
{"id":43493,"date":"2017-01-22T16:56:45","date_gmt":"2017-01-22T15:56:45","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=43493"},"modified":"2017-01-22T22:58:41","modified_gmt":"2017-01-22T21:58:41","slug":"unidea-del-lavoro-lontana-dalleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=43493","title":{"rendered":"UN&#8217;IDEA DEL LAVORO MOLTO LONTANA DALL&#8217;EUROPA"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">MENTRE IL NOSTRO SINDACATO MAGGIORE PROMUOVE UN PROGETTO DI RIFORMA CHE RIDURREBBE IL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO AL LIVELLO DELL&#8217;ALBANIA DI ENVER HOXHA, IL PARTITO IN TESTA NEI SONDAGGI PROMUOVE UN REFERENDUM CONTRO L&#8217;EURO: E POI CI STUPIAMO CHE IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO VENGA DECLASSATO?<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo di Franco Debenedetti pubblicato sul Sole 24 Ore il 22 gennaio 2017 &#8211; Sul tema dei referendum promossi dalla Cgil v. anche il mio articolo pubblicato sullo stesso quotidiano il 10 gennaio, <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=43356\" target=\"_blank\">A testa bassa contro la riforma del lavoro: la storia si ripete<\/a> \u00a0 \u00a0 <!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>L&#8217;abbiamo scampata bella!<\/p>\n<div id=\"attachment_43494\" style=\"width: 269px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-43494\" class=\"size-full wp-image-43494\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/Franco-Debenedetti.jpg\" alt=\"Franco Debenedetti\" width=\"259\" height=\"194\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/Franco-Debenedetti.jpg 259w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/Franco-Debenedetti-150x112.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 259px) 100vw, 259px\" \/><p id=\"caption-attachment-43494\" class=\"wp-caption-text\">Franco Debenedetti<\/p><\/div>\n<p>Se solo avessero lasciato la parola 15 invece di sostituirla con il 5 ripescato in un\u2019altra parte della norma, il referendum sarebbe stato probabilmente dichiarato ammissibile, quasi con certezza si sarebbe superato il quorum ed \u00e8 possibile che i S\u00ec sarebbero stati in maggioranza. Come \u00e8 noto, il vecchio art 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 imponeva che il lavoratore di un\u2019azienda con pi\u00f9 di 15 dipendenti venisse reintegrato nel suo posto di lavoro, ove il giudice non ne ravvisasse il giustificato motivo. Il referendum promosso dalla Cgil voleva non solo ripristinare l\u2019art 18, eliminato dal Jobs act per i nuovi assunti, nella sua formulazione pi\u00f9 arcigna, ma estenderlo a tutte le aziende con pi\u00f9 di 5 dipendenti. La Corte ha ritenuto che si sarebbe trattato di un referendum propositivo; e non l\u2019ha ammesso. Ma le indiscrezioni parlavano di una Corte divisa e giustificavano il nostro diffuso pessimismo. I proponenti il referendum non potevano ignorare questo rischio. Perch\u00e9 hanno voluto correrlo? Qual era l\u2019obiettivo tanto importante da giustificare l\u2019azzardo?<\/p>\n<p>La Cgil ha redatto una \u201cCarta dei diritti universali del lavoro\u201d, che con oltre 30mila parole in 97 articoli, tecnicamente perfetti, chiari, concisi e facilmente leggibili, ridefinisce l\u2019intero diritto del lavoro e sindacale. Quando, sette anni fa, Pietro Ichino aveva proposto <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=36708\" target=\"_blank\">il suo codice semplificato<\/a>, che razionalizzava le norme nel tempo accumulatesi, la Cgil aveva tuonato che \u00absemplificazione significa smantellamento dei diritti\u00bb. Poi ha cambiato idea: con un lavoro opposto nei contenuti ma analogo nell\u2019intento semplificativo, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=36708\" target=\"_blank\">ha proposto anch\u2019essa il proprio codice semplificato<\/a>, che avrebbe dovuto essere il punto di arrivo di un complesso disegno politico. Gettarne le basi con il voto popolare sui tre pilastri sottoposti a referendum \u2013 l\u2019estensione del diritto al reintegro a tutte le imprese con pi\u00f9 di 5 lavoratori, l\u2019abolizione dei voucher e il ritorno alla disciplina originaria sugli appalti \u2013 e farne la piattaforma di lancio per l\u2019approvazione di una legge di iniziativa popolare che recepisse la <em>Carta dei diritti universali<\/em> versione Cgil. Una rigida disciplina del part-time, del mutamento di mansioni, del contratto a termine, estesa a tutte le imprese indipendentemente dalle dimensioni, addirittura alle collaborazioni continuative: una vera e propria scorpacciata di protezioni aggiuntive per i lavoratori che hanno la fortuna di trovarsi dentro la cittadella fortificata del lavoro protetto. La \u201cvariabile indipendente\u201d del sistema, che un tempo la Cgil sosteneva essere la retribuzione, oggi in questa ottica \u00e8 la rigidit\u00e0 delle protezioni.<\/p>\n<p>Il referendum per l\u2019art.18 non si far\u00e0, quello per i voucher potrebbe essere forse disattivato da un intervento legislativo, e in ogni caso potrebbe non raggiungere il quorum. Ma restano, e non sono da poco, i guasti che l\u2019iniziativa ha prodotto per la formazione di una corretta opinione pubblica in tema di diritti del lavoro. La campagna di delegittimazione e di denigrazione dello strumento del voucher \u00e8 stata velenosa. Ci saranno stati, come sempre \u00e8 possibile, degli abusi, e questi vanno impediti e sanzionati: ma \u00e8 la stessa dimensione del fenomeno a dimostrare la fisiologica funzionalit\u00e0 dello strumento. Se fossero spesi per rapporti a tempo pieno, 120 milioni di voucher, corrisponderebbero a circa 60mila posti di lavoro; moltiplichiamoli pure per 20, per tener conto del fatto che si tratta quasi sempre di lavoretti occasionali: arriviamo a 1,2 milioni; \u00e8 comunque una frazione ragionevole, in relazione a una forza-lavoro di 23 milioni. \u00c8 nettamente inferiore rispetto alla percentuale che si registra in Germania per i cosiddetti minijob.<\/p>\n<p>Un milione sono le firme raccolte dalla Cgil a sostegno di ciascuno dei tre quesiti referendari. Ma ben pi\u00f9 della capacit\u00e0 di mobilitazione esterna, impressiona il funzionamento della dialettica interna: nessuna voce si \u00e8 alzata nel sindacato per mettere in discussione il progetto politico. Non era cos\u00ec ai tempi di Luciano Lama, e del controverso referendum sulla scala mobile, e neppure ai tempi di Sergio Cofferati, il quale nel 2003 diede l\u2019indicazione di astenersi dal voto per far fallire il referendum promosso da Rifondazione Comunista, mirato all\u2019estensione dell\u2019articolo 18 alle imprese sotto i 16 dipendenti.<\/p>\n<p>Cos\u00ec noi ci troviamo da un lato il maggior sindacato nazionale che approva compatto un progetto che ingesserebbe le strutture produttive, rendendoci simili all\u2019Albania di Enver Hoxha, e, quanto ai rapporti di lavoro, ci metterebbe in controtendenza rispetto all\u2019Europa. Dall\u2019altro con il partito in testa nei sondaggi che, entrato e uscito, come nella famosa pochade di Feydeau, dall\u2019\u201calbergo del libero scambio\u201d, riconferma il proposito di un referendum per uscire dall\u2019Europa.<\/p>\n<p>Forse l\u2019abbiamo detto troppo presto che l\u2019abbiamo scampata bella.<\/p>\n<p><span style=\"color: white;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>MENTRE IL NOSTRO SINDACATO MAGGIORE PROMUOVE UN PROGETTO DI RIFORMA CHE RIDURREBBE IL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO AL LIVELLO DELL&#8217;ALBANIA DI ENVER HOXHA, IL PARTITO IN TESTA NEI SONDAGGI PROMUOVE UN REFERENDUM CONTRO L&#8217;EURO: E POI CI STUPIAMO CHE IL NOSTRO DEBITO PUBBLICO VENGA DECLASSATO? 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