizioni si sono fatte pi\u00f9 sfumate, e la discussione all\u2019interno della disciplina si \u00e8 fatta assai meno intensa: cos\u00ec anche i congressi dell\u2019AIDLASS, che in qualche modo rispecchiano lo stato dell\u2019arte, si sono fatti via via meno stimolanti e talora francamente noiosi (ma le elezioni del direttivo hanno saputo mantenere, per loro intrinseca virt\u00f9, un livello di litigiosit\u00e0 elevato).<br \/>\nLa discussione si \u00e8 fatta meno intensa, ma le contrapposizioni restano, come \u00e8 normale e bene che sia. Anche le scuole di pensiero continuano ad esistere; ma guardando alla smisurata produzione scientifica (di cui \u00e8 responsabile un bislacco sistema concorsuale) riesce spesso difficile individuare in quale scuola un lavoro affondi le sue radici. Solo considerando le scelte tematiche e i riferimenti bibliografici (almeno quelli prevalenti) si arriva talora a capire a quale scuola faccia capo l\u2019autore.<br \/>\nLo stesso termine <em>scuola<\/em> \u00e8 spesso utilizzato anche in un altro significato: come luogo di provenienza degli allievi, ovvero come insieme organizzato di allievi intorno ad un capo-scuola, che costruisce la loro carriera attrezzandoli perch\u00e9 siano in grado di occupare i posti che il capo sar\u00e0 in grado di procurare loro.<br \/>\nDella scuola cos\u00ec intesa ho un\u2019esperienza assai modesta perch\u00e9, pur essendo nata in una scuola, sono vissuta al suo interno solo pochi anni: troppo pochi per creare in me quel sentimento di appartenenza che consente di accettare le regole della scuola (e di giovarsene). Cosa significasse \u201cappartenere\u201d ad una scuola me lo ha fatto capire un\u2019altra esperienza: quella dei due concorsi a cattedra che non ho vinto. Ma non voglio tediare nessuno con la mia autobiografia; se la richiamo \u00e8 solo per dire che si pu\u00f2 sopravvivere nell\u2019accademia e acquisire una accettabile maturit\u00e0 scientifica anche fuori dalle scuole intese in questo secondo senso. Certo occorre che il percorso autonomo, al di fuori delle scuole e delle regole di scuola, non sia un percorso solitario. Io ho avuto la fortuna di trovare altri maestri, verso cui ho un grande debito di riconoscenza per quello che mi hanno insegnato e per l\u2019aiuto morale (e anche materiale) che hanno saputo darmi. Ho avuto molti maestri, ma non ho mai appartenuto alla scuola di nessuno di loro: nel senso che non sono mai stata inserita tra i loro allievi e non ho mai occupato un posto nella scala gerarchica nella quale, per et\u00e0 o per altro, si collocano appunto gli allievi di una scuola. Insomma, molte scuole e nessuna scuola. La mia vicenda personale, che non pretendo sia originale, mi ha impedito di conoscere dall\u2019interno i riti e i miti delle scuole. Come ho detto, l\u2019esperienza dei concorsi me ne ha fatto conoscere la forza contundente: perch\u00e9 i concorsi sono stati, nel passato dei concorsi nazionali come nell\u2019ultimo decennio dei concorsi locali, una faccenda di scuole. Accordi preventivi, alleanze elettorali, negoziazioni: i capi scuola hanno giocato le loro partite, determinando gli equilibri (e gli squilibri) della disciplina.<br \/>\nNella nostra disciplina sono presenti scuole di lunga tradizione, che hanno germinato a loro volta altre scuole: il panorama presenta alcune aree stabili e aree terremotate, nelle quali le scuole tendono a segmentarsi, e dove ogni segmento si sposta frequentemente, mutando alleanze. Accanto alle grandi scuole (per grandi intendo qui numerose) si sono formate le piccole scuole, alcune delle quali sono scuole autonome (un professore indipendente o separato dalla scuola di origine e suoi pochi allievi), altre sono invece delle sub-scuole, vale a dire delle delocalizzazioni della scuola madre.<br \/>\nIl quadro \u00e8 variegato, e spesso si scompone e si ricompone: ma la divisione per scuole resta pi\u00f9 o meno costante.<br \/>\n\u00c8 bene che sia cos\u00ec? Voglio dire: il progresso degli studi giuslavoristici si giova della divisione per scuole della disciplina? \u00c8 una domanda alla quale \u00e8 difficile dare una risposta, perch\u00e9 bisognerebbe prima aver chiaro in che senso possa parlarsi di progresso.<br \/>\nIn ogni caso la mia risposta \u00e8 insieme positiva e negativa.<br \/>\nLa mia risposta \u00e8 positiva, perch\u00e9 credo che le scuole, come luogo di formazione, siano indispensabili: conosco bene i difetti dell\u2019auto-didattica, e so quanto pu\u00f2 dare, in termini di crescita intellettuale, vivere la propria formazione all\u2019interno di una scuola. Ma perch\u00e9 la scuola sia effettivamente il luogo (insostituibile) della formazione dei ricercatori occorre che siano soddisfatte alcune condizioni. Occorre anzitutto che a capo della scuola ci sia un vero maestro, cio\u00e8 qualcuno capace di insegnare il mestiere della ricerca, e l\u2019umilt\u00e0 necessaria per intraprenderla, disponibile a leggere e correggere, a discutere, a incoraggiare l\u2019autonomia di giudizio. Occorre in secondo luogo che i rapporti all\u2019interno della scuola non siano costruiti secondo una gerarchia di tipo aziendale: sarebbe bene che i giovani allievi non fossero usati come \u201ccollaboratori\u201d, perch\u00e9 devono soprattutto studiare e farsi le ossa nella ricerca. Sarebbe infine auspicabile che non si considerasse la devozione degli allievi meno giovani come cosa dovuta e immutabile.<br \/>\nMa la mia risposta \u00e8 anche (e soprattutto) negativa, perch\u00e9 credo che la presenza di scuole organizzate in modo feudale e che agiscono come blocchi di potere abbia conseguenze nefaste sul progresso degli studi.<br \/>\n\u2013 Primo, perch\u00e9 l\u2019appartenenza ad una scuola accademicamente potente (di per s\u00e9 o per l\u2019inserimento in un gruppo potente) disincentiva i giovani ad occuparsi della qualit\u00e0 del loro lavoro di ricerca e incentiva invece la tendenza a preoccuparsi dei giochi e degli intrighi che garantiranno loro una carriera. Devo confessare che resto sempre impressionata (specie nei congressi AIDLASS) da quanto i giovani \u201capprendisti stregoni\u201d siano informati, nei pi\u00f9 minimi dettagli, di quanto avviene nella \u201calte sfere\u201d, e di quanto ne parlino tra di loro.<br \/>\n\u2013 Secondo, perch\u00e9 l\u2019appartenenza ad una scuola che opera come blocco di potere induce (o costringe: dipende dal carattere) a fedelt\u00e0 che sono in netto ed insanabile contrasto con quella libert\u00e0 e autonomia dalle quali dipende largamente la qualit\u00e0 del lavoro scientifico.<br \/>\n\u2013 Terzo, perch\u00e9 i concorsi gestiti da scuole che agiscono come blocchi di potere sono (inevitabilmente) mercati delle vacche. Ogni scuola ha diritto ad una certa percentuale di posti \u201ca prescindere\u201d; posti sulla cui destinazione decider\u00e0 al suo interno, secondo regole proprie e non sindacabili. Con buona pace delle valutazioni comparative.<br \/>\nParliamo spesso (per lo pi\u00f9 nella formulazione di commossi necrologi) della comunit\u00e0 scientifica: ma, onestamente, la divisione in scuole come blocchi di potere non \u00e8 la negazione dell\u2019esistenza stessa di una comunit\u00e0 scientifica? E senza una comunit\u00e0 scientifica che eserciti un severo controllo sulla qualit\u00e0 dei prodotti della ricerca, quale progresso ci si pu\u00f2 attendere dagli studi di diritto del lavoro?<br \/>\nSono domande retoriche e tuttavia meritano una risposta non retorica, che affronta il secondo capitolo della replica a distanza all\u2019intervento di Franco Carinci. Chi lo ha ascoltato certo ricorda che il nostro ha sostenuto (con forza e sicurezza) che le scuole devono avere <em>riviste<\/em> proprie, sulle quali pubblicare i lavori dei giovani allievi, rivendicando come merito indiscutibile del capo-scuola (cio\u00e8 di se stesso) la fondazione (o la condirezione) di riviste (per tacere di trattati e commentari) che mettono le proprie pagine a disposizione dei giovani che hanno \u201cbisogno di pubblicare\u201d.<br \/>\nNel panorama della nostra disciplina sono fortunatamente presenti riviste qualificate, aperte alla collaborazione di autori di diversa provenienza e appartenenza, spesso neppure italiani. Tuttavia, la proliferazione delle riviste (un\u2019anomalia italiana, che purtroppo l\u2019Europa non ci chiede di eliminare) \u00e8 conseguenza della logica evocata da F.Carinci, e specchio fedele della realt\u00e0 della sovrabbondante produzione scientifica nostrana. Ma non accorgersi degli errori che viziano questa realt\u00e0 non \u00e8 meno grave del non accorgersi che le cose stanno cambiando, e nel giro di qualche anno saranno cambiate davvero.<br \/>\nSe si guardasse al futuro prossimo, anzich\u00e9 continuare a contemplare il proprio ombelico, i giovani non dovrebbero essere incoraggiati a scrivere lavori (possibilmente lunghi) di cui la scuola garantisce comunque la pubblicazione nella rivista domestica. Dovrebbero essere incoraggiati a scrivere solo lavori che siano in grado di superare il vaglio di una seria <em>peer review<\/em>; lavori che possano essere pubblicati in riviste scientifiche accreditate (poche, come avviene in molti altri paesi, dove si scrive assai meno che da noi, e pubblicare \u00e8 difficile).<br \/>\nCerto, fino a quando per vincere i concorsi, la qualit\u00e0 scientifica si valuta a peso, le riviste domestiche servono, eccome, cos\u00ec come servono le monografie, anche se semi-clandestine. Ma non sar\u00e0 cos\u00ec per sempre. La valutazione ha cominciato ad entrare nel nostro sistema, anche se stiamo tentando, all\u2019italiana, di trovare scorciatoie truffaldine per farne una cosa poco seria. E sempre di pi\u00f9 con la valutazione si dovranno fare i conti, in un sistema di concorsi nel quale i cambiamenti di alcune regole del gioco fanno inesorabilmente \u201csaltare\u201d alcune delle logiche del passato. In fondo \u00e8 bastato negli ultimi concorsi il sorteggio dei commissari per mandare all\u2019aria le strategie e gli accordi stipulati.\u00a0 Mi astengo dall\u2019esprimere giudizi sugli esiti; voglio solo dire che, quando cambiano le regole del gioco, bisogna cambiare il modo di giocare.<br \/>\nGuardando avanti, la logica delle scuole feudali e la potenza di fuoco delle riviste domestiche sono destinate a deperire. Mi auguro che questo costringa a dare finalmente spazio ad una vera comunit\u00e0 scientifica (una comunit\u00e0 di valutatori alla pari), che sappia esercitare, in modo serio e responsabile, il controllo e l\u2019autocontrollo.<br \/>\nMaria Vittoria Ballestrero<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">kk<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PER I GIOVANI STUDIOSI \u00c8 PREZIOSA LA POSSIBILIT\u00c0 DI CONFRONTARSI CON UNO O PI\u00d9 MAESTRI E CON ALTRI ALLIEVI, MA \u00c8 ROVINOSO CHE I MAESTRI STESSI OFFRANO UNA PROSPETTIVA DI CARRIERA BASATA SOLTANTO SULLA PROPRIA FORZA ACCADEMICA Lettera aperta di Maria Vittoria Ballestrero, professore di diritto del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 di Genova, ai giuslavoristi italiani, inviata [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,27],"tags":[],"class_list":["post-21780","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-lettere","category-scuola"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/21780","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=21780"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/21780\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=21780"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=21780"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=21780"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}