
{"id":35483,"date":"2015-04-29T09:29:26","date_gmt":"2015-04-29T08:29:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35483"},"modified":"2015-04-29T09:29:26","modified_gmt":"2015-04-29T08:29:26","slug":"il-jobs-act-e-i-sindacati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35483","title":{"rendered":"IL JOBS ACT E I SINDACATI"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">LA RIFORMA DEL LAVORO, PUR NON CONCORDATA CON IL SINDACATO, APRE AL SINDACATO ALCUNI TERRENI NUOVI DI INIZIATIVA, A COMINCIARE DA QUELLO DELL&#8217;ASSISTENZA AI LAVORATORI NEL MERCATO, CHE COSTITUISCONO ALTRETTANTE SFIDE DA NON LASCIAR CADERE<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo <strong>di Tommaso Nannicini<\/strong>, consigliere del Presidente del Consiglio in materia di politica del lavoro, sul mensile <\/em>Mondoperaio<em>, aprile 2015<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Il Jobs Act targato Renzi-Poletti, secondo molti osservatori, contiene una forte dose di sfida al sindacato. Pu\u00f2 darsi che ci sia del vero in tale lettura, anche perch\u00e9 \u00e8 impensabile che una riforma \u00abdi sistema\u00bb del mercato del lavoro non generi una spinta a mettere in discussione ruoli e posizioni consolidate all\u2019interno del mondo sindacale. Ma ogni sfida, si sa, nasconde delle opportunit\u00e0. Tutto sta nel valutarle e nel reagire in maniera virtuosa. Banalizzando un po\u2019, le sfide ai sindacati (e agli altri interessi organizzati) sono due: una di metodo e una di merito.<br \/>\nLa prima \u00e8 appunto <strong>di metodo<\/strong>: basta con gli estenuanti riti della concertazione e dei veti incrociati delle parti sociali. La politica deve saper ascoltare ma anche decidere, assumendo in pieno la responsabilit\u00e0 delle proprie scelte di fronte al paese. Intendiamoci: la concertazione ha dato ottima prova di s\u00e9 in molti frangenti della nostra storia: per esempio quando, durante il travagliato tramonto dalla prima Repubblica, le parti sociali sono state chiamate a un\u2019assunzione di responsabilit\u00e0 in tema di stabilizzazione finanziaria e politica dei redditi. Nondimeno, nel corso di quella transizione infinita del nostro sistema politico-istituzionale che \u00e8 stata ribattezzata seconda Repubblica, la concertazione, da strumento per la condivisione delle scelte, ha finito per trasformarsi in un tab\u00f9 ideologico e in un fattore di stallo. Negli ultimi due decenni, la politica non si \u00e8 mai interrogata laicamente sui benefici e sui limiti della concertazione, elevata da alcuni \u2013 soprattutto a sinistra \u2013 a surrogato del processo decisionale democratico in seguito alla crisi dei partiti tradizionali. Come mi \u00e8 capitato di sostenere proprio su <em>Mondoperaio<\/em> nel dicembre 1999, il punto cruciale non \u00e8 dividersi tra fautori e detrattori della concertazione, ma capire rispetto a quali materie o in quale contesto politico-istituzionale essa pu\u00f2 rivelarsi pi\u00f9 efficace di altri processi decisionali, e rispetto a cosa o dove avviene il contrario. Questo dilemma \u00e8 stato ignorato troppo a lungo. Il nuovo corso del Pd si \u00e8 limitato a dire che il Re era nudo. E che si doveva cambiare verso proprio a partire dal metodo con cui politica e interessi organizzati si confrontano tra di loro in merito alle politiche pubbliche.<br \/>\nIl metodo della concertazione soffre in due forme diverse di quel fenomeno che gli economisti definiscono <em>free-riding<\/em>, in virt\u00f9 del quale attori razionali non contribuiscono volontariamente a un\u2019attivit\u00e0 dei cui benefici godranno comunque. Esiste un <em>free-riding<\/em> tra gruppi (per cui ogni gruppo cerca di scaricare sugli altri i costi delle scelte pubbliche), e un <em>free-riding<\/em> all\u2019interno dei gruppi (per cui quei gruppi che non hanno i necessari incentivi selettivi per auto-organizzarsi, come i disoccupati o le giovani generazioni, sono sotto-rappresentati ai tavoli della concertazione). Per eterogenesi dei fini la scossa renziana potrebbe riattivare il confronto con le parti sociali su basi nuove. Di conseguenza, la concertazione appare pi\u00f9 adatta ad affrontare problemi che investono da vicino le categorie con potere negoziale (come la politica dei redditi), piuttosto che materie di carattere generale come la riforma del <em>welfare<\/em>. Solo nel primo caso, infatti, siamo di fronte a un processo decisionale che internalizza i costi delle scelte. L\u2019Italia della seconda Repubblica conferma questo schema: la concertazione ha funzionato bene nella lotta all\u2019inflazione, ma ha ostacolato una riforma del <em>welfare<\/em> che tenesse conto degli interessi delle generazioni future e degli esclusi dal nostro sistema di protezione sociale. Non solo. La concertazione funziona meglio quando la politica sa assumersi la responsabilit\u00e0 di decidere. Il caso dell\u2019Olanda negli anni \u201890 \u00e8 paradigmatico. I governi olandesi di quel periodo hanno attuato incisive riforme del<em> wel<\/em><em>fare<\/em> salvaguardando il confronto con le parti sociali proprio perch\u00e9, quando si \u00e8 rivelato necessario, hanno saputo mostrare quella che i politologi definiscono \u00abombra della gerarchia\u00bb: hanno fatto capire agli altri attori della concertazione che il governo aveva una forte volont\u00e0 politica e sarebbe intervenuto in ogni caso. Ci\u00f2 \u00e8 servito a contenere il conflitto distributivo e a limitare gli egoismi corporativi. Senza l\u2019ombra della gerarchia, la riforma del <em>welfare<\/em> olandese sarebbe rimasta in ostaggio degli interessi organizzati, che avevano a lungo usato il loro <em>status<\/em> semipubblico e il sostegno degli aderenti come arma di interdizione nelle negoziazioni. Per dirla con Jelle Visser e Anton Hemerijck, \u00abuna politica di concertazione funzionante pu\u00f2, paradossalmente, richiedere uno Stato forte, capace, se necessario, di disapprovare\u00bb.<br \/>\nIn Italia, per una sorta di eterogenesi dei fini, proprio i grandi sacerdoti della concertazione hanno finito col minarne il funzionamento. Ogni volta che un partito o un leader politico dichiarava che nessuna decisione poteva essere presa senza un accordo preventivo con le parti sociali \u2013 trasformando cos\u00ec la concertazione da mezzo in fine \u2013 il meccanismo finiva per incepparsi. Per la stessa eterogenesi dei fini, allora, la scossa renziana potrebbe riattivare il confronto con le parti sociali su basi nuove. In fondo questo confronto non si \u00e8 mai interrotto nella quotidianit\u00e0 dell\u2019azione di governo. Sono solo cambiati i metodi (meno liturgie e pi\u00f9 incontri tecnici in cui si soppesano i pro e i contro delle opzioni sul tappeto) e la cornice politica (segnata dalla novit\u00e0 di una leadership determinata a investire il proprio capitale politico su scelte chiare). Superato lo shock del cambiamento, \u00e8 auspicabile che tutti ripenseranno il proprio ruolo all\u2019interno di questo nuovo schema di gioco, volto a favorire un confronto che non sia da freno alle decisioni che la politica \u00e8 poi chiamata a prendere.<br \/>\nLa seconda sfida del Jobs Act \u00e8 <strong>di merito<\/strong>. Una critica ricorrente recita pi\u00f9 o meno cos\u00ec: dopo decenni in cui si sono susseguite svariate riforme del lavoro, c\u2019era davvero bisogno di un nuovo intervento a tutto campo? In verit\u00e0, la riforma del lavoro Renzi-Poletti ribalta il paradigma su cui si sono basati quasi tutti gli interventi precedenti, che si sono mossi all\u2019interno di un\u2019ondata di riforme che ha coinvolto molti paesi Ocse a partire dagli anni \u201890: l\u2019ondata della cosiddetta \u00abflessibilit\u00e0 al margine\u00bb, per cui si facilitava il ricorso a forme contrattuali atipiche lasciando immutata la disciplina del lavoro subordinato a tempo indeterminato. Riforme di questo tipo hanno s\u00ec aumentato i margini di flessibilit\u00e0 organizzativa e produttiva a disposizione delle imprese, ma hanno finito per scaricarne i costi soltanto su una fascia di lavoratori, a partire dalle generazioni pi\u00f9 giovani, aumentando il dualismo e il divario di opportunit\u00e0 tra i lavoratori a tempo indeterminato e tutti gli altri. La riforma Monti-Fornero del 2012 aveva cercato di superare questo approccio, spostando l\u2019enfasi dalla protezione del posto in azienda alla protezione del lavoratore sul mercato. Ma per una serie di timidezze politiche e di complicazioni normative aveva finito per fermarsi a met\u00e0 del guado.<br \/>\nIl Jobs Act aggredisce il dualismo del nostro mercato del lavoro, anche se limitatamente alle nuove assunzioni, riducendo i costi di licenziamento con l\u2019obiettivo di ridare centralit\u00e0 al tempo indeterminato. \u00c8 la logica delle tutele crescenti. La tutela risarcitoria in caso di licenziamento ingiustificato aumenta gradualmente con l\u2019anzianit\u00e0 di servizio presso lo stesso datore di lavoro (2 mesi per ogni anno d\u2019anzianit\u00e0, con un minimo di 4 e un massimo di 24). Rimane, ovviamente, la tutela reintegratoria per i licenziamenti discriminatori o per alcune fattispecie circoscritte di licenziamenti disciplinari. La motivazione per introdurre costi di separazione che risultino prevedibili <em>ex ante<\/em> e crescano nel tempo \u00e8 duplice. Da una parte, come in tutti gli altri rapporti interpersonali, anche in quelli di lavoro la qualit\u00e0 (o meglio la produttivit\u00e0) dell\u2019incontro tra datore e dipendente pu\u00f2 essere conosciuta e valutata soltanto col passare del tempo. Dall\u2019altra, \u00e8 giusto che un dipendente che ha investito il proprio capitale umano e il proprio saper fare nella stessa azienda per molti anni riceva un risarcimento maggiore in caso di licenziamento.<br \/>\nAlcuni obiettano che non ha senso parlare di tutele crescenti, perch\u00e9 la tutela reale dell\u2019articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non rientra mai in gioco, neanche dopo un periodo transitorio di tre o pi\u00f9 anni d\u2019anzianit\u00e0 di servizio, come era invece previsto da altre ipotesi di riforma. Questa critica, tuttavia, tradisce un retaggio culturale per cui l\u2019unica forma di tutela concepibile per il lavoratore \u00e8 quella reintegratoria: retaggio che mal si sposa con molti ordinamenti stranieri o con la nostra giurisprudenza costituzionale. Non solo. Se la tutela reale fosse tornata a scattare dopo un numero predeterminato di nni, sarebbe stato meglio parlare di tutele \u00aba salti\u00bb piuttosto che crescenti, con tutte le distorsioni da effetto soglia che un tale contratto si sarebbe portato con s\u00e9. Sta proprio in questo cambio di passo culturale il cuore della sfida di merito del Jobs Act. <strong>Si torna a mettere al centro del mercato del lavoro il tempo indeterminato<\/strong>, riducendone i costi di separazione e gli oneri impropri di carattere normativo, dopo anni in cui partiti e sindacati non hanno saputo dare risposte ai tanti giovani lavoratori intrappolati nella flessibilit\u00e0 al margine.<br \/>\nProprio per la natura economica del disegno sottostante alle tutele crescenti il suo successo non pu\u00f2 essere valutato sulla carta. Solo se i flussi di nuove assunzioni saranno in misura crescente a tempo indeterminato la sfida avr\u00e0 colto nel segno, riducendo il dualismo e allargando le opportunit\u00e0. Solo se ci sar\u00e0 un effetto \u00absostituzione\u00bb a favore del tempo indeterminato nella fase d\u2019ingresso nel mercato del lavoro sempre pi\u00f9 lavoratori (soprattutto giovani) potranno accedere anticipatamente a tutele e garanzie in grado di permettergli d\u2019investire sul proprio capitale umano, di accendere un mutuo, di essere coperti da rischi imprevisti. Altrimenti, si saranno soltanto ridotti i costi di licenziamento per le imprese. Il tempo (e, speriamo, banche dati analizzate con tecniche statistiche alla frontiera della ricerca scientifica) ci daranno il loro responso. \u00c8 un confronto su cui si gioca non solo il futuro del sindacato, ma l\u2019evoluzione stessa delle relazioni industriali nel nostro paese.<br \/>\nLa sfida di merito del Jobs Act, in ogni caso, non si esaurisce nel contratto a tutele crescenti. Il rafforzamento della protezione dei lavoratori sul mercato passa anche dal potenziamento dei servizi per l\u2019impiego e dall\u2019aumento nell\u2019estensione e nella durata dei sussidi di disoccupazione (la nuova\u00a0Aspi e l\u2019assegno di disoccupazione sottoposto alla prova dei mezzi), rafforzandone allo stesso tempo la condizionalit\u00e0. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di creare una nuova (e pi\u00f9 efficiente) rete di politiche attive, incentrata sul ruolo di regolazione, coordinamento e controllo di un\u2019agenzia nazionale, ma valorizzando allo stesso tempo il ruolo di soggetti privati &#8211; anche <em>no profit<\/em> o legati alla bilateralit\u00e0 &#8211; in un\u2019ottica di quasi-mercato. Anche qui la sfida non sar\u00e0 vinta o persa sulla carta. Tutto si giocher\u00e0 sulla cornice istituzionale e sulla credibilit\u00e0 degli attori che dovranno garantire l\u2019efficacia dei nuovi servizi. E anche qui la sfida al sindacato riguarda da vicino il suo ruolo nel nuovo mercato del lavoro. Per esempio in Olanda, dove il sistema pubblico fa da filtro, accogliendo i disoccupati, assegnandoli a una categoria di rischio e fornendogli un <em>voucher <\/em>di ricollocazione, la maggioranza dei soggetti privati accreditati per fornire i servizi di ricollocazione sono <em>no profit<\/em>, gestiti anche dai sindacati. Non si vede perch\u00e9 un meccanismo del genere non possa essere attivato anche in Italia.<br \/>\nChe risposta si stanno attrezzando a dare i sindacati di fronte alla duplice sfida, di metodo e di merito, lanciata dal Jobs Act? Per ora, due strategie sembrano compiutamente in campo. Da una parte una risposta \u00abmovimentista\u00bb, come quella della Coalizione sociale promossa dalla Fiom per aggregare altre forme associative al di fuori del mondo del lavoro, con l\u2019ambizione di dare una rappresentanza politica \u2013 anche se non partitica per il momento \u2013 al disagio sociale. \u00c8 l\u2019idea del sindacato che fa politica, auto-ergendosi a interprete dell\u2019interesse generale piuttosto che di mero rappresentante degli interessi dei suoi iscritti. Una sorta di prosecuzione del \u00abpansindacalismo\u00bb con altri mezzi: per la serie \u201cse non riconosci il mio ruolo di interlocutore necessario dei pubblici poteri di fronte a qualsivoglia scelta pubblica, io provo a riprendermi quel ruolo nella piazza\u201d. Con il rischio, va da s\u00e9, che l\u2019autunno sindacale \u2013 per dirla con Walter Tobagi \u2013 sia rimpiazzato dal \u00absindacato dell\u2019autunno\u00bb, avvitato in una spirale di sterile agitazionismo, come potrebbe far pensare un sindacato che annuncia \u00ablotte crescenti\u00bb all\u2019indomani di uno sciopero generale.<br \/>\nDall\u2019altra parte \u00e8 in campo una risposta \u00abcontrattualista\u00bb, che punta a ridare slancio al sindacato nei luoghi di lavoro come interprete degli interessi dei lavoratori \u2013 sia pure inseriti in un\u2019ottica che tenga conto dell\u2019interesse generale \u2013 nei posti della rappresentanza e della contrattazione collettiva e aziendale. Un sindacato che fa il suo mestiere. E che svolge una funzione generale proprio perch\u00e9 sa intercettare e rappresentare al meglio le istanze della propria base associativa. Questo fronte \u00e8 senz\u2019altro trasversale, ma ci sono pochi dubbi che la Cisl sia il sindacato pi\u00f9 in linea con questo approccio politico-culturale. E che non a caso sia il sindacato che ha recepito in maniera pi\u00f9 aperta, sia pure avanzando forti critiche di merito su alcune scelte operate dal Jobs Act, la sfida di fondo volta a ridare centralit\u00e0 al contratto a tempo indeterminato.<br \/>\nDetta cos\u00ec, sembra quasi una riproposizione del perenne scontro tra correnti massimaliste e riformiste all\u2019interno del movimento sindacale. Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. \u00c8 un confronto su cui si gioca non solo il futuro del sindacato, ma l\u2019evoluzione stessa delle relazioni industriali nel nostro paese. Viene da chiedersi se questo processo verrebbe ostacolato o agevolato da una cornice legislativa sulle regole della rappresentanza e sul rapporto tra contrattazione collettiva e contrattazione di secondo livello. La domanda \u00e8 aperta. Ma anche l\u2019anima contrattualista del sindacato, culturalmente pi\u00f9 allergica a un intervento legislativo in un terreno che viene visto come il presidio dell\u2019autonomia delle parti sociali, dovrebbe chiedersi se \u2013 fatti salvi gli accordi interconfederali raggiunti su questi temi \u2013 non potrebbe essa stessa giovarsi di una cornice unitaria e istituzionalizzata che definisca ovunque le regole della rappresentanza e della contrattazione aziendale. In ogni caso, questa \u00e8 una domanda a cui la politica, una volta terminato il cantiere del Jobs Act, dovr\u00e0 provare a dare una risposta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA RIFORMA DEL LAVORO, PUR NON CONCORDATA CON IL SINDACATO, APRE AL SINDACATO ALCUNI TERRENI NUOVI DI INIZIATIVA, A COMINCIARE DA QUELLO DELL&#8217;ASSISTENZA AI LAVORATORI NEL MERCATO, CHE COSTITUISCONO ALTRETTANTE SFIDE DA NON LASCIAR CADERE Articolo di Tommaso Nannicini, consigliere del Presidente del Consiglio in materia di politica del lavoro, sul mensile Mondoperaio, aprile 2015<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-35483","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35483","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35483"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35483\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35483"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35483"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35483"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}