
{"id":22933,"date":"2012-09-09T22:10:31","date_gmt":"2012-09-09T21:10:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=22933"},"modified":"2012-09-09T22:10:31","modified_gmt":"2012-09-09T21:10:31","slug":"il-rischio-e-il-nostro-mestiere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=22933","title":{"rendered":"IL RISCHIO \u00c9 IL NOSTRO MESTIERE"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">DIALOGO SUI MIEI RAPPORTI CON LA SINISTRA, IL SINDACATO, IL PARTITO DEMOCRATICO, E SUI RAPPORTI TRA POLITICI DI PROFESSIONE E POLITICI DI COMPLEMENTO<\/span><\/p>\n<p><em>Intervista a cura di Ivan Scalfarotto, pubblicata nel suo libro fresco di stampa <\/em><strong>Ma questa \u00e8 la mia gente. Un viaggio nel Partito democratico in diciassette conversazioni con i suoi protagonisti<\/strong><em>, Mondadori, settembre 2012 \u2013 Lo stesso libro contiene, tra le altre, le interviste a Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Massimo D\u2019Alema, Stefano Fassina, Anna Finocchiaro, Walter Veltroni<\/em><\/p>\n<p><!--more-->[<em>Nella prima parte di questo capitolo del libro Ivan Scalfarotto racconta la sua vicenda come dipendente della Banca Commerciale Italiana negli anni \u201890<\/em>]<\/p>\n<p>[&#8230;] La Banca commerciale italiana, la \u00abprestigiosa\u00bb Comit, [\u2026] e\u0300 stata il mio primo datore di lavoro e l\u2019azienda nella quale ho imparato i fondamentali della professione e della professionalita\u0300. Li\u0300 mi hanno insegnato a far bene le cose, e a rispettare le scadenze, prestando una scrupolosa attenzione ai dettagli. Mi hanno soprattutto insegnato una lezione preziosa: che i propri comportamenti organizzativi non vivono per se stessi come isole. Essi hanno senso soltanto dentro una precisa catena in cui c\u2019e\u0300 sempre un cliente (interno o esterno non importa) a cui consegnare qualcosa e sempre un fornitore (interno o esterno non importa) da cui dipendi per ottenere, in tempo e bene, i pezzi che ti servono per costruire cio\u0300 che dovrai consegnare al tuo cliente. In breve, li\u0300 ho imparato \u2013 cosa quasi invisibile in politica, in particolare tra i miei coetanei e tra le persone piu\u0300 giovani di me \u2013 che il successo e\u0300 sempre frutto di un meccanismo preciso che puo\u0300 vivere soltanto grazie a un diligente e scrupoloso gioco di squadra.<br \/>\nIl collegamento tra questo racconto e il mio incontro con Pietro Ichino e\u0300 stato immediato per due motivi molto diversi tra loro. Il primo e\u0300 che la conoscenza con Pietro risale proprio agli anni in cui lavoravo per la Banca commerciale italiana. Era il 1992, ero in banca da poco, ed ero stato destinato da pochissimo alla Direzione centrale (proprio il grande e prestigioso edificio di piazza della Scala, tra Palazzo Marino e il Teatro), a quello che allora si chiamava \u00abUfficio normativo e sindacale\u00bb del Servizio del personale. Provenivo da un gruppo di giovani virgulti, assunti direttamente dalle universita\u0300, che venivano collocati a disposizione dalla Direzione centrale e poi mandati a formarsi in giro per l\u2019Italia; cosi\u0300, in poco piu\u0300 di un anno e mezzo, mi avevano mandato a lavorare a Napoli, Barletta, Viareggio, Padova, Monza e Biella. Poi, dato che da quel gruppo di ragazzi venivano pescati anche profili specialistici, mi era stato chiesto di andare \u00abal personale\u00bb e, immagino a causa della mia laurea in legge, di occuparmi di temi di diritto del lavoro.<br \/>\nDi quei giorni ricordo in particolare due cose. La prima fu che, proprio mentre prendevo possesso della mia nuova scrivania, un consigliere comunale di allora, Paolo Hutter, aveva simbolicamente sposato proprio in piazza della Scala alcune coppie gay e lesbiche. Per me, che arrivavo da Foggia, sapere che fuori dalla finestra dell\u2019ufficio si celebravano dei matrimoni gay era stata una notizia assolutamente rivoluzionaria, che mi sembrava avrebbe spianato in breve tempo la strada a inarrestabili e gloriose conquiste sul piano dei diritti civili. Mi sbagliavo di grosso, come la storia ha poi ampiamente dimostrato.<br \/>\nIl secondo ricordo e\u0300 appunto che cominciai a collaborare con Pietro Ichino \u2013 che in ufficio chiamavamo \u00abil Professore\u00bb per distinguerlo da suo padre Luciano, \u00abl\u2019Avvocato\u00bb \u2013 il quale mi colpi\u0300 subito per una cosa in particolare: gli atti che preparava erano scritti non solo con grande perizia tecnico-giuridica, ma anche con uno stile assolutamente avvincente. Come per un romanzo d\u2019appendice, se cominciavi a leggere una comparsa di risposta redatta da Pietro Ichino non potevi non arrivare fino in fondo. \u00abSe al giudice quest\u2019atto piacera\u0300 quanto e\u0300 piaciuto a me\u00bb riflettevo con un pizzico di ingenuita\u0300 \u00absi convincera\u0300 di sicuro delle nostre buone ragioni.\u00bb In effetti andava cosi\u0300 abbastanza spesso, e tra le molte cose non molto avvincenti che invece mi toccava fare (ricordo un intero, interminabile periodo a lavorare sulle richieste di cure termali sottoposte alla banca dai dipendenti delle filiali che avevamo in tutta Italia, da Trapani a Bolzano), la collaaborazione con il professor Ichino era una di quelle piu\u0300 gratificanti, piacevoli e formative del mio lavoro. Aver avuto la fortuna di imparare da Pietro ha rappresentato una discreta parte di quel bagaglio di formazione che la Comit mi ha dato, e di questo gli sono ancora grato, cosi\u0300 come sono grato alla banca. Nutro dunque, da quei giorni, un\u2019enorme stima professionale per Pietro Ichino, stima che poi si e\u0300 allargata anche alla sua attivita\u0300 di scrittore e di divulgatore e, successivamente, a quella di politico.<br \/>\nE qui vengo al secondo motivo per cui quel piccolo racconto sulla Comit mi e\u0300 tornato in mente. E\u0300 un post che ho scritto di getto per il mio blog, nell\u2019agosto 2007, sull\u2019onda di un\u2019emozione irresistibile. Il racconto si chiama A Gianpiero, in ricordo di un mio caro collega di lavoro che non ebbe la forza necessaria per resistere ai grandi cambiamenti che la nostra banca, come tutto il sistema bancario, ha attraversato negli anni. Chi abbia lavorato in Comit negli anni in cui ci ho lavorato io sa benissimo che si entrava in banca con la convinzione che con quell\u2019assunzione la vita sarebbe stata vissuta grosso modo col pilota automatico. La Comit c\u2019era da sempre, e ci sarebbe stata per sempre. Anche quando cominciarono le privatizzazioni, e anche la nostra banca fu collocata sul mercato, pensavamo che Comit sarebbe comunque rimasta un attore insostituibile sulla scena finanziaria. Oggi la Banca commerciale italiana non c\u2019e\u0300 piu\u0300, e l\u2019unica traccia rimasta e\u0300 la scritta che ancora si legge sul frontone della facciata di quella che fu la sua Direzione centrale.<br \/>\nLa storia della Comit e\u0300 rimasta per me una specie di monito, la lezione che chi si ferma e\u0300 perduto. Neanche l\u2019istituzione piu\u0300 grossa, il <em>moloch <\/em>piu\u0300 granitico, e\u0300 al riparo se non si e\u0300 in grado di comprendere il cambiamento e di rivedere rapidamente le proprie strategie. Non ce l\u2019ha fatta nemmeno il Pcus, e anche noi del Pd dovremmo capire, in questi tempi di estremi e repentini cambiamenti, che l\u2019unico modo per non morire e\u0300 riuscire a comprendere che la realta\u0300 e\u0300 soggetta a continue modificazioni, e mutare noi stessi di conseguenza. Puo\u0300 sembrare controintuitivo, ma ci sono situazioni in cui prendere il mare e\u0300 molto piu\u0300 sicuro che restare ormeggiati in porto.<br \/>\nLe tesi di Ichino mi sono sempre parse un antidoto a questa condanna. Con la loro capacita\u0300 di guardare al diritto del lavoro da una prospettiva sempre nuova, e magari spiazzante, mi sono sempre sembrate, e oggi mi sembrano piu\u0300 che mai, la cosa giusta da fare. Sono l\u2019incoraggiamento a guardare in modo dinamico alla sostanza delle cose. Indicano strade completamente nuove per conservare i diritti che vogliamo garantire a chi lavora e coltivare le aspirazioni e il senso di realizzazione di se\u0301 che il lavoro deve necessariamente comportare se non lo si vuole ridurre a pura fatica fisica. Chi critica Ichino \u2013 lo faccia ragionando da un giornale o in un convegno, o abbaiando la propria oscena violenza da una gabbia in un\u2019aula di tribunale \u2013 non comprende che la sua attenzione si concentra sulla sostanza delle cose e sulla loro effettiva fattibilita\u0300 in un contesto che cambia a velocita\u0300 vertiginosa. Tra tanti che si preoccupano dell\u2019intangibilita\u0300 dei processi trascurando il prodotto finale, Ichino mi pare occupato a osservare la luna mentre moltitudini di persone stanno li\u0300, immobili, rapite dall\u2019immagine del dito che la indica.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">***<\/p>\n<p><em>Pietro, voglio chiedere in particolare a te, che hai provato a guardare il mondo del lavoro da un\u2019altra angolazione: quanto, secondo te, il Partito democratico e\u0300 uno strumento di cambiamento della societa\u0300 e quanto invece ci capita, volontariamente o no, di essere uno strumento di conservazione?<\/em><br \/>\nUna componente strutturale del mondo della sinistra, da sempre, e\u0300 costituita dal sindacato, che conservatore e\u0300 per sua stessa natura. Il sindacato difende principalmente i lavoratori stabili, regolari e di aziende medio-grandi, i quali hanno l\u2019interesse a mantenere il proprio posto di lavoro, la propria stabilita\u0300, cioe\u0300 l\u2019interesse a una certa continuita\u0300 dell\u2019esistente. Questo ruolo del sindacato, istituzionalmente e naturalmente conservatore, non sarebbe in se\u0301 un fatto negativo: il sindacato svolge il ruolo della difesa di un segmento di interessi che sono perfettamente legittimi in qualsiasi tessuto civile, in qualsiasi societa\u0300. Il problema nasce quando l\u2019ottica del sindacato, per difetto di <em>leadership <\/em>e di visione strategica del partito, diventa la visione generale della sinistra. E\u0300 in quel momento che la sinistra nel suo complesso &#8211; da noi la sua componente maggiore costituita dal Partito democratico &#8211; diventa conservatrice.<\/p>\n<p><em>In altri paesi il sindacato, pur svolgendo la stessa funzione che tu descrivi, ha saputo pero\u0300 riadattarsi a forme piu\u0300 moderne di tutela dell\u2019interesse che rappresenta. Per esempio, accettando di rinunciare a un atteggiamento per principio conflittuale in cambio di una maggiore partecipazione alle scelte dell\u2019impresa. Comprendendo, in un certo senso, che gli interessi dell\u2019azienda e quelli dei lavoratori non sono necessariamente contrari e contrapposti. <\/em><br \/>\nQuesto e\u0300 accaduto quando la sinistra politica ha saputo darsi una visione, e una <em>leadership <\/em>portatrice di questa visione, indipendente dal sindacato, perche\u0301 capace di dialogare col sindacato senza trovarsi rispetto a esso in una posizione di subalternita\u0300. E\u0300 accaduto in Germania, per esempio. Possiamo ricordare la vicenda del governo Schroeder che, all\u2019inizio degli anni Duemila, ha ottenuto dal movimento sindacale la svolta costituita dalla ristrutturazione della contrattazione collettiva. Una riforma che ha portato a stabilire che il contratto aziendale potesse non solo derogare, ma addirittura sostituirsi integralmente al contratto nazionale di lavoro. E\u0300 stata una svolta che il sindacato ha compiuto in formale autonomia ma guidato e spinto dalla buona politica, pur in un paese che e\u0300 stato per decenni il portabandiera del centralismo contrattuale piu\u0300 rigido. Anche negli Stati Uniti il Partito democratico ha compiuto tutte le sue scelte piu\u0300 innovative sul terreno della politica liberal in assoluta indipendenza dalle centrali sindacali, con le quali ha certamente dialogato, stabilito sinergie, ma senza che si creasse mai un rapporto di dipendenza.<\/p>\n<p><em>E poi c\u2019e\u0300 il caso britannico. <\/em><br \/>\nTony Blair ha costruito un\u2019intera, lunga stagione di egemonia del <em>Labour <\/em>in Gran Bretagna sulla base di una drastica distinzione, inizialmente non priva di qualche elemento di ruvidita\u0300, rispetto alle posizioni delle <em>trade unions<\/em>. Da questo punto di vista, Blair ha dato una lezione a tutta la sinistra europea, che ancora non abbiamo apprezzato in tutta la sua portata. Poi Blair ha commesso i suoi errori, a partire dall\u2019Iraq. Ma su questo punto del rapporto con il sindacato ha sicuramente avuto ragione.<\/p>\n<p><em>Abbiamo dunque qualcosa da imparare dalle politiche di Blair sul lavoro? <\/em><br \/>\nSi\u0300, e questo non riguarda solo le forze politiche di centrosinistra: quell\u2019esperienza dovrebbe essere una lezione anche per i sindacati. Il sindacalismo britannico era stato in parte gia\u0300 rivitalizzato dalla Thatcher che, pur partendo da posizioni che portavano in se\u0301 un intendimento distruttivo, lo ha costretto a modernizzarsi, a cambiare per non morire. Poi Blair ha positivamente continuato, con finalita\u0300 costruttive, cio\u0300 che la Thatcher aveva iniziato. Il combinarsi di questi due momenti dialettici ha prodotto un effetto molto positivo nella rivitalizzazione del movimento sindacale britannico su posizioni di apertura; apertura alla globalizzazione, alla negoziazione di piani industriali innovativi, consapevolezza che il difendere l\u2019imprenditore indigeno per partito preso porta a valorizzare in maniera meno efficace il lavoro dei propri rappresentati. Si e\u0300 dunque compreso che fa molto meglio il suo mestiere un sindacato capace di negoziare col miglior imprenditore, da qualsiasi paese esso provenga e quale che sia il modello di organizzazione del lavoro che propone.<\/p>\n<p><em>Be\u2019, ma per il sindacato non e\u0300 stata esattamente una passeggiata. <\/em><br \/>\nSicuramente no. Ma ha imparato ad aprirsi al nuovo nei piani industriali, nei modi di organizzazione del lavoro, nell\u2019inquadramento professionale, nella struttura delle retribuzioni. Le novita\u0300 proposte dalle imprese, su questi temi, non sono certo tutte positive. Ma se non sappiamo discernere quelle su cui scommettere da quelle negative, il paese si ferma, la produttivita\u0300 ristagna.<\/p>\n<p><em>E a noi, dunque, cosa manca?<\/em><br \/>\nA noi manca una sinistra che abbia una visione chiara di quello che sta accadendo e di quello che accadra\u0300 nel prossimo futuro.<\/p>\n<p><em>Occorrerebbe la sfera di cristallo.<\/em><br \/>\nNo. Se c\u2019e\u0300 un unico vantaggio nell\u2019essere un paese un po\u2019 arretrato, e\u0300 quello di poter cogliere i segni dei tempi osservando quello che accade nei paesi piu\u0300 avanzati, vicini e meno vicini. La nostra sinistra pecca molto di provincialismo; sentiamo dire troppo frequentemente che \u00abda noi non si puo\u0300, perche\u0301 l\u2019Italia e\u0300 diversa\u00bb, alimentando cosi\u0300 i circoli viziosi che ci attanagliano. Una sinistra senza orizzonti larghi e senza la capacita\u0300 di progettare la rottura dei circoli viziosi tradizionali finisce col doversi appoggiare a un sindacato che magari ha una sua precisa strategia, ma una strategia conservatrice rispetto ai vecchi equilibri.<\/p>\n<p><em>E forse c\u2019e\u0300 anche un certo atteggiamento che ci porta, in un momento di crisi, a voler mandare messaggi rassicuranti a tutti i costi. Che sono per definizione conservatori.<\/em><br \/>\nDi certo ci manca la lungimiranza. Quella di comprendere, per esempio, che un sistema che consente una maggiore fluidita\u0300 di movimento della manodopera nel tessuto produttivo \u2013 per lo spostamento dall\u2019impresa in fase di riduzione o di chiusura all\u2019impresa in fase di espansione \u2013 e\u0300 un sistema che consente al lavoratore di andare dove il suo lavoro e\u0300 piu\u0300 valorizzato. Quindi, se il lavoratore e\u0300 garantito nel passaggio da un lavoro all\u2019altro, un sistema piu\u0300 fluido e piu\u0300 dinamico gli offre la possibilita\u0300 di guadagnare di piu\u0300. Una delle ragioni delle nostre basse retribuzioni e\u0300 proprio costituita dalla cattiva allocazione delle risorse. Le risorse umane restano troppo a lungo legate a strutture che non meritano di essere conservate e che invece richiedono anni in piu\u0300 del necessario per essere chiuse o ristrutturate; questo in omaggio a una protezione della stabilita\u0300 che genera un\u2019evidente vischiosita\u0300. E\u0300 una palla al piede per l\u2019intero paese.<\/p>\n<p><em>Quando uno dice queste cose, pero\u0300, si sente subito rispondere che si tratta di \u00abdiscorsi di destra\u00bb.<\/em><br \/>\nSe per sinistra intendiamo la parte politica che ha una preferenza fondamentale per la costruzione dell\u2019uguaglianza di opportunita\u0300 per tutti, e\u0300 evidente come non possa essere \u00abdi sinistra\u00bb una politica che difende un mercato del lavoro fortemente segmentato tra protetti e non protetti. Diciamo cosi\u0300: e\u0300 formalmente di sinistra la posizione che viene appoggiata dal sindacato perche\u0301 tradizionalmente sindacato vuol dire \u00abmovimento operaio\u00bb, contrapposto al \u00abpadrone sfruttatore\u00bb; se questo e\u0300 il contesto, e\u0300 chiaro che la sinistra deve stare con l\u2019operaio. Ma quando la situazione non corrisponde a quello schema e la scelta e\u0300 invece tra costruire la parita\u0300 nel mercato del lavoro o difendere una situazione di apartheid tra la casta superiore e la casta dei paria, li\u0300 e\u0300 di sinistra la scelta del superamento dell\u2019<em>apartheid<\/em>, anche se questa si pone in rotta di collisione con le posizioni dei sindacati.<\/p>\n<p><em>Ne abbiamo avuto un esempio nel dibattito sulla riforma del lavoro proposta dal ministro Fornero.<\/em><br \/>\nVero. L\u2019ispirazione iniziale del progetto, seppure gia\u0300 attenuata per molti aspetti, era pur sempre quella di flessibilizzare la disciplina del rapporto di lavoro \u00abregolare\u00bb in funzione di un riassorbimento nella sua area di applicazione di tutta una serie di rapporti che oggi ne sono fuori, quelli precari. Per ottenere questo risultato era necessario flessibilizzare il rapporto a tempo indeterminato in modo tale da renderlo piu\u0300 appetibile per le imprese, cosi\u0300 che si potesse poi compiere l\u2019operazione reciproca: quella del riassorbimento di due milioni di partite Iva fasulle, di collaboratori continuativi in posizione di sostanziale dipendenza, di contratti a termine la cui unica ragion d\u2019essere e\u0300 l\u2019eccessiva rigidita\u0300 del rapporto a tempo indeterminato, e cosi\u0300 via.<\/p>\n<p><em>E qual e\u0300 stata la posizione della sinistra in questa vicenda? <\/em><br \/>\nLa sinistra politica e sindacale ha difeso con le unghie e con i denti la vecchia impostazione della protezione della stabilita\u0300 degli <em>insiders <\/em>(quei 5,7 milioni di dipendenti di aziende medio-grandi cui si applica l\u2019articolo 18), facendo le barricate e difendendo centimetro per centimetro la vecchia disciplina dei licenziamenti. Ha concentrato tutta la propria attenzione e la propria capacita\u0300 di opposizione su quell\u2019obiettivo, ottenendo, dal suo punto di vista, anche dei risultati. Infatti, rispetto all\u2019impostazione iniziale, si e\u0300 limitata l\u2019incisivita\u0300 delle nuove norme di protezione della stabilita\u0300 del lavoro a tempo indeterminato. Al prezzo, pero\u0300, richiesto dalla parte imprenditoriale e dalla destra, di una totale disponibilita\u0300 a ridurre l\u2019incisivita\u0300 delle norme sul contrasto del precariato.<\/p>\n<p><em>E\u0300 stata solo la posizione della Cgil o anche quella ufficiale del partito?<\/em><br \/>\nSull\u2019\u00abUnita\u0300\u00bb del 10 aprile 2012 abbiamo potuto leggere direttamente il responsabile economia del Pd, Stefano Fassina, sostenere che bisognava cancellare la norma che comporta il riassorbimento nell\u2019area del lavoro regolare delle partite Iva fasulle. Insomma, facciamo una battaglia all\u2019ultimo sangue per evitare un allentamento minimo della protezione degli <em>insiders<\/em> dicendo che quel mezzo giro di vite mette a repentaglio la dignita\u0300 e la liberta\u0300 morale dei lavoratori e l\u2019onorabilita\u0300 della persona, e poi diamo il nostro via libera perche\u0301 venga espunta dall\u2019intervento legislativo la voce che riguarda un milione e mezzo di persone totalmente escluse da quella tutela. Io in questo modo di procedere vedo proprio il paradigma della sinistra priva di visione e incapace di distinguere il proprio ruolo e i propri obiettivi da quelli del sindacato; una sinistra che, in questo caso, ha fatto integralmente sua la posizione della Cgil.<\/p>\n<p><em>Torniamo, quindi, ai concetti di sinistra e di destra.<\/em><br \/>\nSarebbe stato molto piu\u0300 di sinistra \u2013 se \u00absinistra\u00bb vuol dire una scelta di fondo per l\u2019uguaglianza di opportunita\u0300 \u2013 una posizione che magari lasciasse provvisoriamente inalterata la disciplina dei vecchi rapporti, ma che per i nuovi rapporti puntasse a un nuovo diritto del lavoro veramente aperto a tutti, veramente suscettibile di applicarsi a tutti. Una scelta magari meno ambiziosa sul piano quantitativo, perche\u0301 non si sarebbe applicata subito a tutti i lavoratori, ma piu\u0300 ambiziosa sul piano qualitativo e sul piano dell\u2019incisivita\u0300 della riforma. Comunque, anche dal punto di vista quantitativo, il <em>turnover<\/em> avrebbe portato nel giro di poco tempo a estendere una riforma incisiva senza drammi a tutti i lavoratori e, soprattutto, avrebbe consentito di sperimentare il nuovo gradualmente, a partire dalle nuove assunzioni. Si sarebbe potuto investire di piu\u0300 sui nuovi rapporti in tema di ammortizzatori perche\u0301 il fabbisogno sarebbe cresciuto nel tempo, e si sarebbe mostrato al paese come puo\u0300 funzionare veramente un modo diverso di affrontare la sicurezza economica e professionale del lavoratore. In questa vicenda, dov\u2019e\u0300 la sinistra e dov\u2019e\u0300 la destra?<\/p>\n<p><em>E se la sinistra tiene quella linea, e\u0300 chiaro che anche la destra si tiene su posizioni veteropadronali. Col risultato che il nostro mondo del lavoro risponde a logiche ottocentesche. E tutto il sistema, non essendo capace di adattarsi allo scenario di questo secolo, si blocca.<\/em><br \/>\nNoi soffriamo di una destra che e\u0300 l\u2019immagine speculare di questa sinistra. E\u0300 una destra che si guarda bene dal fare sua tutta la piu\u0300 moderna costruzione del mercato concorrenziale ben regolato come strumento indispensabile per combattere le rendite e gli sprechi. La competizione tra destra e sinistra dovrebbe svolgersi su questo terreno, con una destra che punta al mercato concorrenziale senza farsi troppi problemi riguardo alle disuguaglianze di reddito che possono nascerne, e una sinistra che invece punta a utilizzare i proventi della lotta agli sprechi e alle rendite per redistribuire reddito a favore dei piu\u0300 deboli. Questa e\u0300 la novita\u0300 che la destra e la sinistra del XXI secolo dovrebbero entrambe far propria.<\/p>\n<p><em>E invece?<\/em><br \/>\nInvece, qui abbiamo una destra e una sinistra che tendono piuttosto a farsi la concorrenza sul terreno della protezione delle vecchie posizioni di rendita o di vantaggio. Cosi\u0300, per esempio, ne\u0301 destra ne\u0301 sinistra sono state capaci, prima del governo Monti, di voltar pagina in modo deciso rispetto agli assurdi privilegi pensionistici della mia generazione, quella dei cinquanta-sessantenni, rispetto alle generazioni dei nostri figli e nipoti; quei privilegi che piu\u0300 di ogni altra cosa hanno contribuito al debito enorme da cui oggi il nostro paese e\u0300 soffocato. Allo stesso modo, ne\u0301 destra ne\u0301 sinistra, prima del governo Monti, hanno saputo porre concretamente in agenda il superamento del dualismo fra protetti e non protetti nel mercato del lavoro; e neppure il voltar pagina rispetto a un uso assurdo della Cassa integrazione guadagni nelle crisi occupazionali.<\/p>\n<p><em>Non mi pare, in effetti, che ci sia stato un grande sforzo per andare nella direzione di un mercato concorrenziale, nel nostro paese.<\/em><br \/>\nC\u2019e\u0300 da dire che un mercato perfettamente concorrenziale e\u0300 una cosa complicata da costruire: allo stato di natura non si da\u0300 e richiede strutture istituzionali e regole sofisticatissime. Pero\u0300, se e\u0300 costruito in tutte le sue parti, compresa la cura della parita\u0300 di dotazioni in partenza per i partecipanti \u2013 che significa soprattutto istruzione, formazione professionale, e poi ancora istruzione e formazione professionale \u2013, e\u0300 uno strumento formidabile di garanzia delle pari opportunita\u0300. Un altro punto importantissimo, in un programma della sinistra, dovrebbe essere il reddito di cittadinanza; ma questo e\u0300 concretamente impensabile se non siamo capaci di mettere in atto dei meccanismi di effettiva condizionalita\u0300 dell\u2019erogazione del sostegno, cioe\u0300 di controllo dell\u2019effettiva disponibilita\u0300 al lavoro del beneficiario. Il reddito di cittadinanza, insieme al sistema scolastico aperto davvero a tutti, e\u0300 uno dei complementi fondamentali di un mercato perfettamente concorrenziale perche\u0301 contribuisce a dare la parita\u0300 di dotazione di partenza.<\/p>\n<p><em>Come ti spieghi il fatto che, intorno al tema del lavoro, il dibattito abbia sempre toni estremi, virulenti, a tratti addirittura violenti? Tu stesso vivi sotto scorta. Cosa tocca il dibattito sul lavoro per provocare queste reazioni?<\/em><br \/>\nMe lo sono chiesto molto spesso, come puoi facilmente immaginare, in questi anni in cui ho vissuto sotto protezione. Sono dieci anni; dal marzo 2002, esattamente dal giorno dopo l\u2019omicidio di Marco Biagi. In realta\u0300 ho vissuto sotto questa minaccia anche per tutti i tre anni precedenti, sin dall\u2019assassinio di Massimo D\u2019Antona. Quando D\u2019Antona venne ucciso, Pierluigi Bersani mi chiese di sostituirlo nel consiglio d\u2019amministrazione dell\u2019Enav, dove Massimo proprio prima di essere ucciso stava lavorando alla regolazione degli scioperi. Non e\u0300 affatto escluso che proprio questo suo impegno all\u2019Enav fosse una delle ragioni per cui D\u2019Antona fu scelto come obiettivo dai terroristi. In quei tre anni ho vissuto questo problema senza la protezione della scorta e quindi con una preoccupazione viva, anche se non paralizzante.<\/p>\n<p><em>E che risposta ti sei dato?<\/em><br \/>\nNon sono uno storico. Per quel poco che pu\u00f2 valere,\u00a0mi sono convinto che una delle chiavi di lettura del fenomeno delle Brigate rosse sia questa: il terrorismo di sinistra ha sostanzialmente estremizzato un metodo che fondamentalmente e\u0300 quello della Terza internazionale, fare terra bruciata tra i \u00abbuoni\u00bb e i \u00abcattivi\u00bb. I terzinternazionalisti praticavano sistematicamente la tecnica dell\u2019isolamento della persona che, pur appartenendo all\u2019area del partito, si collocava \u00abfuori linea\u00bb, e quella del rifiuto drastico di tutte le posizioni intermedie: \u00abChi non e\u0300 con noi e\u0300 contro di noi\u00bb. Esercitando una liberta\u0300 di pensiero e di critica si poteva contaminare altri nel partito e nell\u2019area degli alleati, si poteva far germinare idee rischiose, si poteva sfuggire al controllo tipico del centralismo democratico. E allora la tecnica per evitare il contagio era l\u2019isolamento, il cordone sanitario, la parola d\u2019ordine per cui chi e\u0300 fuori dalla linea e\u0300 un \u00absocialfascista\u00bb. Non puoi essere soltanto uno che, pur appartenendo alla sinistra, ha idee diverse. Se hai idee diverse, sei oggettivamente al servizio del nemico, sei oggettivamente servo del padrone. L\u2019azione delle Brigate rosse sembra coltivare questa eredita\u0300 politica estremizzandola: tende a drammatizzare lo scontro tra \u00abproletariato\u00bb e \u00abcapitale\u00bb, tra destra e sinistra, per convincere la classe operaia del fatto che non c\u2019e\u0300 alcuna alternativa alla lotta armata.<\/p>\n<p><em>Perche\u0301 tanti attacchi e tante vittime proprio tra i tuoi colleghi? Siamo l\u2019unico paese al mondo in cui fare il professore di diritto del lavoro e\u0300 una scelta professionale che implica il rischio della vita.<\/em><br \/>\nLe Brigate rosse se la sono sempre presa con i giuslavoristi o gli economisti del lavoro di frontiera, quelli che cercavano di costruire delle soluzioni, di risolvere i problemi, perche\u0301 la loro linea consiste nell\u2019affermare l\u2019insuperabile antagonismo di classe. Qualsiasi soluzione che eviti lo scontro diventa allora una trappola tesa dallo \u00abStato imperialista delle multinazionali\u00bb per \u00abtagliare le unghie al proletariato\u00bb. E\u0300 piu\u0300 pericoloso chi cerca di costruire soluzioni che non il nemico dichiarato, il padrone cattivo. Ecco che si spara su Gino Giugni, si spara su Massimo D\u2019Antona, su Marco Biagi, su Ezio Tarantelli. Si spara sui costruttori di soluzioni, sugli innovatori. E gli si spara per un verso con lo scopo di intimidire chi si propone di svolgere quella funzione. Qui lo scopo e\u0300 schiettamente mafioso: colpisci uno per intimidirne (non educarne) cento; quest\u2019intimidazione e\u0300 pesata duramente sul dibattito giuslavoristico negli ultimi trent\u2019anni. Per altro verso si cerca di demonizzare il tentativo di ingegnerizzazione di soluzioni nuove, di rottura del tabu\u0300; questa tecnica si sposa infatti con quella della costruzione del tabu\u0300.<\/p>\n<p><em>Tipo \u00abL\u2019articolo 18 non si tocca\u00bb&#8230; <\/em><br \/>\n\u00abL\u2019articolo 18 non si tocca\u00bb perche\u0301 si ha paura del \u00abpiano inclinato\u00bb: si comincia cosi\u0300 e non si sa dove si va a finire. Per evitare allora anche di cominciare, il meglio e\u0300 creare il tabu\u0300 dell\u2019intangibilita\u0300 della norma, che diventa piu\u0300 che una norma costituzionale, diventa un dogma religioso. Pero\u0300 da noi quello slogan \u2013 \u00abL\u2019articolo 18 non si tocca\u00bb \u2013 si e\u0300 trasformato nella regola \u00abChi tocca l\u2019articolo 18 muore\u00bb. Ma muore per davvero, non solo in senso\u00a0metaforico. Tutto si tiene in questa logica, ma e\u0300 una logica rovinosa, una logica che condanna la sinistra alla sclerosi mentale, che ci condanna ad arrivare a fare le cose in drammatico ritardo rispetto a quello che sarebbe stato necessario, come e\u0300 successo almeno su cinque grandi questioni negli ultimi decenni.<\/p>\n<p><em>Vediamole tutte.<\/em><br \/>\nLa prima. Gia\u0300 negli anni Settanta, dentro la Cgil, dicevo che bisognava che accettassimo il riconoscimento e la regolamentazione del <em>part-time<\/em>. In Olanda la cosa aveva funzionato benissimo: era ed e\u0300 stata un veicolo di ingresso per le donne nel mercato del lavoro. All\u2019epoca ero isolatissimo, perche\u0301 la parola d\u2019ordine era che il <em>part-time<\/em> serviva a ghettizzare le donne (come se a lasciarle a casa fossero meno ghettizzate). Il Pci voto\u0300 contro il riconoscimento del <em>part-time<\/em> operato con la legge n. 863 del 1984, e la Cgil era essa pure contraria. Credo che oggi nessuno a sinistra, e nemmeno nella Cgil, riconfermerebbe quella scelta. Anche se e\u0300 un\u2019eredita\u0300 residua di quella posizione la volonta\u0300, che non e\u0300 mai venuta meno, di mettere lacci, vincoli, che appesantiscono il <em>part-time<\/em> come se fosse di per se\u0301 una cosa pericolosa.<\/p>\n<p><em>Seconda questione.<\/em><br \/>\nQuella del superamento del monopolio del collocamento e dell\u2019abolizione dell\u2019avviamento al lavoro sulla base di richiesta numerica. Quando nel 1982 scrissi il mio libro <em><a title=\"Il collocamento impossibile\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=331\" target=\"_blank\">Il collocamento impossibile<\/a><\/em> ero isolato non solo rispetto a Pci e Psi, ma anche rispetto alla Dc, che sguazzava nel vecchio sistema del collocamento perche\u0301 controllava lei stessa i collocatori. Poi a quelle posizioni e\u0300 arrivato nel 1997 un governo di centrosinistra che includeva Rifondazione comunista, ma solo dopo che la Corte di giustizia aveva condannato l\u2019Italia per il suo monopolio statale dei servizi di collocamento, e con 15 anni di ritardo che ci hanno fatto arrivare a questa riforma penultimi in Europa (al solito c\u2019e\u0300 la Grecia che ci salva dalla posizione di ultimi della classe). Stesso discorso per il lavoro temporaneo tramite agenzia, di cui pure sostenevo la necessita\u0300 di un riconoscimento legislativo nel libro del 1982, e poi in diversi scritti successivi. Se ne parlava diffusamente, del resto, gia\u0300 prima del 1982, nella seconda meta\u0300 degli anni Settanta; ma, anche qui, ci siamo arrivati soltanto nel 1997. Oggi sono i sindacati che indicano al governo la \u00absomministrazione\u00bb come forma di lavoro precario tutto sommato da valorizzare, certo non da demonizzare.<\/p>\n<p><em>Poi cosa succede?<\/em><br \/>\nNel 2005 scrivo il libro <em><a title=\"A che cosa serve il sindacato\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=237\" target=\"_blank\">A che cosa serve il sindacato?<\/a><\/em> e vengo tacciato di attentare a una struttura portante della protezione dei lavoratori, poiche\u0301 contesto il dogma dell\u2019inderogabilita\u0300 rigida del contratto collettivo nazionale di lavoro, che viene identificato come \u00abla fonte e garanzia dei diritti fondamentali dei lavoratori\u00bb. Lo scrissi quando in Germania erano gia\u0300 arrivati da due o tre anni a fare quella riforma di cui parlavamo all\u2019inizio della nostra conversazione; non stavo inventando nulla, semplicemente guardavo quel che accadeva al di la\u0300 delle Alpi. Sei anni dopo, nel 2011, si firma l\u2019accordo interconfederale del 28 giugno, e lo firma anche la Cgil. Non ho sentito nessuno che dicesse che forse si era sbagliato a ostracizzare quel mio libro, che poi in realt\u00e0 ha avuto un successo editoriale straordinario e ora \u00e8 nelle edicole nella collana <em>Oscar Bestsellers<\/em>. Anche in questo silenzio, in questa difficolta\u0300 a riconoscere diritto di cittadinanza alle idee \u00abfuori linea\u00bb, vedo un\u2019eredita\u0300 culturale del terzinternazionalismo comunista, della quale la sinistra italiana non riesce a liberarsi, e che le fa molto danno, perche\u0301 ritarda la sua capacita\u0300 di cogliere i segni dei tempi. Sul terreno della struttura della contrattazione collettiva, siamo arrivati a fare quel che hanno fatto in Germania con dieci anni di ritardo. E gli anni di ritardo sarebbero stati di piu\u0300 senza lo strappo di Marchionne. Non e\u0300 un caso che gli accordi Fiat di Pomigliano e Mirafiori siano del 2010, e l\u2019accordo interconfederale della grande svolta sia del giugno 2011. Ma lo stesso ritardo lo abbiamo dimostrato sul terreno del dualismo del mercato del lavoro.<\/p>\n<p><em>E siamo di nuovo alla questione del precariato.<\/em><br \/>\nHo proposto la tematica del conflitto di interessi <em>insider<\/em>\/<em>outsider <\/em>nel libro <em><a title=\"Il lavoro e il mercato\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=205\" target=\"_blank\">Il lavoro e il mercato<\/a><\/em>, del 1996. La Cgil ha dedicato addirittura una delle tesi del suo congresso del 2004 per contrastare quella chiave di lettura dei problemi del mercato del lavoro, indicando esplicitamente la teoria <em>insider<\/em>\/<em>outsider<\/em> come \u00abfuorviante\u00bb. Oggi, pur con le contraddizioni di cui parlavamo prima, si e\u0300 arrivati a un progetto di riforma la cui <em>ratio legis <\/em>affonda le sue radici pro- prio nella teoria <em>insider<\/em>\/<em>outsider<\/em>. E la sinistra, pur avendo premuto per ridurne l\u2019incisivita\u0300, non potra\u0300 permettersi di non votare in Parlamento a favore di questa riforma. Avrebbe potuto arrivarci guidando lei la danza, e invece ci e\u0300 arrivata tirata per i capelli, soffrendo mal di pancia terribili per questo voto. Anche questo e\u0300 un ritardo drammatico, su di una questione di importanza cruciale. E\u0300 un po\u2019 la stessa cosa che e\u0300 accaduta anche per la scala mobile.<\/p>\n<p><em>Ti e\u0300 toccato il ruolo del grillo parlante, della Cassandra. <\/em><br \/>\nIl mio ruolo e\u0300 sempre stato eccentrico rispetto alla sinistra; e\u0300 stato quello di chi si doveva scontrare, dell\u2019eretico, della voce scomoda&#8230; Non me ne lamento. Pero\u0300 mi colpisce che questo sistematico ritardo si ripeta ancora, sempre uguale, senza che nessuno a sinistra mostri di percepirne il costo, senza che nessuno si renda conto che e\u0300 proprio questo ritardo cio\u0300 che impedisce alla sinistra di intercettare i consensi persi dal centrodestra. E\u0300 proprio questo ritardo che impedisce sistematicamente alla sinistra italiana, anche quando conquista la maggioranza, di dare al paese un governo stabile e credibile. Mi piacerebbe che qualcuno riconoscesse gli errori che sono stati via via commessi, sempre uguali; invece chi ne e\u0300 stato responsabile continua a pontificare, e si prepara per il prossimo errore della stessa serie. Forse, almeno ora, sarebbe il caso di affrontare questi temi con meno verita\u0300 rivelate, piu\u0300 attenzione alla comparazione internazionale e piu\u0300 spirito critico, piu\u0300 apertura alle scienze economiche e sociali, che hanno tanto da insegnare alla politica. E poi, basta con questo <em>refrain <\/em>per cui \u00abin Italia non si puo\u0300 fare\u00bb perche\u0301 \u00abnoi siamo diversi\u00bb o perche\u0301 \u00abnoi abbiamo il Sud\u00bb&#8230;<\/p>\n<p><em>&#8230; o perche\u0301 \u00abnon siamo la Danimarca\u00bb&#8230;<\/em><br \/>\n&#8230; o perche\u0301 \u00abnon abbiamo senso civico\u00bb. Basta inchiodare il nostro paese alle sue tare tradizionali! In questo modo, invece che rompere i circoli viziosi, li alimentiamo. E ci condanniamo a rimanere ancorati ai vecchi equilibri deteriori.<\/p>\n<p><em>Mentre parlavi pensavo che, da noi, anche la legge contro la violenza omofobica non si approva per via del \u00abpiano inclinato\u00bb, e anche qui per fortuna abbiamo la Grecia che sta peggio di noi. Che si parli di diritti civili o di diritto del lavoro, la conservazione utilizza sempre i medesimi strumenti.<\/em><br \/>\nE\u0300 cosi\u0300. I politologi ci spiegano che l\u2019argomento del \u00abpiano inclinato\u00bb e\u0300 il cavallo di battaglia di tutti i peggiori conservatorismi. E\u0300 l\u2019argomento col quale ci si vieta qualsiasi scostamento rispetto alla linea seguita sin qui. Questo implica una chiusura d\u2019orizzonti, perche\u0301 e\u0300 ovvio che qualsiasi innovazione ha in se\u0301 qualche rischio di errore. Cio\u0300 di cui non ci si rende conto e\u0300 che qualsiasi rifiuto di novita\u0300 ha in se\u0301 un rischio di errore ancor maggiore. Ma il rischio e\u0300 il nostro mestiere, non possiamo certo evitarlo.<\/p>\n<p><em>Si\u0300, ma se rendi ufficiale che accoltellare un omosessuale non va bene, con cio\u0300 stesso riconosci la categoria degli omosessuali. E se riconosci una categoria, poi devi chiederti per quale motivo quella categoria ha diritti inferiori rispetto alla generalita\u0300 dei cittadini. E quindi concederle, magari gradualmente ma ineluttabilmente, la piena parita\u0300. <\/em><br \/>\nIn Italia questo \u00abfreno a mano\u00bb viene azionato in nome di valori che si pretendono cristiani, ma dei quali e\u0300 difficile individuare una qualsiasi radice evangelica. Per esempio, l\u2019argomento del piano inclinato e\u0300 usato da monsignor Sgreccia per impedire qualsiasi sperimentazione in campo genetico che si discosti da un modello che lui attribuisce alla verita\u0300 rivelata, ma di cui non c\u2019e\u0300 traccia di fondamento nella Bibbia. Cercare il minimo accenno alle cellule staminali nel Vangelo o nell\u2019Antico Testamento sarebbe evidentemente assurdo, cosi\u0300 come cercare nella Bibbia un accenno alla migliore regolamentazione civile delle convivenze. Si usa l\u2019argomento del piano inclinato per difendere delle incrostazioni culturali.<\/p>\n<p><em>Io ho avuto un momento di polemica con qualcuno che disse che la tua possibile nomina a ministro del Welfare nel governo Monti avrebbe causato un imbarazzo al partito.<\/em><br \/>\nNo, veramente e\u0300 stato detto di peggio: che la mia nomina avrebbe significato \u00abla fine prematura\u00bb dell\u2019esperienza del governo Monti. Il discorso in pratica era che, se Pietro Ichino fosse stato nominato ministro del Lavoro, il Pd non avrebbe votato la fiducia al nuovo governo. Era un modo per lanciare un messaggio a Mario Monti: non ti azzardare a toccare l\u2019articolo 18. Si e\u0300 visto come e\u0300 andata: il ministro Elsa Fornero ha riscritto l\u2019articolo 18 da cima a fondo, e il Pd lo votera\u0300. Ma quella meta\u0300 del Pd che si e\u0300 attardata sulla parola d\u2019ordine \u00abL\u2019articolo 18 non si tocca\u00bb lo votera\u0300 nello stesso spirito di chi trangugia un rospo, mentre lo stesso Pd avrebbe potuto trovarsi oggi a votare una riforma piu\u0300 organica e meno politicamente costosa, se si fosse posto sulla lunghezza d\u2019onda del mio progetto, invece di fare tutto il possibile per prenderne le distanze.<\/p>\n<p><em>E, tuttavia, tu sei un senatore del partito. Cos\u2019e\u0300 che fa di te ancora un democratico, nonostante tutto? <\/em><br \/>\nDa che sono in Senato continuo a ricevere ogni settimana dai cinque ai dieci inviti per incontri in materia di lavoro in federazioni e circoli di ogni parte d\u2019Italia; pur potendone accogliere soltanto una piccola parte, in questi quattro anni ho partecipato a piu\u0300 di mezzo migliaio di incontri, trovando sempre sale piene e persone attente, aperte, interessate, anche quando non pienamente consenzienti; tutte disposte a fare la mezzanotte per discutere con me. Almeno per meta\u0300, il Pd e\u0300 fatto di questa gente, alla quale mi sento profondamente legato. Del resto, in Senato le cose non vanno in modo molto diverso: <a title=\"Flexsecurity\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4896\" target=\"_blank\">il progetto di legge per il codice del lavoro semplificato e la <em>flexsecurity<\/em><\/a>, che ho presentato nel 2009, e\u0300 stato firmato da 55 senatori, quasi tutti del gruppo del Pd.<\/p>\n<p><em>E quindi, qual e\u0300 il ruolo che uno come Ichino puo\u0300 avere nel partito?<\/em><br \/>\nPenso che la buona politica abbia certamente bisogno del politico di mestiere. Quello che deve vincere le prossime elezioni e che \u2013 per quanto intelligente e lungimirante \u2013 e\u0300 costretto a cercare il consenso immediato. Ma la buona politica ha anche bisogno del politico \u00abdi complemento\u00bb, reclutato tra le file degli studiosi, degli intellettuali, che non e\u0300 preoccupato del consenso immediato e che sa cogliere i segni dei tempi. Quello che per mestiere cerca di vedere come andranno le cose non solo entro il prossimo anno, ma anche nei prossimi dieci, e quindi cerca di costruire un ponte fra il consenso dell\u2019oggi e il consenso del domani. Questo e\u0300 indispensabile, se non vogliamo che la politica si riduca alla demagogia, al populismo.<\/p>\n<p><em>Fu quello che dicesti a Genova alla conferenza sul lavoro, quando si decise di non far votare il tuo documento \u2013 che era stato presentato anche da me, oltre che da Paolo Giaretta, Maurizio Ferrera, Michele Salvati ed Enrico Morando \u2013 ma di metterlo a disposizione del partito \u00aba futura memoria\u00bb. <\/em><br \/>\nIl mio ruolo nella sinistra e\u0300 stato questo; lo e\u0300 stato sempre, fin da quando lavoravo nella Cgil all\u2019inizio della mia vita adulta. Sempre eccentrico, pero\u0300, devo dire, quasi sempre rispettato, perche\u0301 mi si e\u0300 riconosciuta l\u2019onesta\u0300 intellettuale e la rettitudine morale che, quantomeno, fanno si\u0300 che io possa essere stato ascoltato con fastidio ma quasi mai squalificato personalmente.<\/p>\n<p><em>Ma e\u0300 sempre stato cosi\u0300 difficile?<\/em><br \/>\nPiu\u0300 o meno: da quando ho cominciato a lavorare per la Fiom nel 1969 e\u0300 sempre stato cosi\u0300, anche se nella Cgil degli anni Settanta \u2013 quella dei Lama e dei Trentin \u2013 ho respirato un\u2019aria piu\u0300 libera e aperta di quella che si respira nella Cgil di oggi. Quanto alla vita di partito, mi aspettavo che nel Partito democratico, fondato nel 2007, questi rapporti tra il politico professionale e il politico di complemento si fluidificassero un po\u2019. Mi attendevo che i tempi del ritardo si riducessero, che ci fosse un\u2019accelerazione nella capacita\u0300 di elaborazione di questo partito: non nasceva forse per liberarsi di vecchie incrostazioni? Immaginavo che si potesse avere un rapporto piu\u0300 aperto, e anche piu\u0300 produttivo, piu\u0300 fecondo di idee per le riforme necessarie al paese. Ma tutto questo avrebbe richiesto una <em>leadership <\/em>capace di dialogare con l\u2019opinione pubblica su questi temi, facendo penetrare nel senso comune del popolo democratico queste cose. Questo c\u2019e\u0300 stato per qualche mese, poi il partito si e\u0300 un po\u2019 inaridito e si e\u0300 tornati al vecchio stile. Oggi, nei confronti di questo Pd, mi sento un po\u2019 come ero nei confronti del vecchio Pci. Vedo un avvizzimento della sua ispirazione originaria, quella in base alla quale accettai la candidatura al Parlamento propostami da Veltroni. Pero\u0300 vedo anche tanti germi di una possibile ripresa della carica innovatrice del partito e della sua liberta\u0300 dalle vecchie incrostazioni culturali.<\/p>\n<p><em>Un\u2019ultima domanda. Mi racconti un momento di grande cambiamento nella tua vita? <\/em><br \/>\nUn primo cambiamento e\u0300 stato la mia elezione a sorpresa alla Camera nel 1979. Non me lo aspettavo assolutamente; fino ad allora ero stato e continuavo a essere ben felice di lavorare a tempo pieno alla Cgil. Invece venni catapultato in Parlamento. Altrettanto brusca fu la fine di quell\u2019esperienza parlamentare, con la mia mancata rielezione, che fu chiaramente dovuta alle mie posizioni eccentriche in materia di politica del lavoro: era appena uscito il libro sul \u00abcollocamento impossibile\u00bb di cui abbiamo parlato prima. Un\u2019altra svolta imprevista e\u0300 nata, quattro anni fa, dalla proposta di Veltroni di tornare in Parlamento. Ho dovuto sospendere l\u2019insegnamento e l\u2019attivita\u0300 professionale \u2013 ero professore a tempo definito \u2013, e ho dovuto abbandonare l\u2019attivita\u0300 del mio studio e anche il \u00abCorriere della Sera\u00bb, di cui ero editorialista di punta. E\u0300 stata un\u2019esperienza che ha prodotto piu\u0300 di quanto mi sarei aspettato e della quale, quindi, sono davvero contento. Non mi sono pentito di aver accettato quell\u2019invito di Veltroni. Ho soltanto qualche dubbio sul fatto che questa esperienza possa proseguire. Forse non e\u0300 un caso che le legislature da me fatte finora siano multiple di otto: ho fatto prima l\u2019ottava, ora la sedicesima; se la prossima fosse la ventiquattresima, vorrebbe dire che c\u2019e\u0300 una logica in tutto questo: la politica italiana mi sopporta soltanto a piccole dosi, al massimo per una legislatura ogni otto. O forse sono io che la sopporto soltanto in questa dose. Sono fatto cosi\u0300, e a sessantatre\u0301 anni non so se e\u0300 il caso di sforzarmi per cambiare.<\/p>\n<p><em>Senza dubbio, Pietro. Ma non credo farebbe bene al paese accumulare ulteriori ritardi. <\/em><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">z<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DIALOGO SUI MIEI RAPPORTI CON LA SINISTRA, IL SINDACATO, IL PARTITO DEMOCRATICO, E SUI RAPPORTI TRA POLITICI DI PROFESSIONE E POLITICI DI COMPLEMENTO Intervista a cura di Ivan Scalfarotto, pubblicata nel suo libro fresco di stampa Ma questa \u00e8 la mia gente. 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