
{"id":35830,"date":"2015-05-29T11:42:28","date_gmt":"2015-05-29T10:42:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35830"},"modified":"2015-05-31T19:06:29","modified_gmt":"2015-05-31T18:06:29","slug":"quando-sono-i-lavoratori-a-selezionare-e-ingaggiare-limprenditore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35830","title":{"rendered":"QUANDO SONO I LAVORATORI A SELEZIONARE E &#8220;INGAGGIARE&#8221; L&#8217;IMPRENDITORE"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">LA GLOBALIZZAZIONE AUMENTA QUESTA POSSIBILIT\u00c0, A CONDIZIONE CHE CI SIA UN SINDACATO-INTELLIGENZA COLLETTIVA CAPACE DI VALUTARE IL PIANO INDUSTRIALE INNOVATIVO E DI NEGOZIARE A 360 GRADI LA SCOMMESSA COMUNE CON LA MULTINAZIONALE CHE LO PROPONE,\u00a0DA QUALSIASI PARTE DEL MONDO VENGA\u00a0<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo pubblicato sul quotidiano<\/em> Il Foglio <em>il 29 maggio 2015 &#8211; Costituisce una sintesi della <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=35769\">conferenza tenuta il 26 maggio precedente a Corigliano Calabro<\/a> &#8211; In argomento v. anche il mio saggio\u00a0<\/em><a href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/saggi\/view.asp?IDArticle=305\">Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l\u2019imprenditore<\/a>, 2007<!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>La prima constatazione, per nulla scontata, da cui dobbiamo partire \u00e8 questa: in un mercato del lavoro maturo non sono solo gli imprenditori a cercare, valutare e scegliere i propri dipendenti, ma sono anche i lavoratori a cercare, valutare e scegliere l\u2019imprenditore. Lo fanno, ovviamente, quando limitano la loro ricerca di una occupazione a un settore, e poi in quel settore escludono alcune imprese perch\u00e9 troppo piccole, o troppo lontane, o per altri motivi. Ma lo fanno anche quando, insoddisfatti delle imprese della loro zona, decidono di migrare vicino o lontano per trovarne altre pi\u00f9 capaci di valorizzare il loro lavoro. Sta di fatto che in Italia, in ciascuno degli ultimi anni, nonostante la crisi economica gravissima, sono stati stipulati circa dieci milioni di contratti di lavoro regolari (dati risultanti dal sistema delle Comunicazioni obbligatorie al Ministero del lavoro); e a stipularli sono stati milioni di lavoratori con milioni di imprese. Questo dato impressionante \u00e8 incompatibile con il paradigma del lavoratore privo della possibilit\u00e0 di scegliere. Certo, ci sono anche i disoccupati di lunga durata che non sono riusciti a entrare nel giro, ma la loro presenza non contraddice questo dato: ogni anno in altri milioni di casi non \u00e8 stato solo l\u2019imprenditore a selezionare la controparte, ma in qualche misura anche il lavoratore. E gi\u00e0 questa constatazione collima poco con l\u2019idea del mercato del lavoro che traspare dai discorsi di tanti esponenti della vecchia guardia conservatrice \u2013 da Niki Vendola a Matteo Salvini, da Stefano Fassina a Giorgia Meloni \u2013 ancora affezionatissimi a un modello che non corrisponde pi\u00f9 alla realt\u00e0: quello del monopsonio strutturale originario, cio\u00e8 della fabbrica-cattedrale nel deserto.<\/p>\n<p>Ancor meno collima con quella visione del mercato del lavoro una seconda constatazione: accade talvolta che i lavoratori abbiano l\u2019opportunit\u00e0 di selezionare e scegliere l\u2019imprenditore non solo come singoli, sfruttando la propria mobilit\u00e0 individuale, ma anche collettivamente, attraverso i propri rappresentanti politici e\/o sindacali, sfruttando la mobilit\u00e0 dell\u2019imprenditore stesso. Consideriamo, per esempio, quello che accadde nel 2008, quando il Governo Prodi riusc\u00ec a rendere concreta l\u2019ipotesi che Alitalia (fallita) venisse rilevata da Air France-Klm, e si apr\u00ec un tavolo di negoziazione tra l\u2019amministratore delegato del colosso franco-olandese e i sindacati dei lavoratori della nostra compagnia aerea di bandiera: quella negoziazione ben pu\u00f2 essere vista come una procedura di selezione dell\u2019imprenditore da \u201cingaggiare\u201d. Fu, infatti, proprio a seguito di quella negoziazione che i lavoratori bocciarono Air France-Klm e fecero invece l\u2019accordo con l\u2019italianissima la cordata promossa da Silvio Berlusconi, la C.A.I., evidentemente ritenendo irrilevante che essa fosse composta da imprenditori dei quali nessuno aveva mai fatto volare un aereo.<\/p>\n<p>In questo ordine di idee possiamo vedere come un atto di ingaggio dell\u2019imprenditore da parte del collettivo dei lavoratori anche il \u201cs\u00ec\u201d espresso da questi ultimi, su indicazione di Fim-Cisl, Uilm e Fismic, nel 2010 nel referendum di Pomigliano sul piano industriale proposto da Sergio Marchionne per portare la produzione della Panda dalla Polonia in Italia, poi nei referendum analoghi che si svolsero negli stabilimenti di Mirafiori e di Grugliasco. Certo, anche in quel caso l\u2019alternativa non era brillantissima: se avesse prevalso il \u201cno\u201d, per quegli stabilimenti non sarebbe restata altra possibilit\u00e0 che un intervento dello Stato; ma la Fiom-Cgil che sostenne il \u201cno\u201d in quei referendum evidentemente preferiva proprio questa alternativa. Furono comunque i lavoratori a decidere. Questa volta per fortuna nel senso migliore.<\/p>\n<p>Un altro caso interessante, nel quale si vede come operi la selezione dell\u2019imprenditore da parte dei lavoratori collettivamente intesi e rappresentati, \u00e8 quello che raccontai nel libro <em>A che cosa serve il sindacato<\/em>, del 2005 (pp. 173-176): in quel caso i sindacati dei ferrovieri lombardi rifiutarono il piano industriale proposto dalla societ\u00e0 italo-svizzera Ti-Lo, che prevedeva, insieme alla prospettiva di un progressivo aumento degli stipendi fino a livelli svizzeri, vale a dire pi\u00f9 che un raddoppio rispetto agli esangui stipendi previsti dal contratto nazionale italiano del settore, anche due deroghe a quanto previsto allora da quello stesso contratto nazionale: il macchinista unico alla guida del treno, invece che due, e 40 ore settimanali di lavoro invece che 36; infine una clausola di tregua che avrebbe posto fine alla prassi dello sciopero mensile, fino ad allora praticata dai sindacati delle ferrovie italiane con costanza e senza eccezioni. Qui i rappresentanti dei ferrovieri lombardi, rifiutando la clausola di tregua e le due deroghe al ccnl proposte dalla Ti-Lo, anticipavano in piccolo di cinque anni quello che sarebbe stato nel 2010, pi\u00f9 in grande, lo scontro tra la Fiom-Cgil e Sergio Marchionne. Il rifiuto esplicito del piano industriale proposto dalla Ti-Lo costituiva un rifiuto implicito nei confronti di qualsiasi imprenditore straniero che si proponesse di importare nel nostro Paese un modello di organizzazione del lavoro e di relazioni sindacali diverso da quello instauratosi negli ultimi decenni. Vero \u00e8 che se in merito al piano industriale proposto dalla Ti-Lo fossero stati consultati gli interessati, cio\u00e8 i ferrovieri lombardi, probabilmente essi avrebbero accettato a larga maggioranza le due deroghe e la clausola di tregua in cambio della concretissima prospettiva degli stipendi svizzeri; ma in quell\u2019occasione purtroppo sulla decisione unitariamente assunta dai tre sindacati confederali maggiori non ci fu alcun referendum.<\/p>\n<p>Una scelta diametralmente opposta era stata compiuta vent\u2019anni prima dal sindacato maggiore del settore automobilistico in Inghilterra, la <em>Amalgamated Union of Engineering Workers-<\/em>AUEW quando, nel 1986, essa aveva \u201cingaggiato\u201d la giapponese Nissan per l\u2019insediamento di un nuovo stabilimento a Sunderland, allora zona depressa con alto tasso di disoccupazione, all\u2019estrema periferia d\u2019Europa (\u00e8 un altro dei casi descritti nel libro citato sopra). Per portare l\u00ec la multinazionale giapponese, l\u2019AUEW aveva accettato non soltanto un\u2019organizzazione del lavoro \u2013 la cosiddetta <em>lean production<\/em>, la fabbrica snella e piatta, che contraddiceva i pi\u00f9 sacri principi ancora vigenti in Gran Bretagna a quell\u2019epoca, di un sistema produttivo e di un sindacalismo fondati su rigide gerarchie professionali \u2013 ma aveva accettato anche una riduzione del venti per cento della parte fissa delle retribuzioni, rispetto agli standard nazionali, in cambio della pura e semplice prospettiva futura di retribuzioni molto pi\u00f9 elevate per effetto di premi di produzione individuali e collettivi che sarebbero scattati solo al raggiungimento di determinati obiettivi. Scommessa vinta: quindici anni dopo, lo stabilimento Nissan di Sunderland era il pi\u00f9 produttivo del mondo, con 101 vetture prodotte ogni anno per ogni dipendente; e le retribuzioni effettive erano le pi\u00f9 alte del Regno Unito.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Pu\u00f2 accadere, dunque, che sia proprio il collettivo dei lavoratori a ingaggiare o scartare (o addirittura respingere coi cavalli di Frisia) l\u2019imprenditore che viene da fuori. Quando di ci\u00f2 si tratta, i lavoratori devono saper esercitare attraverso i loro rappresentanti un\u2019intelligenza collettiva, che nei casi Alitalia e Ti-Lo fece loro drammaticamente difetto.<\/p>\n<p>La stessa intelligenza collettiva sarebbe necessaria per allargare il novero dei possibili candidati alla gestione dell\u2019azienda, in modo da poter scegliere in una rosa pi\u00f9 ampia l\u2019imprenditore che offre di pi\u00f9 sotto il profilo della qualit\u00e0 del piano industriale, dell\u2019affidabilit\u00e0, della solidit\u00e0 finanziaria. Da questo punto di vista la globalizzazione potrebbe costituire per i lavoratori fonte di opportunit\u00e0 mai viste prima. Perch\u00e9 se \u00e8 vero che essa consente agli imprenditori di mettere in concorrenza tra loro lavoratori di tutto il mondo, \u00e8 anche vero che essa consentirebbe a questi ultimi di mettere a loro volta in concorrenza tra loro imprenditori di tutto il mondo, beneficiando dell\u2019offerta migliore. Sotto questo punto di vista appare evidente quanto grave sia l\u2019errore, commesso sistematicamente negli anni passati dai rappresentanti sindacali e politici dei lavoratori italiani, di privilegiare e difendere <em>a priori<\/em> l\u2019\u201citalianit\u00e0\u201d dell\u2019impresa. Errore commesso non soltanto nella vicenda Alitalia del 2008, ma in numerose altre, anche se per fortuna non sempre con successo: erano frutto di quell\u2019errore le barricate erette in difesa dell\u2019italianit\u00e0 dell\u2019Alfa Romeo contro le mire della Ford a met\u00e0 degli anni \u201980, dell\u2019italianit\u00e0 del Nuovo Pignone contro la General Electric nei primi anni \u201990, di Antonveneta contro l\u2019olandese ABN Ambro nel 2005, di Autostrade contro la spagnola Abertis nel 2006, di Telecom contro AT&amp;T nel 2008, di Parmalat contro la francese Lactalis nel 2011; e l\u2019elenco potrebbe continuare a lungo. Privilegiare l\u2019\u201citalianit\u00e0\u201d significa rinunciare preventivamente \u2011 oltre che ai miliardi degli investitori stranieri \u2013 anche a scegliere l\u2019imprenditore migliore disponibile su scala mondiale, restringendo drasticamente la scelta entro gli angusti confini di un Paese che \u00e8 solo l\u2019uno per cento del mondo.<\/p>\n<p>Per trarre vantaggio dalla globalizzazione aumentando la gamma degli imprenditori tra i quali poter scegliere occorre pure allineare agli standard dell\u2019Occidente industrializzato i contenuti essenziali della disciplina del lavoro, rendendola facilmente comprensibile agli operatori stranieri. \u00c8 questo il motivo per cui nel rapporto presentato dal Comitato Investitori Esteri al Governo italiano nel dicembre 2012 tra le prime richieste compariva quella di un codice semplificato del lavoro, nel quale la disciplina dei licenziamenti, dei trasferimenti e pi\u00f9 in generale della flessibilit\u00e0 funzionale all\u2019interno dell\u2019azienda fosse armonizzata con quella degli altri ordinamenti europei maggiori. A questa riforma e in particolare al progetto del codice semplificato ho dedicato il libro che sar\u00e0 in libreria nei giorni prossimi, <em>Il lavoro ritrovato<\/em>, per mostrare come la libert\u00e0 e la dignit\u00e0 di <em>tutti<\/em> siano garantite molto meglio dalla possibilit\u00e0 di scegliere tra diversi imprenditori che da una ingessatura del rapporto di lavoro quale \u00e8 quella assicurata dall\u2019articolo 18, disponibile oltretutto per met\u00e0 soltanto dei lavoratori.<\/p>\n<p>I casi della Nissan a Sunderland, della Ti-Lo a Milano e della Fiat a Pomigliano mostrano, poi, quanto sia necessario, per aumentare la gamma degli imprenditori disponibili a investire in casa nostra, che i lavoratori siano disponibili a negoziare il nuovo assetto dell\u2019impresa secondo modelli radicalmente nuovi, praticati con successo in altre parti del mondo. Per questo occorre un sindacato-intelligenza collettiva dei lavoratori capace di prendere in considerazione e valutare, senza chiusure preventive, tutta l\u2019innovazione possibile in materia di organizzazione del lavoro, struttura della retribuzione e rapporti sindacali in azienda: l\u2019esatto contrario di quello che fecero i sindacati dei trasporti Cgil-Cisl e Uil nella trattativa con la Ti-Lo, e cinque anni dopo la Fiom-Cgil in quella con Sergio Marchionne a Pomigliano. Ma occorre anche un sistema di relazioni industriali che consenta al contratto collettivo aziendale, se stipulato dalla coalizione sindacale maggioritaria nel luogo di lavoro, non soltanto di derogare al contratto nazionale, ma di sostituirlo radicalmente, come \u00e8 accaduto alla Fiat dopo la svolta del 2010. Questa \u00e8 la seconda parte della profonda riforma del sistema delle relazioni industriali, cui il Governo Renzi ha intenzione di dedicarsi \u2013 con buona pace di Susanna Camusso e di Maurizio Landini \u2013 appena sar\u00e0 conclusa la fase della riscrittura della disciplina dei rapporti individuali, in attuazione della legge-delega del dicembre 2014.<\/p>\n<p>Il discorso \u00e8 di interesse vitale per le regioni del Mezzogiorno: anche qui, dove pure ci sarebbe tanto bisogno di importare buona imprenditoria quale che ne sia la provenienza straniera, il sindacato oggi sa solo porre dei paletti preventivi (entit\u00e0 e struttura della retribuzione, organizzazione del lavoro: tutto rigidamente prestabilito al livello nazionale); non sa \u2013 come non sanno i governi pubblici locali \u2013 cercare per il mondo il buon imprenditore disponibile, valutarne la capacit\u00e0 e il piano industriale senza chiusure preventive, se del caso scommettere su quel piano anche a costo di sperimentare strutture nuove della retribuzione e dell\u2019organizzazione del lavoro, aprirsi a modelli diversi di relazioni industriali. Altro che agitare lo spettro delle \u201cgabbie salariali\u201d: \u00e8 urgente sgabbiare la contrattazione aziendale!<\/p>\n<p>A seconda che si comporti come le tre confederazioni maggiori nei casi Alitalia 2008 e Ti-Lo 2005, oppure come AUEW nel caso Nissan Sunderland 1986 e Fim-Uilm-Fismic nel caso Fiat 2010, il sindacato pu\u00f2 essere una delle tante palle al piede del Paese e soprattutto delle zone depresse, oppure lo strumento che consente loro di attirare gli imprenditori migliori.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA GLOBALIZZAZIONE AUMENTA QUESTA POSSIBILIT\u00c0, A CONDIZIONE CHE CI SIA UN SINDACATO-INTELLIGENZA COLLETTIVA CAPACE DI VALUTARE IL PIANO INDUSTRIALE INNOVATIVO E DI NEGOZIARE A 360 GRADI LA SCOMMESSA COMUNE CON LA MULTINAZIONALE CHE LO PROPONE,\u00a0DA QUALSIASI PARTE DEL MONDO VENGA\u00a0 Articolo pubblicato sul quotidiano Il Foglio il 29 maggio 2015 &#8211; Costituisce una sintesi della [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4,9,11],"tags":[],"class_list":["post-35830","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-editoriale","category-21-lavoro","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35830","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35830"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35830\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35830"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35830"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35830"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}