
{"id":45371,"date":"2017-06-05T11:51:16","date_gmt":"2017-06-05T10:51:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45371"},"modified":"2017-06-11T17:10:56","modified_gmt":"2017-06-11T16:10:56","slug":"quanto-costera-ai-britannici-luscita-dalla-ue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45371","title":{"rendered":"QUANTO COSTER\u00c0 AI BRITANNICI L&#8217;USCITA DALLA UE"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\"><strong>Uno studio quantifica nel 2,8% del consumo reale la perdita che subirebbe l&#8217;UK con una Hard Brexit; 1,8 con una Soft Brexit, che collocasse l&#8217;UK nella stessa posizione oggi occupata dalla Norvegia: perdite molto maggiori di quelle subite dai partner commerciali\u00a0 del Regno Unito<\/strong><\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nArticolo <strong>di Andrea Ichino e Tommaso Monacelli<\/strong>, pubblicato sul<\/em> Corriere Economia <em>il 5 giugno 2017 &#8211; In argomento v. anche <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=41224\" target=\"_blank\">I primi effetti della Brexit saranno l&#8217;antidoto migliore contro il vento no-global<\/a><em>; inoltre <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=41033\" target=\"_blank\">E se provassimo a non chiamarli populisti?<\/a><em>\u00a0\u00a0 <\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-42780\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/Brexit.jpg\" alt=\"Brexit\" width=\"132\" height=\"132\" \/>Il Regno Unito non \u00e8 ancora precipitato nella crisi economica che molti, soprattutto economisti, avevano previsto all\u2019indomani dei sorprendenti risultati del referendum sulla Brexit, e questo fatto potrebbe giocare un ruolo rilevante nelle prossime elezioni parlamentari dell\u20198 giugno. Avrebbero nuovamente sbagliato le loro previsioni i profeti di sventura? Si potrebbe rispondere che i dati congiunturali pi\u00f9 recenti cominciano a mostrare segni negativi per il Regno Unito; oppure che la Brexit, in effetti, non \u00e8 ancora avvenuta, perch\u00e9 tutto dipender\u00e0 dall\u2019esito dei negoziati che il governo britannico si appresta a intavolare con l\u2019Unione Europea. Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. \u00c8 sbagliato valutare i costi o i benefici di un evento di questa portata in base alle reazioni, spesso emotive, dei mercati finanziari, o guardando alla dinamica del Pil nel breve periodo. I costi della Brexit, per il Regno Unito, si manifesteranno solo nel medio-lungo periodo.<\/p>\n<p><strong>I costi della Brexit<\/strong><\/p>\n<p>Brexit significa in primo luogo maggiori barriere al commercio internazionale, tariffarie e non, con conseguenze negative che si moltiplicano nel tempo attraverso il freno all\u2019innovazione e al trasferimento di tecnologia tra i Paesi. \u00a0La riduzione di produttivit\u00e0 dei fattori si manifester\u00e0 quindi lentamente. Inoltre, con la globalizzazione, la produzione dei beni si \u00e8 geograficamente disintegrata: le componenti di un Ipad o di un Boeing sono prodotte in Paesi diversi e poi assemblate nel bene finale, con una operazione ad alto valore aggiunto. Brexit di fatto \u00e8 un trauma che spezza la catena verticale di produzione del valore che lega il Regno Unito alla UE, con conseguenze non evidenti immediatamente.<\/p>\n<p>Quantificare questi costi \u00e8 quindi un esercizio difficile, ma ci hanno provato S. Dhingra, H. Huang, G. Ottaviano, J.P. Pessoa, T. Sampson e J. Van Reenen nell\u2019articolo <em>The costs and benefits of leaving the EU: trade effects<\/em>, di prossima publicazione sulla rivista Economic Policy (<a href=\"http:\/\/www.economic-policy.org\/\">http:\/\/www.economic-policy.org\/<\/a>). I loro risultati identificano due scenari principali che possono emergere dalle trattative in corso: una \u201cHard Brexit\u201d, che prevede l\u2019uscita del Regno Unito dal Mercato Unico mediante un accordo simile a quello degli Stati Uniti e del Giappone con la UE e regolato quindi dalla World Trade Organization (WTO). Oppure una \u201cSoft Brexit\u201d, che allinei il Regno Unito alla Norvegia: fuori dalla UE, ma ancora all\u2019interno del Mercato Unico. In ciascuno di questi scenari, essi misurano la variazione di benessere sociale che la popolazione britannica subir\u00e0, espressa in termini di valore attuale del flusso atteso di beni e servizi che il cittadino medio britannico potr\u00e0 consumare da oggi a un orizzonte distante nel tempo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Colpiscono due risultati. Innanzitutto la dimensione di questi costi (vedi la figura qui di seguito all&#8217;articolo): con la Hard Brexit il consumo reale dei cittadini britannici si ridurrebbe permanentemente di oltre il 2,8% (1,3% nel caso della Soft Brexit) rispetto allo scenario alternativo in cui il Regno Unito rimanesse nella UE. Considerando anche gli effetti indiretti su innovazione e produttivit\u00e0, la perdita sarebbe ancora pi\u00f9 alta: 9,4% e 6,3%, rispettivamente nei due scenari Hard e Soft. Il secondo risultato che colpisce \u00e8 l\u2019entit\u00e0 della maggior perdita subita dai cittadini britannici rispetto ai cittadini degli altri Paesi che intrattengono scambi commerciali con il Regno Unito. Con l\u2019eccezione dell\u2019Irlanda, il benessere diminuir\u00e0 molto meno negli altri Paesi europei e questa asimmetria sar\u00e0 decisiva nell\u2019orientare il potere negoziale delle due parti al tavolo delle trattative.<\/p>\n<p><strong>Irrilevanza dei flussi migratori<\/strong><\/p>\n<p>La differenza principale tra lo scenario Soft e quello Hard riguarda la libert\u00e0 di movimento della forza lavoro tra il Regno Unito e gli altri Paesi dell\u2019Unione. Con una campagna impostata sulla opposizione agli immigrati, i promotori della Brexit puntano a conseguire lo scenario Hard, proprio per impedire ai cittadini europei di lavorare in Gran Bretagna. Tra il 1995 e il 2015, il numero di immigrati nel Regno Unito, provenienti dall\u2019UE, \u00e8 salito da 0,9 a 3,3 milioni, e numeri come questi giocheranno nuovamente un ruolo importante nelle elezioni del prossimo 8 giugno. L\u2019evidenza empirica mostra per\u00f2 che le regioni del Regno Unito che hanno conosciuto i flussi migratori pi\u00f9 intensi non sono quelle in cui la disoccupazione o la disuguaglianza sono cresciute di pi\u00f9. Al contrario, poich\u00e9 gli immigrati dal continente sono tipicamente pi\u00f9 istruiti, trovano lavoro pi\u00f9 facilmente e drenano meno risorse a fini assistenziali, di fatto sono finanziatori netti dei servizi pubblici. L\u2019opposizione agli immigrati dalla UE \u00e8 priva di ragioni economiche reali.<\/p>\n<p><strong>Cosa conta veramente per gli elettori<\/strong><\/p>\n<p>Gli elettori britannici che hanno scelto \u201cleave\u201d, contrariamente alle apparenze, sembrano sapere che il loro problema non \u00e8 l\u2019immigrazione. L\u2019analisi del voto al referendum del giugno scorso compiuta da S. Becker, T. Fetzer e D. Novy nell\u2019articolo \u201cWho voted for Brexit: a comprehensive district-level analysis\u201d (anch\u2019esso in corso di pubblicazione su Economic Policy), conferma questa conclusione. Per chi ha votato \u201cLeave\u201d, il fattore che sembra aver contato maggiormente \u00e8 il far parte di quei gruppi di popolazione per i quali la spesa pubblica pro-capite a livello locale \u00e8 un fattore rilevante di benessere. Questa spesa \u00e8 diminuita del 23,4% in termini reali tra il 2009 e il 2015 e Brexit ha vinto soprattutto dove il suo calo \u00e8 stato pi\u00f9 significativo, ossia nelle aree con pi\u00f9 basso livello di istruzione, con pi\u00f9 alta concentrazione di popolazione anziana e con minore disponibilit\u00e0 di servizi pubblici.<\/p>\n<p><strong>Il corto circuito del populismo<\/strong><\/p>\n<p>Per gli elettori a favore della Brexit, l\u2019Europa \u00e8 quindi diventata il capro espiatorio di problemi che hanno tutt\u2019altra origine. Ma l\u2019uscita dalla Unione europea, lungi dall\u2019aiutare questi elettori insoddisfatti, li punir\u00e0 doppiamente con le conseguenze dirette e indirette dell\u2019isolamento dal contesto commerciale internazionale.<\/p>\n<p>Il corto circuito del populismo, in cui rischia di avvitarsi l\u2019Europa, \u00e8 fatto anche di paradossi come questo.<\/p>\n<p>Andrea Ichino e Tommaso Monacelli<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-45398\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Grafico-Brexit-224x300.jpg\" alt=\"Grafico Brexit\" width=\"650\" height=\"869\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Grafico-Brexit-224x300.jpg 224w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Grafico-Brexit-112x150.jpg 112w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Grafico-Brexit-766x1024.jpg 766w\" sizes=\"auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px\" \/><\/p>\n<p><em>Nota del webmaster<\/em> &#8211; Ci scusiamo per la cattiva qualit\u00e0 dell&#8217;immagine, dovuta a problemi tecnici che sfuggono al nostro controllo. Il primo istogramma rappresenta la perdita dell&#8217;UK: giallo SoftBrexit, blu HardBrexit: 2,8%; il secondo la perdita dell&#8217;Irlanda; seguono le perdite subite dagli altri Paesi europei; la perdita dell&#8217;Italia \u00e8 rappresentata dal terzultimo istogramma negativo.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno studio quantifica nel 2,8% del consumo reale la perdita che subirebbe l&#8217;UK con una Hard Brexit; 1,8 con una Soft Brexit, che collocasse l&#8217;UK nella stessa posizione oggi occupata dalla Norvegia: perdite molto maggiori di quelle subite dai partner commerciali\u00a0 del Regno Unito . 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