
{"id":39128,"date":"2016-03-04T13:01:02","date_gmt":"2016-03-04T12:01:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=39128"},"modified":"2016-03-04T13:01:02","modified_gmt":"2016-03-04T12:01:02","slug":"intervista-sulla-crisi-del-sistema-italiano-delle-relazioni-indutriali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=39128","title":{"rendered":"INTERVISTA SULLA CRISI DEL SISTEMA ITALIANO DELLE RELAZIONI INDUTRIALI"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">LE RAGIONI DEL DECENTRAMENTO DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA E QUELLE DEL SUO RITARDO, LE PROSPETTIVE DI UN&#8217;AUTORIFORMA INCENTIVATA DAL GOVERNO<\/span><\/p>\n<p><em>Intervista a cura di Rossella Sirtori, per la sua tesi di laurea sull&#8217;evoluzione del sistema italiano delle relazioni industriali, intitolata <\/em>La Confindustria e i sindacati: servono ancora?<em>, Universit\u00e0 dell&#8217;Insubria, marzo 2016 &#8211; In argomento v. anche la mia relazione al convegno di Orvieto del settembre 2015, <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=37206\" target=\"_blank\">Contrattazione: le quattro ragioni per una svolta<\/a><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Professor Ichino, lei ha scritto in tempi non sospetti un libro, <em><a href=\"http:\/\/archivio.www.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=237\">A che cosa serve il sindacato?<\/a><\/em>, nel quale proponeva una profonda riforma del sistema delle relazioni industriali. Se dovesse aggiornarlo oggi che quadro presenterebbe?<br \/>\n<\/strong>In quel libro, la cui prima edizione \u00e8 del 2005, sostenevo due tesi: innanzitutto la necessit\u00e0 di consentire che \u2013 in armonia con la svolta compiuta su questo terreno dalla Germania nel 2001 \u2013 il contratto collettivo aziendale non soltanto possa derogare, ma possa integralmente sostituire il contratto nazionale; inoltre la necessit\u00e0 di un riconoscimento chiaro della validit\u00e0 della clausola di tregua, cio\u00e8 della rinuncia inserita in un contratto collettivo a scioperare contro il contratto stesso, fino alla sua scadenza. Appena uscito, quel libro incontr\u00f2 qualche simpatia soltanto nella Cisl di Savino Pezzotta e nella Uil di Luigi Angeletti, ma non nella Confindustria: fu allora che mi accorsi di quanto la Confindustria fosse ancora arroccata in difesa della centralit\u00e0 e dell\u2019inderogabilit\u00e0 del contratto collettivo nazionale. Quello che davvero non era prevedibile \u00e8 quanto caro la stessa Confindustria avrebbe pagato questo errore, nel giro di un tempo molto breve.<\/p>\n<p><strong>A che cosa si riferisce?<br \/>\n<\/strong>Soltanto cinque anni dopo la pubblicazione di quel mio libro, nella primavera 2010, proprio sui due punti che ne costituivano la tesi centrale si apr\u00ec la vertenza Fiat nello stabilimento di Pomigliano, subito dopo estesa agli stabilimenti di Mirafiori e di Grugliasco: lo scontro fra Sergio Marchionne e la Fiom-Cgil si determin\u00f2 sulla richiesta di tre deroghe al contratto collettivo nazionale di settore e di un impegno formale di tregua sindacale per tutta la durata dell\u2019accordo. La Cgil qualific\u00f2 allora quella richiesta come un \u201cattacco ai diritti fondamentali dei lavoratori\u201d; per\u00f2 poi soltanto un anno dopo, nel giugno 2011, la stessa Cgil avrebbe firmato con Cisl e Uil un accordo interconfederale che sostanzialmente legittimava integralmente le richieste della Fiat dell\u2019anno prima. Fatto sta che quell\u2019accordo interconfederale non imped\u00ec l\u2019uscita della Fiat dal sistema delle relazioni industriali centrato sui contratti collettivi nazionali firmati da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria: perch\u00e9 quel sistema non si spingeva ad ammettere che l\u2019accordo stipulato con il sindacato da una grande multinazionale come la Fiat potesse sostituirsi in blocco al contratto nazionale. Ecco: una nuova edizione di <em>A che cosa serve il sindacato<\/em> dovrebbe dar conto di queste vicende; e del ritardo col quale il sistema italiano delle relazioni industriali si sta attrezzando per rispondere alle sfide della globalizzazione: \u00e8 ancora un sistema troppo chiuso, ispirato a un modello di determinazione centrale degli standard di trattamento dei lavoratori che non funziona pi\u00f9.<\/p>\n<p><strong>Gli ultimi sviluppi su questo fronte non possono, secondo lei, preludere all\u2019eliminazione di questo ritardo?<br \/>\n<\/strong>A dire il vero gli ultimi sviluppi non mi sembrano entusiasmanti. Nell\u2019estate scorsa il Governo aveva posto alle Parti sociali il problema di una riforma del sistema delle relazioni industriali, nel senso dell\u2019istituzione di una relazione pi\u00f9 stretta fra le dinamiche della retribuzione e della produttivit\u00e0 in azienda, quindi di uno spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia; e aveva chiesto loro un accordo, o quanto meno un avviso comune in proposito. A otto mesi di distanza, non soltanto non si \u00e8 avuto alcun accordo, n\u00e9 alcun avviso comune delle parti sociali, ma si \u00e8 registrato a met\u00e0 gennaio un accordo tra le confederazioni sindacali maggiori che va in direzione opposta a quella indicata dal Governo: Cgil, Cisl e Uil hanno concordato di cambiare qualche cosa nei dettagli, ma hanno sostanzialmente ribadito di non voler rinunciare a un contratto collettivo nazionale \u201cforte\u201d, cio\u00e8 a un contratto cui intendono continuare ad affidare il compito di determinare la dinamica dei salari in riferimento all\u2019intero territorio del Paese, anche oltre il puro e semplice recupero dell\u2019inflazione. Insomma, sembra aver avuto la meglio lo spirito del gattopardo.<\/p>\n<p><strong>Pu\u00f2 spiegare meglio?<br \/>\n<\/strong>In tema di contrattazione aziendale questo documento delle confederazioni sindacali maggiori non innova di una virgola rispetto a quanto gi\u00e0 previsto dall\u2019accordo interconfederale del giugno 2011: quell\u2019accordo gi\u00e0 prevedeva la derogabilit\u00e0 del contratto nazionale da parte di quello aziendale su tutto quanto non riguardi i minimi retributivi. Ma il nocciolo della questione riguarda proprio quest\u2019ultima materia; e su questa non c\u2019\u00e8 alcuna indicazione nel senso di un decentramento della contrattazione, in funzione di un nesso pi\u00f9 stretto fra produttivit\u00e0 e retribuzione. Resta intatta la determinazione dei minimi nazionali in termini di salario nominale; continuano a essere ignorate le rilevanti differenze di potere d\u2019acquisto tra nord e sud del Paese; ma soprattutto viene lasciata intatta la rigida inderogabilit\u00e0 non solo dei minimi fissati e aumentati centralmente, ma anche della struttura della retribuzione, in particolare della ripartizione tra componente fissa, che fa la parte del leone, e componente suscettibile di variare in relazione alla produttivit\u00e0 o alla redditivit\u00e0 della singola azienda, oggi di entit\u00e0 minima. Su questo piano il documento di Cgil, Cisl e Uil innova davvero poco.<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 il sistema di determinazione centralizzata degli standard di trattamento, secondo lei, non funziona o funziona male?<br \/>\n<\/strong>Il modello centralistico di determinazione degli standard di trattamento dei lavoratori \u2013 che applichiamo a parole, attribuendo valore dominante ai minimi tabellari fissati inderogabilmente da un contratto collettivo nazionale \u2013 si fonda in linea di principio sul principio opposto: quello per il quale, quando una azienda non riesce a reggere lo standard di trattamento minimo, \u00e8 bene che essa chiuda e che ciascuno dei suoi dipendenti migri verso un\u2019azienda pi\u00f9 forte, capace di valorizzare meglio il suo lavoro. In Italia questa implicazione fondamentale del sistema di determinazione centralizzata degli standard minimi non \u00e8 mai entrata veramente a far parte della cultura delle relazioni industriali. Ancor meno siamo disposti ad accettare che, in forza di quel principio, si attivino dei robusti flussi migratori dal Mezzogiorno verso il Nord: al punto che ci siamo assuefatti a un Mezzogiorno nel quale met\u00e0 del tessuto produttivo funziona sotto-standard, quindi al di fuori delle regole stabilite centralmente. Questo significa che nel Mezzogiorno di fatto consentiamo la deroga al contratto nazionale, ma non alla contrattazione aziendale: la ammettiamo solo quando \u00e8 del tutto fuori-legge, quindi controllata dalla criminalit\u00e0 organizzata. Se cos\u00ec \u00e8, logica vuole che ne traiamo le conseguenze, accettando che il contratto nazionale svolga soltanto la funzione di disciplina di <em>default<\/em>, cio\u00e8 applicabile nei casi in cui faccia difetto un contratto stipulato a un livello pi\u00f9 vicino al luogo di lavoro.<\/p>\n<p><strong>Quale profilo dovrebbe avere un sistema moderno di relazioni sindacali?<\/strong><strong><br \/>\n<\/strong>Occorrerebbe che i minimi tabellari fossero dei veri \u201cminimi di garanzia\u201d, che quindi venissero determinati non in termini nominali, ma in termini di potere d\u2019acquisto effettivo, quindi differenziati in relazione a un indice regionale del costo della vita; in modo da evitare che si ripeta quello che accade oggi con i minimi tabellari dei contratti nazionali, troppo alti per la Calabria, troppo bassi per la Lombardia. E che tutta la parte restante della retribuzione venisse determinata in relazione all\u2019andamento della redditivit\u00e0 o produttivit\u00e0 delle singole aziende: il contratto collettivo nazionale potrebbe mettere a disposizione delle imprese del settore due o tre modelli di premio di produzione o di risultato, applicabili l\u00e0 dove la materia non sia oggetto di contrattazione in azienda. Tutta la parte del contratto nazionale diversa dal \u201cminimo di garanzia\u201d, comunque, deve costituire una disciplina applicabile per <em>default<\/em> l\u00e0 dove non ne sia dettata una diversa a un livello pi\u00f9 vicino al luogo di lavoro.<\/p>\n<p><strong>Qual \u00e8 il perimetro dell\u2019intervento dello Stato, del governo, ammesso che debba esserci?<br \/>\n<\/strong>Si suol dire che in materia di relazioni industriali la regola generale \u00e8 quella dell\u2019<em>abstention of law<\/em>, della neutralit\u00e0 dell\u2019autorit\u00e0 statuale. In realt\u00e0 non \u00e8 cos\u00ec n\u00e9 nel nostro Paese, n\u00e9 nei principali modelli stranieri cui facciamo pi\u00f9 comunemente riferimento. Qui da noi l\u2019ordinamento statale \u00e8 intervenuto in modo molto incisivo sul sistema delle relazioni industriali con il titolo III dello Statuto dei lavoratori, contenente la disciplina delle rappresentanze sindacali e dell\u2019attivit\u00e0 sindacale nei luoghi di lavoro: una disciplina che necessita da tempo un aggiornamento. Ma ancor prima l\u2019ordinamento statale \u00e8 intervenuto con l\u2019articolo 39 della Costituzione e, a seguito del consolidarsi della sua disapplicazione, con l\u2019orientamento giurisprudenziale che ha determinato l\u2019estensione di fatto <em>erga omnes<\/em> dell\u2019applicazione dei minimi tabellari dei contratti collettivi nazionali. Credo che oggi l\u2019interferenza dell\u2019ordinamento statale nel sistema delle relazioni industriali non vada aumentata, ma vada aggiustata, corretta nei suoi contenuti.<\/p>\n<p><strong>Come?<br \/>\n<\/strong>Occorre una correzione dell\u2019articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, che renda il numero dei membri delle rappresentanze sindacali proporzionale rispetto ai voti conseguiti dalle rispettive associazioni in una consultazione almeno triennale. Occorre anche una norma che recepisca nell\u2019ordinamento statale i criteri di verifica della rappresentativit\u00e0 delle associazioni sindacali fissati dagli accordi interconfederali, con una clausola che consenta, l\u00e0 dove manchi il dato associativo, di fare riferimento al solo dato elettorale. Per il resto, il sistema della contrattazione collettiva deve rimanere libero da interferenze pubbliche. Questo, per\u00f2, non significa che lo Stato non possa e debba prevedere un salario minimo orario applicabile l\u00e0 dove i contratti collettivi nazionali non riescono ad arrivare per forza propria. E a mio avviso anche questo standard minimo dovrebbe essere stabilito non in termini nominali, ma in termini di potere d\u2019acquisto: per esempio, un valore unico valido per l\u2019intero territorio nazionale, come potrebbe essere quello di sei euro, o sei e mezzo, moltiplicato per un coefficiente determinato dall\u2019Istat in relazione al costo della vita rilevato in ciascuna regione. Questo non costituirebbe un vincolo diretto per i contratti collettivi nazionali, ma servirebbe a orientare la loro negoziazione verso una scelta analoga per la determinazione dei minimi tabellari. Una robusta riduzione del prelievo fiscale sulla parte variabile della retribuzione contribuirebbe poi a incentivare l&#8217;autoriforma del sistema della contrattazione.<\/p>\n<p><strong>Che impatto hanno, invece, sulle relazioni sindacali le riforme gi\u00e0 fatte?<br \/>\n<\/strong>Sul sistema delle relazioni industriali l\u2019impatto diretto delle riforme fatte nell\u2019ultimo biennio \u00e8 scarso o nullo, poich\u00e9 esse hanno riguardato soltanto la disciplina del rapporto individuale di lavoro. Un impatto indiretto, per\u00f2, c\u2019\u00e8 e non \u00e8 di poco conto: il fatto che si sia voltato pagina rispetto a un regime fondato sulla <em>job property<\/em> come regola generale, per inaugurare un regime ispirato principalmente al principio della <em>flexsecurity<\/em>, costringe i sindacati ad allargare effettivamente, e non soltanto a parole, la loro <em>constituency<\/em> a tutto il vasto e variegato mondo del lavoro dipendente, senza pi\u00f9 riprodurre nella propria struttura quello stesso <em>apartheid<\/em> tra stabili e precari che fino a ieri ha caratterizzato il tessuto produttivo e in parte ancora lo caratterizza.<\/p>\n<p><strong>In relazione alla questione dell\u2019articolo 18: quando Amato ne propose l\u2019abolizione non incontr\u00f2 il favore di tutte le imprese, ma incapp\u00f2 soprattutto nell\u2019ostilit\u00e0 del sindacato, impegnato nella solita battaglia di posizione. <\/strong><strong>Quali furono, se ci furono, a suo parere, gli errori della Confindustria?<br \/>\n<\/strong>L\u2019errore di Confindustria e del Governo, nel 2002-2003, fu di non proporre l\u2019obiettivo ambizioso della <em>flexsecurity<\/em>, bens\u00ec proporre soltanto l\u2019obiettivo della <em>flex<\/em> senza la <em>security<\/em>: senza, dunque, la riforma degli ammortizzatori sociali con un drastico rafforzamento del trattamento di disoccupazione e la sua estensione alla totalit\u00e0 dei lavoratori dipendenti; e senza la riforma dei servizi per l\u2019impiego e pi\u00f9 in generale del sistema delle politiche attive del lavoro.<\/p>\n<p><strong>Un\u2019ultima domanda: come si spiega la rilevanza che Confindustria ha sempre avuto come interlocutore privilegiato tra tutte le altre associazioni datoriali nei rapporti con il sindacato ma anche con i governi e in generale con i poteri forti?<br \/>\n<\/strong>Alla fine degli anni \u201950 il nostro tessuto produttivo era costituito per circa due terzi dall\u2019industria, e solo per il terzo restante da terziario, servizi e agricoltura. E la grande impresa era tipicamente, se non esclusivamente, un\u2019impresa del settore industriale. Alla fine del secolo scorso il rapporto quantitativo si \u00e8 invertito; ma questo \u00e8 accaduto anche per effetto dell\u2019esternalizzazione da parte delle grandi imprese di numerose attivit\u00e0 appartenenti al settore dei servizi e a quello dell\u2019economia immateriale. Sta di fatto, comunque, che Confindustria ha ampliato l\u2019area rappresentata per ricomprendervi questi ultimi settori. Sull\u2019altro versante, invece, la Confcommercio si \u00e8 sempre caratterizzata soprattutto come associazione di imprese di dimensioni piccole o medie; e ultimamente ha addirittura perso la rappresentanza della grande distribuzione. Questo pu\u00f2 forse spiegare la sua minore influenza come interlocutore del Governo e delle confederazioni sindacali maggiori, quando si \u00e8 trattato di discutere di temi di interesse generale.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LE RAGIONI DEL DECENTRAMENTO DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA E QUELLE DEL SUO RITARDO, LE PROSPETTIVE DI UN&#8217;AUTORIFORMA INCENTIVATA DAL GOVERNO Intervista a cura di Rossella Sirtori, per la sua tesi di laurea sull&#8217;evoluzione del sistema italiano delle relazioni industriali, intitolata La Confindustria e i sindacati: servono ancora?, Universit\u00e0 dell&#8217;Insubria, marzo 2016 &#8211; In argomento v. anche [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[26,11],"tags":[],"class_list":["post-39128","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-interview","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/39128","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=39128"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/39128\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=39128"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=39128"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=39128"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}