
{"id":44924,"date":"2017-05-06T18:15:35","date_gmt":"2017-05-06T17:15:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=44924"},"modified":"2017-05-08T13:55:57","modified_gmt":"2017-05-08T12:55:57","slug":"morando-lagenda-per-la-nuova-sinistra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=44924","title":{"rendered":"MORANDO: UN&#8217;AGENDA PER LA NUOVA SINISTRA"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Cosa pu\u00f2 fare la <em>gauche<\/em> europea per non guardare all&#8217;indietro e farsi inghiottire dal populismo &#8211; Proporre una declinazione del globalismo attenta all&#8217;equilibrio tra meriti e bisogni &#8211; Mettersi, credendoci per davvero, alla guida di una Europa pi\u00f9 unita<br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/span><\/h4>\n<p><em>Articolo <strong>di Enrico Morando<\/strong>, viceministro per l&#8217;Economia, pubblicato sul<\/em> Foglio <em>del 5 maggio 2017 &#8211; Dello stesso Autore v. anche, su questo sito,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=43970\" target=\"_blank\">Una strategia per le riforme dopo il disastro del 4 dicembre<\/a>\u00a0\u00a0 <!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_43974\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-43974\" class=\"size-medium wp-image-43974\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Enrico-Morando-300x168.jpg\" alt=\"Enrico Morando\" width=\"300\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Enrico-Morando.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Enrico-Morando-150x84.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><p id=\"caption-attachment-43974\" class=\"wp-caption-text\">Enrico Morando<\/p><\/div>\n<p>Noi riformisti abbiamo sub\u00ecto pesanti sconfitte. Cresce, nel nostro campo, lo smarrimento. Se vogliamo rilanciare la nostra iniziativa, c\u2019\u00e8 una sola cosa da fare: rimettere la nostra strategia in un rapporto di coerenza con la realt\u00e0, per dare pi\u00f9 efficacia alla nostra azione riformatrice. Il terreno su cui lavorare \u00e8 innanzitutto quello della cultura politica della sinistra. Quella vecchia non fornisce pi\u00f9 coordinate che ci consentano di capire e di agire. Quella nuova \u2013 che aveva animato la fase costituente del PD, a partire dal Lingotto \u2013 non \u00e8 stata coltivata. Lo smarrimento nasce da qui. Smarrimento di fronte all\u2019enorme <em>disordine<\/em> che regna nel mondo. Un disordine pericoloso.<\/p>\n<p>Siamo infatti nel pieno di un processo di trasformazione che ci ha colti largamente impreparati: la distruzione creatrice di Schumpeter \u2013 quella gigantesca ondata di innovazione che, combinando tra loro una serie di invenzioni tecniche nate contemporaneamente in campi diversi, \u201cgenera un salto sensazionale nella gamma di opportunit\u00e0 a disposizione del genere umano\u201d -, ha da tempo assunto a proprio contesto non la dimensione <em>nazionale<\/em>, ma quella <em>globale<\/em>. Le conseguenze sono davvero sconvolgenti. Ad ogni passaggio di fase, nella lunga storia del capitalismo, la <em>distruzione<\/em> ha creato disoccupazione, impoverimento, tragedie sociali di cui sono stati vittime i perdenti, proprio mentre la <em>creazione<\/em> determinava forte aumento di produttivit\u00e0, crescita dei redditi e maggiori opportunit\u00e0 per i vincenti.<\/p>\n<p>In un passato relativamente recente, per\u00f2, la contestualit\u00e0 di tempo e di luogo \u2013 lo Stato nazione \u2013 ha consentito di produrre, attraverso l\u2019azione consapevole dei riformisti, tutti quei mutamenti di contesto che sono serviti per mitigare le conseguenze pi\u00f9 negative della distruzione creatrice, senza soffocare le sue potenzialit\u00e0 positive. Nei trenta gloriosi del \u2018900, ad esempio, la \u201cdistruzione creatrice\u201d ha certamente operato, vecchi modi di produzione sono stati spazzati via, milioni di persone sono passati dall\u2019occupazione agricola a quella industriale, la produttivit\u00e0 totale dei fattori si \u00e8 accresciuta, ma lo Stato nazionale e, in esso, le politiche \u201csocialdemocratiche\u201d di piena occupazione e Stato Sociale hanno garantito al capitalismo una \u201corganizzazione\u201d (Prem Shankar). Ne \u00e8 nato il secolo socialdemocratico: la spinta alla maggiore efficienza economica si \u00e8 combinata con la spinta all\u2019eguaglianza, determinando sviluppo quantitativo e qualitativo. Ma cosa resta di tutto questo, quando il teatro della \u201cdistruzione creatrice\u201d diventa il mondo, cos\u00ec che la <em>creazione<\/em> determina i suoi effetti benefici su di un territorio, mentre la <em>distruzione<\/em> di lavoro, ricchezza, opportunit\u00e0 avviene a migliaia di chilometri di distanza, in un altro continente? Quando il nuovo \u201cscoppio\u201d (Schumpeter) di innovazione crea le premesse e le condizioni per la globalizzazione, il capitalismo perde la sua \u201corganizzazione\u201d: cio\u00e8 istituzioni politiche (Stato nazionale e democrazia competitiva), ed economiche capaci di mettere limiti e rimedi alla sua cecit\u00e0 in materia di effetti sociali del suo operato.<\/p>\n<p>La sinistra, messa di fronte a questo radicale mutamento del contesto in cui opera, deve dunque scegliere tra due strade alternative. La prima, \u00e8 quella della \u201creazione\u201d, in senso tecnico: tentare di favorire il ritorno alla \u201corganizzazione\u201d precedente. Parola d\u2019ordine: vade retro, globalizzazione. Troppa sofferenza sociale. Troppo disuguaglianza. Troppo miseria culturale. Troppi rischi non padroneggiabili. Usando un linguaggio antico \u2013 quello che si usava nel PCI \u2013 si pu\u00f2 dire che si tratta di una linea che tenta certamente di fornire una risposta alle nuove, drammatiche contraddizioni sociali, ma non pu\u00f2 avere successo, perch\u00e9 \u201costacola lo sviluppo delle forze produttive\u201d. Una linea, dunque, che affonda le sue radici in problemi reali \u2013 le fabbriche che chiudono; la parte della forza lavoro meno istruita che fatica a trovare lavoro e, se lo trova, lo trova instabile e mal pagato; la distanza crescente nel livello dei redditi, dei patrimoni e della istruzione \u2013, ma appare velleitaria anche a chi la sostiene. La istintiva ribellione alla \u201cingiustizia\u201d, unita alla impraticabilit\u00e0 delle (presunte) soluzioni, \u00e8 il migliore brodo di cultura per il diffondersi di una vecchia malattia della sinistra: il massimalismo del \u201ctutto o niente\u201d. Quello che\u2026 siccome \u201ctutto\u201d \u00e8 irraggiungibile, allora manifestiamo e testimoniamo\u2026 Si tratta di una posizione che emerge e tende ad affermarsi in tutta Europa e negli Stati Uniti: non si comprende altrimenti come il Labour sia saldamente finito nella mani di Corbyn (s\u00ec, d\u2019accordo, c\u2019\u00e8 stato l\u2019errore di Blair sull\u2019Iraq. Ma di l\u00ec a\u2026). Come le primarie del P.S.F. abbiamo assegnato una netta vittoria ad Hamond. E come un socialista massimalista europeo come Sanders abbia quasi vinto quelle del Partito dell\u2019asinello in USA.<\/p>\n<p>Non pu\u00f2 sorprendere che questa posizione finisca spesso per confondersi \u2013 vedi alla voce M\u00e9lenchon \u2013 con quella dei populisti di tutt\u2019altra matrice: se \u00e8 vero che il populismo cerca colpevoli da additare alla rabbia del popolo, mentre il riformismo cerca cause da rimuovere, \u00e8 difficile non vedere come il linguaggio del massimalismo \u2013 tra accuse ai riformisti di \u201ctradimento\u201d e individuazione di \u201ccomplicit\u00e0\u201d, consapevole o meno, col nemico \u2013 presenti pi\u00f9 di un\u2019assonanza con quello populista.<\/p>\n<div id=\"attachment_43756\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-43756\" class=\"size-medium wp-image-43756\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Elefante-di-Milanovic-300x230.png\" alt=\"L'elefante di Milanovic\" width=\"300\" height=\"230\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Elefante-di-Milanovic-300x230.png 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Elefante-di-Milanovic-150x115.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Elefante-di-Milanovic.png 563w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><p id=\"caption-attachment-43756\" class=\"wp-caption-text\">L&#8217;elefante di Milanovic<\/p><\/div>\n<p>La seconda, \u00e8 quella orientata a fornire al capitalismo globale della nuova fase una <em>organizzazione<\/em>, del tutto nuova rispetto a quella del secolo socialdemocratico, ma altrettanto efficace nel fornire risposte in termini di democrazia politica, diffusione delle opportunit\u00e0 e accesso al lavoro sicuro e ben remunerato. A ben vedere, \u00e8 il contrario di quella adesione acritica alla globalizzazione che \u00e8 stata imputata \u2013 anche a causa dei suoi errori e dei suoi limiti \u2013 alla sinistra della Terza via: si tratta di affrontare, alla luce dei nostri ideali di libert\u00e0, eguaglianza e solidariet\u00e0, i problemi che ci sono proposti dalla <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=43751\" target=\"_blank\">curva dell\u2019elefante di Milanovic<\/a> (vedi alla figura qui a sinistra).\u00a0 Se siamo di sinistra, non possiamo dolerci del primo e pi\u00f9 grande risultato ottenuto dalla globalizzazione: miliardi di persone che prima non mangiavano ora possono farlo (la fase montante della curva di Milanovic). Ma non possiamo non vedere che, specie in Occidente, milioni di lavoratori perdono reddito e sicurezza e sentono come un\u2019offesa insopportabile l\u2019arricchimento della esigua minoranza dello 0,1%, (che sta sulla punta della proboscide).<\/p>\n<p>Se vogliamo vincere questa sfida \u2013 prima quella dentro la sinistra e poi quella con il populismo \u2013 \u00e8 innanzitutto necessario assumere la dimensione europea come teatro della nostra iniziativa. Altro che No Euro: Europa prima di tutto.<\/p>\n<p>Lo stato dell\u2019Unione \u00e8, ad oggi, sconsolante? A parte il fatto che non \u00e8 del tutto vero \u2013 la necessit\u00e0 di rispondere alla Grande Recessione ha costretto a fare qualche significativo passo in avanti (l\u2019Unione bancaria e la politica monetaria della BCE \u201ccoordinata\u201d a livello globale) -, sembrano emergere segnali incoraggianti (Macron e Schulz). In ogni caso, resta il punto essenziale. O l\u2019Europa \u2013 guidata dalla sinistra riformista, che compete per il governo, nel sistema a democrazia competitiva, con un centro destra a sua volta europeista \u2013 \u00e8 in grado di proporre se stessa tra i principali protagonisti di una nuova forma di governo globale, o ne risulter\u00e0 compromessa irrimediabilmente la possibilit\u00e0 stessa di sollevare da terra le vittime della globalizzazione, conservandone al tempo stesso il dinamismo economico, sociale e culturale. <em>Hic Rhodus, hic salta<\/em>.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un principio guida \u2013 o, meglio, una sorta di sistema di valutazione delle politiche \u2013 che possa essere adottato dai riformisti, per realizzare quella radicale innovazione di visione e programma che \u00e8 condizione sine qua non del successo nell\u2019iniziativa per fornire una \u201corganizzazione\u201d al capitalismo globale? Cambiato il moltissimo che c\u2019\u00e8 da cambiare, penso che il riferimento al <em>merito<\/em> e al <em>bisogno<\/em> \u2013 adottato molti anni or sono dal PSI sulla base della elaborazione sviluppata su Mondoperaio e tradotto nella Conferenza di Rimini del 1982 \u2013 possa esserci d\u2019aiuto.<\/p>\n<div id=\"attachment_43977\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-43977\" class=\"size-medium wp-image-43977\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Craxi-e-Martelli-300x196.jpg\" alt=\"Claudio Martelli e Bettino Craxi\" width=\"300\" height=\"196\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Craxi-e-Martelli-300x196.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Craxi-e-Martelli-150x98.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Craxi-e-Martelli.jpg 600w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><p id=\"caption-attachment-43977\" class=\"wp-caption-text\">Claudio Martelli e Bettino Craxi<\/p><\/div>\n<p>La proposta del PSI di Craxi e Martelli si organizz\u00f2 allora attorno all\u2019idea che la strategia riformista \u2013 la politica del PSI \u2013 potesse essere in grado di realizzare <em>l\u2019alleanza<\/em> tra i portatori del merito \u2013 che garantivano il dinamismo economico, culturale e civile nella societ\u00e0 capitalistica \u2013, e i portatori del bisogno, perennemente a rischio di esclusione per ragioni di tipo economico e, sempre di pi\u00f9, di tipo culturale.<\/p>\n<p>A bene vedere, la vecchia sinistra resta dentro questo schema, quando propone di prendere atto delle radici sociali del NO e del successo elettorale dei 5 Stelle, e di spostare \u201ca sinistra, a favore del bisogno\u201d, l\u2019asse delle nostre politiche.<\/p>\n<p>Cos\u2019\u00e8 che non funziona in questo ragionamento? Molti sottolineano la sua insostenibilit\u00e0 sul piano fiscale (dove prendiamo i soldi necessari, se il debito, almeno in Italia, \u00e8 cos\u00ec grande?). Altri la sua impraticabilit\u00e0 politica, per difetto di capacit\u00e0 di rappresentanza (non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 la sinistra \u201cautomaticamente\u201d rappresentativa dei pi\u00f9 deboli, un po\u2019 per ragioni soggettive, un po\u2019 per ragioni oggettive; e non ci sono forze \u201cdi centro\u201d che rechino alla sinistra che si sposta sul <em>bisogno<\/em> i numeri per governare).<\/p>\n<p>Argomenti che hanno qualche fondamento, ma non appaiono decisivi. La mia opinione \u00e8 che, a non funzionare pi\u00f9, sia l\u2019idea di <em>alleanza<\/em> tra merito e bisogno.<\/p>\n<p>L\u2019idea di <em>alleanza<\/em> tende infatti a far pensare \u2013 e fa pensare perch\u00e9 \u00e8 in larga misura figlia di questa ispirazione &#8211; che esistano politiche per promuovere il <em>merito<\/em>, essenziali per garantire crescita e dinamismo economici; e politiche per il <em>bisogno<\/em>, essenziali per garantire una migliore coesione sociale, attraverso la redistribuzione a favore degli esclusi dei frutti della crescita economica.<\/p>\n<div id=\"attachment_41760\" style=\"width: 285px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-41760\" class=\"size-full wp-image-41760\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/Irene-Tinagli.jpg\" alt=\"Irene Tinagli\" width=\"275\" height=\"183\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/Irene-Tinagli.jpg 275w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/Irene-Tinagli-150x100.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px\" \/><p id=\"caption-attachment-41760\" class=\"wp-caption-text\">Irene Tinagli<\/p><\/div>\n<p>La politica del partito riformista, in questo schema, \u00e8 quella che garantisce la compresenza \u2013 nell\u2019agenda di governo \u2013 di entrambe queste politiche, facendole progredire in parallelo. Ora privilegiando le une, ora le altre, attraverso una costante azione di giustapposizione. Per sostenere che tutto ci\u00f2 non funziona, user\u00f2 una frase di Irene Tinagli, in un recente convegno di Libert\u00e0eguale: \u201cperch\u00e9 dobbiamo attendere che le vittime della globalizzazione siano a terra, per \u201cvederle\u201d e cercare di intervenire? Dobbiamo impostare \u201ca monte\u201d la nostra politica, mutare la sua stessa <em>natura<\/em>, per far s\u00ec che essa agisca \u201cprima\u201d \u2013 in senso temporale e in senso qualitativo \u2013 che le persone cadano vittime del processo di innovazione\u201d.<\/p>\n<p>Pietro Ichino, nella stessa occasione, ha chiarito che il Jobs Act \u00e8 stato concepito \u2013 esattamente in questa chiave &#8211; su tre gambe: due autoapplicative (articolo 18 e connessi e indennit\u00e0 di disoccupazione di tipo universalistico); la terza (l\u2019assegno di ricollocazione in mano al lavoratore, da spendere sia presso strutture pubbliche, sia in strutture private), orientata a rafforzare sul mercato il lavoratore disoccupato e quindi radicalmente innovativa rispetto al tradizionale approccio assistenzialistico. Risultato: le prime due gambe si muovono, ma <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=44449\" target=\"_blank\">la terza \u00e8 sostanzialmente bloccata dalla incapacit\u00e0 (non volont\u00e0? Pervicace resistenza?) della Pubblica Amministrazione di settore<\/a>, a partire dalla dirigenza, di riorganizzare se stessa per la gestione di questo nuovo approccio. Un esito che \u2013 ha concluso Ichino \u2013 diffonde sfiducia sulla possibilit\u00e0 stessa di mettere in atto politiche davvero innovative. Cio\u00e8, aggiungo io, politiche che non giustappongano merito e bisogno, ma li integrino fin dall\u2019inizio come i due fili che, indissolubilmente uniti, compongono il tessuto (la strategia riformista).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-43973\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Libert\u00e0Eguale.jpg\" alt=\"Libert\u00e0Eguale\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Libert\u00e0Eguale.jpg 225w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Libert\u00e0Eguale-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/>La nostra esperienza di governo ci fornisce molti altri esempi, da cui si pu\u00f2 trarre la stessa conclusione. Ho descritto puntualmente in un nota consultabile sul sito di <a href=\"http:\/\/www.libertaeguale.it\" target=\"_blank\">Libert\u00e0Eguale<\/a> la vicenda delle detrazioni fiscali per investimenti delle famiglie in ristrutturazioni edilizie e risparmio energetico nelle abitazioni. Si tratta del pi\u00f9 efficace incentivo messo in atto dallo Stato italiano negli ultimi decenni: molto oneroso per le finanze pubbliche, ma estremamente efficace nel sostenere la domanda interna (effetto economico), il miglioramento dell\u2019ambiente (riduzione delle emissioni), la dotazione patrimoniale delle famiglie (la casa ristrutturata e pi\u00f9 efficiente vale di pi\u00f9 e apre alla famiglia possibilit\u00e0 di consumo oggi precluse dalle dimensioni della spesa per riscaldamento).<\/p>\n<p>Dove sta, dunque, il problema? \u00c8 semplice: le detrazioni IRPEF lasciano fuori le famiglie incapienti, proprietarie degli appartamenti nei grandi palazzi anni \u201950-\u201960-\u201970. Le conseguenze di questa oggettiva discriminazione sono molto grandi, in negativo, e fanno da puntuale contraltare a quelle positive appena elencate. Con ovvie conseguenze sul piano politico: chi possiede e abita uno di questi appartamenti nei grandi palazzi e non pu\u00f2 accedere alle forti agevolazioni statali, cosa potr\u00e0 pensare di una politica che spende tanti soldi pubblici per aiutare chi sta meglio di lui (spesso, molto meglio)?<\/p>\n<p>Nella stessa <em>Nota<\/em> ho illustrato la proposta che cerca di correggere la legislazione vigente, al fine di favorire gli interventi di ristrutturazione anche nei palazzi oggi di fatto esclusi. Ma la domanda che qui ci interessa \u00e8: perch\u00e9 solo ora ci rendiamo conto dei limiti gravi di questo intervento, di cui pure vantiamo, e a giusta ragione, il successo? La risposta, anche in questo caso, \u00e8 facile: perch\u00e9 abbiamo pensato che all\u2019intervento per le famiglie relativamente pi\u00f9 forti \u2013 IRPEF capiente e case unifamiliari o con pochi appartamenti \u2013 avrebbe poi potuto e dovuto <em>accompagnarsi<\/em> un\u2019iniziativa di tipo \u201csociale\u201d, sul versante dell\u2019edilizia popolare. Non <em>una <\/em>politica, variamente articolata. Ma <em>due<\/em> politiche, da far progredire parallelamente.<\/p>\n<p>Un terzo esempio ci viene dalla Buona Scuola. Tre i suoi capisaldi: autonomia effettiva degli istituti scolastici; valutazione sistematica di tutto e di tutti; rapporto scuola-territorio, anche al fine di realizzare un\u2019efficace alternanza scuola-lavoro. Tre obiettivi sostenuti da una spesa <em>aggiuntiva<\/em> di tre mld l\u2019anno. Non pretendo di tirare un bilancio, dopo pochi mesi di applicazione. Ma, usando il criterio di valutazione che sto proponendo, un limite appare evidente fin dall\u2019inizio: non c\u2019\u00e8 intreccio tra merito e bisogno, nella costruzione del tessuto della Buona Scuola.<\/p>\n<p>Eppure, approfittando del carattere \u201ccentralistico\u201d della struttura pubblica che fornisce il servizio istruzione, niente avrebbe impedito di selezionare \u2013 sulla base di trasparenti criteri di tipo economico, sociale e culturale \u2013 una certa quantit\u00e0 di istituti scolastici nei quali concentrare pi\u00f9 risorse finanziarie, al fine di impiegarvi \u2013 sotto il vincolo della permanenza duratura \u2013 il personale dirigente e insegnante migliore, cui riconoscere migliori stipendi (almeno il 30% in pi\u00f9) e carriere differenziate. \u00c8 significativo che il tema non si sia neppure proposto, quasi che l\u2019esperienza individuale e collettiva non avesse dimostrato che \u2013 nel campo della istruzione \u2013 \u00e8 particolarmente applicabile il principio che era caro a Ermanno Gorrieri: se si fanno parti eguali tra disuguali, non ci si possono attendere effettivi esiti in termini di equit\u00e0.<\/p>\n<p>La politica del partito riformista \u2013 possiamo dunque concludere, alla luce di questi esempi \u2013 deve essere sottoposta, assieme alle politiche, ad una sorta di \u201ctest del merito e del bisogno\u201d: l\u2019una e le altre saranno coerenti con le esigenze proposteci dalla fase attuale dello sviluppo se \u2013 in generale e partitamente \u2013 costituiranno il telaio che compone, in un unico ordito, il <em>bisogno e il merito<\/em>.<\/p>\n<p>Fin qui, su di una nuova cultura politica, da mettere a base di una profonda revisione delle politiche dei riformisti. Per riconciliare effettivamente innovazione e progresso. Che non sono sinonimi, anche se spesso proprio noi riformisti abbiamo dato l&#8217;impressione di considerarli tali. Su queste basi, possiamo rilanciare un&#8217;iniziativa riformista che non sia e non appaia subalterna al nazionalismo populista. Il contrario, dunque, di ci\u00f2 che la vecchia sinistra ci suggerisce di fare: mettiamoci sulla loro stessa lunghezza d&#8217;onda, altrimenti ci mangiano il terreno su cui posiamo i piedi. Qualche cedimento in questo senso c&#8217;\u00e8 stato -l&#8217;Europa come fonte dei limiti della nostra azione di governo; la riforma costituzionale spiegata pi\u00f9 per i suoi effetti di riduzione dei costi della politica che per il superamento della doppia Camera politica-, ed \u00e8 servito soltanto a rafforzare le ragioni di chi ha fatto di queste posizioni l&#8217;architrave della sua &#8220;proposta&#8221; politica. Prendiamo il tema cruciale dell&#8217;Europa. Certo che l&#8217;orientamento della politica economica e fiscale seguito in questi anni dagli organismi di governo dell&#8217;Unione non ha consentito di sfruttarne le potenzialit\u00e0-le dimensioni del mercato unico; la migliore tenuta della coesione sociale, a paragone con gli USA- ed ha esaltato i difetti e i limiti della costruzione comunitaria. Ma se diciamo: &#8220;Europa prima di tutto, nessuna salvezza fuori e senza l&#8217;Europa&#8221;, allora la nostra voce non pu\u00f2, neppure per un attimo, confondersi con quella di chi vuole l&#8217;Europa principale problema, non fonte essenziale di nuove soluzioni di &#8220;progresso&#8221;.<\/p>\n<p>Se si ragiona cos\u00ec, si vede meglio anche l&#8217;urgenza di una diversa impostazione della polemica contro le posizioni dei populisti. \u00c8 vero: esse variano continuamente, seguendo le indicazioni che vengono dalle macchine che registrano le oscillazioni dei Grandi Dati sulle preferenze del popolo. Ma hanno delle costanti, che non cessano di essere tali solo perch\u00e9 sono a loro volta figlie della attenta registrazione di sensibilit\u00e0 popolari di pi\u00f9 lungo periodo. Due, ad esempio: a- per recuperare competitivit\u00e0 basterebbe recuperare sovranit\u00e0 monetaria; e b- per uscire dal tunnel del debito pubblico troppo grande basta procedere ad una sua ristrutturazione. La prima costantemente presente sul blog di Grillo, fin dagli esordi del Movimento cinque Stelle; la seconda cara alla sinistra-sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni organizzative.<\/p>\n<p>La risposta pi\u00f9 diffusa a queste ipotesi, nei <em>talk show<\/em> televisivi, \u00e8 quella che le liquida in pochi secondi (i tempi della politica spettacolo) come &#8220;fonti certe di incalcolabili catastrofi&#8221;. Punto.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-43982\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/lira-euro-296x300.jpg\" alt=\"lira-euro\" width=\"296\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/lira-euro-296x300.jpg 296w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/lira-euro-148x150.jpg 148w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/lira-euro.jpg 357w\" sizes=\"auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px\" \/>Noi riformisti possiamo avere la meglio solo se il nostro terreno \u00e8: cause, soluzioni, competenza, qualit\u00e0&#8230;Quindi, sulla soluzione &#8220;via dall&#8217;Euro, torniamo alla moneta nazionale&#8221;, dobbiamo: a-riconoscere che, almeno nell&#8217;immediato, la forte svalutazione della moneta che ne seguirebbe aiuterebbe certamente le esportazioni (che, peraltro, non vanno malissimo, anche usando l&#8217;euro). Ma questa soluzione, per risultare davvero efficace, dovrebbe necessariamente passare per un forte ridimensionamento dei salari, che non dovrebbero crescere quando (e quanto) la moneta nazionale &#8220;rinata&#8221; si svaluta, pena lo svanire degli spazi di recupero di competitivit\u00e0 cui \u00e8 ispirata la proposta di fuoriuscita dall&#8217;Euro. Conclusione: l&#8217;abbandono dell&#8217;Euro (e il ritorno alla Lira) non \u00e8 &#8220;folle&#8221; o &#8220;irrealistico&#8221;; \u00e8 una proposta che implica il drastico taglio dei salari. I proponenti non sono sprovveduti.<\/p>\n<p>Contano evidentemente sul fatto che lo siano i loro avversari e gli elettori. Veniamo ora alla ristrutturazione del debito pubblico. Anche in questo caso, le evocazioni di catastrofi incombenti non servono. Servono argomenti. In primo luogo, chiamiamo le cose con il loro nome: ristrutturare il debito vuol dire non pagarlo, o almeno non pagarlo tutto. La storia economica \u00e8 piena di episodi di Sovrani che non hanno pagato-per nulla o in parte-i loro debiti. Quindi, accettato il fatto che un grande debito pubblico \u00e8 effettivamente un problema, e che ridurlo gioverebbe, bisogna verificare quali siano le conseguenze certe di una iniziativa di sua &#8220;ristrutturazione&#8221;. La prima: non pagare una quota di debito pubblico \u00e8 perfettamente equivalente alla imposizione di una patrimoniale. Pi\u00f9 \u00e8 grande la quota di debito non pagato, pi\u00f9 l\u2019imposta patrimoniale \u00e8 pesante. Si tratterebbe per\u00f2 di una imposta patrimoniale che, invece di gravare su tutti i patrimoni, mobiliari e immobiliari, graverebbe solo su chi ha avuto il torto di impiegare i suoi soldi in patrimonio mobiliare pubblico (i titoli di Stato). Meglio: si tratterebbe di un&#8217;imposta patrimoniale straordinaria che graverebbe di pi\u00f9 sulle famiglie che presentano uno squilibrio &#8211; a favore dei titoli di debito pubblico- nella composizione del loro patrimonio mobiliare. E la Relazione annuale di Banca d&#8217;Italia, da molto tempo, ci informa che queste famiglie sono -tra quelle dotate di patrimonio mobiliare- quelle meno ricche per patrimonio complessivo. Con tanti saluti al principio di progressivit\u00e0 del prelievo, cos\u00ec caro (quasi sempre impropriamente) alla sinistra-sinistra.<\/p>\n<p>Accertato che di un&#8217;imposta patrimoniale si tratta, possiamo facilmente individuare una seconda implicazione necessaria della proposta di ristrutturazione: si tratta di una soluzione che discende in linea diretta dalla politica di austerit\u00e0. Con tutte le necessarie conseguenze sul terreno della occupazione e della domanda interna. Non c&#8217;\u00e8 infatti alcuna ragione per distinguere questa speciale imposta da altre soluzioni che-nel determinare significativi aumenti di pressione fiscale totale &#8211; deprimono l&#8217;economia per l&#8217;effetto dei &#8220;moltiplicatori&#8221; della politica fiscale.<\/p>\n<p>In conclusione: \u00e8 un&#8217;imposta e, come tutte le imposte, se \u00e8 incisiva, riduce il prodotto potenziale. Anche in questo caso, coloro che sostengono questa via &#8220;facile&#8221; di fuoriuscita dal debito conoscono perfettamente queste implicazioni della loro proposta. Se non ne parlano, \u00e8 solo perch\u00e9 noi riformisti abbiamo accettato il terreno di confronto che ci \u00e8 stato proposto -lo slogan, la soluzione propagandistica-, e non quello a noi congeniale: le cause e la natura del problema; gli effetti attesi della soluzione; la pronta disponibilit\u00e0 a correggere in presenza di negativi effetti non attesi\u2026.<\/p>\n<p>Tutta la nostra politica &#8211; e ciascuna delle nostre politiche &#8211; deve fare questo salto di qualit\u00e0. A partire dalla nostra linea di comportamento e iniziativa sull&#8217;Unione Europea. \u00c8 tempo di affrontare a viso aperto due temi che ci vengono sistematicamente proposti nello sviluppo della nostra relazione con l&#8217;Europa: da un lato, la raccomandazione circa l&#8217;esigenza ineludibile di &#8220;fare bene i compiti a casa&#8221;, se vogliamo risultare credibili; e, dall&#8217;altro, l&#8217;invito ad essere realisti sopra l&#8217;effettiva possibilit\u00e0 di compiere significativi passi in avanti sul terreno dell&#8217;unit\u00e0 politica.<\/p>\n<p>Sul primo punto, riconosco il fondamento delle critiche che ci sono rivolte. Paradossalmente, esse riguardano assai pi\u00f9 ci\u00f2 che diciamo, che ci\u00f2 che abbiamo fatto. Come sul Fiscal Compact: &#8220;non integriamolo nei Trattati&#8221;. Se con questa affermazione si vuole sostenere l\u2019esigenza di una sua modificazione, attraverso un accordo con gli altri Paesi membri, nulla quaestio. Purch\u00e8 si riconosca che ci\u00f2 che davvero rileva, nel Fiscal Compact e nel Six Pack (il vincolo a condurre la politica di bilancio in modo che essa abbia sempre un&#8217;intonazione anticiclica, realizzando avanzi in tempo di crescita, per poter realizzare disavanzi in tempo di stagnazione-recessione), \u00e8 stato incorporato nel nuovo articolo 81 della Costituzione Repubblicana (s\u00ec, non abbiamo fatto il referendum, perch\u00e9 \u00e8 stato approvato con i due terzi dei voti favorevoli di entrambe le Camere). Qualcuno pensa davvero che i riformisti possano contrastare l&#8217;ondata del nazionalismo populista proponendo di tornare al vecchio articolo 81, che semplicemente non era una regola fiscale, poich\u00e9 poteva essere -ed \u00e8 stato- interpretato come compatibile con l&#8217;uso dell&#8217;indebitamento per coprire nuova spesa? C&#8217;\u00e8 chi lo propone. Ma sta dall&#8217;altra parte della barricata, rispetto alla nostra.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-43984\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Scilla-e-Cariddi.jpg\" alt=\"Scilla e Cariddi\" width=\"260\" height=\"194\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Scilla-e-Cariddi.jpg 260w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Scilla-e-Cariddi-150x112.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 260px) 100vw, 260px\" \/>Sulla tenuta dei conti in questi ultimi tre anni, invece, penso sinceramente che dovremmo andare un po&#8217; pi\u00f9 fieri dei risultati raggiunti: attraverso l&#8217;intonazione moderatamente espansiva della politica fiscale-con avanzi primari sempre molto pi\u00f9 elevati della media, da circa 20 anni; con un costante abbattimento dell&#8217;indebitamento strutturale, sia pure pi\u00f9 lento di quello previsto dagli accordi europei (giustamente interpretati, anche dagli stessi organismi comunitari, alla luce delle regole sulla flessibilit\u00e0)-, abbiamo potuto realizzare tutto il consolidamento di finanza pubblica compatibile con il necessario sostegno alla crescita. Obbligati a passare tra Scilla (consolidamento fiscale) e Cariddi (non deprimere la crescita) abbiamo talvolta rischiato di perderci, ma non abbiamo cambiato direzione. I risultati (Rapporto OCSE) sono dalla nostra parte. Ma il difficile deve ancora venire: tra le scelte necessarie per ridurre drasticamente la pressione fiscale sul lavoro e sull&#8217;impresa, in modo strutturale, c&#8217;\u00e8 o non c&#8217;\u00e8 &#8211; assieme al pi\u00f9 efficace contrasto dell&#8217;evasione e ai risparmi da Revisione della spesa pubblica realizzata per via amministrativa, non solo per via di innovazione legislativa-, la ricomposizione del prelievo sulle diverse basi imponibili? La mia tesi \u00e8 che sia letteralmente assurdo conservare &#8211; nel medio periodo &#8211; il triste primato del prelievo sul lavoro e sull&#8217;impresa (siamo tra i primi nell&#8217;Unione a 27), assieme a quello, altrettanto triste, relativo al gettito da prelievo sui consumi (ventiduesimi su 27). Il problema &#8211; come si \u00e8 visto &#8211; non era la piccola correzione che dovevamo fare nel 2017 e la presenza (o l&#8217;assenza), tra le misure che la realizzassero, di infinitesimali aumenti di accise. Il tema su cui vale la pena di discutere, \u00e8 molto pi\u00f9 rilevante: nei prossimi anni, vogliamo realizzare un drastico riequilibrio pro-crescita e pro-labour tra prelievo sul lavoro e impresa (da diminuire, e non di poco) e prelievo sui consumi? La strada da battere per conseguirlo \u00e8 quella del migliore contrasto all&#8217;evasione, attraverso la tendenziale obbligatoriet\u00e0 della fatturazione elettronica, anche per i rapporti tra privati. Senza considerare tab\u00f9 il tema della ridislocazione dei diversi beni e servizi tra aliquota ordinaria e aliquota agevolata del 10%.<\/p>\n<p>Quanto al salto di qualit\u00e0 sul terreno dell&#8217;unit\u00e0 politica dell&#8217;Europa, non mi sembra convincente la tesi di chi sostiene che s\u00ec-sul piano della difesa comune, o del completamento dell&#8217;Unione bancaria-possiamo forse fare qualche passo avanti, paradossalmente grazie alla Brexit o alla minaccia di disimpegno di Trump, ma non sulla effettiva realizzazione di una Unione politica di tipo democratico. Penso infatti che per un verso ci troviamo ad uno di quei tornanti della storia in cui si determina una brusca accelerazione di processi tra loro interdipendenti. Per l&#8217;altro, che sia impossibile &#8211; dato il livello raggiunto dalla costruzione comunitaria, con mercato e moneta unici; e data la rilevanza immediatamente politica dei nuovi campi di sovranit\u00e0 da coinvolgere nella costruzione stessa (difesa e governo dell&#8217;immigrazione) &#8211; continuare a tenere distinto il terreno dell&#8217;unit\u00e0 politica da quello del progresso nella cooperazione settoriale dei Paesi membri. Del resto, cosa c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 &#8220;politico&#8221; della difesa e del presidio dei confini? Per questo, credo che i riformisti debbano, in Italia e in Europa, costruire una convergenza, <em>in primis<\/em> tra i tre grandi paesi fondatori, \u00a0su di un progetto di rilancio dell&#8217;Unione, fondato sulla legittimazione diretta del Presidente della Commissione, eletto dai cittadini europei assieme al Parlamento, di fronte al quale \u00e8 politicamente responsabile.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cosa pu\u00f2 fare la gauche europea per non guardare all&#8217;indietro e farsi inghiottire dal populismo &#8211; Proporre una declinazione del globalismo attenta all&#8217;equilibrio tra meriti e bisogni &#8211; Mettersi, credendoci per davvero, alla guida di una Europa pi\u00f9 unita . Articolo di Enrico Morando, viceministro per l&#8217;Economia, pubblicato sul Foglio del 5 maggio 2017 &#8211; [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[12],"tags":[],"class_list":["post-44924","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-24-politica"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/44924","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=44924"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/44924\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=44924"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=44924"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=44924"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}