
{"id":25,"date":"2008-03-11T10:45:29","date_gmt":"2008-03-11T09:45:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=25"},"modified":"2008-04-08T10:16:22","modified_gmt":"2008-04-08T09:16:22","slug":"per-una-nuova-politica-del-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=25","title":{"rendered":"PER UNA NUOVA POLITICA DEL LAVORO"},"content":{"rendered":"<p><em>La serie di articoli in materia di politica del lavoro pubblicati dal Corriere della Sera nell\u2019estate 2007 <\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/07_estate07.doc\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/icona-dwl.png\" alt=\"icona-dwl.png\" \/><\/a> <font color=\"#800000\">scarica il documento<\/font><\/p>\n<p><em><br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>1. Tre domande al ministro Damiano<br \/>\nLE LEGGENDE SULLA LEGGE BIAGI<\/p>\n<p>2. La polemica sui sindacalisti che difendono i nullafacenti<br \/>\nUN CODICE ETICO PER IL SINDACATO<\/p>\n<p>3. Partito Democratico e politiche del lavoro prive di respiro<br \/>\nI VICOLI CIECHI DELLA SINISTRA<\/p>\n<p>4. Lavoro: quanto costa la mancanza dei dati<br \/>\nMENO BANDIERE, PI\u00d9 PRAGMATISMO<\/p>\n<p>5. Un imprenditore per l\u2019Alitalia<br \/>\nSE IL SINDACATO NON SA SCEGLIERE<\/p>\n<p>6. La polemica contro la \u201ccasta sindacale\u201d<br \/>\nLE REGOLE MANCANTI<\/p>\n<p>7. Lavoro, sviluppo tecnologico e globalizzazione<br \/>\nCOME SI COMBATTONO LE DISEGUAGLIANZE<\/p>\n<p>8. L\u2019importanza di un vero pluralismo sindacale<br \/>\nIL SINDACATO E IL SALARIO<\/p>\n<p>9. La trattativa di autunno sulle relazioni sindacali<br \/>\nMA SU CHE COSA STANNO LITIGANDO?<\/p>\n<p><strong>1. Tre domande al ministro Damiano<br \/>\nLE LEGGENDE SULLA LEGGE BIAGI<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 18 giugno 2007)<\/em><br \/>\nLe modifiche alla legge Biagi annunciate dal ministro del Lavoro sono quelle indicate fin dall\u2019anno scorso nel programma elettorale dell\u2019Unione come necessarie per la lotta contro il lavoro precario: abolizione del lavoro a chiamata, o <em>job on call<\/em>, e dello <em>staff leasing<\/em>. Il ministro per\u00f2 farebbe bene a rispondere in modo preciso e pertinente alle obiezioni che da pi\u00f9 parti, e anche dall\u2019interno dello schieramento di centro-sinistra, sono state mosse contro questo punto del programma.<br \/>\nQuanto al <em>job on call<\/em>, si tratta in sostanza dei contratti a termine di brevissima durata, che sono sempre esistiti: sono quelli del cameriere ingaggiato a giornata per un banchetto, o della hostess per un congresso; la legge Biagi non aveva fatto altro che dettare alcune norme pi\u00f9 rigorose per questi casi, rispetto al vuoto normativo precedente. Ora, il governo intende abrogare queste norme per tornare alla libert\u00e0 totale che vigeva prima? Oppure intende vietare l\u2019ingaggio del cameriere per un banchetto o della hostess per un congresso?<br \/>\nQuanto allo <em>staff leasing<\/em>, tutti ormai sanno che si tratta di una forma di organizzazione del lavoro che prevede l\u2019assunzione a tempo indeterminato, con una stabilit\u00e0 persino superiore rispetto a quella del rapporto di lavoro ordinario: il lavoratore in staff leasing \u00e8 protetto contro il licenziamento non soltanto dall\u2019articolo 18 dello Statuto, ma anche dal divieto di licenziamento collettivo. Con questo nuovo tipo di contratto la legge Biagi intendeva offrire, nel settore dei servizi all\u2019impresa ad alta intensit\u00e0 di lavoro (pulizia, facchinaggio, <em>marketing<\/em>, servizi informatici, ecc.), un rapporto assai pi\u00f9 stabile e protetto ai lavoratori che oggi svolgono questi servizi come dipendenti di aziendine appaltatrici, cui sovente l\u2019articolo 18 non si applica e che, quando cessa l\u2019appalto, sono ad alto rischio di perdere il posto. Libero, ovviamente, il governo di preferire i mini-appalti; ma che cosa c\u2019entra l\u2019abolizione dello staff leasing con la lotta al precariato?<br \/>\nVengono preannunciate anche modifiche restrittive alla disciplina del contratto a termine, che non \u00e8 contenuta nella legge Biagi, bens\u00ec in un decreto legislativo di due anni precedente (n. 368\/2001). Ma non esiste alcuna evidenza di una responsabilit\u00e0 di quel decreto nel fenomeno dell\u2019aumento del lavoro precario. La realt\u00e0 \u00e8 che l\u2019aumento del lavoro precario ha incominciato a manifestarsi fin dagli anni \u201970 ed \u00e8 continuato ininterrottamente fino alla fine degli anni \u201990, per poi arrestarsi proprio negli anni della penultima legislatura.<br \/>\nQuesto \u00e8 riconosciuto anche in un libro scritto prevalentemente da sociologi ed economisti di sinistra, di cui il ministro Damiano e il presidente della Commissione lavoro del Senato Tiziano Treu hanno scritto una laudativa prefazione (La \u201clegge Biagi\u201d. Anatomia di una riforma, Editori Riuniti, 2006). Qui, in un saggio dell\u2019economista Gianni Principe si legge: \u201cse stiamo ai dati Istat sulla diffusione del lavoro a termine, il 2001 non ha segnato nessuna svolta, ma piuttosto un momento di declino\u201d; \u201cinoltre il divario dalla media europea&#8230; appare di una certa consistenza (circa cinque punti in meno), da cui si potrebbe dedurre che abbiano ragione quanti oppongono alle teorie sulla precarizzazione la constatazione rassicurante di una buona capacit\u00e0 di tenuta del nostro sistema di norme a protezione dei lavoratori\u201d. Stessa musica nel contributo del sociologo Aris Accornero, molto vicino alla Cgil: \u201cun esame pi\u00f9 analitico &#8230; non sembra indicare la riforma (legge Biagi \u2013 n.d.r.) come causa diretta del calo di rapporti stabili emerso nelle previsioni 2005 &#8230; In sintesi: a) \u00e8 scesa di 1,9 punti la quota di imprese che hanno utilizzato dipendenti a tempo determinato; b) \u00e8 scesa di 4 punti la quota di imprese che hanno utilizzato lavoratori interinali; c) \u00e8 crollata di ben 6,8 punti la quota di imprese che hanno utilizzato collaboratori coordinati e continuativi o collaboratori \u2018a progetto\u2019, ma nei soli settori privati (ovvero: nei soli settori dove la legge Biagi ha avuto applicazione! \u2013 n.d.r.) &#8230; In sostanza, sembra che l\u2019avvio della riforma abbia essenzialmente scoraggiato l\u2019estensione ad altre imprese dell\u2019utilizzo di lavoro interinale, e soprattutto di collaborazioni coordinate e continuative\u201d.<br \/>\nIl ministro Damiano ha letto questo libro quando ne ha scritto la prefazione? E se ne condivide il contenuto, perch\u00e9 insiste a cercare le cause del lavoro precario nella legislazione del lavoro del periodo 2001-2006, quando tutto sembra confermare che le sue radici affondino semmai nella legislazione del trentennio precedente?<\/p>\n<p><strong>2. La polemica sui sindacalisti che difendono i nullafacenti<br \/>\nUN CODICE ETICO PER IL SINDACATO<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 24 giugno 2007)<br \/>\n<\/em>I vertici delle confederazioni sindacali maggiori si sono molto indignati per la battuta del presidente degli industriali Luca Cordero di Montezemolo sul rischio che il sindacato si riduca a \u201cdifensore dei fannulloni\u201d. Qualche ragione ce l\u2019hanno: al di l\u00e0 della polemica sui fannulloni, non si pu\u00f2 imputare a colpa del sindacato il fatto che esso difenda i lavoratori pi\u00f9 deboli, i meno produttivi, poich\u00e9 questo rientra nella sua funzione essenziale e ineliminabile. I dirigenti sindacali farebbero bene, per\u00f2, a cogliere in quella battuta la denuncia di un rischio grave, prima ancora che per l\u2019intera collettivit\u00e0, per il sindacato stesso: il rischio, cio\u00e8, che esso si riduca a difendere solo i lavoratori meno produttivi, lasciando gli altri di fatto privi di rappresentanza.<br \/>\n\u00c8 questo un rischio che il sindacato in Italia sta correndo in modo sempre pi\u00f9 grave ed evidente. Nel settore pubblico, innanzitutto, dove la disponibilit\u00e0 a una politica di differenziazione dei trattamenti in funzione dell\u2019efficienza delle strutture amministrative e del merito individuale, manifestata genericamente da Cgil, Cisl e Uil nel Memorandum firmato col governo nel gennaio scorso, \u00e8 vistosamente contraddetta dal loro comportamento effettivo non appena si tratta di passare alle misure concrete. \u00c8 sotto gli occhi di tutti il violentissimo fuoco di sbarramento che le tre confederazioni hanno aperto contro la proposta del ministro Nicolais di affidare a una commissione centrale indipendente il compito di attivare e garantire gli strumenti di valutazione, controllo e trasparenza in ciascun comparto dell\u2019impiego pubblico.<br \/>\nMa quello di privilegiare troppo i meno produttivi \u00e8 un rischio che \u2013 sia pure in misura minore \u2013 il sindacato corre anche nel settore privato. Quando dal lavoro manuale si passa al lavoro impiegatizio, \u00e8 tipico e in qualche misura inevitabile che siano pi\u00f9 propensi a impegnarsi nella militanza sindacale i lavoratori meno assorbiti dal proprio lavoro, quelli che da esso traggono minori soddisfazioni; e quindi anche il fatto che le iscrizioni si addensino nella parte professionalmente pi\u00f9 debole degli appartenenti a ciascuna categoria. Questo fenomeno, per\u00f2, sconfina nella patologia quando accade addirittura \u2013 e questo si verifica con una frequenza davvero eccessiva, al punto da essere considerato normale da chi si occupa professionalmente di gestione delle risorse umane \u2011 che il sindacato entri per la prima volta in un\u2019azienda per iniziativa di un lavoratore che ha commesso una grave mancanza e che si fa nominare rappresentante sindacale per ottenere una protezione impropria contro il probabile licenziamento; o comunque che il sindacato offra con grande facilit\u00e0 i galloni di r.s.a. al lavoratore cui \u00e8 stata appena notificata (o sta per esserlo) la contestazione disciplinare; oppure a un lavoratore che usa permessi e aspettative sindacali per i propri comodi personali. Quando la rappresentanza in azienda si costituisce su queste basi, \u00e8 il DNA del sindacato a subire una degenerazione; e la sua missione effettiva viene percepita dalla generalit\u00e0 dei lavoratori non come quella di proteggere i pi\u00f9 deboli, ma come quella di abbassare il livello minimo dovuto di correttezza e di impegno produttivo. Qui c\u2019\u00e8 un evidente conflitto di interessi; e il sindacato dovrebbe \u2013 per il proprio buon nome, prima di tutto \u2011 darsi un codice etico che individui esplicitamente quel possibile conflitto e impedisca il diffondersi del fenomeno.<br \/>\nPi\u00f9 in generale, il sindacato deve curare \u2011 con attenzione molto maggiore di quanto non faccia oggi \u2011 che il proprio naturale e doveroso impegno nella difesa della parte pi\u00f9 debole dei lavoratori si coniughi con il riconoscimento e la difesa anche dell\u2019interesse della parte pi\u00f9 forte professionalmente e pi\u00f9 produttiva. Altrimenti, prima o poi quest\u2019ultima si ribella. \u00c8 gi\u00e0 accaduto nel 1980 con la \u201cmarcia dei 40.000\u201d. Gli errori del sindacato che hanno generato allora quella rivolta non sono molto diversi da quelli cui assistiamo oggi; soprattutto nel settore pubblico, dove il sindacato \u00e8 pi\u00f9 forte e quindi pi\u00f9 capace di imporre la propria legge.<\/p>\n<p><strong>3. Partito Democratico e politiche del lavoro prive di respiro<br \/>\nI VICOLI CIECHI DELLA SINISTRA<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato l\u201911 luglio 2007)<br \/>\n<\/em>Uno dei motivi per cui nasce il Partito Democratico \u2013 non il principale, ma neppure uno dei meno importanti \u2013 \u00e8 la necessit\u00e0 per i liberal-democratici di uscire dai vicoli ciechi in cui la sinistra italiana si \u00e8 cacciata nell\u2019ultimo decennio in materia di politica del lavoro, pregiudicando la propria capacit\u00e0 progettuale, impedendosi di partecipare da protagonista al dibattito europeo su questi temi. La sinistra ci si \u00e8 cacciata ogni volta che, per paura della discussione su qualcuno dei suoi vecchi punti fermi, ha scelto di difenderlo con uno slogan tassativo, quasi un precetto catechistico, che mirava a troncare la discussione sul nascere, ma anche a bruciarsi i ponti alle spalle, a precludersi qualsiasi futuro ripensamento.<br \/>\nPer esempio: quando, intorno al 2000, si \u00e8 incominciato \u2013 anche in seno al centro-sinistra, con un progetto di legge di Tiziano Treu \u2011 a discutere della possibilit\u00e0 e opportunit\u00e0 di riformare la protezione contro i licenziamenti individuali, i d.s. e la Cgil, seguiti ovviamente dalla sinistra radicale, hanno proclamato l\u2019articolo 18 dello Statuto sacro e intangibile, in quanto \u201cbaluardo a difesa della libert\u00e0 e della dignit\u00e0 della persona nel luogo di lavoro\u201d; e su questo slogan hanno organizzato manifestazioni oceaniche. Quello slogan \u00e8 falso, poich\u00e9 nessuno pu\u00f2 seriamente sostenere che centinaia di milioni di europei lavorino in condizioni poco dignitose e di sostanziale servaggio, perch\u00e9 privi dell\u2019articolo 18; ma evocare la dignit\u00e0 e la libert\u00e0 della persona umana era una mossa comoda ed efficace per chiudere la discussione prima ancora che si aprisse.<br \/>\nIl nodo \u00e8 poi venuto puntualmente al pettine nel 2002, quando la sinistra radicale, prendendo in parola d.s. e Cgil, ha promosso il referendum per estendere il campo di applicazione dell\u2019articolo 18 alle imprese con meno di 16 dipendenti. Logico: se \u00e8 in gioco la libert\u00e0 e la dignit\u00e0 delle persone, tutti devono goderne. Ma le cose non stanno cos\u00ec e l\u2019estensione dell\u2019inamovibilit\u00e0 di fatto del lavoratore anche alle imprese minori sarebbe una follia; per questo, l\u2019anno dopo d.s. e Cgil, sono stati costretti a fare poco dignitosamente il pesce in barile, adoperandosi sostanzialmente perch\u00e9 il referendum fallisse. Intanto, per\u00f2, sul piano della possibile riforma, il discorso era bloccato: col chiudere la questione in un cassetto gettando la chiave, d.s. e Cgil si erano preclusi di affrontarla seriamente per un lungo tempo a venire. Ora il Libro verde sulla politica del lavoro dell\u2019Unione Europea ci invita esplicitamente a ripensare la disciplina dei licenziamenti per motivi economici; ma il centro-sinistra italiano si \u00e8 posto in condizione di non poter partecipare utilmente a questa discussione: l\u2019argomento \u00e8 off limits. Sapr\u00e0 il P.D., con misura e intelligenza, liberarsi da questo blocco mentale?<br \/>\nQualche cosa di analogo accade sulla delicata questione della possibilit\u00e0 di differenziare gli standard minimi di trattamento per i lavoratori nelle regioni pi\u00f9 povere e con disoccupazione pi\u00f9 alta: qui la chiusura preventiva della discussione senza appello \u00e8 affidata allo slogan \u201cno alle gabbie salariali\u201d. In realt\u00e0, lasciare uno spazio alla contrattazione collettiva decentrata per differenziare il livello e la struttura delle retribuzioni, tenendo conto delle condizioni peculiari di ciascuna regione, \u00e8 proprio il contrario dell\u2019imporre una \u201cgabbia\u201d: la vera \u201cgabbia\u201d, semmai, \u00e8 lo sbarramento che impedisce di farlo. Ma l\u2019artificio dialettico \u00e8 efficacissimo: chi mai potrebbe essere favorevole a qualche cosa che si chiama \u201cgabbia salariale\u201d? Cos\u00ec quello slogan consente, anche qui, di calare una pietra tombale sulla questione del possibile decentramento della contrattazione degli standard minimi, nonostante che proprio questa sia la tendenza ormai nettamente prevalente nell\u2019Occidente industrializzato. Al P.D. non si chiede di essere pregiudizialmente favorevole o contrario a quella differenziazione di standard, ma solo di saper aprire su di essa una discussione pragmatica.<br \/>\n\u00c8 ancora lo stesso errore quello che la sinistra ha commesso quando, senza alcun intelligente discernimento, ha precipitosamente demonizzato la legge Biagi, oppure lo \u201cscalone pensionistico\u201d (altro slogan efficacissimo) destinato a entrare in vigore nel 2008, solo perch\u00e9 varati dall\u2019odiato governo di centro-destra; e ha ripetuto l\u2019errore quando, ancora per questo solo motivo, di quelle norme ha avventatamente sancito la necessit\u00e0 dell\u2019abrogazione ponendola addirittura tra i punti essenziali del proprio programma elettorale. Salvo poi scoprire che la legge Biagi \u00e8 uno strumento utile contro l\u2019abuso dei contratti di lavoro precari e quindi servirsene per questo scopo, come ha fatto il ministro del Lavoro Damiano nei call centre; oppure dover riconoscere \u2013 come hanno fatto onestamente ma ahim\u00e8 intempestivamente Massimo D\u2019Alema e Piero Fassino nei giorni scorsi \u2011 che la regola della pensione a 60 anni, sia pure introdotta con lo \u201cscalone\u201d di Maroni, non \u00e8 affatto iniqua e rende disponibili risorse utili per affrontare questioni sociali ben altrimenti urgenti (del resto, non era uno \u201cscalone\u201d ben pi\u00f9 erto quello introdotto dalla riforma Dini del 1995, col voto del centro-sinistra?).<br \/>\nIl Partito Democratico nasce anche per lasciarsi alle spalle questo modo fazioso e poco intelligente di affrontare le questioni, per consentire al centro-sinistra di tirarsi fuori dai vicoli ciechi in cui si \u00e8 cacciato in questi anni e di elaborare una politica del lavoro pi\u00f9 pragmatica, pi\u00f9 aperta al dubbio e alla sperimentazione. Ma su questo punto il nuovo partito deve avere il coraggio di dare fin d\u2019ora un segnale inequivoco e forte.<\/p>\n<p><strong>4. Lavoro: quanto costa la mancanza dei dati<br \/>\nMENO BANDIERE PI\u00d9 PRAGMATISMO<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 24 luglio 2007)<br \/>\n<\/em>I Paesi del Nord-Europa e del Nord-America dispongono di una quantit\u00e0 impressionante di dati sulle vicende dei lavoratori nel mercato e nel tessuto produttivo: li raccolgono in modo sistematico e li usano per affinare la comprensione di ci\u00f2 che realmente accade. In Italia, su questo terreno siamo enormemente indietro rispetto a quei Paesi. Per esempio: mancano i dati individuali sulle retribuzioni, sulla loro struttura ed evoluzione, sulle loro differenze di potere di acquisto da zona a zona; mancano i dati analitici su campioni rappresentativi di persone, che nei Paesi pi\u00f9 evoluti consentono di studiare con precisione le loro storie di formazione e di lavoro o non lavoro.<br \/>\nL\u2019arretratezza del nostro sistema di rilevazione dei dati sul funzionamento del mercato del lavoro \u2013 troppo sovente difesa con l\u2019argomento della tutela della privacy, che qui non c\u2019entra proprio per nulla \u2011 si sposa benissimo con il carattere fortemente ideologico dei nostri dibattiti politici in questo campo. Discutiamo sventolando bandiere (per esempio: l\u2019articolo 18, ora la legge Biagi) o cercando di abbatterle, ma ci curiamo pochissimo di sapere quali sono gli effetti reali di questo o quel provvedimento di cui discutiamo. Il nostro Paese ha, invece, estremo bisogno di una politica fortemente ispirata al pragmatismo; di una politica, dunque, che sappia avvalersi di tutto quanto possono offrirle la statistica, l\u2019economia, la sociologia del lavoro e delle relazioni industriali. Queste scienze non forniscono quasi mai prescrizioni univoche circa la scelta migliore da compiere \u2011 che resta compito proprio della politica \u2013, ma, quando dispongono dei dati, sanno indicare, in riferimento a una determinata scelta, chi ci guadagna e chi ci perde, come e quanto. Esse inoltre presentano l\u2019incalcolabile ricchezza di mettere in comunicazione studiosi di tutto il mondo, di valutare comparativamente esperienze compiute in Paesi diversi; e sono, proprio per questo, il solo mezzo che possa consentire alla nostra politica del lavoro di uscire dal provincialismo che ha caratterizzato fin qui i suoi dibattiti.<br \/>\nIl primo passo da compiere \u00e8 potenziare decisamente e affinare le attivit\u00e0 di raccolta dei dati, per metterci al passo con la parte pi\u00f9 evoluta del mondo; e ascoltare di pi\u00f9 chi li sa leggere ed elaborare. Ma la svolta \u2013 se ne trova un interessante preannuncio nel discorso torinese di Walter Veltroni \u2011 dovrebbe consistere anche in questo: smettere di concepire gli interventi legislativi come momenti di palingenesi, di riforma epocale, e incominciare a concepirli come momenti di sperimentazione, ispirata a quanto di meglio offre il panorama internazionale, magari inizialmente limitata a determinate zone o aziende per consentire il confronto con quanto accade in quelle \u201cnon trattate\u201d. Per esempio: la legge nazionale o un accordo interconfederale delinea e incentiva la sperimentazione di una riforma in materia di ripartizione tra retribuzione fissa e variabile, oppure di autocertificazione per le malattie di brevissima durata con riduzione della retribuzione per i giorni di assenza e redistribuzione del risparmio conseguito su tutti gli stipendi; e si lascia che siano le leggi o i contratti regionali, oppure anche i contratti aziendali, a decidere se adottare o no l\u2019innovazione possibile.<br \/>\n\u00c8 il metodo del <em>try and go<\/em>: se i risultati sono buoni, si estende la riforma; altrimenti si muove in altre direzioni. In campo medico questo metodo \u00e8 rigorosamente obbligatorio: nessuna terapia pu\u00f2 essere praticata su scala nazionale prima di essere stata testata sperimentalmente. Dobbiamo incominciare a ragionare e operare cos\u00ec anche per curare le disfunzioni del mercato del lavoro, per cercare senza pregiudizi \u2013 n\u00e9 di destra n\u00e9 di sinistra \u2011 le soluzioni migliori.<\/p>\n<p><strong>5. Un imprenditore per l\u2019Alitalia<br \/>\nSE IL SINDACATO NON SA SCEGLIERE<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 31 luglio 2007)<br \/>\n<\/em>C\u2019\u00e8 un modo poco consueto ma molto istruttivo in cui pu\u00f2 essere considerata la vicenda dell\u2019asta pubblica per la privatizzazione di Alitalia, fallita nei giorni scorsi: possiamo considerarla come una procedura di selezione dell\u2019imprenditore da \u201cingaggiare\u201d, gestita dai dipendenti dell\u2019azienda stessa per il tramite delle organizzazioni sindacali e del governo (quest\u2019ultimo persegue, ovviamente, anche altri interessi; ma quelli dei dipendenti sono sempre in primo piano). In un mercato del lavoro maturo, infatti, non sono solo gli imprenditori a scegliersi i dipendenti, ma sono anche i lavoratori a scegliersi l\u2019imprenditore; e talvolta \u2013 come nel caso di Alitalia \u2011 essi hanno l\u2019opportunit\u00e0 di farlo non solo come singoli, scegliendo di andare a lavorare in questa o quell\u2019azienda, ma anche collettivamente, attraverso i propri rappresentanti politici e\/o sindacali. Quando di ci\u00f2 si tratta, i lavoratori devono saper esercitare un\u2019intelligenza collettiva, che stavolta finora \u00e8 mancata loro pressoch\u00e9 totalmente.<br \/>\nL\u2019aspetto positivo della globalizzazione per i lavoratori, in un caso come questo, consiste nella possibilit\u00e0 di allargare enormemente il novero dei possibili candidati alla gestione dell\u2019azienda, in modo da poter scegliere l\u2019imprenditore che offre di pi\u00f9 sotto il profilo della qualit\u00e0 del piano industriale, dell\u2019affidabilit\u00e0, della solidit\u00e0 finanziaria. Gi\u00e0 sotto questo punto di vista appare evidente un primo gravissimo errore commesso dai rappresentanti dei lavoratori nella vicenda Alitalia: quello di privilegiare l\u2019\u201citalianit\u00e0\u201d del nuovo imprenditore (\u201cL\u2019Italia non \u00e8 in vendita\u201d, titolava in prima pagina il settimanale della Cgil Rassegna sindacale del 5 aprile scorso, in riferimento non soltanto alla vicenda Alitalia, ma anche a quella in qualche modo analoga della Telecom; e il ministro dei Trasporti gli faceva eco il 6 maggio successivo: \u201cAbbiamo lavorato per l\u2019italianit\u00e0 di Alitalia\u201d). Privilegiare l\u2019\u201citalianit\u00e0\u201d significa rinunciare preventivamente \u2011 oltre che ai miliardi degli investitori stranieri \u2013 anche a scegliere l\u2019imprenditore migliore disponibile su scala mondiale, restringendo drasticamente la scelta entro gli angusti confini di un Paese che \u00e8 solo l\u2019uno per cento del mondo.<br \/>\nPer trarre vantaggio dalla globalizzazione occorre pure che i lavoratori abbiano la capacit\u00e0 di negoziare il nuovo assetto dell\u2019impresa anche secondo modelli radicalmente nuovi, praticati con successo in altre parti del mondo. Per questo bisogna saper prendere in considerazione e valutare, senza chiusure preventive, tutta l\u2019innovazione possibile in materia di organizzazione del lavoro, struttura della retribuzione, relazioni industriali. Nella vicenda Alitalia, al contrario, i soli segnali che finora i sindacati hanno saputo lanciare con il loro comportamento effettivo a qualsiasi nuovo possibile imprenditore, sono stati nel senso della loro indisponibilit\u00e0 a cambiare anche solo una virgola del vecchio assetto dei rapporti di lavoro e sindacali: non pu\u00f2 spiegarsi altrimenti il fatto che nei mesi scorsi, proprio nella fase pi\u00f9 delicata dell\u2019asta, in Alitalia \u2013 un\u2019azienda che sta perdendo due milioni di euro al giorno \u2011 il ritmo delle agitazioni, gi\u00e0 normalmente elevatissimo, sia stato addirittura intensificato per rivendicazioni salariali; e che a maggio si sia giunti alla proclamazione di un\u2019\u201cagitazione permanente\u201d con cancellazione quotidiana di decine di voli, incredibilmente motivata con dissensi di interpretazione su un accordo aziendale relativo alla composizione degli equipaggi (agitazione proprio ieri censurata dalla Commissione di Garanzia). Non sorprende che, questi essendo i \u201cpaletti\u201d preventivamente posti dal sindacato, in aggiunta alle condizioni poste dal governo, la selezione del nuovo imprenditore per Alitalia si sia conclusa con un nulla di fatto.<br \/>\nLa questione non riguarda soltanto Alitalia. Nel nostro Paese ci sono tanti altri lavoratori che avrebbero interesse a \u201cingaggiare\u201d un nuovo imprenditore scegliendo il meglio su scala mondiale, ma non dispongono ancora dell\u2019intelligenza collettiva indispensabile per poterlo fare con successo.<br \/>\nIl discorso \u00e8 di interesse vitale per le regioni del Mezzogiorno: anche qui, dove pure ci sarebbe tanto bisogno di \u201cimportare buona imprenditoria\u201d quale che ne sia la provenienza straniera, il sindacato sa solo porre dei paletti preventivi (entit\u00e0 e struttura della retribuzione, organizzazione del lavoro: tutto rigidamente prestabilito al livello nazionale); non sa \u2013 come non sanno i governi pubblici locali \u2013 cercare per il mondo il buon imprenditore disponibile, valutarne la capacit\u00e0 e il piano industriale senza chiusure preventive, se del caso scommettere su quel piano anche a costo di sperimentare strutture nuove della retribuzione e dell\u2019organizzazione del lavoro, aprirsi a modelli diversi di relazioni industriali. Come nel caso Alitalia, anche qui il sindacato, invece di essere l\u2019intelligenza collettiva dei lavoratori \u2013 come pure ha saputo e sa essere in altre situazioni \u2011 finisce col costituire una delle tante loro palle al piede.<\/p>\n<p><strong>6. La polemica contro la \u201ccasta sindacale\u201d<br \/>\nLE REGOLE MANCANTI<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 9 agosto 2007)<br \/>\n<\/em>L\u2019ultimo numero dell\u2019<em>Espresso<\/em> sferra un duro attacco contro i sindacati: \u201cL\u2019altra casta\u201d \u00e8 il titolo di copertina, sotto le immagini dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Imputazione principale: una ricchezza eccessiva, che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico. Ma la requisitoria su questo punto non \u00e8 molto convincente.<br \/>\nL\u2019Espresso imputa alle confederazioni maggiori di avere beneficiato, negli anni \u201970, della distribuzione del cospicuo patrimonio immobiliare del disciolto sindacato nazionale fascista; ma non dice a chi mai avrebbe dovuto essere assegnato quel patrimonio, se non agli eredi delle libere associazioni sindacali che nei primi anni \u201920 avevano visto le proprie sedi messe a ferro e a fuoco dagli squadristi in camicia nera ed erano state poi espropriate e soppresse dal regime. Quanto ai contributi pubblici per i servizi resi dai sindacati ai lavoratori, mediante i patronati per le pratiche previdenziali e i Caaf per le dichiarazioni dei redditi, una critica attendibile dovrebbe basarsi su di una valutazione rigorosa del costo e del valore di quei servizi, di cui beneficiano quotidianamente \u2013 con un buon grado medio di soddisfazione \u2011 milioni di lavoratori (tutt\u2019altro \u00e8 il discorso sui contributi pubblici per i servizi di formazione professionale, dove gli sprechi sono enormi, ma la responsabilit\u00e0 prioritaria \u00e8 delle Regioni e il ruolo gestionale dei sindacati \u00e8 per lo pi\u00f9 marginale).<br \/>\nUna \u201cquestione sindacale\u201d in Italia oggi esiste eccome; ma essa ha ben poco a che vedere con quella del \u201ccosto della politica\u201d, sollevata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con la loro denuncia contro \u201cla casta\u201d. La vera questione sindacale \u00e8 quella di un sistema di relazioni industriali opaco e vischioso, consolidatosi nell\u2019arco di sessant\u2019anni in contrasto con una norma della Costituzione, l\u2019articolo 39, senza che questo sia mai stato n\u00e9 abrogato n\u00e9 riscritto. Un sistema che favorisce il frazionamento della rappresentanza sindacale, garantendo gli stessi diritti di proclamazione dello sciopero, di assemblea e di permessi retribuiti anche a sindacati cui aderisce meno dell\u2019un per cento dei lavoratori; ma non garantisce affatto un vero pluralismo sindacale: l\u2019assenza di regole sulla rappresentanza e il depotenziamento del patto di tregua \u2011 per cui qualsiasi lavoratore pu\u00f2 aderire a uno sciopero proclamato anche il giorno dopo la stipulazione del contratto \u2011 penalizzano chiunque si proponga di contrapporre un modello di relazioni cooperative a quello tradizionale di relazioni conflittuali, privilegiando di fatto chi \u00e8 capace di strillare pi\u00f9 forte.<br \/>\nGli apparati sindacali centrali vogliono \u2013 e questo non sorprende \u2013 un sistema fortemente centralizzato, nel quale dunque quasi tutto si decide a un tavolo romano; ma non \u00e8 chiaro chi abbia titolo per sedere a quel tavolo e in rappresentanza di chi. Ci\u00f2 comporta alcune anomalie evidenti in sede di concertazione tra governo e sindacati, denunciate lucidamente da Bernardo Mattarella in un altro articolo sull\u2019Espresso, questo s\u00ec centrato su di una questione cruciale. Ci\u00f2 comporta pure che rappresentanze espresse quasi esclusivamente dai lavoratori regolari e dagli imprenditori del centro-nord possano negoziare contratti destinati ad applicarsi inderogabilmente su tutto il territorio nazionale, anche se incompatibili con lo sviluppo delle regioni del sud. Ma sulle sabbie mobili di un diritto sindacale cos\u00ec incompiuto \u00e8 ben difficile costruire soluzioni alternative.<br \/>\nSarebbe auspicabile che il sistema di relazioni sindacali fosse capace di darsi da s\u00e9 le regole che oggi mancano. Ma se esso non ne \u00e8 capace, deve essere il legislatore a farlo. Questo accade in tutti i Paesi civili; non si vede perch\u00e9 non debba accadere anche nel nostro.<\/p>\n<p><strong>7. Lavoro, sviluppo tecnologico e globalizzazione<br \/>\nCOME SI COMBATTONO LE DISEGUAGLIANZE<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 20 agosto 2007)<br \/>\n<\/em>\u00c8 ben comprensibile che il dibattito in seno alla maggioranza si concentri sulla questione del lavoro precario o maltrattato: qui pi\u00f9 che altrove \u00e8 in gioco il valore dell\u2019uguaglianza, valore fondante di una sinistra degna di questo nome. Questa per\u00f2 deve curare attentamente la bont\u00e0 della diagnosi, se vuole che la terapia per cui si batte sia credibile e, soprattutto, efficace.<br \/>\nL\u2019aumento del lavoro precario non \u00e8 causato n\u00e9 dalla legge Biagi, n\u00e9 dalla legge Treu del 1997. Lo dimostra, innanzitutto, il fatto che esso \u00e8 in atto in Italia da almeno un quarto di secolo (e negli ultimi sei anni esso ha subito semmai un netto rallentamento). Lo conferma, poi, il fatto che lo stesso aumento si sta verificando da tempo in tutti i Paesi occidentali, Australia compresa, indipendentemente dalle tendenze delle rispettive legislazioni in materia di lavoro. E il tasso italiano di lavoro precario (contratti a termine, co.co.co e lavori a progetto) rispetto al totale \u2013 circa un lavoratore ogni sette \u2011 \u00e8 rimasto al di sotto, sia pur di poco, della media europea.<br \/>\nTutto questo non significa affatto che non ci sia qui un grave problema da affrontare. Ma occorre individuarlo bene, per non rischiare di sbagliare clamorosamente il bersaglio. Il problema consiste in un sensibile e costante aumento delle disuguaglianze di produttivit\u00e0 tra i lavoratori, che si traduce in crescenti disuguaglianze di trattamento fra di essi. Per avere un\u2019idea di quanto si sta verificando, si consideri ci\u00f2 che accadeva negli anni \u201950 o \u201960, quando due terzi della forza-lavoro era costituita da operai, per lo pi\u00f9 impegnati in mansioni ripetitive e parcellizzate di diretta modificazione della materia: nel contesto di quell\u2019organizzazione del lavoro, fatto 100 il rendimento normale, l\u2019operaio pi\u00f9 produttivo poteva arrivare a un rendimento 130 o 140, mentre quello del pi\u00f9 debole non scendeva quasi mai sotto quota 80. Era molto raro che fra il rendimento del primo e quello del secondo ci fosse un rapporto superiore a 2. Oggi la diretta modificazione della materia \u00e8 affidata quasi dappertutto alle macchine; la grande maggioranza dei lavoratori opera su flussi di informazioni o sulle macchine stesse; e l\u2019applicazione delle nuove tecnologie fa s\u00ec che la possibile differenza di produttivit\u00e0 fra due lavoratori, anche di basso livello, possa essere di 10 o persino 100 a 1!<br \/>\nAd aggravare il problema si aggiunge, per un verso, il ritmo sempre pi\u00f9 incalzante di sostituzione delle tecnologie applicate: per ogni cambiamento ci sono i lavoratori che sanno adattarsi, sanno \u201csaltare sull\u2019autobus\u201d dell\u2019innovazione, e quelli che non ci riescono, restano indietro. Vi contribuisce, per altro verso, la globalizzazione dei mercati, che espone soprattutto i lavoratori professionalmente pi\u00f9 deboli dei Paesi occidentali alla concorrenza di quelli dell\u2019Asia o dell\u2019Europa orientale. Il ritmo dell\u2019evoluzione tecnologica e la globalizzazione penalizzano la parte pi\u00f9 debole dei nostri lavoratori, aggravandone il distacco dagli altri nella capacit\u00e0 di trovare lavoro e, quando riescono a trovarlo, nel trattamento che ottengono, compreso il grado di stabilit\u00e0.<br \/>\nQualsiasi forza politica che abbia a cuore il valore fondamentale dell\u2019uguaglianza tra i cittadini, e in particolare tra i lavoratori, deve porre questo problema al centro della propria iniziativa. Ma l\u2019uguaglianza di cui stiamo parlando non \u00e8 di quelle che si possono \u201cgarantire\u201d con un tratto di penna del legislatore: essa va costruita nel vivo della societ\u00e0 civile, compensando vigorosamente il deficit di cui soffrono i lavoratori pi\u00f9 deboli con l\u2019offerta di un sovrappi\u00f9 di servizi efficaci di formazione, informazione e assistenza alla mobilit\u00e0.<br \/>\nD\u2019altra parte, ritornare alla legislazione del lavoro degli anni \u201970, quando la sola alternativa era tra il lavoro stabile a tempo pieno e la disoccupazione, non gioverebbe per nulla ai lavoratori pi\u00f9 deboli. Anche perch\u00e9 la produttivit\u00e0 individuale dipende molto dal contesto in cui il singolo si inserisce; e una certa mobilit\u00e0 nella fase iniziale della carriera lavorativa pu\u00f2 giovare moltissimo nella ricerca del posto in cui il proprio lavoro sia meglio valorizzato. Tanto questo \u00e8 vero, che nella seconda met\u00e0 degli anni \u201970 furono proprio la Cgil dei Lama e dei Trentin, la Cisl dei Carniti e dei Crea, appoggiate da tutta la sinistra politica, a chiedere e ottenere l\u2019introduzione dei contratti di formazione e lavoro \u2011 cio\u00e8 una forma di lavoro precario, un lungo periodo di prova \u2011 come strumento utile per favorire l\u2019accesso al lavoro dei giovani.<br \/>\nSta di fatto, comunque, che proporsi di affrontare il problema dell\u2019aumento della disuguaglianza tra i lavoratori con l\u2019abrogazione delle leggi Treu e Biagi significherebbe sbagliare clamorosamente il bersaglio: la questione dell\u2019aumento della disuguaglianza tra i lavoratori resterebbe totalmente irrisolta. E, sulla distanza, proprio i militanti pi\u00f9 accesi di questa battaglia si rivolterebbero contro chi li ha guidati nel vicolo cieco.<\/p>\n<p><strong>8. L\u2019importanza di un vero pluralismo sindacale<br \/>\nIL SINDACATO E IL SALARIO<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 28 agosto 2007)<br \/>\ni<\/em>n un\u2019intervista al <em>Corriere<\/em> del 14 agosto scorso Raffaele Bonanni ha posto con vigore la questione salariale; le retribuzioni italiane \u2013 dice il segretario generale della Cisl \u2013 sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei: vanno dunque aumentate. Gi\u00e0, ma come? In un\u2019economia aperta e concorrenziale, quale vuol essere la nostra, lo spazio per la contesa marxiana tra salari e profitti c\u2019\u00e8 pur sempre, ma \u00e8 assai limitato.<br \/>\nUna prima indicazione Bonanni la d\u00e0: aumentare la produttivit\u00e0 del lavoro. Una leva utilizzabile sono gli incentivi: si pu\u00f2 aumentare la parte della retribuzione che varia in relazione ai risultati individuali, di gruppo, aziendali. Questa scelta pu\u00f2 effettivamente consentire un aumento medio rilevante dei redditi dei lavoratori, non solo perch\u00e9 stimola l\u2019impegno individuale e collettivo, ma anche perch\u00e9 riduce il contenuto assicurativo del contratto, quindi anche il \u201cpremio assicurativo\u201d pagato dal lavoratore, in Italia pi\u00f9 alto che altrove. Un contratto di lavoro dipendente funziona sempre, in qualche misura, come una polizza assicurativa, ponendo a carico dell\u2019azienda il rischio che le cose vadano male; pi\u00f9 \u00e8 alta la \u201ccopertura\u201d, pi\u00f9 \u00e8 bassa la retribuzione, perch\u00e9 i lavoratori pagano all\u2019impresa un \u201cpremio\u201d implicito proporzionale alla copertura. L\u2019entit\u00e0 non trascurabile del \u201cpremio assicurativo\u201d pagato dai lavoratori italiani \u00e8 stimata in uno studio recente della Banca d\u2019Italia, curato da Piero Cipollone e Anita Guelfi.<br \/>\nIl problema \u00e8 che mutare la struttura della retribuzione implica un modello di sindacato diverso da quello predominante da decenni in Italia. Il nostro modello tradizionale \u00e8 quello di un sindacato che privilegia la sicurezza e l\u2019uniformit\u00e0 del trattamento dei lavoratori sul piano nazionale, riducendo al minimo la parte della retribuzione suscettibile di variare in relazione al risultato: un sindacato interessato essenzialmente a garantire ai lavoratori dei \u201cdiritti\u201d, cio\u00e8 dei trattamenti sui quali la performance individuale e collettiva non ha alcuna influenza. Il modello opposto \u00e8 quello del sindacato che attribuisce maggiore spazio alla remunerazione dell\u2019impegno individuale e alla \u201cscommessa comune\u201d tra lavoratori e imprenditore sull\u2019innovazione: disposto quindi ad ampliare notevolmente la parte della retribuzione che varia in relazione ai risultati, sulla base di una valutazione positiva circa la qualit\u00e0 del management e del piano industriale, per dare ai propri rappresentati maggiori prospettive di guadagno.<br \/>\nIn altre parole, il primo \u00e8 il sindacato che preferisce un contratto-polizza assicurativa ad alta copertura, dove la maggior sicurezza \u00e8 pagata dai lavoratori con un minor livello di reddito; il secondo \u00e8 il sindacato che si propone di guidare i lavoratori in una scommessa redditizia sulle capacit\u00e0 proprie e del management, anche al costo di una minor sicurezza e uniformit\u00e0 di trattamenti.<br \/>\nQuale dei due modelli dia risultati complessivamente migliori per i lavoratori non si pu\u00f2 dire in astratto. Ma i lavoratori avrebbero un forte interesse a poter confrontare i risultati conseguiti, in aziende diverse, con sistemi di relazioni sindacali, quindi di retribuzione, ispirati all\u2019uno o all\u2019altro modello; e a poter scegliere liberamente come proprio agente contrattuale, secondo le circostanze, il sindacato dell\u2019un tipo o dell\u2019altro. Invece proprio questa scelta oggi \u00e8 impedita, in Italia, da un sistema incapace di selezionare l\u2019agente contrattuale: un sistema nel quale, dunque, se i sindacati maggiori non sono tutti d\u2019accordo, e non stipulano unitariamente il contratto, scelte incisive come quella di sperimentare una nuova struttura della retribuzione non si possono compiere.<\/p>\n<p><strong>9. La trattativa di autunno sulle relazioni sindacali<br \/>\nMA SU CHE COSA STANNO LITIGANDO?<br \/>\n<\/strong><em>(pubblicato il 3 settembre 2007)<br \/>\n<\/em>Settembre, andiamo, \u00e8 tempo di trattare. A pi\u00f9 di tre anni dal clamoroso rifiuto opposto da Guglielmo Epifani alla Confindustria nel luglio 2004, ora dovrebbe finalmente aprirsi il negoziato sulla riforma della struttura della contrattazione collettiva. Il ritardo e la riluttanza con cui le parti tornano a discuterne potrebbero far pensare a divergenze difficilmente superabili; ma, sorprendentemente, nelle proposte dei protagonisti queste divergenze non compaiono affatto.<br \/>\nLa Cgil, come \u00e8 noto, si batte per difendere la funzione e il peso del contratto collettivo nazionale, destinato a rimanere assolutamente inderogabile. Per questo aspetto non si discosta sostanzialmente dalla posizione della Cgil la proposta presentata nel settembre 2005 dalla Confindustria: anch\u2019essa ribadisce con vigore la centralit\u00e0 e assoluta inderogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale, riservando alla contrattazione aziendale la determinazione dei premi di produttivit\u00e0 o redditivit\u00e0, purch\u00e9 sempre in aggiunta a quanto stabilito dal contratto nazionale. Neppure Cisl, Uil e Ugl, del resto, sembrano proporre qualche cosa di incisivamente diverso, salvo auspicare genericamente un \u201crilancio\u201d della contrattazione aziendale.<br \/>\nMa allora perch\u00e9 tanto pathos intorno a questo scontro apparentemente privo di oggetto?<br \/>\nLa realt\u00e0 \u00e8 che il nostro sistema delle relazioni industriali da anni funziona molto male in diversi tra i settori pi\u00f9 importanti; e chi ci \u00e8 dentro lo sa benissimo. Molti dei contratti nazionali vengono rinnovati sistematicamente in grave o gravissimo ritardo. L\u2019assetto disegnato dal protocollo del luglio 1993 \u2013 che pure ha avuto grandi meriti nell\u2019aiutare il Paese a superare la crisi dei primi anni \u201990 \u2013 \u00e8 ormai di fatto largamente disapplicato. La sola proposta che negli ultimi mesi \u00e8 parsa farsi strada tra le parti contrapposte \u00e8 quella di un aumento da due a tre anni della durata dei contratti nazionali: come prima del 1993; ma sarebbe, appunto, soltanto un ritorno al passato; comunque un pannicello caldo, forse addirittura controproducente.<br \/>\nNell\u2019epoca dell\u2019euro e della globalizzazione, la difficolt\u00e0 con cui i contratti vengono rinnovati dipende essenzialmente dal fatto che essi pretendono di regolare, su scala nazionale, troppe cose in modo troppo rigido. Certo, di un contratto nazionale ci sar\u00e0 ancora bisogno per tutte le imprese che non vogliono o non possono attivare la contrattazione decentrata; ma la riforma necessaria consiste nel permettere la negoziazione decentrata anche di regole diverse, dovunque a stipulare sia una coalizione sindacale che rappresenti la maggioranza dei lavoratori interessati. \u00c8 indispensabile per consentire la sperimentazione di forme nuove di organizzazione del lavoro e della retribuzione; ed \u00e8 proprio di questo che abbiamo bisogno.<br \/>\nL\u2019hanno capito i sindacati e gli imprenditori del settore chimico, come si \u00e8 visto a maggio nell\u2019ultimo rinnovo del loro contratto nazionale (ecco un punto di riferimento interessante per la trattativa interconfederale del prossimo autunno!). Ed \u00e8 questo uno dei dieci punti programmatici indicati da Walter Veltroni per il Partito Democratico: una riforma indispensabile perch\u00e9 possa prendere piede \u2011 e confrontarsi con il nostro modello di sindacalismo tradizionale \u2011 un sindacalismo nuovo, interessato ad aumentare le retribuzioni collegandone una porzione maggiore ai risultati individuali e collettivi, a scommettere sull\u2019innovazione tecnica e organizzativa, a sperimentare liberamente quanto di meglio si offre nel panorama mondiale sul piano delle relazioni industriali. Ma a questo libero confronto tra modelli la nostra Confindustria \u00e8 interessata?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La serie di articoli in materia di politica del lavoro pubblicati dal Corriere della Sera nell\u2019estate 2007<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3,9,12,11],"tags":[],"class_list":["post-25","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-vedi-tutti-gli-argomenti","category-21-lavoro","category-24-politica","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/25","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=25"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/25\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=25"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=25"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=25"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}