
{"id":34922,"date":"2015-03-03T18:22:21","date_gmt":"2015-03-03T17:22:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=34922"},"modified":"2015-03-09T00:11:30","modified_gmt":"2015-03-08T23:11:30","slug":"il-mercato-del-tempo-di-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=34922","title":{"rendered":"IL MERCATO DEL TEMPO DI LAVORO"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">PERCH\u00c9 LA RICETTA &#8220;LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI&#8221; NON FUNZIONA: IL LAVORO NON \u00c8 UNA QUANTIT\u00c0 DATA, TALE PER CUI CHI LAVORA DI PI\u00d9 TOGLIE LAVORO AD ALTRI<\/span><\/p>\n<p><em>Capitolo IV estratto dal libro<\/em> <a title=\"Il lavoro e il mercato, Mondadori, 1996\" href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=205\" target=\"_blank\">Il lavoro e il mercato<\/a><em> (1996) &#8211; Le note si trovano in coda al testo<\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong>Sommario:<br \/>\n<\/strong>28. I vincenti e i perdenti<br \/>\n29. Sei alternative di politica del lavoro di fronte alla rivoluzione tecnologica<br \/>\n30. Perch\u00e9 l\u2019imposizione di una riduzione degli orari non \u00e8 lo strumento adatto per la redistribuzione del lavoro<br \/>\n31.\u00a0Possibilit\u00e0 di redistribuire il lavoro assecondando la tendenza fisiologica alla riduzione dei tempi di lavoro: come rendere appetibile per le imprese il <em>part-time <\/em>e lo <em>short full time<br \/>\n<\/em>32. Il grande investimento in capitale umano necessario per rendere fungibili tra loro <em>insiders<\/em> e <em>outsiders<\/em>. Il nuovo livello minimo di alfabetizzazione necessario nel mercato del lavoro<br \/>\n33. Il ruolo della legge e della contrattazione collettiva per il potenziamento del mercato del tempo di lavoro<br \/>\n34. L\u2019utilit\u00e0 dei contratti di solidariet\u00e0 e i suoi limiti<br \/>\n35. Una legge che non imponga un modello di organizzazione del tempo di lavoro, ma detti la disciplina-quadro per la sua negoziazione al livello collettivo e individuale<br \/>\n36. Il lavoro domenicale, il lavoro notturno e la tutela del \u201ctempo libero qualificato\u201d: un valore da difendere, ma non un valore assoluto<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"28\">\n<li><strong> \u2011 I vincenti e i perdenti<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>La favolosa \u201cbuona novella\u201d preannunciata da Aristotele, da Marx e da Keynes sta diventando realt\u00e0: le macchine sono capaci di sostituire integralmente gran parte del lavoro umano; non solo tutto il lavoro manuale, ma anche la parte meno gratificante del lavoro intellettuale (<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>). Se dal 1870 ad oggi, a fronte di un enorme aumento della produttivit\u00e0, l\u2019orario medio annuo di lavoro in Europa si \u00e8 dimezzato (<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>), tutto induce a pensare che qualche cosa di simile stia accadendo ora in tempi assai pi\u00f9 brevi. Il problema \u00e8 capire a chi \u00e8 annunciata questa buona novella; capire, cio\u00e8, se dell\u2019automatizzazione del processo produttivo tutti beneficieremo in misura equa, o se invece essa accentuer\u00e0 la divisione della societ\u00e0 e del mercato del lavoro in due parti: da un lato una minoranza di persone capaci di usare le macchine per aumentare enormemente la produttivit\u00e0 del proprio lavoro e per trarre rendite sempre pi\u00f9 ingenti dalle ricchezze via via accumulate, dall\u2019altro una maggioranza espropriata del lavoro e destinata a beneficiare tutt\u2019al pi\u00f9 di qualche indennizzo per tale espropriazione.<\/p>\n<p>Per abbozzare un ragionamento su quello che sta accadendo, consideriamo le vicende del mercato del lavoro di una citt\u00e0 immaginaria, nella quale gli unici datori di lavoro siano dieci scrittrici, che redigono e aggiornano libri scolastici, ciascuna delle quali quindici anni fa aveva alle proprie dipendenze un segretario-dattilografo per la copiatura dei dattiloscritti e la collazione; inoltre un editore-tipografo, che pubblica i libri delle dieci scrittrici e che quindici anni fa aveva alle proprie dipendenze due linotipisti, due impiegati-redattori per la preparazione redazionale dei testi, due correttori di bozze e due fattorini che facevano la spola tra la sede dell\u2019editore e quelle delle scrittrici con i plichi dei dattiloscritti e delle bozze di stampa. Nel corso di questi quindici anni cinque delle scrittrici si sono progressivamente attrezzate con un computer, un programma di video-scrittura e un modem; i loro libri vengono ora scritti, corretti e impaginati nella loro veste definitiva direttamente all\u2019origine, inviati dal computer per via telematica direttamente alla tipografia, dove non \u00e8 pi\u00f9 necessaria n\u00e9 la composizione n\u00e9 la correzione delle bozze: una macchina stampa i libri, li rilega, li impacchetta e li spedisce al distributore. Cos\u00ec stando le cose, queste cinque autrici vedono fortemente aumentata la propria produttivit\u00e0 e il proprio reddito, anche perch\u00e9 esse licenziano i rispettivi dattilografi; l\u2019editore-tipografo, perdendo gran parte del vecchio lavoro di redazione, composizione, impaginazione, e correzione di bozze, sostituisce la vecchia <em>linotype<\/em> con una moderna macchina elettronica, riconverte un linotipista in funzione della conduzione di questa macchina, licenzia l\u2019altro linotipista, un impiegato redattore e anche uno dei due fattorini, essendosi molto ridotta la necessit\u00e0 di fare la spola tra la sede dell\u2019azienda e quelle delle scrittrici; ora la sua attivit\u00e0 di stampa e commercializzazione dei libri gli rende di pi\u00f9, essendosi dimezzato il costo della manodopera. Degli otto lavoratori licenziati, uno frequenta un corso per diventare tecnico informatico e si pone a disposizione delle autrici come consulente per la soluzione dei problemi di <em>hardware<\/em> e di <em>software<\/em>: ora guadagna il doppio di prima; gli altri invece restano per il momento disoccupati. Dei lavoratori non licenziati, i cinque segretari dattilografi hanno accettato una riduzione di stipendio, nella speranza che questo induca le loro datrici di lavoro a ritardare il passaggio al computer; anche l\u2019impiegato-redattore e il fattorino vivono nella speranza che questo passaggio avvenga il pi\u00f9 tardi possibile, ma sanno che prima o poi anche il loro posto verr\u00e0 soppresso.<\/p>\n<p>Nella realt\u00e0 semplificata di questa citt\u00e0 immaginaria, dunque, quelli che ci rimettono, i <em>losers<\/em>, sono quasi tutti i lavoratori subordinati, mentre i <em>winners<\/em>, quelli che ci guadagnano, sono soprattutto quelli che erano all\u2019origine o hanno saputo diventare autonomi: le scrittrici, l\u2019editore e il tecnico informatico.<\/p>\n<p>Questi ultimi, per di pi\u00f9, vedendo crescere la redditivit\u00e0 del proprio lavoro, sono naturalmente portati, almeno in questi primi anni di sperimentazione delle nuove tecniche produttive, ad alzare la propria soglia di indifferenza tra maggior lavoro (con relativo reddito) e maggiore tempo libero: vista la rapidit\u00e0 con cui il sistema cambia e l\u2019assenza di qualsiasi garanzia di continuit\u00e0 del reddito, meglio sfruttare a fondo le opportunit\u00e0 offerte da questa congiuntura, che per loro costituisce senz\u2019altro un periodo di \u201cvacche grasse\u201d, rinviando a un futuro incerto il godimento della ricchezza che sar\u00e0 stata messa da parte (<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>).<\/p>\n<p>Quanto ai lavoratori che hanno perso il posto, essi hanno di fronte a s\u00e9 diverse possibilit\u00e0. Una sarebbe quella di trasferirsi in citt\u00e0 diverse, dove ci sia ancora una domanda di dattilografi, linotipisti, correttori di bozze o fattorini, o dove occorrano lavoratori per la produzione dei computer; ma anche nelle altre citt\u00e0 e negli altri settori produttivi il loro lavoro poco qualificato \u00e8 poco richiesto o non \u00e8 richiesto affatto (<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>) e chi abita gi\u00e0 l\u00ec occupa pi\u00f9 facilmente i posti che si rendono liberi; affrontare i costi e i disagi di un viaggio per tentare la ricerca \u00e8 un azzardo. Un\u2019altra possibilit\u00e0 \u00e8 quella di rassegnarsi a sopravvivere con il trattamento di disoccupazione, magari integrandolo con qualche lavoro occasionale \u201cal nero\u201d. Un\u2019altra possibilit\u00e0 ancora consiste nel cercare un\u2019occupazione in un settore di servizi alla persona dove le macchine non sono ancora arrivate: i nostri disoccupati possono, ad esempio, dedicarsi ad attivit\u00e0 di barbiere, infermiere, accompagnatore di invalidi, cuoco, cameriere, giardiniere, custode di parcheggi, <em>baby-sitter<\/em>, <em>dog-sitter<\/em>, lustrascarpe, e via scendendo nella scala socio-professionale delle possibili occupazioni, con prospettive di reddito molto modeste. C\u2019\u00e8 infine per loro la possibilit\u00e0 di rientrare, ritagliandosi un ruolo attraverso un adeguato processo di riqualificazione professionale, nel <em>business<\/em> da cui sono stati espulsi o in un altro: essi possono farlo, ad esempio, offrendosi all\u2019editore come venditori, oppure come esperti di marketing nel settore librario o in suoi sotto-settori particolari, oppure, come ha fatto un loro ex-collega, offrendosi all\u2019editore, alle scrittrici e agli altri utenti di computer quali esperti di informatica o come collaboratori per il miglioramento e la specializzazione del prodotto, oppure ancora andando altrove a offrire servizi analoghi in altri settori produttivi; insomma, trasformandosi da <em>routine workers<\/em> in <em>knowledge workers <\/em>e specializzandosi in un settore di attivit\u00e0 di concetto o comunque professionalmente qualificata. Ma il processo di riqualificazione professionale costa caro, sia in denaro, sia in tempo; e \u2011 ci\u00f2 che pi\u00f9 conta \u2011 questo rilevante investimento, quand\u2019anche il lavoratore disponga dei mezzi per compierlo, non \u00e8 per lui economicamente conveniente se egli non conosce le tendenze effettive della domanda nel mercato del lavoro e ignora ci\u00f2 che precisamente potr\u00e0 esssergli richiesto da un potenziale datore di lavoro o committente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"29\">\n<li><strong> \u2011 Sei alternative di politica del lavoro di fronte alla rivoluzione tecnologica<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Di fronte agli sconvolgimenti prodotti dal processo di innovazione tecnologica lo Stato e il sindacato confederale, dal canto loro, hanno di fronte a s\u00e9 diverse possibili scelte.<\/p>\n<p>La prima consiste nel non far nulla, confidando che la domanda di lavoro nel settore della produzione delle nuove macchine o nel settore dei servizi alla persona finisca coll\u2019assor\u00adbire i lavoratori sostituiti dalle macchine. Per restare nella nostra vicenda-tipo semplificata all\u2019estremo, l\u2019esito di una siffatta scelta di politica del lavoro da parte dell\u2019autorit\u00e0 competente e del sindacato sarebbe probabilmente che, dei lavoratori che hanno perso il posto, uno su quattro riesca da solo a inserirsi nella classe privilegiata dei <em>knowledge workers<\/em> e dei mediatori professionali e cos\u00ec a rientrare in un <em>business<\/em> redditizio, trasformandosi in venditore, progettista, consulente informatico o altro, cos\u00ec riuscendo addirittura a migliorare la propria posizione (<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>); e che invece gli altri tre su quattro si pongano al servizio personale delle autrici o dell\u2019editore, ricreandosi, tra i secondi e i primi, differenziali di reddito simili a quelli che nel secolo scorso consentivano alle famiglie agiate di circondarsi di una pletora di famigli (<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>).<\/p>\n<p>Una seconda scelta di politica del lavoro consiste nell\u2019utilizzare il prelievo fiscale sui maggiori redditi dei <em>winners <\/em>per aumentare adeguatamente il trattamento di disoccupazione dei <em>losers<\/em>, in modo da evitare loro di doversi abbassare ai lavori pi\u00f9 umili e consentir loro al tempo stesso di continuare a mandare a scuola i propri figli (i quali devono pur continuare ad acquistare i libri che fanno la ricchezza della citt\u00e0). In questo caso, il ruolo di domestici, infermieri, custodi di parcheggi, ecc., sar\u00e0 tendenzialmente riservato a lavoratori immigrati da paesi poveri.<\/p>\n<p>Una terza scelta \u00e8 quella di utilizzare il prelievo fiscale sui maggiori redditi dei <em>winners<\/em> per attivare forme di lavoro retribuite dallo Stato, dagli enti locali o da altri enti <em>no profit<\/em> adeguatamente selezionati e controllati, volte a valorizzare la disponibilit\u00e0 e le capacit\u00e0 dei <em>losers<\/em> e a soddisfare interessi che il mercato da solo non \u00e8 in grado di far emergere e soddisfare. In questo modo, i <em>losers<\/em> non resterebbero disoccupati, e neppure sarebbero destinati a portare a spasso i figli o il cane dei <em>winners<\/em>, ma verrebbero utilizzati in servizi, formalmente pi\u00f9 nobili, di accudimento ai vecchi, ai malati e agli handicappati (ricchi o poveri), di custodia e restauro di beni culturali, di assistenza sociale, di ausilio alle forze dell\u2019ordine nella lotta alla diffusione della droga e del vandalismo urbano, e cos\u00ec via. Una scelta di questo genere \u00e8 quella che gi\u00e0 si sta tentando di sperimentare in Italia (<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>), sulla scorta di numerose esperienze analoghe, europee e nordamericane; ma finora essa \u00e8 stata sempre intesa \u2011 da noi e negli altri Paesi \u2011 come misura temporanea, volta ad \u201cammortizzare\u201d l\u2019impatto di una crisi occupazionale contingente. Qualora invece l\u2019impiego di un gran numero di lavoratori nelle \u201copere e servizi socialmente utili\u201d assumesse il carattere di una alternativa stabile all\u2019occupazione \u201cin mercato\u201d, secondo un indirizzo programmatico che va affermandosi esplicitamente nel movimento sindacale (<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>), si correrebbe il rischio grave della creazione di una grande zona \u201caggiuntiva\u201d di amministrazione pubblica o para-pubblica, con alti costi per l\u2019erario, con livelli di efficienza bassi e proliferazione di piccole posizioni di rendita parassitaria.<\/p>\n<p>Una quarta scelta \u00e8 quella di confidare su di una disciplina fortemente limitativa dei licenziamenti, quale quella di fatto operante oggi in Italia nelle imprese con pi\u00f9 di quindici diependenti, come mezzo per arginare l\u2019espulsione dei lavoratori poco qualificati. Ma nella nostra citt\u00e0 immaginaria una legge come questa non avrebbe \u201csalvato\u201d nessun posto di lavoro, poich\u00e9 n\u00e9 l\u2019editore n\u00e9 le scrittrici avevano pi\u00f9 di quindici dipendenti quando hanno operato i licenziamenti, e ancor meno ne hanno adesso. Si sarebbe potuto abbassare la soglia di applicazione della disciplina pi\u00f9 rigida in modo da estenderla all\u2019editore; ma questo avrebbe salvato il posto ai suoi dipendenti solo fino a quando le scrittrici non si fossero indotte a inviare, senza apprezzabili costi aggiuntivi, i loro libri a una casa editrice sita altrove, tecnologicamente pi\u00f9 aggiornata e capace di produrre libri con minor costo e maggiori utili, costringendo il vecchio editore a chiudere bottega (<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>).<\/p>\n<p>Vi \u00e8 poi una quinta scelta pensabile: quella di un intervento di politica del lavoro volto a imporre (<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>) o incentivare fortemente dal lato della domanda o dell\u2019offerta (<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>), una riduzione dell\u2019orario nei posti di lavoro rimasti, secondo la parola d\u2019ordine universalmente nota del \u201clavorare meno per lavorare tutti\u201d. Nella nostra citt\u00e0 immaginaria sono rimasti otto lavoratori dipendenti occupati: cinque segretari-dattilografi alle dipendenze di altrettante scrittrici, nonch\u00e9 un redattore, un fattorino e un addetto alla nuova macchina tipografica alle dipendenze dell\u2019editore; riducendo di quattro ore alla settimana il loro orario si potrebbe ricavarne un posto di lavoro aggiuntivo di (8 x 4 =) 32 ore; ma questo implicherebbe che una persona fosse in grado di svolgere tutte e quattro le mansioni, e di sostituire per mezza giornata di volta in volta ciascuno degli altri otto: una soluzione che \u2011 anche se fosse accettata da tutti gli otto lavoratori a cui occorrerebbe ridurre l\u2019orario e la retribuzione, gi\u00e0 compressa dalla congiuntura per loro sfavorevole \u2011 difficilmente potrebbe soddisfare le esigenze operative dei datori di lavoro. D\u2019altra parte, limitare autoritativamente il tempo di lavoro dell\u2019editore, delle scrittrici e\/o del consulente informatico \u00e8 tecnicamente difficilissimo, dal momento che la loro attivit\u00e0 non \u00e8 oggetto di un contratto di lavoro subordinato, non \u00e8 misurata in base alla sua estensione temporale, n\u00e9 sembra assoggettabile ad alcun controllo in corso di svolgimento; e comunque qualsiasi riduzione del loro lavoro, anche se eventualmente ottenuta con incentivazioni fiscali o di altro genere invece che con misure vincolistiche, non aumenterebbe le possibilit\u00e0 di occupazione dei lavoratori che hanno perso il posto, i quali non sarebbero in grado di sostituire n\u00e9 l\u2019editore, n\u00e9 le scrittrici, n\u00e9 il consulente informatico, per la parte di lavoro da loro non svolta. Anzi, si pu\u00f2 ragionevolmente pensare che una riduzione dell\u2019attivit\u00e0 di questi lavoratori avr\u00e0 effetti depressivi sul sistema economico e sull\u2019occupazione nel suo complesso: al rallentamento del lavoro dell\u2019editore e delle scrittrici e alla minore disponibilit\u00e0 del consulente informatico corrisponder\u00e0 un minor numero di libri prodotti, una riduzione della domanda di carta, una riduzione del lavoro per la rete di distribuzione e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>La realt\u00e0 \u00e8, ovviamente, assai pi\u00f9 complessa e articolata rispetto al modellino volutamente semplificato ed estremizzato della citt\u00e0 immaginaria; occorre dunque cercare di esaminare la questione osservando la realt\u00e0 pi\u00f9 da vicino. Ma, come vedremo, vi \u00e8 motivo di ritenere che quel modellino colga almeno un aspetto rilevante della realt\u00e0; l\u2019obiezione che ne nasce alla proposta della riduzione autoritativa generalizzata degli orari non pu\u00f2 dunque essere sottovalutata. L\u2019esame critico svolto nelle pagine che seguono ci porter\u00e0 invece a individuare una sesta scelta di politica del lavoro possibile: quella di perseguire la redistribuzione del lavoro non tanto <em>direttamente <\/em>attraverso vincoli alla (o incentivi alla riduzione della) quantit\u00e0 massima di lavoro deducibile in un contratto di lavoro, quanto indirettamente attraverso una forte redistribuzione delle opportunit\u00e0 effettive di istruzione e di formazione professionale, che consenta a tutti di accedere alla condizione di <em>knowledge worker <\/em>e di poter quindi competere per la copertura di ruoli effettivamente richiesti nel mercato del lavoro qualificato (<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>). L\u2019idea \u00e8, per tornare un\u2019ultima volta al modellino della citt\u00e0 immaginaria, quella di porre, con un costoso investimento pubblico, tutti coloro che hanno perso il posto in grado di compiere quel processo di riqualificazione che, senza l\u2019intervento pubblico, oggi soltanto uno su quattro di loro \u00e8 in grado di compiere con le sue sole forze. Nella nostra citt\u00e0 immaginaria serviranno sempre meno dattilografi, correttori di bozze, linotipisti e fattorini; ma sono e saranno sempre pi\u00f9 richiesti gli esperti di informatica, le persone capaci di individuare nuovi acquirenti dei libri scolastici pubblicati dall\u2019editore, o di individuare nuove esigenze didattiche cui rispondere con libri diversi intervistando opportunamente gli insegnanti, oppure ancora di prendere conoscenza della produzione straniera in questo settore per trarne idee nuove per il miglioramento o l\u2019arricchimento del contenuto dei libri, di collaborare con le scrittrici per l\u2019arricchimento dei contenuti, per la creazione di edizioni speciali su supporto magnetico, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Quando a tutti i lavoratori sia dato di disporre del grado minimo di alfabetizzazione sufficiente per accedere al mercato del lavoro qualificato, sar\u00e0 la concorrenza tra loro da un lato, dall\u2019altro l\u2019elevato grado di produttivit\u00e0 e quindi di redditivit\u00e0 del loro lavoro, a determinare una situazione in cui tutti lavoreranno un po\u2019 meno e si godranno un po\u2019 di pi\u00f9 la vita: a quel punto \u2011 ma solo a quel punto \u2011 la legge o la contrattazione collettiva potranno utilmente intervenire per favorire, con la riduzione dei limiti massimi di orario, il radicarsi del nuovo equilibrio tra tempo di lavoro e tempo libero nella cultura di imprenditori e lavoratori, senza produrre effetti indesiderati.<\/p>\n<p>La via non \u00e8 facile; anzi, \u00e8 estremamente impegnativa. Ma, se le considerazioni proposte nelle pagine che seguono sono fondate, altre vie non ci sono.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"30\">\n<li><strong> \u2011<\/strong><strong> Perch\u00e9 l\u2019imposizione di una riduzione degli orari non \u00e8 lo strumento adatto per la redistribuzione del lavoro<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Il compito pi\u00f9 importante di una politica del lavoro degna di questo nome \u00e8 di impedire che il peso della disoccupazione gravi per intero su di una parte soltanto della popolazione attiva: quella dei c.d. disoccupati di lungo periodo, di coloro che sono sempre \u201cgli ultimi della fila\u201d nella coda per il posto di lavoro. \u00c9 in questo ordine di idee che la riduzione dell\u2019orario viene proposta, appunto, come misura tendente a togliere un po\u2019 di lavoro ai gi\u00e0 occupati, per darlo agli \u201cultimi della fila\u201d. Senonch\u00e9 questa proposta si scontra contro la constatazione che il grave handicap di coloro che restano cronicamente in fondo alla coda \u2011 non solo nel modellino proposto nel paragrafo che precede, ma anche nella realt\u00e0, come abbiamo gi\u00e0 osservato discutendo del funzionamento del mercato del lavoro extra-aziendale (<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>) \u2011 \u00e8 costituito per lo pi\u00f9 dal difetto di attitudini professionali corrispondenti alla domanda delle aziende, dal difetto di informazione sulla domanda stessa e\/o dal difetto di mobilit\u00e0 territoriale in relazione ad essa. Basta uno di questi tre difetti capitali per impedire loro di approfittare delle occasioni di lavoro aggiuntive in ipotesi derivanti dalla riduzione di orario a carico dei gi\u00e0 occupati. In altre parole: nella grande maggioranza dei casi il disoccupato soffre di una posizione di svantaggio nel mercato del lavoro, rispetto al gi\u00e0 occupato, che la riduzione dell\u2019orario massimo di lavoro non basta certo a eliminare. Per usare \u2011 adattandola alla nostra materia \u2011 la metafora marxiana (<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>), se l\u2019insieme delle occasioni di lavoro potesse essere considerato come la minestra contenuta in una grande zuppiera, non basterebbe ridurre le dimensioni dei cucchiai di chi gi\u00e0 a quella zuppiera attinge normalmente, per consentire ad altri di attingervi, se questi altri sono privi del tutto di cucchiai o se i loro cucchiai sono bucati.<\/p>\n<p>Al problema ora menzionato, che si pone sul versante dell\u2019offerta di manodopera, se ne aggiungono poi altri non meno gravi sul versante della domanda. \u00c9 facile prevedere le gravi difficolt\u00e0 che le aziende incontrerebbero per la riorganizzazione temporale del tempo redistribuito, per il reperimento in tempi brevi del nuovo personale dotato delle attitudini richieste e disponibile a fornire la sola frazione temporale di prestazione lavorativa necessaria per la reintegrazione dell\u2019organico in conseguenza della riduzione d\u2019orario (<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>). Va considerato in proposito che in Italia pi\u00f9 di sei lavoratori subordinati regolari su dieci lavorano in imprese con meno di 100 dipendenti (<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>), cio\u00e8 in imprese nelle quali una riduzione di orario ben difficilmente porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro a tempo pieno. Ipotizzando una riduzione dell\u2019orario settimanale da 39 a 38 ore, occorrerebbe che in azienda ci fossero 38 lavoratori aventi esattamente la stessa qualifica e le stesse mansioni, affinch\u00e9 l\u2019ora di lavoro da loro \u201cceduta\u201d potesse trasformarsi in un nuovo posto di lavoro a tempo pieno; se invece i lavoratori appartenenti a un determinato profilo professionale sono soltanto 5, oppure 10, la riduzione dell\u2019orario settimanale di un\u2019ora potrebbe \u2011 in linea teorica \u2011 dar luogo rispettivamente soltanto all\u2019assunzione di un lavoratore di pari qualifica con orario settimanale di 5 ore o di 10 ore: cosa evidentemente non facile sul piano pratico.<\/p>\n<p>Alla proposta di una riduzione autoritativa degli orari viene poi mossa un\u2019altra obiezione: i lavoratori pi\u00f9 forti e sicuri delle proprie capacit\u00e0, quando si vedessero ridurre autoritativamente l\u2019orario, non si rassegnerebbero alla corrispondente riduzione di reddito e si attiverebbero per riempire il tempo lasciato libero dal rapporto di lavoro principale con seconde occupazioni, quando non riuscissero a farlo con il lavoro straordinario (<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>). Questo fenomeno non potrebbe essere limitato efficacemente n\u00e9 dalla legge n\u00e9 dal contratto collettivo, incapaci l\u2019una e l\u2019altro di porre vincoli effettivi al mercato endo-aziendale del lavoro straordinario, soprattutto ma non soltanto nelle aziende di piccole e medie dimensioni, e al \u201csecondo mercato\u201d, quello delle piccole occupazioni part-time, irregolari, o in forma di collaborazione autonoma. Gli effetti di redistribuzione dell\u2019occupazione perseguiti con l\u2019abbassamento generalizzato del limite legislativo o collettivo dell\u2019orario normale rischierebbero dunque di essere ridotti o annullati da un aumento dell\u2019elasticit\u00e0 dell\u2019orario effettivo nel \u201cprimo mercato\u201d e da una saturazione, ad opera dei gi\u00e0 occupati, della domanda di lavoro nel \u201csecondo mercato\u201d, oggi pi\u00f9 facilmente accessibile per i disoccupati: un effetto esattamente contrario a quello della redistribuzione delle occazioni di lavoro che si vuole perseguire.<\/p>\n<p>Va poi ricordata la tendenza \u2011 comune alla maggior parte dei Paesi dell\u2019Ocde ma particolarmente marcata in Italia (<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>) \u2011 all\u2019espansione dell\u2019area del lavoro autonomo a spese di quella del lavoro subordinato: \u00e8 dunque presumibile che ogni misura tendente a forzare la riduzione degli orari di lavoro nelle aziende costituirebbe un\u2019ulteriore spinta per la parte pi\u00f9 forte dei lavoratori subordinati a spostarsi nell\u2019area del lavoro autonomo e corrispondentemente per le aziende un\u2019ulteriore spinta ad ampliare il proprio ricorso al lavoro autonomo, a scapito del lavoro subordinato.<\/p>\n<p>Insomma, occorre prendere atto della impossibilit\u00e0 pratica di impedire ai lavoratori pi\u00f9 forti professionalmente, pi\u00f9 abili a muoversi nel mercato, meglio inseriti nei flussi di informazioni che lo animano, di mettere a frutto tale loro maggiore capacit\u00e0.<\/p>\n<p>Contro una riduzione autoritativa degli orari milita infine un\u2019ultima considerazione. Numerose imprese oggi perseguono l\u2019obiettivo dell\u2019incremento della produttivit\u00e0 attraverso una compressione lenta e non traumatica degli organici, a parit\u00e0 di produzione; che \u00e8 quanto dire \u201cmaggior lavoro distribuito tra meno persone\u201d: proprio il contrario del \u201clavorare meno per lavorare tutti\u201d. Quando venisse imposta o resa economicamente vantaggiosa per queste imprese una riduzione generalizzata degli orari al di sotto di quello che \u00e8 oggi il livello del \u201ctempo pieno\u201d, esse tenderebbero presumibilmente a realizzare in tempi brevi il disegno in precedenza perseguito in forma diversa e in tempi pi\u00f9 lunghi: \u201cmaggior lavoro distribuito su un minor numero di ore\u201d (<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\">[19]<\/a>). Non posti di lavoro aggiuntivi creati attraverso una riduzione dei carichi di lavoro <em>pro capite<\/em>, dunque, ma accelerazione di un processo di intensificazione del lavoro, ovvero del carico di lavoro per ora lavorata: ancora una volta un risultato opposto a quello che si intende perseguire.<\/p>\n<p>Non stupisce, dunque, il risultato molto deludente sul piano occupazionale della riduzione generale dell\u2019orario disposta autoritativamente dal Governo francese nel 1982 (<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>); n\u00e9 stupisce che a tutt\u2019oggi \u2011 dopo un quarto di secolo di ricerche svolte da economisti appartenenti a diverse scuole e orientamenti politici, nonch\u00e9 di sperimentazioni a tutti i livelli \u2011 n\u00e9 gli studi teorici n\u00e9 l\u2019osservazione empirica confermino l\u2019utilit\u00e0 della riduzione generale degli orari di lavoro mediante legge o contratto collettivo per la lotta alla disoccupazione (<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>), mentre da diverse parti si ritiene addirittura dimostrato l\u2019opposto (<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"31\">\n<li><strong> \u2011 Possibilit\u00e0 di redistribuire il lavoro assecondando la tendenza fisiologica alla riduzione dei tempi di lavoro: come rendere appetibile per le imprese il <em>part-time <\/em>e lo <em>short full time<\/em><\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Se \u00e8 vero che una parte dei lavoratori \u00e8 controinteressata a una riduzione autoritativa degli orari, \u00e8 anche vero, per\u00f2, che un\u2019altra parte di essi preferirebbe lavorare di meno a parit\u00e0 di retribuzione oraria: da una recente ricerca della Commissione dell\u2019Unione europea risulta che soltanto 35 lavoratori dipendenti su 100 sono soddisfatti del loro orario di lavoro attuale; e che degli altri, 16 preferirebbero lavorare di pi\u00f9 per guadagnare di pi\u00f9, mentre 47, cio\u00e8 <em>quasi la met\u00e0 del totale<\/em>, preferirebbero lavorare di meno, anche a costo di guadagnare corrispondentemente di meno (<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>). In generale sono, come prevedibile, le donne a manifestare la preferenza pi\u00f9 marcata per una riduzione della settimana lavorativa: per il 65% di esse l\u2019orario ideale sarebbe inferiore a quello effettivamente praticato, a fronte di una \u2011 pur sempre considerevole \u2011 percentuale degli uomini, 35%, che manifestano la stessa aspirazione (<a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a>).<\/p>\n<p>Secondo la medesima fonte comunitaria, coloro che aspirano a lavorare di meno indicano come orario meglio corrispondente alle proprie esigenze un orario inferiore, mediamente, di 2 ore rispetto a quello attualmente praticato (<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>). Poich\u00e9 essi sono quasi la met\u00e0 del totale dei lavoratori dipendenti, se essi potessero essere accontentati si otterrebbe una riduzione dell\u2019orario settimanale medio generale pari approssimativamente a un\u2019ora. Tale riduzione equivarrebbe al 6% del totale delle ore di lavoro subordinato oggi effettivamente svolte nell\u2019Unione europea (<a href=\"#_ftn26\" name=\"_ftnref26\">[26]<\/a>).<\/p>\n<p>Di questa aspirazione diffusa alla riduzione del proprio orario di lavoro abbiamo una immediata evidenza in diverse situazioni specifiche vicine a noi. Ad esempio, in ossequio all\u2019accordo di settore sul lavoro a tempo parziale degli istituti di credito, questi raccolgono e tengono in evidenza numerose richieste di riduzione individuale d\u2019orario presentate dai propri dipendenti, soprattutto donne, che solo in parte vengono accolte (<a href=\"#_ftn27\" name=\"_ftnref27\">[27]<\/a>); allo stesso modo, nelle imprese del settore della grande distribuzione, i cui addetti alla vendita e all\u2019incasso sono prevalentemente donne, si registra solitamente un\u2019alta percentuale di lavoratrici che sarebbero fortemente interessate a un orario di lavoro ridotto, anche con corrispondente riduzione della retribuzione, e la cui aspirazione in tal senso rimane per lo pi\u00f9 insoddisfatta per ragioni organizzative. Analogamente, \u00e8 presumibile \u2011 anche se mancano rilevazioni precise in proposito \u2011 che vi sia una percentuale non irrilevante di lavoratori interessati, offrendosene loro l\u2019occasione, a una sospensione temporanea della propria prestazione lavorativa per uno o pi\u00f9 periodi \u201csabbatici\u201d, anche con corrispondente sospensione totale della retribuzione, per potersi dedicare ad attivit\u00e0 di studio, di riqualificazione professionale, di assistenza a un parente malato, o altro (<a href=\"#_ftn28\" name=\"_ftnref28\">[28]<\/a>).<\/p>\n<p>Tutto induce a pensare, d\u2019altra parte, che per effetto dell\u2019aumento della produttivit\u00e0 del lavoro e della sua redditivit\u00e0 per chi lo presta, combinato con l\u2019accumulo e la diffusione della ricchezza, cos\u00ec come nel corso degli ultimi centoventi anni gli orari di lavoro si sono dimezzati (<a href=\"#_ftn29\" name=\"_ftnref29\">[29]<\/a>), allo stesso modo nel prossimo futuro un numero crescente di lavoratori sia spinto a preferire una riduzione del proprio orario per disporre di maggiore tempo libero. Questa tendenza, che ha carattere epocale, di lungo periodo, \u00e8 per\u00f2 impedita o rallentata da due potenti remore: per un verso dalla difficolt\u00e0 per le imprese di sostituire la minor quantit\u00e0 di lavoro degli attuali occupati con l\u2019assunzione di altri lavoratori (<a href=\"#_ftn30\" name=\"_ftnref30\">[30]<\/a>); per altro verso da una disciplina legislativa e collettiva che esplicitamente o implicitamente privilegia il modello standard del rapporto di lavoro a tempo pieno. Una politica legislativa e sindacale volta ad assecondare la tendenza alla riduzione dei tempi di lavoro deve dunque innanzitutto mirare a porre i lavoratori che cercano lavoro in condizione di sostituire, senza rilevanti perdite di produttivit\u00e0, i lavoratori che intendono ridurre il proprio: \u00e8 questo non soltanto il compito pi\u00f9 urgente, ma anche il pi\u00f9 difficile da assolvere; questa politica deve inoltre tendere a facilitare la modulazione e diversificazione dei tempi di lavoro nelle aziende: favorire, cio\u00e8, lo svilupparsi di un mercato del tempo, endo- ed extra-aziendale, nel quale ogni offerta di lavoro ad orario inferiore rispetto al normale abbia possibilit\u00e0 effettive di incontrarsi convenientemente con una corrispondente domanda.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"32\">\n<li><strong> \u2011 Il grande investimento in capitale umano necessario per rendere fungibili tra loro <em>insiders<\/em> e <em>outsiders<\/em>. Il nuovo livello minimo di alfabetizzazione necessario nel mercato del lavoro<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>L\u2019effetto dell\u2019innovazione tecnologica, fin dagli inizi della rivoluzione industriale, pu\u00f2 essere visto in negativo, come \u201cdistruzione\u201d di posti di lavoro, oppure in positivo, come \u201cliberazione\u201d di lavoro umano. Ma, perch\u00e9 questa seconda visione del fenomeno sia realistica, i lavoratori che la macchina ha \u201cliberato\u201d dal vecchio lavoro devono essere posti in grado di dedicarsi effettivamente a un lavoro nuovo, meno faticoso e pi\u00f9 produttivo.<\/p>\n<p>Ogni tappa dell\u2019innovazione tecnologica impone un innalzamento del livello minimo di alfabetizzazione della forza-lavoro e un mutamento del suo contenuto. Come nella prima rivoluzione industriale le macchine hanno imposto all\u2019operaio di imparare a leggere, scrivere e far di conto per non rimanere ai margini o addirittura essere espulso dal mercato del lavoro, oggi l\u2019automatizzazione del processo produttivo e lo sviluppo di informatica e telematica impongono progressivamente ai lavoratori di imparare a governare il computer e usarlo nelle funzioni pi\u00f9 diverse, a \u201cnavigare\u201d nelle grandi \u201creti\u201d che annullano le distanze, a leggere e parlare le lingue straniere, a comporre agevolmente testi nella propria lingua-madre, a studiare i mercati, a entrare in rapporto e comunicare efficacemente con un grande numero di persone, e cos\u00ec via. Si pu\u00f2 parlare di \u201cfine del lavoro\u201d (<a href=\"#_ftn31\" name=\"_ftnref31\">[31]<\/a>) soltanto se si considera il lavoro umano nella sua configurazione tradizionale e fino a ieri prevalente, cio\u00e8 come manipolazione diretta della materia o lavoro impiegatizio \u201cd\u2019ordine\u201d; ma il lavoro non \u00e8 affatto \u201cfinito\u201d se lo intendiamo nella sua nuova accezione di ricerca, elaborazione e comunicazione di informazioni, per lo pi\u00f9 con mezzi informatici e telematici (<a href=\"#_ftn32\" name=\"_ftnref32\">[32]<\/a>). Questo occorre dunque imparare a fare. Per il lavoratore europeo che sapr\u00e0 compiere questa nuova tappa dell\u2019alfabetizzazione di massa il lavoro non mancher\u00e0, perch\u00e9 la domanda di lavoro qualificato tender\u00e0 presumibilmente a crearsi in corrispondenza con la sua offerta (e su questo terreno, per ora, le macchine e i lavoratori del terzo mondo non possono competere). Dal momento che non c\u2019\u00e8 limite al bisogno di informazione sulle persone e sulle cose, non c\u2019\u00e8 limite neppure all\u2019utilit\u00e0 di lavoratori capaci di raccogliere, elaborare e\/o comunicare le informazioni stesse, a tutti i livelli: capaci, cio\u00e8, di individuare interessi nuovi e nuovi bisogni espressi dalla societ\u00e0 in ogni suo comparto e in ogni sua piega, di mettere in contatto tra loro domande e offerte vecchie e nuove di beni e servizi, di cooperare con altri in ricerche di vasta portata, di analizzare e risolvere problemi, di insegnare queste cose a terzi, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Si pensi \u2011 per fare soltanto qualche esempio \u2011 ai campi sterminati che possono aprirsi al lavoro umano nei settori del <em>marketing<\/em> specializzato, dell\u2019informatizzazione della vita quotidiana con relativa assistenza ai privati, dell\u2019individuazione dei bisogni di assistenza sociale qualificata, della programmazione e attivazione dei servizi idonei a soddisfare quei bisogni, della prevenzione della criminalit\u00e0, della protezione dell\u2019ambiente, della rilevazione e governo razionale dei flussi di persone e veicoli nelle aree urbane, della ricerca econometrica sui comportamenti delle persone, della ricerca medico-epidemiologica per l\u2019individuazione delle cause delle grandi malattie di cui ancora si sa troppo poco: tutti settori nei quali chiunque abbia una buona istruzione di base e sia adeguatamente addestrato pu\u00f2 essere utilmente inserito, in posizione subordinata o autonoma, in <em>\u00e9quipes<\/em> di lavoro e ricerca. Chi sar\u00e0 in grado di offrire il proprio lavoro qualificato in questi settori, come in molti altri analoghi, sar\u00e0 per lo pi\u00f9 fonte di maggiore ricchezza per tutti senza portare via lavoro ad altri; e anche dove le occasioni di lavoro resteranno limitate, egli sar\u00e0 comunque in grado di competere con gli altri lavoratori, di \u201cspartirsi la torta\u201d con loro, o di sostituirli dove essi siano propensi a ridurre il proprio impegno lavorativo. Chi invece non raggiunger\u00e0 il nuovo livello minimo di alfabetizzazione \u00e8 destinato a vedersi prima o poi sostituito nel proprio posto di lavoro da una macchina o da un <em>routine worker<\/em> dei Paesi in via di sviluppo; e nella maggior parte dei casi sar\u00e0 prima o poi condannato a scegliere tra la disoccupazione e l\u2019occupazione nel settore dei <em>bad jobs<\/em>, dei servizi alla persona dequalificati e mal retribuiti.<\/p>\n<p>Il problema della disoccupazione oggi sta soprattutto qui. Ed \u00e8, a ben vedere, la manifestazione particolare di un problema pi\u00f9 generale: ogni aumento dell\u2019efficienza potenziale dell\u2019attivit\u00e0 umana porta sempre con s\u00e9 un aumento delle potenziali disparit\u00e0 di ricchezza o potere tra gli uomini, poich\u00e9 alcuni di essi sono pi\u00f9 pronti degli altri ad avvalersene. Questo pu\u00f2 forse spiegare perch\u00e9 una forte tensione morale verso l\u2019uguaglianza spinga sovente la parte pi\u00f9 impegnata della sinistra e del movimento sindacale a diffidare \u2011 pi\u00f9 o meno consapevolmente \u2011 dei processi di innovazione nell\u2019organizzazione produttiva, quindi ad assumere atteggiamenti sostanzialmente conservatori di fronte a tali processi. Ma la grande battaglia per l\u2019uguaglianza tra le persone, per l\u2019equa distribuzione delle ricchezze e dei poteri, non si combatte efficacemente frenando quei processi, bens\u00ec aiutando coloro che sono meno pronti ad acquisire le capacit\u00e0 necessarie per parteciparvi: occorre prenderli per mano uno per uno, studiarne gli specifici problemi personali e aiutarli a superarli offrendone loro concretamente i mezzi.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un problema da poco: si tratta di compiere un grande investimento di risorse per valorizzare il capitale umano di quei milioni di persone che oggi rischiano di rimanere tagliate fuori dal godimento dei colossali vantaggi dell\u2019innovazione tecnologica e della globalizzazione del sistema economico (<a href=\"#_ftn33\" name=\"_ftnref33\">[33]<\/a>). La societ\u00e0 \u00e8 obbligata a compiere questo investimento dal dovere costituzionale di solidariet\u00e0 verso queste persone, che impone di assicurare loro condizioni di uguaglianza effettiva rispetto a chi riesce a farcela da solo; ma ha anche interesse a compierlo, perch\u00e9 \u00e8 un investimento redditizio per tutti, moltiplicatore della ricchezza di tutti.<\/p>\n<p>In che cosa concretamente questo investimento debba consistere, si \u00e8 visto nei primi due capitoli: i pi\u00f9 deboli nel mercato del lavoro difettano essenzialmente dell\u2019informazione precisa sugli sbocchi occupazionali possibili e i relativi requisiti professionali, della mobilit\u00e0 e soprattutto della formazione professionale necessarie per concorrervi. Quello di cui c\u2019\u00e8 bisogno \u00e8 dunque essenzialmente la costruzione di quel grande sistema di servizi di informazione (informazione che dovr\u00e0 essere resa disponibile attraverso canali tanto pi\u00f9 capillari e raffinati, quanto pi\u00f9 si dar\u00e0 spazio alla \u201cpersonalizzazione\u201d dell\u2019offerta e della domanda di lavoro e in particolare dei tempi di lavoro) (<a href=\"#_ftn34\" name=\"_ftnref34\">[34]<\/a>), mobilit\u00e0 e soprattutto formazione e riqualificazione professionale mirate, di cui gi\u00e0 abbiamo parlato all\u2019inizio; ma anche un forte impegno per il miglioramento del sistema scolastico (con inversione della tendenza degli ultimi due decenni a un suo progressivo degrado), l\u2019elevazione del limite dell\u2019obbligo (la licenza media inferiore oggi non basta per evitare l\u2019emarginazione nel mercato del lavoro), l\u2019attuazione piena della garanzia costituzionale dell\u2019accessibilit\u00e0 dell\u2019istruzione superiore per tutti. Senza questo grande investimento, nessuna politica di redistribuzione dell\u2019occupazione pu\u00f2 avere speranza di successo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"33\">\n<li><strong> \u2011 Il ruolo della legge e della contrattazione collettiva per il potenziamento del mercato del tempo di lavoro<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Assicurata la massima possibile fungibilit\u00e0 tra <em>outsiders <\/em>e <em>insiders<\/em>, non \u00e8 tuttavia ancora con l\u2019imposizione di un modello di organizzazione del lavoro basato su di un orario normale ridotto rispetto a quello attuale, come abbiamo visto (<a href=\"#_ftn35\" name=\"_ftnref35\">[35]<\/a>), che si pu\u00f2 perseguire efficacemente l\u2019obbiettivo della redistribuzione delle occasioni di lavoro; pu\u00f2 invece produrre risultati rilevanti l\u2019eliminazione delle irrazionalit\u00e0 della disciplina legislativa e collettiva che sono di ostacolo al <em>part-time<\/em> e allo <em>short full time<\/em>, impedendoli o rendendoli pi\u00f9 costosi rispetto al <em>full time<\/em> (<a href=\"#_ftn36\" name=\"_ftnref36\">[36]<\/a>).<\/p>\n<p>Una politica tendente a favorire la riduzione spontanea degli orari di lavoro implica inoltre che, in materia di lavoro a orario ridotto, l\u2019autonomia collettiva sappia autolimitarsi in favore dell\u2019autonomia individuale: se ciascun singolo lavoratore deve essere lasciato libero di perseguire l\u2019estensione temporale ottimale (per lui) del suo impegno lavorativo, al di sotto dell\u2019orario massimo, perdono ogni apprezzabile ruolo le clausole collettive \u2011 pur esplicitamente previste dalla legge (<a href=\"#_ftn37\" name=\"_ftnref37\">[37]<\/a>) e ancor oggi alquanto diffuse nella contrattazione di settore e aziendale \u2011 di \u201ccontingentamento\u201d e regolamentazione rigida del part-time. Tali clausole risalgono, per lo pi\u00f9, a un\u2019epoca nella quale, superato il tab\u00f9 del riconoscimento legislativo del part-time, permaneva tuttavia ancora nel movimento sindacale un atteggiamento di diffidenza nei confronti della negoziazione individuale del tempo di lavoro al di sotto dell\u2019orario normale: quello per cui anche il lavoro a orario ridotto doveva essere ricondotto a un suo modello standard, negoziato dal sindacato (<a href=\"#_ftn38\" name=\"_ftnref38\">[38]<\/a>). \u00c9 ben vero che i contratti nazionali oggi per lo pi\u00f9 prevedono espressamente la derogabilit\u00e0 del modello mediante apposito accordo aziendale; ma non si vede per quale motivo, che non sia quello di una (non completamente superata) diffidenza di fondo del sindacato nei confronti della negoziazione individuale della durata della prestazione al di sotto del limite di orario normale, l\u2019autonomia dei singoli lavoratori in questo campo debba essere sottoposta al \u201cprotettorato\u201d dell\u2019autonomia collettiva, e la riduzione d\u2019orario spontanea debba essere assoggettata all\u2019\u201cautorizzazione\u201ddel sindacato in azienda (<a href=\"#_ftn39\" name=\"_ftnref39\">[39]<\/a>).<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 non significa che la contrattazione collettiva non abbia un proprio ruolo specifico in materia di lavoro a orario ridotto: su questo terreno si aprono, anzi, larghi spazi di intervento per un sindacato che si proponga di negoziare con gli imprenditori misure idonee a promuovere l\u2019adattamento dell\u2019orario di lavoro alle esigenze dei singoli lavoratori. Ad esempio, in tutte le aziende in cui si rilevi un numero consistente di lavoratori che desiderano una riduzione del proprio orario di lavoro, il sindacato potrebbe prendere l\u2019iniziativa di rivendicare tale riduzione per ottenere sul piano della contrattazione collettiva ci\u00f2 che il singolo lavoratore non riesce a ottenere sul piano della contrattazione individuale, negoziando allo stesso tempo le modifiche organizzative e le iniziative di formazione <em>on the job<\/em> necessarie affinch\u00e9 l\u2019azienda possa sopperire alla riduzione di orario di una parte dei vecchi dipendenti con l\u2019assunzione, a orario pieno o ridotto, di nuovi lavoratori. E non sarebbe, a mio avviso, irrazionale, che un processo di questo genere venisse in qualche misura incentivato dall\u2019ordinamento statale (<a href=\"#_ftn40\" name=\"_ftnref40\">[40]<\/a>), al fine di compensare i maggiori costi organizzativi che ne conseguono per le imprese e stimolare il superamento delle remore di natura culturale in seno al <em>management<\/em>, ma soprattutto di \u201clanciare un messaggio\u201d a tutte le parti interessate: non un vincolo, ma una raccomandazione accompagnata da alcune misure concrete di incentivazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"34\">\n<li><strong> \u2011 L\u2019utilit\u00e0 dei contratti di solidariet\u00e0 e i suoi limiti<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Una situazione particolare, nella quale la scelta della riduzione d\u2019orario negoziata in sede collettiva aziendale \u00e8 stata sperimentata con qualche successo, \u00e8 quella della crisi occupazionale cui pu\u00f2 farsi fronte, almeno temporaneamente, con una riduzione d\u2019orario per tutti i lavoratori di una unit\u00e0 produttiva o reparto, invece che con l\u2019espulsione di una parte di essi (c.d. contratto di solidariet\u00e0, introdotto nell\u2019ordinamento italiano, sulla scorta delle precedenti esperienze francese e britannica, dagli artt. 1 e 2 della legge n. 863\/1984). Fra i pregi di questa soluzione, oltre a quello principale di consentire una soluzione non traumatica delle crisi aziendali, vi \u00e8 anche quello secondario ma non disprezzabile di diffondere la pratica del part-time, favorendo l\u2019affermarsi di una cultura della modulazione del tempo di lavoro.<\/p>\n<p>La grande proliferazione dei contratti di solidariet\u00e0 determinatasi negli anni 1993 e 1994 in conseguenza degli incentivi economici disposti dalla legge n. 236\/1993 non deve per\u00f2 far pensare che sia possibile generalizzare questa esperienza: il contratto di solidariet\u00e0 \u00e8 sostanzialmente \u2011 ed \u00e8 inevitabile che resti \u2011 un caso particolare di intervento della Cassa integrazione guadagni, cio\u00e8 una misura di carattere temporaneo, un \u201cammortizzatore\u201d. Non \u00e8 pensabile che lo Stato o il sistema previdenziale si facciano carico a tempo indeterminato del pagamento delle retribuzioni corrispondenti a lavoro non effettivamente svolto; e ancor meno questo sarebbe pensabile se il campo di applicazione dello schema venisse esteso a situazioni diverse da quelle di crisi occupazionale congiunturale.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, se il contratto di solidarient\u00e0 non fosse assistito da un congruo intervento esterno di integrazione retributiva, tornerebbero ad assumere rilievo preclusivo le considerazioni svolte sopra a proposito della incoercibilit\u00e0 dell\u2019aspirazione dei lavoratori pi\u00f9 produttivi, e pi\u00f9 forti nel mercato, a lavorare di pi\u00f9 per guadagnare di pi\u00f9: in qualsiasi azienda in cui venisse imposta stabilmente una riduzione di orario con corrispondente riduzione delle retribuzioni si assisterebbe \u2011 e del resto si assiste sovente, pur in presenza dell\u2019intervento della Cassa integrazione guadagni \u2011 alla progressiva fuga dei lavoratori migliori, o comunque pi\u00f9 interessati a massimizzare il proprio reddito, verso aziende e\/o forme di rapporto capaci di valorizzarne meglio le capacit\u00e0. Prova ne siano la scarsissima fortuna dei contratti di solidariet\u00e0 prima dell\u2019intervento legislativo del 1993 volto a incentivarli e il brusco calo di popolarit\u00e0 degli stessi dopo il 1995, quando gli incentivi hanno cessato di operare o sono stati drasticamente ridotti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"35\">\n<li><strong> \u2011 Una legge che non imponga un modello di organizzazione del tempo di lavoro, ma detti la disciplina-quadro per la sua negoziazione al livello collettivo e individuale<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Tramontata definitivamente l\u2019epoca in cui il tempo di lavoro poteva essere considerato soltanto come misura della quantit\u00e0 del lavoro prestato, oggi esso assume rilievo giuridico anche e sempre di pi\u00f9 come dato \u2011 per cos\u00ec dire \u2011 qualitativo della prestazione lavorativa, cio\u00e8 come dato inerente alla sua collocazione nell\u2019arco della giornata, settimana o anno, alla sua eventuale elasticit\u00e0 (variabilit\u00e0 dell\u2019estensione) o flessibilit\u00e0 (variabilit\u00e0 della collocazione temporale). E in questa sua diversa connotazione il tempo di lavoro assume rilievo non soltanto in funzione delle esigenze dell\u2019impresa, bens\u00ec anche in funzione delle esigenze personali e familiari del lavoratore: distribuzione, flessibilit\u00e0 ed elasticit\u00e0 della prestazione costituiscono oggi altrettante qualit\u00e0 del lavoro, il cui valore muta non soltanto per ciascun datore, ma anche per ciascun prestatore di lavoro.<\/p>\n<p>La materia dell\u2019orario di lavoro, dunque, \u00e8 oggi assai pi\u00f9 vasta e articolata di quanto non fosse in passato. Il problema che si pone al legislatore non \u00e8 pi\u00f9 soltanto, e neppure principalmente, quello del limite di estensione della prestazione lavorativa \u2011 per il quale la soluzione pi\u00f9 logica ed elegante mi sembra quella della pura e semplice recezione della regola posta dalla direttiva comunitaria n. 104\/1993 (<a href=\"#_ftn41\" name=\"_ftnref41\">[41]<\/a>) \u2011, bens\u00ec quello di stabilire regole minime di tutela (ancora una volta: una \u201crete di sicurezza\u201d) nell\u2019ambito delle quali deve svilupparsi la contrattazione collettiva e individuale degli aspetti diversi del tempo della prestazione, quali la sua distribuzione nella giornata, nella settimana e nell\u2019anno, la sua flessibilit\u00e0 o elasticit\u00e0 nell\u2019interes\u00adse del datore di lavoro, la sua flessibilit\u00e0 o elasticit\u00e0 nell\u2019interesse del lavoratore. E se fino a ieri la legge si \u00e8 limitata a rispecchiare un modello dominante relativamente rigido di organizzazione del tempo di lavoro, oggi invece la tecnica dell\u2019imposizione del modello standard deve cedere il passo a tecniche di tutela legislativa differenti, capaci di far salvi i necessari spazi di diversificazione della disciplina dell\u2019orario ad opera della negoziazione, collettiva e individua\u00adle\u00a0(<a href=\"#_ftn42\" name=\"_ftnref42\">[42]<\/a>).<\/p>\n<p>La variabilit\u00e0 dell\u2019estensione (elasticit\u00e0) o della collocazione (flessibilit\u00e0) temporale della prestazione nell\u2019interesse del datore di lavoro costituisce una \u201cqualit\u00e0\u201d aggiuntiva della prestazione stessa, a cui corrisponde un sacrificio per il lavoratore in termini di minore programmabilit\u00e0 dell\u2019utilizzazione del suo tempo libero. \u00c9 giusto, dunque, e in qualche misura anche costituzionalmente necessario (art. 36 Cost.), che ad essa corrisponda una congrua maggiorazione retributiva. La generalizzazione di un siffatto principio pu\u00f2 forse contribuire al superamento delle resistenze di parte sindacale allo sviluppo nell\u2019area del lavoro subordinato di quel \u201cmercato della flessibilit\u00e0 ed elasticit\u00e0\u201d, che vede oggi un numero crescente di lavoratori disponibili a offrire la variabilit\u00e0 della prestazione in relazione alle mutevoli esigenze dell\u2019im\u00adpresa, sovente indotti dalla rigidit\u00e0 dei modelli collettivi a trasferire la loro offerta nell\u2019area del lavoro autonomo o in quella del lavoro irregolare. Entro il limite massimo di orario fissato dalla legge o dal contratto collettivo, la pattuizione della variabilit\u00e0 in funzione di determinate esigenze aziendali dovrebbe essere ammessa a condizione che essa sia specificamente e adeguatamente remunerata in aggiunta alla retribuzione normale: quanto maggiori sono i margini di variabilit\u00e0, tanto maggiore deve essere la relativa retribuzione differenziale (<a href=\"#_ftn43\" name=\"_ftnref43\">[43]<\/a>).<\/p>\n<p>Uno spazio non inferiore rispetto a quello che viene lasciato aperto alla negoziazione collettiva o individuale della variabilit\u00e0 del tempo di lavoro nell\u2019interesse dell\u2019imprenditore deve essere lasciato aperto e consolidato dalla legge per le svariate forme di variabilit\u00e0 nell\u2019inte\u00adresse del lavoratore. Mi riferisco soprattutto alle nuove forme di organizzazione dell\u2019orario di lavoro che vanno sotto il nome di <em>flexi-time<\/em>, caratterizzate dalla facolt\u00e0 del lavoratore di variare liberamente, entro limiti predeterminati, la distribuzione del proprio orario nell\u2019arco della giornata, della settimana o del mese: una forma di organizzazione del tempo di lavoro che sta avendo una notevolissima diffusione nel lavoro impiegatizio (<a href=\"#_ftn44\" name=\"_ftnref44\">[44]<\/a>); e al <em>job sharing<\/em> o \u201clavoro gemellato\u201d, che consiste nella contitolarit\u00e0 solidale dell\u2019obbligazione di lavoro in capo a due persone, libere di distribuirsi tra di loro il relativo carico. Quest\u2019ultima \u00e8 la forma di organizzazione del tempo di lavoro che meglio coniuga una amplissima libert\u00e0 di autodeterminazione del tempo di lavoro dei due <em>partners <\/em>lavoratori con la massima garanzia per l\u2019imprenditore di continuit\u00e0 della copertura del posto (poich\u00e9 solo in caso di contemporaneo impedimento dei due <em>partners<\/em> la prestazione resta sospesa) e persino con un elemento rilevantissimo di possibile elasticit\u00e0 della prestazione stessa nell\u2019interesse dell\u2019imprenditore: con il consenso dei due <em>partners<\/em>, nei periodi di punta essi possono trasformarsi entrambi in lavoratori a tempo pieno (<a href=\"#_ftn45\" name=\"_ftnref45\">[45]<\/a>).<\/p>\n<p>La legge potrebbe infine \u2011 per la valorizzazione del c.d. \u201ctempo di cura\u201d e in generale per la promozione del \u201cvalore d\u2019uso\u201d del tempo degli individui in alternativa al suo \u201cvalore di scambio\u201d (<a href=\"#_ftn46\" name=\"_ftnref46\">[46]<\/a>) \u2011 istituire degli incentivi economici per favorire la concessione da parte delle imprese ai propri dipendenti di periodi di aspettativa non retribuita, per necessit\u00e0 di cura di parenti invalidi o gravemente malati o per altre esigenze personali (istruzione, riqualificazione professionale, viaggi, o diverse esigenze straordinarie) con assunzione sostitutiva di altro lavoratore a termine (<a href=\"#_ftn47\" name=\"_ftnref47\">[47]<\/a>). Il costo per l\u2019Erario di questi incentivi potrebbe essere compensato dal risparmio che ne consegue nella spesa per i trattamenti di disoccupazione o comunque dagli effetti benefici dell\u2019aumento di una domanda di lavoro a tempo determinato per la riduzione dei tempi di ricerca della prima occupazione da parte dei pi\u00f9 giovani.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol start=\"36\">\n<li><strong> \u2011 Il lavoro domenicale, il lavoro notturno e la tutela del \u201ctempo libero qualificato\u201d: un valore da difendere, ma non un valore assoluto<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Il tempo libero \u00e8 quasi sempre un bene per il lavoratore; ma il suo valore pu\u00f2 variare, e molto, a seconda della sua collocazione nell\u2019arco della giornata, della settimana o dell\u2019anno. Essere liberi dal lavoro la sera e la notte significa sempre poter vegliare con il sole e dormire col buio, come natura vuole, e pu\u00f2 nella maggior parte dei casi significare avere ogni giorno un po\u2019 di tempo da dedicare al proprio coniuge o ai propri figli; essere liberi dal lavoro di domenica significa godere del riposo settimanale nel giorno in cui anche la grande maggioranza degli altri individui ne godono, quindi poter fare una gita con i propri familiari o amici, poter andare alla partita, o comunque potersi incontrare pi\u00f9 facilmente con coloro con cui si intrattengono rapporti diversi da quelli di lavoro. Inoltre il tempo libero ha maggior valore per il lavoratore se risponde a un ritmo giornaliero e settimanale regolare, che consente all\u2019organismo di riposarsi meglio e consente una migliore e pi\u00f9 facile programmazione delle attivit\u00e0 non lavorative.<\/p>\n<p>Anche la collettivit\u00e0 nel suo insieme trae beneficio dal fatto che ci sia un giorno della settimana prevalentemente dedicato al riposo: un giorno in cui tace il frastuono dell\u2019attivit\u00e0 produttiva e si celebra il rito collettivo del riposo, dell\u2019ascolto del proprio prossimo, della parola di Dio (<em>shem\u00e0 Israel!<\/em>), di se stessi. Una societ\u00e0 in cui tutti i giorni della settimana fossero uguali, essendo del tutto casuale la scelta del giorno del riposo da parte dei lavoratori, sarebbe forse pi\u00f9 capace di produrre beni di consumo, ma sarebbe certamente un po\u2019 pi\u00f9 infelice, triste e noiosa.<\/p>\n<p>\u00c9 dunque giusto e razionale che l\u2019ordinamento si curi di tutelare il c.d. \u201ctempo libero qualificato\u201d: di favorire, cio\u00e8, la regolare periodicit\u00e0 e la collocazione del riposo dei lavoratori nelle ore notturne e nella giornata che secondo le nostre tradizioni culturali e religiose al riposo \u00e8 dedicata: la domenica, appunto. Ma non \u00e8 esattamente questo che la legge italiana attuale dispone. Mentre per il lavoro notturno e a turni essa non pone alcuna regola di carattere generale, in riferimento al lavoro domenicale la regola generale \u00e8 invece il divieto, addirittura penalmente sanzionato, salva una serie di casi specificamente previsti dalla legge del 1934 che disciplina la materia.<\/p>\n<p>Sono, a mio avviso, due eccessi di segno opposto: se per quel che riguarda il lavoro notturno e a turni avvicendati l\u2019ordinamento non pu\u00f2 disinteressarsi totalmente del sacrificio differenziale che ne consegue per il lavoratore, il regime del divieto penale del lavoro domenicale, temperato da specifiche eccezioni, appare per molti aspetti irrazionale, risultando la casistica legislativa (oltretutto vecchia di oltre sessant\u2019anni) di volta in volta troppo restrittiva rispetto alle esigenze aziendali obiettive, oppure illogicamente permissiva (<a href=\"#_ftn48\" name=\"_ftnref48\">[48]<\/a>).<\/p>\n<p>Il difetto sta, a mio avviso, nella tecnica normativa adottata: quella del divieto con eccezioni, ovvero del \u201ctutto o niente\u201d, che fa, contraddittoriamente, del riposo domenicale un valore <em>assoluto <\/em>nella generalit\u00e0 dei casi e un <em>non valore<\/em> l\u00e0 dove il divieto non si applica, dove quindi il \u201ctempo libero qualificato\u201d del lavoratore non \u00e8 in alcun modo tutelato. In un ordinamento statale, e pertanto laico, il riposo domenicale deve essere considerato, tutt\u2019al contrario, come un valore <em>relativo<\/em> (<a href=\"#_ftn49\" name=\"_ftnref49\">[49]<\/a>): un valore che pu\u00f2 cedere, dunque, di fronte a obbiettive e rilevanti esigenze aziendali o pubbliche; ma un valore cui corrisponde un interesse meritevole di tutela di tutti i lavoratori e non soltanto della maggior parte di essi. La tecnica normativa pi\u00f9 adeguata non \u00e8 dunque quella del \u201ctutto o niente\u201d, bens\u00ec quella dell\u2019imposizione di una consistente maggiorazione retributiva \u2011 pari, ad esempio, al 50% della retribuzione globale normale \u2011 che, per un verso, costituisca una sorta di \u201cfiltro automatico\u201d delle esigenze pubbliche o aziendali (solo se esse superano una certa soglia di importanza esse indurranno l\u2019imprenditore o ente pubblico ad addossarsi il costo corrispondentemente maggiore per una prestazione lavorativa in s\u00e9 identica a quella svolta dallo stesso lavoratore negli altri giorni della settimana), per altro verso assicuri al lavoratore in ogni caso un compenso adeguato per il maggior sacrificio insito nel lavoro domenicale (<a href=\"#_ftn50\" name=\"_ftnref50\">[50]<\/a>).<\/p>\n<p>In questa materia \u2011 cos\u00ec come in altre, anche di maggiore rilievo (<a href=\"#_ftn51\" name=\"_ftnref51\">[51]<\/a>) \u2011 la tecnica dell\u2019imposizione di una congrua compensazione monetaria (la cui funzione di \u201cfiltro automatico\u201d pu\u00f2 essere accentuata dalla sua coniugazione con l\u2019imposizione di un contributo previdenziale addizionale) appare pi\u00f9 efficiente delle tecniche del divieto con eccezioni rigidamente predeterminate o del regime di autorizzazione amministrativa, poich\u00e9 consente una auto-selezione precisa degli interessi non soltanto dal lato della domanda di lavoro domenicale, escludendo automaticamente le esigenze di minore rilievo, ma anche dal lato dell\u2019offerta: il diritto alla compensazione monetaria potrebbe infatti indurre a candidarsi per il lavoro domenicale, anche in settori dove questo \u00e8 oggi drasticamente vietato, i singoli lavoratori per i quali esso comporta in concreto un sacrificio relativamente minore rispetto alla media (si pensi al caso dei giovani studenti per i quali i cosiddetti \u201ccontratti <em>week-end<\/em>\u201d possono costituire una buona occasione di intreccio tra tempo di studio e tempo di lavoro).<\/p>\n<p>Un discorso in tutto e per tutto analogo vale per il lavoro notturno e per il lavoro a turni avvicendati, che comportano per quasi tutti i lavoratori, uomini e donne (<a href=\"#_ftn52\" name=\"_ftnref52\">[52]<\/a>), un sacrificio ben maggiore rispetto al lavoro prestato quotidianamente nello stesso orario e di giorno, ma che non per questo sarebbe opportuno assoggettare per legge \u2011 tranne che per categorie di lavoratori meritevoli di particolare e rigida tutela, come i minori \u2011 a un regime di divieto, sia pur temperato da eccezioni rigidamente predeterminate, o a un regime di autorizzazioni discrezionalmente rilasciate da autorit\u00e0 amministrative.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\"><\/a>([1]) Parla in proposito di una \u201cfavolosa buona novella\u201d anche G. Aznar, <em>Travailler moins pour travailler tous. 20 propositions<\/em>, Paris, Syros, 1993 (tr. it.: <em>Lavorare meno per lavorare tutti. Venti proposte<\/em>), Torino, Bollati Boringhieri, 1994), in continuit\u00e0 ideale con il discorso di A. Gorz, <em>M\u00e9tamorphoses du travail. Que^te du sens. Critique de la raison \u00e9conomique<\/em>, Paris, Galil\u00e9, 1988 (tr. it.: <em>Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica<\/em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1992) sulla necessit\u00e0 di un passaggio epocale dall\u2019intrinseca irrazionalit\u00e0 della \u201cmodernizzazione\u201d, ovvero di una rivoluzione tecnologica non governata dalla politica, alla razionalit\u00e0 della \u201csociet\u00e0 del tampo libero\u201d per tutti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\"><\/a>([2]) Traggo il dato da P. Ormerod, <em>Unemployment: A Distributional Phenomenon<\/em>, comunicazione al convegno promosso dallo European University Institute di Firenze su <em>Unemployment and Policies Towards It<\/em>, aprile 1996, p. 13 del dattiloscritto.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><\/a>([3]) Cfr. D. De Masi, <em>Sviluppo senza lavoro<\/em>, Roma, Ed. lavoro, 1994: \u201cnell\u2019Atene di Pericle ogni greco libero disponeva mediamente di otto schiavi che gli permettevano di non lavorare dedicando il proprio tempo alla politica, alla poesia, all\u2019amore e all\u2019introspezione; nell\u2019America di Clinton ogni cittadino dispone di elettrodomestici pari, per capacit\u00e0 produttiva, a quella di 33 schiavi, eppure soffre di stress o perch\u00e9 sovroccupato nel lavoro o perch\u00e9 disoccupato\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\"><\/a>([4]) Cfr. per tutti R. Reich, <em>The Work of Nations<\/em>, New York, Vintage, 1992: \u201cLa barca che trasporta i lavoratori dequalificati (<em>routine producers<\/em>) sta affondando rapidamente\u201d (p. 209; tr. mia).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\"><\/a>([5]) Secondo i dati proposti da J. Rifkin (<em>La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l\u2019avvento dell\u2019era post-mercato<\/em>, Milano, Baldini &amp; Castoldi, 1995, pp. 269 &#8211; 294, partic. pp. 283 &#8211; 287: dati riferiti alla situazione degli Stati Uniti, dove assai pi\u00f9 che in Europa si fa affidamento sulla capacit\u00e0 del mercato del lavoro di risolvere da solo automaticamente i propri problemi), solo il 20% della forza-lavoro nordamericana, costituito dai <em>knowledge workers<\/em>, \u00e8 riuscito a trarre vantaggio dal nuovo mercato del lavoro e ha visto nell\u2019ultimo decennio il proprio reddito crescere in termini reali, mentre il restante 80% \u00e8 stato impoverito dall\u2019innovazione tecnologica.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\"><\/a>([6]) Cfr. R. Reich, <em>The Work of Nations<\/em>, cit., il quale sottolinea peraltro come gli \u201cin-person servers\u201d siano, s\u00ec, protetti dagli effetti dell\u2019innovazione tecnologica e da quelli della competizione planetaria, per la particolare natura del servizio che essi offrono, ma soffrano e siano destinati a soffrire sempre di pi\u00f9 la concorrenza dei lavoratori dequalificati espulsi dal sistema delle imprese (p. 215).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\"><\/a>([7]) Per una esposizione critica della disciplina legislativa della materia e delle esperienze effettivamente svolte v. A. Tursi, <em>I lavori socialmente utili come misura di <\/em>workfare, in <em>Riv. it. dir. lav.<\/em>, 1995, I, pp. 361 &#8211; 391; ivi gli ulteriori riferimenti. Una forte opzione per una politica di attivazione stabile di \u201clavori concreti\u201d, produttivi di valori d\u2019uso invece che di \u201cvalore di scambio\u201d \u00e8 auspicata da G. Lunghini, <em>Valore di scambio e valori d\u2019uso. Disoccupazione e nuovi valori<\/em>, in Aa.Vv., <em>Il giusto lavoro per un mondo giusto. Dalle 35 ore alla qualit\u00e0 del tempo di vita<\/em>, Milano, Ed. Punto Rosso, 1995, pp. 97 &#8211; 107.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\"><\/a>([8]) V. ultimamente il <em>Documento congressuale<\/em> elaborato in preparazione del XIII congresso nazionale della Cgil (in <em>Rass. sind.<\/em>, 1996, n. 2, suppl.), \u00a7 3.3, intitolato: \u201cCreare lavoro, per i lavori fuori mercato, per la natura e la persona\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\"><\/a>([9]) Sugli effetti della disciplina limitativa dei licenziamenti oggi vigente in Italia e su di una possibile sua riforma v. il capitolo successivo.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\"><\/a>([10]) V. in proposito, tra i contributi pi\u00f9 interessanti sul piano politico-sindacale, quelli raccolti nel convegno svoltosi a Milano nel luglio 1995 per iniziativa dei parlamentari europei di Rifondazione comunista, ora in Aa.Vv., <em>Il giusto lavoro per un mondo giusto. Dalle 35 ore alla qualit\u00e0 del tempo di vita<\/em>, cit. La \u201clinea\u201d della riduzione progressiva dell\u2019orario normale massimo di lavoro a 35 ore e 32 nelle lavorazioni a ciclo continuo \u00e8 stata formalmente fatta propria nel gennaio 1996 dal Comitato direttivo nazionale della Cgil nel <em>Documento congressuale<\/em> elaborato in preparazione del XIII congresso nazionale (cit.), \u00a7 3.2, intitolato \u201cLa riduzione dell\u2019orario a parit\u00e0 di salario\u201d. In proposito v. anche l\u2019intervista a S. Cofferati, <em>Pi\u00f9 decisi sull\u2019orario. Una \u201cvertenzialit\u00e0 generale\u201d per arrivare alle 35 ore<\/em>, in <em>Orari di fine millennio<\/em>, suppl. di <em>Rass. sind.<\/em>, 1996, n. 14, p. 4, dove viene precisato l\u2019obbiettivo del limite generalizzato di 35 ore entro il prossimo decennio, peraltro condizionato a una \u201comogeneit\u00e0 di prassi rivendicativa\u201d su scala europea. Ma questa linea stenta a raccogliere pieno consenso nei luoghi di lavoro e tra gli stessi dirigenti sindacali.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\"><\/a>([11]) V. la proposta di G. Aznar (<em>Lavorare meno per lavorare tutti. Venti proposte<\/em>, cit., partic. pp. 183 &#8211; 200), che prevede sostanzialmente l\u2019utilizzazione del prelievo fiscale sui redditi di lavoro a tempo pieno per l\u2019istituzione di un \u201csecondo assegno\u201d, da corrispondersi a chi lavora a tempo parziale, al fine di consentirgli di dedicarsi a una attivit\u00e0 produttiva di servizi utili ma \u201cfuori mercato\u201d, cio\u00e8 produttiva di valore d\u2019uso ma non di valore di scambio. Per questo aspetto la proposta di A. si ricollega sostanzialmente \u2011 ancorch\u00e9 non esplicitamente \u2011 per un verso al progetto svedese <em>Time to care<\/em> dei primi anni \u201880, finalizzato peraltro alla valorizzazione del volontariato piuttosto che all\u2019incentivazione della riduzione dei tempi di lavoro \u201cin mercato\u201d (sul quale v. la raccolta di scritti curata da L. Balbo, <em>Time to Care. Politiche del tempo e diritti quotidiani<\/em>, Milano, Angeli, 1987), per altro verso all\u2019idea di J.E. Meade del \u201creddito di base\u201d o \u201cassegno di cittadinanza\u201d fisso, sostitutivo di ogni altra forma di assistenza, da erogarsi a ogni cittadino per la migliore coniugazione della sicurezza sociale con l\u2019economia di mercato e la massima flessibilizzazione delle retribuzioni (v. in proposito di questo A. <em>Libert\u00e0, eguaglianza ed efficienza<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1995).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\"><\/a>([12]) \u00c9 la tesi essenziale del libro sopra pi\u00f9 volte citato del ministro del lavoro del Governo Clinton, R. Reich, <em>The Work of Nations<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\"><\/a>([13]) Nel cap. II.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\"><\/a>([14]) K. Marx, <em>Salario, prezzo e profitto<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\"><\/a>([15]) Su questo aspetto del problema v. ultimamente P. Salin, <em>The illusion of reducing working time<\/em>, comunicazione al convegno su <em>Unemployment and Policies Towards It<\/em>, cit.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\"><\/a>([16]) Dati Inps 1993: sul totale di poco pi\u00f9 di 9 milioni di lavoratori regolarmente iscritti all\u2019assicurazione obbligatoria, 5.577.505, pari al 61,7%, lavorano in aziende con meno di 100 dipendenti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\"><\/a>([17]) Il rischio che gli effetti di redistribuzione dell\u2019occupazione potenzialmente derivanti dalla riduzione autoritativa degli orari siano compressi o annullati dalla facilit\u00e0 di accordo tra imprese e lavoratori per lo svolgimento di lavoro straordinario \u00e8 particolarmente sottolineato da J.D. Whitley e R.A. Wilson, <em>The impact on employment of a reduction in the length of the working week<\/em>, in <em>Cambridge Journal of Economics<\/em>, 1986, n. 10, pp. 43 &#8211; 59; nello stesso senso ultimamente M.J. Andrews e R. Simmons, <em>Friday may never be the same again. Some results on work sharing from union-firm bargaining models<\/em>, comunicazione al convegno promosso dallo European University Institute di Firenze su <em>Unemployment and Policies Towards It<\/em>, aprile 1996; ivi i riferimenti alla letteratura economica precedente in argomento. Il rischio che la riduzione d\u2019orario porti con s\u00e9 soprattutto aumento del lavoro straordinario e del \u201clavoro nero\u201d non \u00e8 sottolineato soltanto \u201cda destra\u201d: v. recentemente anche S. Bologna, <em>Le parole al vento di tanta sinistra<\/em>, intervento al convegno internazionale di Milano del luglio 1995 su \u201cIl giusto lavoro per un mondo giusto\u201d, cit., negli atti, citt., pp. 57 &#8211; 74 (ripreso in <em>Rass. sind.<\/em>, 1995, n. 30, pp. 27 &#8211; 30), il quale conclude: \u201cNel settore privato la quota maggiore del lavoro \u00e8 ormai sfuggita a meccanismi di controllo e regolamentazione. N\u00e9 mi sembra di vedere all\u2019orizzonte una forma Stato in grado di regolamentare gli orari di lavoro per legge e di farla rispettare. Dunque, togliamoci dalla testa di risolvere la disoccupazione con riduzioni di orario\u201d (p. 69); e G. Pennisi, <em>Lavorare meno lavorare tutti?<\/em>, ne <em>Le ragioni del socialismo<\/em>, aprile 1996, n. 3, pp. 29 &#8211; 31<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\"><\/a>([18]) V. in proposito \u00a7 6.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\"><\/a>([19]) La tendenziale coincidenza tra riduzione d\u2019orario e aumento della produttivit\u00e0 oraria del lavoro \u00e8 uno dei pochi punti fermi, su cui sembrano concordare gli economisti di tutti gli orientamenti: v. tra gli altri Y. Barou e J. Rigaudiat, <em>Les 35 heures et l\u2019emploi<\/em>, Paris, La Documentation fran\u00e7aise, 1983, particolarmente p. 176; J.D. Whitley e R.A. Wilson, <em>The impact on employment of a reduction in the length of the working week<\/em>, cit.; v. anche, ultimamente, P. Potestio, <em>Illusioni sull\u2019orario<\/em>, ne \u201cIl Sole &#8211; 24 Ore\u201d, 17 aprile 1996. Il fenomeno \u00e8 stato osservato e misurato con precisione in occasione della riduzione generale di un\u2019ora dell\u2019orario settimanale disposta dal Governo francese nel 1982: Commissariat G\u00e9n\u00e9ral du Plan, <em>Les enseignements des mod\u00e8les macro-economiques sur la r\u00e9duction de la dur\u00e9e du travail<\/em>, in <em>Am\u00e9nagement et r\u00e9duction du temps de travail<\/em>, Paris, Doc. fran\u00e7aise, 1984, particolarmente p. 277 &#8211; 281 (v. in proposito la nota seguente).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\"><\/a>([20]) Commissariat G\u00e9n\u00e9ral du Plan, op e loc. cit. nella nota prec.: a fronte di una riduzione pari al 2,5% della durata settimanale del lavoro, con compensazione retributiva corrispondente mediamente al 30% della minor durata del lavoro, nel corso del 1982 si \u00e8 registrato un aumento della produttivit\u00e0 del lavoro nell\u2019unit\u00e0 di tempo pari al 4,4%, contro l\u20191,0% dell\u2019anno precedente; il numero complessivo dei posti di lavoro creati o mantenuti (licenziamenti evitati) per effetto della riduzione d\u2019orario veniva invece stimato dal Governo in 68.000 unit\u00e0, pari circa allo 0,3% della popolazione attiva.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\"><\/a>([21]) La letteratura economica in proposito \u00e8 sterminata. Tra gli studi del <em>Bureau International du Travail<\/em>, v. R. Cuvillier, <em>Vers la r\u00e9duction du temps de travail<\/em>?, Gen\u00e9ve, O.I.T., 1981, con orientamento marcatamente dubitativo; W. van Ginneken, <em>La r\u00e9duction de la semaine de travail et l\u2019emploi. Comparaison entre sept mod\u00e8les macro-\u00e9conomiques europ\u00e9ens<\/em>, in <em>Rev. Int. Trav.<\/em>, 1984, n. 1, pp. 37 &#8211; 56, il quale rileva la notevole divergenza dei risultati a cui pervengono i diversi studi, e ne individua la causa nel diverso peso che nei singoli modelli viene attribuito a variabili quali la possibilit\u00e0 di ricorso al lavoro straordinario e di recupero di produttivit\u00e0, conseguenti alla riduzione dell\u2019orario di lavoro. Inoltre, fra i documenti ufficiali della Commissione delle Comunit\u00e0 Europee, il <em>Memorandum su riduzione e ristrutturazione del tempo di lavoro <\/em>presentato al Consiglio il 7 gennaio 1983 (Bruxelles, 1983, datt.), dove si fa riferimento a diversi modelli macroeconomici elaborati in precedenza. Tra gli studi e gli interventi dell\u2019ultimo decennio, oltre a quelli citati nelle note precedenti e senza alcuna pretesa di completezza, v., in senso cautamente positivo (ma sotto precise e strette condizioni), S. Salzano e G. Vaggi, <em>Riduzione di orario, occupazione e inflazione: un\u2019analisi<\/em>, in Fiom Cgil Lombardia, <em>I tempi dei metalmeccanici: desideri e realt\u00e0. Ricerche sull\u2019orario svolte in Lombardia tra il 1989 e il 1991<\/em>, Milano, Meta, 1992, pp. 21 &#8211; 83; in modo pi\u00f9 netto A. Fumagalli, <em>Salario sociale e riduzione dell\u2019orario di lavoro: alcune riflessioni<\/em>, in Aa.Vv., <em>Il giusto lavoro per un mondo giusto. Dalle 35 ore alla qualit\u00e0 del tempo di vita<\/em>, cit., pp. 86 &#8211; 96, secondo il quale \u201cla riduzione dell\u2019orario deve essere repentina e drastica: gi\u00e0 oggi 35 ore sono una richiesta insufficiente\u201d (p. 94); in esclusivo riferimento a un sistema in cui il sindacato detenga il monopolio effettivo dell\u2019offerta di lavoro, L. Calmfors, <em>Work sharing, Employment and wages<\/em>, in <em>European Ec. Rev.<\/em>, 1985, pp. 293 &#8211; 309. In senso opposto, A. Booth e F. Schiantarelli, <em>The Employment effects of a Shorter Working Week<\/em>, in <em>Economica<\/em>, 1987, pp. 237 &#8211; 248, che concludono nel senso della prevedibilit\u00e0 di effetti negativi di una riduzione autoritativa degli orari settimanali di lavoro: \u201cRimane per noi incomprensibile perch\u00e9 i sindacati facciano pressione per la riduzione dell\u2019orario, dal momento che i relativi effetti sui livelli occupazionali, oltre che sugli interessi diretti dei sindacati stessi, sono presumibilmente negativi\u201d (trad. mia); M. Hoel e B. Vale, <em>Effects on unemployment of reduced working time in an economy where firms set wages<\/em>, in <em>European Ec. rev.<\/em>, 1986, pp. 1097 &#8211; 1104, i quali, in riferimento a un sistema in cui il sindacato sia assente o inefficiente e le imprese abbiano il potere di fatto di fissare i livelli retributivi, concludono nel senso che la riduzione degli orari ha qui prevedibilmente l\u2019effetto di un aumento delle retribuzioni per gli occupati e di un aumento del livello di disoccupazione.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\"><\/a>([22]) V. in questo senso, in riferimento ai risultati della comparazione su scala internazionale G. Pennisi, <em>Lavorare meno lavorare tutti?<\/em>, cit., pp. 31. In riferimento al solo mercato del lavoro italiano, i dati proposti dalla Confindustria alla Commissione Lavoro del Senato nel corso dell\u2019apposita audizione svoltazi il 13 maggio 1995 (il documento \u00e8 stato riproposto nel seminario promosso dalla Confindustria a Marentino nel gennaio 1996 sul tema <em>Direttiva sull\u2019orario di lavoro e prospettive nazionali. Una opportunit\u00e0 per valorizzare le esigenze delle imprese<\/em>; v. ivi particolarmente p. 3 e il corrispondente grafico in appendice, costruito mediante elaborazione su dati Istat).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\"><\/a>([23]) Ue Commission Directorate General for Economic and Financial Affairs, <em>Performance of the European Union Labour Market. Results of an <\/em>ad hoc <em>labour market survey ecc.<\/em>, in <em>European Economy<\/em>, 1995, n. 3, p. 17. Dati analoghi erano riportati in Comm. eur., <em>Eurobarom\u00e8tre<\/em>, dicembre 1993, n. 40, p. 75; dalla tabella analitica n. 54 riportata ivi in appendice si trae un sostanziale allineamento del dato italiano rispetto alla media comunitaria.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\"><\/a>([24]) <em>Performance of the European Union Labour Market<\/em>, loc. cit.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\"><\/a>([25]) Sulla prospettiva e gli aspetti positivi \u2011 soprattutto dal punto di vista della promozione delle pari oppotunit\u00e0 di occupazione per le donne \u2011 della diffusione dello <em>short full time<\/em> v. B. Beccalli e M. Salvati, <em>equal Opportunities for Women and Men. Gender, Employment and Working Time: a Long-Run View<\/em>, rapporto alla Commissione Europea, datt., dicembre 1994. Traggo spunto in proposito anche da una bella lezione tenuta da P. Marcenaro, segretario della Cgil piemontese, all\u2019Universit\u00e0 di Milano il 29 maggio 1996, che meriterebbe di essere trascritta e pubblicata.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref26\" name=\"_ftn26\"><\/a>([26]) V. ancora <em>Performance of the European Union Labour Market<\/em>, cit., p. 18.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref27\" name=\"_ftn27\"><\/a>([27]) Rinvio su questa particolare esperienza di settore al mio studio <em>Autonomia individuale e autonomia collettiva in materia di lavoro a tampo parziale. Una verifica \u201csul campo\u201d nel settore del credito<\/em>, in Aa.Vv. (a cura di G. Pera), <em>Disoccupazione e nuove forme di accesso al lavoro nel mondo bancario<\/em>, Milano, Angeli, 1986, pp. 37 &#8211; 57 (e in <em>Riv. giur. lav.<\/em>, 1985, I, pp. 417 &#8211; 432).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref28\" name=\"_ftn28\"><\/a>([28]) Cfr. P. Ormerod, <em>Unemployment: A Distributional Phenomenon<\/em>, cit., p. 12 del dattiloscritto.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref29\" name=\"_ftn29\"><\/a>([29]) V. \u00a7 28 ed ivi nota 2.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref30\" name=\"_ftn30\"><\/a>([30]) Cfr. P. Salin, <em>The illusion of reducing working time<\/em>, cit., dove, pur sottolineandosi gli aspetti positivi di una prospettiva di fluidificazione dell\u2019incontro fra domanda e offerta <em>non standard<\/em> del tempo di lavoro, si sottolinea anche la necessit\u00e0 che la riduzione dell\u2019estensione temporale della prestazione sia non soltanto desiderata dal lavoratore, ma pienamente compatibile con le esigenze produttive dell\u2019impresa.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref31\" name=\"_ftn31\"><\/a>([31]) J. Rifkin, <em>La fine del lavoro<\/em>, cit.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref32\" name=\"_ftn32\"><\/a>([32]) Sul lavoro inteso come \u201cprocesso informazionale\u201d v. R. Nobili, <em>Quantit\u00e0 di lavoro\/tempo di lavoro<\/em>, in Aa.Vv., <em>L\u2019orario di lavoro tra fabbrica e societ\u00e0 <\/em>(a cura dell\u2019Istituto Gramsci, Sezione veneta), Milano, Angeli, 1981, pp. 97 &#8211; 124, il quale, per individuare il nuovo oggetto del lavoro umano, propone le nozioni di \u201cinformazione viva\u201d come \u201cmessaggio\u201d e di \u201cinformazione morta\u201d come \u201cmemoria\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref33\" name=\"_ftn33\"><\/a>([33]) Cfr. European Commission Directorate General for Economic and Financial Affairs, <em>Performance of the European Union Labour Market<\/em>, cit., partic. \u00a7\u00a7 2.7 e 2.8, p. 12. Sul versante della letteratura giuridica v. ultimamente, su questo punto, M. Biagi, <em>Il futuro del contratto individuale di lavoro in Italia<\/em>, in <em>Lav. dir.<\/em>, 1996, p. 341.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref34\" name=\"_ftn34\"><\/a>([34]) V. in proposito \u00a7 12.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref35\" name=\"_ftn35\"><\/a>([35]) Nel \u00a7 30.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref36\" name=\"_ftn36\"><\/a>([36]) Qualche cosa in questa direzione \u00e8 stato fatto nell\u2019ultimo anno con il decreto-legge n. 180\/1996, che prevede il proporzionamento del premio di assicurazione Inail alla riduzione dell\u2019orario nel lavoro a tempo parziale (art. 2, c. 10\u00b0 e 11\u00b0) e la possibilit\u00e0 di riduzione mediante decreto ministeriale delle aliquote contributive per rapporti di lavoro a tempo parziale che consentano l\u2019incremento degli organici (art. 6, c. 6\u00b0). Ma perch\u00e9 una disposizione del genere di quest\u2019ultima citata fosse efficace occorrerebbe che essa venisse accompagnata da una adeguata campagna di informazione e che l\u2019<em>iter<\/em> burocratico necessario per fruire del beneficio non fosse sproporzionato rispetto al beneficio stesso.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref37\" name=\"_ftn37\"><\/a>([37]) L. 19 dicembre 1984 n. 863, art. 5, c. 3.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref38\" name=\"_ftn38\"><\/a>([38]) Cos\u00ec, ad esempio, nel settore del credito l\u2019accordo nazionale sul lavoro a tempo parziale del 1985, come modificato dai c.c.n.l. successivi e ultimamente da quello del 1994, art. XIV, prevede ancora un limite massimo del numero di rapporti di lavoro che possono essere ridotti da tempo pieno a tempo parziale nella misura del 10% degli organici aziendali, nonch\u00e9 un limite massimo del 5% dell\u2019organico complessivo per le nuove assunzioni; stabilisce altres\u00ec il limite minimo di 15 e massimo di 32 ore e mezza di durata. Limiti analoghi circa il numero e le modalit\u00e0 temporali dei rapporti a tempo parziale sono previsti nel c.c.n.l. 1995 per gli enti locali, art. 15, e dal c.c.n.l. 1995 per gli enti parastatali, art. 15. Prevedono solo limiti massimi e minimi di orario settimanale nel lavoro a tempo parziale il c.c.n.l. del 1990 per il settore terziario, art. 40; il c.c.n.l. per il settore del turismo del 1994, art. 52; il c.c.n.l. per le cooperative di distribuzione del 1990, art. 32; il c.c.n.l. del 1990 per gli istituti privati di vigilanza, art. 31. Prevedono solo limiti percentuali massimi di rapporti a tempo parziale rispetto all\u2019organico aziendale totale il c.c.n.l. per il settore metalmeccanico del 1994, disc. gentile., sez. III, art. 1<em>bis<\/em>; il c.c.n.l. del 1991 per il settore dell\u2019autotrasporto e spedizione merci, art. 4; il c.c.n.l. per il settore dell\u2019oreficeria artigianale del 1993, art. 18, lett. <em>e<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref39\" name=\"_ftn39\"><\/a>([39]) V. ancora, in proposito, op. cit. nella nota 27. Si obietta, a questo proposito, che con la riduzione dell\u2019orario il lavoratore accetta una riduzione della propria retribuzione; ma se il lavoratore stesso \u00e8 libero di rinunciare all\u2019intero rapporto di lavoro, con l\u2019atto delle dimissioni, senza doverne rendere conto a nessuno, a maggior ragione deve essergli riconosciuta la capacit\u00e0 di negoziare una riduzione del tempo della propria prestazione con corrispondente riduzione della retribuzione.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref40\" name=\"_ftn40\"><\/a>([40]) In senso contrario v. invece P. Salin, <em>The illusion of reducing working time<\/em>, cit., secondo il quale l\u2019incentivazione economica delle riduzioni d\u2019orario, oltre a determinare una irrazionale allocazione delle energie lavorative, rischierebbe di produrre un effetto depressivo sui livelli occupazionali sottraendo risorse agli investimenti (partic. pp. 16 &#8211; 17).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref41\" name=\"_ftn41\"><\/a>([41]) L\u2019art. 6 della direttiva fissa un limite massimo di 48 ore settimanali di lavoro ordinario e straordinario, limite che gli ordinamenti interni possono riferire alla durata settimanale media del lavoro nell\u2019arco di quattro mesi (art. 16, n. 2).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref42\" name=\"_ftn42\"><\/a>([42]) \u00c9 l\u2019idea gi\u00e0 compiutamente esposta alla fine degli anni settanta dal gruppo francese Echange et Projets (<em>La r\u00e9volution du temps choisi<\/em>, Paris, Albin, 1980; tr. it.: <em>La rivoluzione del tempo scelto<\/em>, a cura di P. Vaselli, Milano, Angeli, 1986).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref43\" name=\"_ftn43\"><\/a>([43]) La Corte costituzionale, con la sentenza 11 maggio 1992 n. 210 (in <em>Riv. it. dir. lav.<\/em>, 1992, II, p. 732) ha stabilito che le c.d. \u201cclausole elastiche\u201d nel lavoro a tempo parziale sono legittime soltanto se il potere di variazione attribuito al datore di lavoro \u00e8 correlato a \u201ccoordinate temporali contrattualmente determinate od oggettivamente predeterminabili\u201d. Vale in proposito il discorso che verr\u00e0 svolto nel paragrafo 36 e nel capitolo seguente circa la preferibilit\u00e0 del \u201cfiltro\u201d delle esigenze obbiettive dell\u2019impresa costituito dalla predeterminazione di un \u201cprezzo minimo\u201d dell\u2019elasticit\u00e0, rispetto a quello costituito dalla predeterminazione legislativa di una casistica specifica o dalla valutazione del giudice caso per caso.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref44\" name=\"_ftn44\"><\/a>([44]) Una definizione e una disciplina compiuta del <em>flexi-time <\/em>sono contenute nel titolo II, intitolato alla \u201cflessibilit\u00e0 dell\u2019orario nell\u2019interesse del lavoratore\u201d, del progetto di legge elaborato dalla Commissione Caviglioli su incarico del ministro del lavoro Giugni nell\u2019autunno 1993 (che pu\u00f2 leggersi, con la relazione accompagnatoria, in <em>Riv. it. dir. lav.<\/em>, 1994, III, pp. 93 &#8211; 111).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref45\" name=\"_ftn45\"><\/a>([45]) Una definizione e una disciplina compiuta del <em>job sharing<\/em> sono contenute, in termini molto simili tra loro, nel titolo III, intitolato al \u201clavoro in obbligazione solidale per una sola prestazione\u201d, del progetto di legge della Commissione Caviglioli cit. nella nota prec., nell\u2019art. 20 del disegno di legge n. 2764\/C presentato dal ministro del lavoro Treu il 26 giugno 1995 e negli artt. 20 &#8211; 22 del progetto di legge n. 2483\/C presentato dai parlamentari del gruppo progressista il 4 maggio 1995 (prima firmataria L. Turco). Sulle esperienze straniere e le questioni giuridiche che possono porsi nel nostro ordinamento in materia di <em>job sharing<\/em> rinvio alla mia monografia <em>Il tempo della prestazione nel rapporto di lavoro<\/em>, vol. II, Milano, Giuffr\u00e9, 1985, pp. 401 &#8211; 412; v. in proposito anche, ultimamente, C. Alessi, <em>Part-time e job sharing<\/em>, in <em>Quad. dir. lav. rel. ind.<\/em>, 1995, n. 17, pp. 128 &#8211; 130.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref46\" name=\"_ftn46\"><\/a>([46]) V. in proposito la raccolta di contributi curata da L. Balbo, <em>Time To Care<\/em>, Milano, Angeli, 1987; e ultimamente C. Cester, <em>Lavoro e tempo libero nell\u2019esperienza giuridica<\/em>, in <em>Quad. dir. lav. rel. ind.<\/em>, 1995, n. 17, partic. pp. 21 &#8211; 25.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref47\" name=\"_ftn47\"><\/a>([47]) Rinvio sul punto a quanto pi\u00f9 compiutamente proposto nella mia monografia cit. nella nota 45, pp. 483 &#8211; 487.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref48\" name=\"_ftn48\"><\/a>([48]) L\u2019Italia risulta essere comunque il Paese dell\u2019Unione europea con la pi\u00f9 bassa percentuale di lavoro domenicale: secondo i dati Eurostat, nel 1993 solo l\u20198,1% dei lavoratori italiani era abitualmente impegnato nel lavoro di domenica, a fronte di percentuali via via crescenti in tutti gli altri Paesi membri, fino al 19,8% di Danimarca e Germania; inversamente, la percentuale di lavoratori italiani impegnati abitualmente nel lavoro di sabato \u00e8 la pi\u00f9 alta: 41,6%, a fronte di percentuali via via decrescenti in tutti gli altri Paesi membri, fino al 27% della Danimarca, al 21,9% della Germania e al 18,3% del Belgio (<em>European Labour Force Survey<\/em>, 1995; in proposito v. anche A. Accornero, P. Di Nicola, <em>La flessibilit\u00e0 e gli orari di lavoro<\/em>, ne <em>La mobilit\u00e0 della societ\u00e0 italiana. Le persone, le imprese, le istituzioni<\/em>, a cura di G. Galli<em>, <\/em>Roma, Sipi, 1996, pp. 324 &#8211; 325).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref49\" name=\"_ftn49\"><\/a>([49]) All\u2019Assemblea costituente venne discusso e scartato un emendamento di parte democristiana che tendeva a sostituire al principio del \u201criposo settimanale\u201d quello del \u201criposo festivo\u201d, cio\u00e8 a costituzionalizzare la scelta della domenica e delle altre feste religiose come giorni di riposo generalizzato (v. i relativi atti ne <em>La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell\u2019Assemblea costituente<\/em>, Roma, 1970, pp. 1565 &#8211; 1566).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref50\" name=\"_ftn50\"><\/a>([50]) La necessit\u00e0 di una maggiorazione per il lavoro festivo, non prevista esplicitamente dalla legge oggi vigente, \u00e8 oggi affermata come corollario dell\u2019art. 36 Cost. dalla giurisprudenza di legittimit\u00e0 e di merito.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref51\" name=\"_ftn51\"><\/a>([51]) V. il capitolo seguente.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref52\" name=\"_ftn52\"><\/a>([52]) Dopo la sentenza 25 luglio 1991 nella causa <em>Stoeckel <\/em>n. 345\/89 (in <em>Giur. it.<\/em>, 1992, I, 1, c. 1192), con la quale la Corte di Giustizia delle Comunit\u00e0 Europee ha affermato la contrariet\u00e0 alla direttiva comunitaria n. 207\/1976 del divieto di lavoro notturno sancito dalla legge francese per le sole donne, la giurisprudenza italiana si \u00e8 prevalentemente orientata nel senso di considerare non pi\u00f9 applicabile il divieto \u2011 pur derogabile in sede collettiva \u2011 di lavoro notturno posto dall\u2019art. 5 della legge n. 933\/1977 per le donne nel settore manifatturiero.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PERCH\u00c9 LA RICETTA &#8220;LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI&#8221; NON FUNZIONA: IL LAVORO NON \u00c8 UNA QUANTIT\u00c0 DATA, TALE PER CUI CHI LAVORA DI PI\u00d9 TOGLIE LAVORO AD ALTRI Capitolo IV estratto dal libro Il lavoro e il mercato (1996) &#8211; Le note si trovano in coda al testo<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,14],"tags":[],"class_list":["post-34922","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro","category-26-saggi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/34922","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=34922"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/34922\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=34922"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=34922"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=34922"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}