
{"id":35647,"date":"2015-05-17T21:04:03","date_gmt":"2015-05-17T20:04:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35647"},"modified":"2015-05-17T21:08:21","modified_gmt":"2015-05-17T20:08:21","slug":"appunti-sul-saggio-di-rodano-in-tema-di-jobs-act","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35647","title":{"rendered":"APPUNTI SUL SAGGIO DI RODANO IN TEMA DI JOBS ACT"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">SAREBBE STATO MEGLIO NON PROTEGGERE PI\u00d9 NESSUNO E CERCARE, FINALMENTE, DI FAR NASCERE UN VERO E PROPRIO MERCATO (LIBERO) DEL LAVORO<\/span><\/p>\n<p><em>Intervento di Antonio M. Orazi, pubblicato sul<\/em> <a title=\"Bollettino Adapt\" href=\"http:\/\/www.bollettinoadapt.it\" target=\"_blank\">Bollettino Adapt <\/a><em>l&#8217;11 maggio 2015, a seguito della pubblicazione su questo sito del saggio di Giorgio Rodano,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35580\">Il mercato del lavoro italiano prima e dopo il Jobs Act<\/a><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>Rodano, in questa ampia nota sul prima e sul dopo il Jobs Act, fa un discorso molto articolato partendo, giustamente, dal mercato dei beni per valutare gli effetti delle norme sull\u2019occupazione. Per cui il mercato del lavoro non sarebbe altro che una derivata del mercato <em>tout court<\/em>, e il discorso sarebbe ineccepibile se il mercato fosse soltanto domestico e non globale, come oggi \u00e8. E, se il mercato dei beni \u00e8 globale, si deve in certo qual modo globalizzare anche il mercato del lavoro, per consentire ai lavoratori nostrani (quelli che sono qui, non quelli che sono di qui), pur con gli opportuni temperamenti, di competere con i lavoratori di altrove. Non si tratta pi\u00f9 di aumentare\/diminuire garanzie\/tutele, si tratta di consentire opportunit\u00e0. \u00abSappiamo per esempio che gli Stati Uniti sono usciti in tempi relativamente rapidi dalla Grande Recessione degli ultimi anni perch\u00e9 hanno portato avanti con energia l\u2019impegno di sostenere la domanda aggregata, sicch\u00e9 la loro economia \u00e8 di nuovo in crescita e la disoccupazione (che era cresciuta dopo il 2008) appare in netto calo\u00bb ci dice Rodano ma noi sappiamo anche che la disoccupazione USA cala anche in virt\u00f9 delle caratteristiche del loro mercato del lavoro. Rodano giustamente parla di fallimento del mercato, a proposito del mercato del lavoro, richiamando la doverosa regolamentazione dello stesso e l\u2019opportuno intervento istituzionale volto a migliorarne le dinamiche ma non considera che, forse, il fallimento non \u00e8 del mercato ma della regolazione o, meglio, della iper-regolamentazione, tanto che si potrebbero avere migliori risultati anche semplicemente con una riduzione di questa. Allora si vedrebbe se il mercato fallisce. E il riferimento ai contratti, che Rodano considera obbligato, per la definizione del prezzo del lavoro non \u00e8 meno distorsivo, anche se ovviamente risente di tutta la nostra annosa cultura giuslavoristica e sindacale e anche se \u00e8 perfettamente vero \u00abche i contratti di lavoro esistono perch\u00e9 entrambe le parti li preferiscono (sia i lavoratori che le imprese ottengono un guadagno quando regolano i loro rapporti con questo strumento)\u00bb, con il solo dubbio sul tempo del verbo. Ovvero se non sia pi\u00f9 giusto dire li \u201cpreferivano\u201d quando la retribuzione o, meglio, tutta la retribuzione con la sua tradizionale caratteristica di irriducibilit\u00e0 e tendenziale crescita, poteva assolvere ancora quella funzione assicurativa che Rodano richiama, con una corretta ricostruzione. Senza contare che, invece di contratti nazionali, a cui Rodano allude, potrebbero darsi contratti di lavoro aziendali. Facendo un po\u2019 di storia, come fa Rodano, si riparte dall\u2019accordo interconfederale del 1947 ma non si dice che l\u2019accordo, parlando di licenziamenti, diceva che \u00abla Direzione della azienda e la Commissione interna, su richiesta di questa ultima, esamineranno con spirito di mutua comprensione i motivi del licenziamento e le possibilit\u00e0 concrete e attuali di evitarlo senza costituire un carico improduttivo per l\u2019azienda\u00bb e che tutta la procedura doveva esaurirsi in 3 settimane. Certo \u00e8 che la differenza si marca con la legge n. 604\/1966 quando, pur riprendendosi i termini dell\u2019accordo interconfederale del 1965, si da adito ma senza arrivare alla reintegrazione, salvo i casi di discriminazione, al sindacato giurisdizionale, che poi assumer\u00e0 le dimensioni dirompenti che conosciamo con l\u2019art. 18 della legge n. 300\/1970 e la reintegrazione anche senza la discriminatoriet\u00e0. Quindi, se \u00e8 vero che, leggendo le norme, si vede una consequenzialit\u00e0 continua e coerente, andando a guardare la lettura e la conseguente applicazione delle norme che, a mano a mano, \u00e8 stata fatta dai vari soggetti responsabili e, soprattutto, dai giudici, si potrebbe vedere un ben diverso film. Del resto Rodano si chiede come mai le imprese finirono per accettare lo Statuto dei lavoratori, con il suo art. 18, \u00absenza praticamente fare opposizione\u00bb, e non si risponde che furono le \u201cgrandi\u201d imprese ad accettarlo, perch\u00e9 avevano bisogno di pace e perch\u00e9, miopemente, non si aspettavano la giurisprudenza che ne segu\u00ec. E, di l\u00e0 dalla classica governativit\u00e0 confindustriale, non fu previsto che si sarebbe aperto, come si \u00e8 potuto riscontrare in seguito, un ulteriore livello di contrattazione non contrattuale del sindacato istituzionale, o delle sue frange dissidenti, attraverso i ricorsi, anche mirati, a quel gruppo di magistrati riformisti o rivoluzionari \u2013 pretori d\u2019assalto \u2013 che furono i giudici del lavoro. Nel suo approccio correttamente, per quanto schematicamente, economicistico Rodano non tiene conto del clima del periodo degli anni \u20187o del \u2018900, quando fu tristemente ricorrente lo slogan \u201ccolpirne uno per educarne 100\u201d e, cos\u00ec, di l\u00e0 dalle tristi vicende registrate nella giurisprudenza da quel momento in avanti, c\u2019\u00e8 la non meno triste vicenda di una imprenditoria intimidita. Una imprenditoria non afflitta da una sindrome di Peter Pan, ma curata a bonsai da una mano invisibile che tagliava le sue radici di sviluppo, piegava i suoi rami di azione organizzativa, cambiava il suo vaso di territorio e elargiva irrigazione creditizia con attenzione alla omologazione e al rispetto delle convenienze collettive, piuttosto che alla qualit\u00e0 delle idee imprenditoriali. Rodano giustamente richiama l\u2019effetto deterrente dei costi di separazione imponderabili, per effetto del combinato disposto dell\u2019art. 18 e della sua applicazione concreta da parte della magistratura, che la legge stabilisce soggetta soltanto alla legge che, per\u00f2, va interpretata, e non considera l\u2019aspetto psicologico di vicende di tipo kafkiano. Chi ha vissuto tutta la sua vita nelle aule universitarie senza avere contatto con le aziende, piccole e medie, e i titolari di queste comprensibilmente pu\u00f2 faticare a comprendere l\u2019insieme dei sentimenti che possono agitarsi in queste persone che, prevalentemente, in buonissima fede non pensavano ad altro che a mandare avanti la loro impresa a beneficio, ovviamente, loro e delle loro famiglie, ma anche di tutti i loro collaboratori. www.bollettinoadapt.it 3 Perci\u00f2 non \u00e8 stato soltanto il costo di separazione che ha sempre atterrito, come ha atterrito e talvolta fatto fallire aziende, quello che ha sempre atterrito di pi\u00f9 \u00e8 stato il rischio di vedere le proprie, pretese ma convintamente, buone ragioni smentite da un giudicante avulso dalla vita del lavoro, e un licenziato che poteva rientrare trionfante nell\u2019azienda, a minare, se non a distruggere la loro autorit\u00e0 o, meglio, autorevolezza proprio come imprenditori e \u201ccapi\u201d. Non a caso Rodano, richiamando le asimmetrie informative produttive di fallimenti di mercato, pur non rammentando le ridicolmente brevi durate dei periodi di prova previste dai contratti e la pregressa demonizzazione dell\u2019apprendistato, sottolinea la tendenza imprenditoriale italiana verso gli investimenti in macchinari e automazioni varie, a scapito degli investimenti in capitale umano e, quindi, dell\u2019occupazione. \u00abPerci\u00f2, in una situazione in cui la normativa scaturita dallo Statuto dei lavoratori irrigidiva le possibilit\u00e0 d\u2019uso della forza lavoro da parte delle imprese, queste ultime hanno reagito cercando di recuperare altrove i margini di flessibilit\u00e0 perduti\u00bb \u2013 continua giustamente Rodano \u2013 da un lato con la meccanizzazione possibile e dall\u2019altro lato con \u201cvie traverse\u201d, finch\u00e9 la legge \u2013 Treu prima e Biagi poi, lavorando ai margini \u2013 non \u00e8 venuta a dare un po\u2019 di ordine e di disciplina a queste traversie. Ora \u00e8 comprensibile che il giurista aulico e il cattedratico economico non si ponga la domanda, ma il sindacalista imprenditoriale pu\u00f2 farlo: ma perch\u00e9 una persona che decide di impegnare se stesso e le proprie risorse, fisiche e intellettuali, prima ancora che economiche e finanziarie, deve cercare e seguire vie traverse per avviare, condurre, sviluppare la propria impresa? Dalla quale possono derivare benefici anche per tanti che analoghe energie o disponibilit\u00e0 non hanno? Jobs act o meno, comunque lo si voglia guardare, ci vorranno degli anni prima che i piccoli e medi imprenditori italiani si riprendano da questa lunga stagione di mortificazione e, fortunatamente, malgrado la ingravescente miopia del sindacato italiano e la (corrispondente?) presbiopia dei cattedratici, \u00e8 possibile che siano i nuovi lavoratori, i giovani che studiano e hanno voglia di lavorare, che potranno contribuire maggiormente a questa rinascita. Certo \u00e8 che se bisognava uscire, come era ormai tempo, da un mercato diviso tra lavoratori protetti e non protetti, non si poteva, oggi come oggi, uscire proteggendo tutti, quando nessuno pu\u00f2 dirsi indenne dalle conseguenze del mercato globale. Allora sarebbe stato meglio non proteggere pi\u00f9 nessuno e cercare, finalmente, di far nascere un vero e proprio mercato (libero) del lavoro. Perch\u00e9 \u00e8 assolutamente vero che il contratto di lavoro a tempo indeterminato \u00e8 da preferirsi, sia da parte del lavoratore che da parte dell\u2019azienda, perch\u00e9 rappresenta l\u2019occasione di un impegno e di una crescita reciproci, ma bisogna sempre vedere come questo impegno e questa crescita, condivisi e ricercati insieme, poi si riscontrano e che cosa pu\u00f2 derivare da un tale riscontro. Alla fine il meglio che possiamo fare a proposito della nuova legge, non \u00e8 guardare tutte le insufficienze e le occasioni ancora non colte, ma prenderla, come anche Rodano fa e Ichino ha fatto, come un primo passo avanti, da verificare sperimentando, anche nello spirito della Carta di Lucca, per poter arrivare, prima o poi, al lavoro come variabile dipendente dal mercato.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>SAREBBE STATO MEGLIO NON PROTEGGERE PI\u00d9 NESSUNO E CERCARE, FINALMENTE, DI FAR NASCERE UN VERO E PROPRIO MERCATO (LIBERO) DEL LAVORO Intervento di Antonio M. 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