
{"id":45558,"date":"2017-06-16T12:19:53","date_gmt":"2017-06-16T11:19:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45558"},"modified":"2017-06-18T22:04:52","modified_gmt":"2017-06-18T21:04:52","slug":"leconomia-e-una-vera-scienza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45558","title":{"rendered":"L&#8217;ECONOMIA \u00c8 UNA VERA SCIENZA?"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">L&#8217;obiettivo di assimilare la scienza economica alle scienze naturali \u00e8 irraggiungibile e sbagliato &#8211; Ci\u00f2 non toglie che l&#8217;economia, come le altre scienze sociali, sia un&#8217;impresa conoscitiva di straordinario fascino e interesse, proprio perch\u00e9 necessita di qualit\u00e0 diverse da parte degli studiosi<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nLezione tenuta <strong>da Michele Salvati<\/strong> il 12 ottobre 2015 per il Centro Linceo interdisciplinare \u201cBeniamino Segre\u201d presso il Collegio Universitario Luigi Lucchini di Brescia &#8211; In argomento v. anche la <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45556\" target=\"_blank\">lettera dello stesso Salvati 15 giugno 2017<\/a> sulla questione dei rapporti tra giuristi ed economisti, nonch\u00e9 gli interventi nel dibattito sullo stesso tema, di cui ivi si trovano i link<\/em><br \/>\n<!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-45578\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Michele_Salvati-2.jpg\" alt=\"Michele_Salvati 2\" width=\"214\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Michele_Salvati-2.jpg 214w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Michele_Salvati-2-107x150.jpg 107w\" sizes=\"auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px\" \/>Premessa e avvertenze<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019economia e le altre scienze sociali \u2013uso anche l\u2019espressione scienze umane come sinonimo- non sono scienze dello stesso tipo delle scienze della natura. Con questa affermazione generica \u2013ma la preciso in seguito- \u00a0gran parte degli scienziati sociali sarebbero d\u2019accordo e in essa non vi \u00e8 nulla di denigratorio: si tratta di imprese conoscitive altrettanto difficili, esigenti e affascinanti. E comunque si tratta \u2013insieme alla storia- degli unici strumenti di cui si dispone per cercare di capire le societ\u00e0 in cui viviamo o abbiamo vissuto, o di cercare di prevedere, nei casi pi\u00f9 ambiziosi, i tratti principali di quelle in cui vivremo. E di conseguenza intervenire su di esse in modo razionale, disegnando strumenti (politiche, istituzioni) atti a migliorare le condizioni di vita di coloro che di quelle societ\u00e0 fanno parte. Dunque \u201cingegnerie sociali\u201d, come dalle scienze \u201cvere\u201d abbiamo derivato le ingegnerie che ci hanno consentito il dominio sulla natura di cui oggi disponiamo e il benessere di cui godiamo.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio riflettendo sulle ingegnerie, sulle applicazioni, che la differenza tra i due tipi di \u201cscienze\u201d appare con maggiore evidenza. Dalle scienze della natura deriviamo conoscenze certe e precise, con le quali intervenire nel contesto naturale in cui viviamo e ottenere effetti prevedibili. Conoscenze sulle quali gli scienziati concordano, passando poi il compito di disegnare gli strumenti di intervento agli ingegneri e ai tecnici. Queste conoscenze certe e precise, sulle quali tutti gli scienziati concordano, mancano nelle scienze umane, o sono insufficienti, e restano in vita in modo permanente spiegazioni diverse su come l\u2019economia e le societ\u00e0 funzionino. In presenza di spiegazioni diverse, nessuna delle quali dispone di un consenso unanime nella comunit\u00e0 scientifica, non si pu\u00f2 avere una \u201cingegneria\u201d condivisa: in particolare, per l\u2019economia, una politica economica sulla quale tutti gli economisti sono d\u2019accordo. Il disaccordo nasce talora da un conflitto politico o valoriale, sulle finalit\u00e0 che si dovrebbero perseguire. Ma anche se c\u2019\u00e8 accordo politico, sui fini, pu\u00f2 esserci disaccordo sui mezzi per raggiungerli, che deriva dalle diverse teorie con le quali gli scienziati sociali cercano di spiegare il funzionamento dell\u2019economia e della societ\u00e0: vedremo tra poco, ad esempio, che ci pu\u00f2 essere accordo politico sulla desiderabilit\u00e0 della piena occupazione, ma disaccordo scientifico su come raggiungerla.<\/p>\n<p>Va ovviamente ricordato che ci sono stati e ci sono tuttora conflitti anche tra gli scienziati della natura \u2013la scienza \u00e8 lotta tra idee e ipotesi diverse- ma essi avvengono sulla frontiera dell\u2019innovazione scientifica e sono destinati a ricomporsi: la teoria vincitrice ingloba poi quella sconfitta in un continuo processo cumulativo e cos\u00ec si manifesta il progresso scientifico. Ai fini delle applicazioni ingegneristiche questo fa s\u00ec che gran parte di esse rimangano utilizzabili anche quando la frontiera della conoscenza \u00e8 in subbuglio. Ci\u00f2 non avviene nelle scienze sociali, dove differenze radicali permangono e impediscono cumulativit\u00e0 e progresso.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li><strong> Perch\u00e9 le scienze sociali differiscono da quelle della natura<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Da dove deriva, da ultimo, il disaccordo endemico nelle scienze sociali, la compresenza ineliminabile di diverse teorie su come funziona la societ\u00e0 e l\u2019economia? Dal fatto che, per \u201cspiegare\u201d in modo comprensibile e soddisfacente per coloro ai quali la spiegazione \u00e8 rivolta, esse si devono riferire al comportamento umano, alle motivazioni che lo inducono, alle conoscenze \u2013incerte, interdipendenti, mutevoli, parziali- sulle quali le motivazioni, e di conseguenza i comportamenti, si basano. Cos\u00ec ha da sempre \u201cspiegato\u201d la storia e cos\u00ec devono spiegare quelle discipline che pretendono di estrarre dalla storia uniformit\u00e0 (se non proprio \u201cleggi\u201d) che si applicano in via generale a molti casi storici, se non a tutti.<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-45579\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Utopia.jpg\" alt=\"Utopia\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Utopia.jpg 225w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Utopia-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/>\u00a0 Di questa modalit\u00e0 di spiegazione vi do un esempio molto precoce e divertente, che precede di molto la nascita delle scienze umane moderne e troviamo in un libro famoso (<em>Utopia<\/em>, di Tommaso Moro, 1527). In esso viene descritto un colloquio tra il Primo Cancelliere del Regno e un grande viaggiatore, un grande esperto, di nome Raffaello: perch\u00e9 in Inghilterra, rispetto ad altri paesi confrontabili, gli assassinii sono cos\u00ec numerosi? Perch\u00e9 il furto \u00e8 punito con la pena capitale \u2013 risponde Raffaello &#8211; mentre altrove \u00e8 punito con pene pi\u00f9 miti. E la risposta \u00e8 argomentata con un ragionamento che \u00e8 un tipico modello di spiegazione delle scienze sociali. Le persone del tutto prive di mezzi hanno tre alternative: non rubare e morire di fame; rubare senza uccidere, con probabilit\u00e0 elevata di essere riconosciute, arrestate e messe a morte; rubare, ammazzando chi potrebbe riconoscerle. La terza alternativa sar\u00e0 quella adottata in modo prevalente.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 un tipico modello di spiegazione nelle scienze umane ed in particolare in economia (<em>individualismo metodologico<\/em>). Un \u201cfatto sociale\u201d (la maggior frequenza di assassinii) \u00e8 spiegato facendo riferimento alle azioni individuali che ad esso conducono. A loro volta queste sono spiegate dai motivi e dalle conoscenze che inducono i singoli a compierle, motivi e conoscenze comprensibili e soddisfacenti per chi cerca una spiegazione di quel fatto problematico. Si noti che questa spiegazione pu\u00f2 essere espressa nella forma di una piccola legge causale: se A (punizione eccessiva del furto), allora B (grande numero di assassinii), una legge all\u2019apparenza non dissimile da quelle enunciate dalle scienze naturali. Ma, a parte il fatto che essa non consente di dare indicazioni numeriche precise, questa legge \u00e8 basata su credenze e motivazioni umane. Credenze necessariamente parziali e diverse, mutevoli da luogo al luogo e da epoca a epoca. Nel caso di Raffaello la spiegazione \u00e8 grosso modo soddisfacente perch\u00e9 si tratta di un fatto sociale semplice e circoscritto. Ma se si estende questo tipo di spiegazione all\u2019intera economia e societ\u00e0, le cose si complicano: le motivazioni dei soggetti possono essere diverse, le loro informazioni incomplete, l\u2019elaborazione di queste allo scopo di prendere una decisione pu\u00f2 essere difficile e imperfettamente razionale, l\u2019interazione tra i comportamenti dei singoli pu\u00f2 dar luogo a esiti d\u2019insieme difficilmente anticipabili.<\/p>\n<p>Insomma, ed \u00e8 il problema di <em>fallibilit\u00e0<\/em>, la visione del mondo esterno sulla base del quale gli attori umani prendono decisioni, \u00e8 sempre parziale e distorta. Distorsione e parzialit\u00e0 possono indurre a decisioni sbagliate, che non consentono di raggiungere i risultati che gli attori desideravano. A loro volta le reazioni a questi esiti indesiderati possono condurre ad esiti ancor pi\u00f9 lontani dagli obiettivi degli agenti, producendo effetti cumulativi perversi e vedremo in seguito il caso del ciclo economico: se la domanda che si rivolge alle imprese \u00e8 inferiore di quella attesa, la reazione di difesa delle imprese pu\u00f2 essere quella di ridurre investimenti e occupazione. Ma questo pu\u00f2 indurre una domanda e profitti ancor minori, e via di seguito. Questo \u00e8 il problema della <em>riflessivit\u00e0<\/em>: in una storia che si sviluppa nel tempo, le aspettative e le concezioni degli attori influenzano il corso degli eventi; ma a sua volta il corso degli eventi influenza le aspettative e le concezioni degli attori, in un <em>loop<\/em> di interazioni dalle quali \u00e8 difficile estrarre regole generali. E c\u2019\u00e8 infine un\u2019ulteriore problema che rende difficile costruire una scienza sociale con le stesse ambizioni esplicative e ingegneristiche di una scienza della natura: il problema\u00a0 della <em>parzialit\u00e0<\/em>. Per costruire un modello di spiegazione, una scienza sociale deve ritagliare dal flusso degli eventi storici un insieme di fenomeni che intende spiegare. E faccio un altro esempio. Lo sviluppo economico \u2013 il tasso di crescita del reddito reale procapite e perch\u00e9 in un paese \u00e8 maggiore\/minore che in un altro- non dovrebbe essere un problema centrale per gli economisti? Di fatto cos\u00ec \u00e8 stato per una fase non breve della nostra disciplina, e ci ritorneremo. Per il grosso degli economisti teorici oggi non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec, ci\u00f2 che costringe coloro che del problema si vogliono occupare a ricorrere a modelli in cui hanno un peso dominante variabili e argomenti di cui i loro colleghi non si occupano e sono invece l\u2019oggetto di altre scienze sociali, il diritto, la sociologia, le scienze politiche, quando non ricorrono direttamente ad argomentazioni storiche. Ma questi modelli importati sono ancor pi\u00f9 soggetti, se trattati col metodo della spiegazione attraverso l\u2019individualismo metodologico, alla fallibilit\u00e0 e riflessivit\u00e0 di cui abbiamo appena scritto e ancor meno riconducibili ad ambizioni \u201cscientifiche\u201d.<\/p>\n<p>Concludo su questo punto. La spiegazione nelle scienze umane, minata da fallibilit\u00e0, riflessivit\u00e0 e parzialit\u00e0 (e staticit\u00e0, come vedremo in seguito per la teoria oggi prevalente), non si oppone di per s\u00e9 alla formulazione di leggi causali. Si oppone alla definizione di leggi precise e stabili nel tempo e nello spazio, leggi che funzionano universalmente, che tutti gli scienziati sociali accettano come valide e sulla base delle quali consigliano \u201cingegnerie sociali\u201d efficaci. Com\u2019\u00e8 evidente anche dalle polemiche che raggiungono i media e il pubblico dei non esperti, le ingegnerie consigliate possono essere molto diverse \u2013si pensi a quelle dedicate al miglioramento delle condizioni economiche dei paesi pi\u00f9 deboli dell\u2019Unione Europea- e questa diversit\u00e0, lo ripeto, non dipende solo da obiettivi politici diversi, perch\u00e9 tutti sostengono che le loro ricette accrescerebbero il reddito e l\u2019impiego in Grecia, Italia, Spagna o Portogallo. La diversit\u00e0 delle ingegnerie trova origine nella diversit\u00e0 dei modelli scientifici adottati. Molto diversa \u00e8 la situazione nelle scienze della natura, in un tipo di spiegazione scientifica non basata su conoscenze, motivazioni e comportamenti umani, ma su uniformit\u00e0 permanenti del mondo fisico, e dunque su ipotesi controllabili ed esperimenti replicabili: non c\u2019\u00e8 Fallibilit\u00e0, o Riflessibilit\u00e0 o Parzialit\u00e0 che possa inquinare le leggi delle scienze della natura e l\u2019ingegneria basata su di esse \u00e8 solida ed efficace.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><strong> Origini della scienza economica<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Finora mi sono limitato a considerazioni di metodologia delle scienze sociali o di filosofia della conoscenza, indispensabili ma difficili da seguire per chi non ha pratica di quelle scienze. Dopo un breve cenno al momento storico in cui emergono le principali scienze umane, cercher\u00f2 di dare un\u2019idea, limitandomi all\u2019economia, della teoria oggi dominante (neoclassica) e di quella prevalente dalle origini della disciplina sino alla fine dell\u2019ottocento (classica). Poi dar\u00f2 due esempi, molto importanti, nei quali la teoria dominante non ci assiste, e proprio per le ragioni di fallibilit\u00e0, riflessivit\u00e0, parzialit\u00e0 che ho prima menzionato. E per una ragione in pi\u00f9, la staticit\u00e0, di cui dir\u00f2 in seguito parlando della teoria neoclassica.<\/p>\n<div id=\"attachment_45580\" style=\"width: 342px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45580\" class=\"wp-image-45580\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Galileo-e-Copernico.jpg\" alt=\"Galileo e Copernico\" width=\"332\" height=\"166\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Galileo-e-Copernico.jpg 260w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Galileo-e-Copernico-150x75.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 332px) 100vw, 332px\" \/><p id=\"caption-attachment-45580\" class=\"wp-caption-text\">Galileo e Copernico<\/p><\/div>\n<p>Le scienze umane si staccano dalle riflessioni dei filosofi, dei giuristi, dei teologi, degli storici \u2013 nel caso dell\u2019economia anche dalle riflessioni pratiche sulla gestione del patrimonio della famiglia o del principe &#8211; a partire dalla grande svolta dell\u2019et\u00e0 moderna, verso la fine del 17\u00b0 e l\u2019inizio del 18\u00b0 secolo, circa un secolo dopo che si erano rese autonome le scienze della natura. In quel contesto razionalistico \u2013non essendo pi\u00f9 credibili le \u201cspiegazioni\u201d teologiche- si impone una domanda: perch\u00e9 non affrontare lo studio della societ\u00e0 nello stesso modo in cui Galileo o Copernico, Keplero o Newton, avevano affrontato lo studio della natura? Non era forse possibile trovare anche per la societ\u00e0 e l\u2019economia delle spiegazioni analoghe alle loro? Non posso entrare in questa storia affascinante e, per l\u2019economia, posso solo raccomandarvi un buon libro che la racconta, <em>La ricchezza delle idee,<\/em> di Alessandro Roncaglia (Laterza). Mi \u00e8 solo possibile dare una prima idea dei suoi principali passaggi, la formazione dei suoi paradigmi prevalenti: quello \u201cclassico\u201d, tra la met\u00e0 del 700 e la fine dell\u2019800, e quello \u201cneoclassico\u201d, da allora sino ad oggi. E poi fornire una prima idea dei problemi ai quali il paradigma tuttora dominante non riesce a dare una risposta adeguata, che raccolga il consenso della comunit\u00e0 scientifica, e questo proprio in conseguenza dei caratteri che distinguono le scienze umane da quelle della natura.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><strong> L\u2019economia classica<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>La teoria economica moderna, e il suo primo paradigma, nascono proprio dalla riflessione sul problema della crescita, dalla constatazione che l\u2019economia stazionaria dei secoli precedenti aveva imboccato un sentiero di sviluppo che si staccava nettamente dal ristagno precedente: il reddito, la struttura dell\u2019occupazione, le tecniche non erano molto cambiati dal medioevo al XVIII\u00b0 secolo, salvo periodiche oscillazioni dovute in buona misura a guerre, pestilenze o fenomeni naturali. Da allora prende per\u00f2 inizio un periodo di crescita e trasformazione continuo, una accelerazione che nel corso di tre secoli condurr\u00e0 una parte ampia della popolazione mondiale alla ricchezza dei nostri giorni: un processo documentato da molti storici economici e, da ultimo, da Angus Deaton in un bel libro, di facile lettura, da poco tradotto in italiano (<em>La grande fuga<\/em>, Mulino).<\/p>\n<div id=\"attachment_45581\" style=\"width: 338px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45581\" class=\"wp-image-45581 size-full\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Adam-Smith.jpg\" alt=\"Adam Smith\" width=\"328\" height=\"154\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Adam-Smith.jpg 328w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Adam-Smith-150x70.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Adam-Smith-300x141.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 328px) 100vw, 328px\" \/><p id=\"caption-attachment-45581\" class=\"wp-caption-text\">Adam Smith<\/p><\/div>\n<p>Questo avveniva a seguito di una doppia rivoluzione, una rivoluzione sociale (il capitalismo) e una rivoluzione industriale: una sempre maggiore divisione e specializzazione del lavoro, il distacco di un sempre maggior numero di lavoratori dall\u2019agricoltura e dall\u2019artigianato diffuso e la loro concentrazione in grandi opifici, un continuo miglioramento dei trasporti, l\u2019uso di fonti energetiche sempre pi\u00f9 potenti e di macchine sempre pi\u00f9 efficaci. Da met\u00e0 del 700 questi fenomeni erano sempre pi\u00f9 evidenti nel paese allora pi\u00f9 avanzato, la Gran Bretagna, e non meraviglia che i primi grandi economisti moderni fossero inglesi o vivessero in Gran Bretagna. Adam Smith (<em>Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni<\/em>, 1776) pone questi processi \u2013 capitalismo e rivoluzione industriale &#8211; al centro delle riflessioni della nascente scienza economica e tali rimarranno per un secolo, fino all\u2019avvento, verso la fine dell\u2019ottocento, di un altro centro di interesse, quello dell\u2019ottima allocazione delle risorse, guidata dalle preferenze di consumatori nell\u2019abito di mercati perfettamente concorrenziali. I giganti del primo grande paradigma dell\u2019economia sono, oltre a Smith, Ricardo e Marx: pi\u00f9 tecnico Ricardo, che il capitalismo d\u00e0 ormai per scontato, pi\u00f9 ampi nel loro approccio Smith e Marx, studiosi anche delle origini storiche e degli aspetti sociali di questa straordinaria trasformazione della societ\u00e0. In tutti loro l\u2019obiettivo di fondo era per\u00f2 quello di scoprire le forze che determinavano l\u2019ampiezza delle risorse investibili, del sovrappi\u00f9, oltre i consumi necessari dei lavoratori e quelli improduttivi dei ceti non coinvolti nell\u2019ampliamento della produzione, sostanzialmente i ceti aristocratici: minori i consumi di lusso di costoro, minori i salari e maggiore la produttivit\u00e0 del lavoro, maggiore sarebbe stato il sovrappi\u00f9 investibile in nuove attivit\u00e0 produttive e dunque maggiore la crescita del paese. Si trattava quindi di scoprire i fattori che determinavano il prezzo delle merci, ed in particolare di quelle consumate dai lavoratori, che a loro volta determinavano il salario necessario alla loro sopravvivenza, nonch\u00e9 di stimare l\u2019onere dei consumi improduttivi: di conseguenza il sovrappi\u00f9 investibile sarebbe risultato per sottrazione dal prodotto complessivo dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Questa visione del compito principale della scienza economica ebbe grande successo e ne vennero derivate conseguenze pratiche importanti di politica economica, di \u201cingegneria\u201d. Fu famoso il dibattito politico sulle leggi sul grano, nella prima parte dell\u2019800, in cui Ricardo argoment\u00f2 con successo che non conveniva all\u2019Inghilterra mettere dazi elevati sulle importazioni di grano, che ne avrebbero alzato il prezzo e costretto ad aumentare i salari, essendo il grano il principale alimento dei lavoratori ed essendo i salari fissati a un livello di sussistenza. Sarebbero aumentate le entrate dei produttori nazionali di grano, dei latifondisti agrari, in prevalenza aristocratici improduttivi, ma sarebbe diminuito il sovrappi\u00f9 destinato all\u2019accumulazione e alla crescita del paese. Gli aristocratici furono sconfitti, gli imprenditori industriali ebbero la meglio, il sovrappi\u00f9 rest\u00f2 elevato e lo sviluppo industriale pot\u00e9 procedere ininterrotto.<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li><strong> L\u2019economia neoclassica<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Verso la fine dell\u2019800, capire la logica dello sviluppo capitalistico non era pi\u00f9 avvertito come problema ed erano emerse inoltre alcune aporie logiche nella teoria classica, in particolare circa il problema della determinazione dei prezzi delle merci che quella teoria spiegava sulla base dell\u2019ammontare delle quantit\u00e0 di lavoro necessario a produrle. L\u2019attenuarsi di un grande interrogativo, la presenza di difficolt\u00e0 teoriche irrisolte, l\u2019affacciarsi di altri problemi meritevoli di interesse furono all\u2019origine dell\u2019affermazione di un nuovo paradigma, di una nuova visione dei compiti della scienza economica, quello che tuttora prevale, la teoria neoclassica o marginalistica.<\/p>\n<p>A differenza della visione classica, che partiva da un problema storico ben definito (il capitalismo e la rivoluzione industriale), non esitava a utilizzare generalizzazioni sociologiche circa il comportamento di agenti collettivi (classi sociali: borghesia imprenditoriale, lavoratori salariati, aristocratici improduttivi..), il nuovo paradigma rispetta rigorosamente i canoni dell\u2019individualismo metodologico: i suoi soggetti sono i singoli individui e il proposito dell\u2019indagine \u00e8 quello di studiare come si determinino prezzi e quantit\u00e0 di un numero indefinito di beni in condizioni di mercati competitivi, con tecniche di produzione date. Vengono a tale scopo imputate ai singoli agenti funzioni di preferenza con riferimento ad ogni singolo bene: dunque come scegliere tra beni diversamente desiderabili e costosi, nonch\u00e9 conoscenze e capacit\u00e0 computazionali sufficienti a scegliere in modo razionale, massimizzando la proprio utilit\u00e0 complessiva. Questo per gli agenti in quanto consumatori. In quanto produttori, vengono assunte come note agli agenti tutte le tecniche produttive disponibili per i diversi beni, e i mercati stabiliranno i prezzi per i fattori di produzione che esse richiedono: l\u2019ipotesi di comportamento \u00e8 la massimizzazione del profitto. Note le funzioni di preferenza e di produzione, assunte conoscenze complete da parte degli agenti, la massimizzazione dell\u2019utilit\u00e0 e del profitto nel contesto di mercati competitivi consente di determinare prezzi e quantit\u00e0 dei fattori di produzione e di tutti i beni scambiati e prodotti. Poich\u00e9 tra i fattori ci sono i vari tipi di lavoro, di capitali e di beni primari, risulta determinata anche la distribuzione del reddito tra i proprietari di questi fattori, dunque tra salari, profitti e rendite. E nel contesto di mercati competitivi, con prezzi dei beni e dei fattori sensibili agli impulsi della domanda e dell\u2019offerta, risultano esclusi esiti non voluti dagli agenti. Ad esempio la disoccupazione involontaria: se le statistiche registrano un gran numero di persone che non hanno un\u2019occupazione remunerata, ci\u00f2 significa solo che ai salari di mercato essi non hanno intenzione di lavorare.<\/p>\n<div id=\"attachment_45582\" style=\"width: 278px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45582\" class=\" wp-image-45582\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Gary-Becker.jpg\" alt=\"Gary Becker\" width=\"268\" height=\"201\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Gary-Becker.jpg 259w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Gary-Becker-150x112.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 268px) 100vw, 268px\" \/><p id=\"caption-attachment-45582\" class=\"wp-caption-text\">Gary Becker<\/p><\/div>\n<p>\u00c8\u00a0difficile, per chi non l\u2019ha studiato, capire il fascino di questo paradigma. Esso descrive e formalizza in modo mirabile un mondo inventato, un mondo stazionario di permanente equilibrio, un mondo di agenti onniscienti, da cui sono esclusi i fenomeni pi\u00f9 significativi di un\u2019economia reale: l\u2019innovazione, l\u2019incertezza, le crisi, la crescita. Gli economisti neoclassici ritengono che l\u2019eliminazione di questi fenomeni dal modello di equilibrio siano un prezzo che vale la pena di pagare al suo rigore formale: anche se consapevoli che staticit\u00e0, parzialit\u00e0, fallibilit\u00e0 e riflessivit\u00e0 non consentono di derivare dal modello una descrizione realistica di come l\u2019economia effettivamente funziona, essi sono convinti che la <em>forma mentis<\/em> che il modello induce in chi lo adotta sia importante per affrontare con successo gran parte dei problemi che un economista e uno scienziato sociale in genere devono risolvere. Gary Backer, un famoso economista, esprime in modo estremo questa convinzione: \u201cle assunzioni di comportamento massimizzante, di preferenze stabili e di equilibrio di mercato, applicate senza sosta ed esitazione, formano il cuore dell\u2019approccio economico\u201d. In modo meno estremo altri arrivano\u00a0 a conclusioni simili, invocando la necessaria differenza tra descrizione realistica e modello teorico. Ma non di questo si tratta: quella differenza certamente esiste ed \u00e8 inevitabile anche nelle scienze naturali. Il problema \u00e8 se il modello teorico e la forma mentis da esso indotta consentono una comprensione adeguata dei fenomeni che gli economisti intendono spiegare. O se invece conducono a piste di ricerca sbagliate o irrilevanti. La discussione non pu\u00f2 essere ora proseguita in termini generali, e cerco allora di giustificare la mia convinzione che \u00e8 vera la seconda alternativa \u2013che il modello neoclassico pu\u00f2 condurre a conclusioni sbagliate o irrilevanti- mediante i due esempi gi\u00e0 menzionati, che riguardano problemi tra i pi\u00f9 importanti dell\u2019economia: le crisi economiche e lo sviluppo.<\/p>\n<ol start=\"6\">\n<li><strong> Le crisi economiche<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Le crisi sono un fenomeno endemico e ineliminabile in un\u2019economia di mercato, dove le decisioni che determinano l\u2019ammontare del reddito e dell\u2019occupazione sono prese da milioni di decisori indipendenti, sulla base di obiettivi di consumo e investimento tra loro non coordinati: in questa situazione, misteriose non sono le crisi ma l\u2019assenza di crisi. Misterioso \u00e8 il funzionamento soddisfacente di un\u2019economia di mercato. Il modello di equilibrio statico che ho prima sommariamente. ricordato non contempla l\u2019insorgenza di crisi, di un crollo imprevisto del reddito, di disoccupazione involontaria: in condizioni di concorrenza perfetta, in un mondo di decisori razionali e onniscienti, esiste sempre un equilibrio di mercato, anche per il mercato del lavoro. Se ci sono molte persone che non lavorano, esse non sono disoccupati involontari: vuol dire che ai salari di equilibrio esse non desiderano lavorare. La <em>forma mentis<\/em> indotta dal modello neoclassico \u2013 di fronte ai fenomeno evidente di un crollo imprevisto della produzione e dell\u2019occupazione &#8211; trova il colpevole nel mancato funzionamento di mercati competitivi, nell\u2019interferenza dei sindacati e dello stato, in una politica monetaria sbagliata. Sulla base di queste diagnosi fu elaborata la disastrosa risposta alla \u201cgrande depressione\u201d degli anni trenta del secolo scorso.<\/p>\n<div id=\"attachment_45583\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45583\" class=\"size-full wp-image-45583\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes.jpg\" alt=\"John Maynard Keynes\" width=\"290\" height=\"174\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes.jpg 290w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes-150x90.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 290px) 100vw, 290px\" \/><p id=\"caption-attachment-45583\" class=\"wp-caption-text\">John Maynard Keynes<\/p><\/div>\n<p>\u00c8\u00a0in questo contesto che intervenne una grande innovazione teorica, la rivoluzione keynesiana, basata proprio sul riconoscimento della fallibilit\u00e0 e riflessivit\u00e0 delle decisioni degli agenti economici, agenti con conoscenze parziali e imperfette, che commettono errori. E, come ho gi\u00e0 ricordato, gli errori si sommano, le aspettative non si verificano e conducono sempre pi\u00f9 lontano dall\u2019obiettivo desiderato. Di qui il suggerimento che, per spezzare un circolo depressivo, lo stato dovesse intervenire per iniettare domanda nel sistema, ad esempio attraverso opere pubbliche: le aspettative degli imprenditori si sarebbero modificate e ci si sarebbe avvicinati a condizioni di pieno impiego. Questa rivoluzione teorica \u2013qui non posso descrivere la sua struttura formale ma solo rinviare a due buoni libri, da poco pubblicati, che la descrivono in modo comprensibile anche da uno studente di scuola media superiore: G. La Malfa, <em>John Maynard Keynes<\/em>, Feltrinelli e Jesper Jespersen, <em>John Maynard Keynes<\/em>, Castelvecchi- ebbe un grande successo e fu alla base del lungo periodo senza crisi che i paesi sviluppati conobbero tra il dopoguerra e gli anni 70 del secolo scorso. Buona parte degli economisti non abbandon\u00f2, tuttavia, il modello neoclassico in cui erano stati educati e non accolse il messaggio pi\u00f9 dirompente della nuova teoria, quello secondo cui, a seguito a seguito delle condizioni di incertezza in cui si formano le aspettative degli agenti e dei fenomeni di riflessivit\u00e0 che le dominano, i mercati non conducono necessariamente a condizioni di piena occupazione: l\u2019idea di \u201cequilibrio di sottoccupazione\u201d \u00e8 una bestemmia per un neoclassico. Si moltiplicarono allora i tentativi di riconciliazione fino a che il messaggio keynesiano &#8211; complice anche\u00a0 un mutamento di contesto in cui non era pi\u00f9 dominante il problema della disoccupazione, ma quello dell\u2019inflazione- \u00e8 diventato\u00a0 minoritario. Ed \u00e8 tornata ad essere dominante l\u2019idea che non bisogna interferire con le forze di mercato mediante interventi pubblici, poich\u00e9 il mercato, lasciato a se stesso, si aggiusta da solo. L\u2019idea \u00e8 dominante ma non esclusiva: esiste infatti un\u2019ampia corrente keynesiana \u2013i suoi esponenti pi\u00f9 noti sono i due premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman- che la combatte con buoni argomenti: l\u2019illusorio scientismo del passato \u00e8 in crisi ed oggi l\u2019economia appare sempre pi\u00f9 simile alle altre scienze umane, in cui non esiste un unico paradigma ma tanti e in conflitto tra loro.<\/p>\n<ol start=\"7\">\n<li><strong> La crescita economica<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Anche su questo grande problema, che l\u2019economia non pu\u00f2 escludere dal suo raggio di spiegazione, il modello neoclassico non produce risultati soddisfacenti e altre modalit\u00e0 di spiegazione, pi\u00f9 modeste e circoscritte, hanno preso il sopravvento. Quale \u00e8 il problema? In un contesto comparativo pi\u00f9 ampio, \u00e8 lo stesso degli economisti classici: capire perch\u00e9 sono diversi i tassi di crescita di diverse economie. E, avendolo capito \u2013teoria- come fare per accrescerlo, se lo si ritiene insufficiente -ingegneria. Il modello neoclassico della crescita deriva dalle funzioni di produzione della teoria neoclassica una risposta banale, ancor prima che insoddisfacente: cresceranno di pi\u00f9 i paesi che aumentano maggiormente l\u2019occupazione e gli investimenti, i due principali fattori di produzione, in conseguenza della maggiore produttivit\u00e0 del lavoro (misurata dai salari) e del capitale (misurata dal saggio di profitto). Ma queste influenze spiegano di solito solo una parte modesta del tasso di crescita e lasciano un ampio \u201cresiduo\u201d non spiegato, attribuito solitamente al progresso tecnico e organizzativo: questa la conclusione di che ha cercato di confrontare il modello con i dati disponibili, Edward Denison, verso la fine degli anni 60 del secolo scorso. Ma perch\u00e9 tale progresso \u00e8 pi\u00f9 intenso in un paese che in un altro? Fiumi di ingegno sono stati versati per cercare un risposta sostenibile in via generale, basata su un modello scientifico comunemente accettato. Di fatto, l\u2019intera economia dello sviluppo \u00e8 caduta al di fuori della teoria economica neoclassica: non c\u2019\u00e8 un modello \u201cvero\u201d che funziona in tutte le situazioni e il problema sembra essere quello di trovare quale modello, quale tipo di spiegazione, funzioni meglio in quale contesto. Un\u2019arte, pi\u00f9 che una scienza, sostiene Dani Rodrik, tra i migliori economisti dello sviluppo oggi viventi (<em>La globalizzazione intelligente<\/em>, Laterza).<\/p>\n<div id=\"attachment_45584\" style=\"width: 309px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45584\" class=\"size-full wp-image-45584\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Acemoglu.jpg\" alt=\"Daron Acemoglu\" width=\"299\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Acemoglu.jpg 299w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Acemoglu-150x84.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 299px) 100vw, 299px\" \/><p id=\"caption-attachment-45584\" class=\"wp-caption-text\">Daron Acemoglu<\/p><\/div>\n<p>Quest\u2019arte ha per\u00f2 un nome, \u00e8 storia, storia ragionata, storia comparata, intessuta di modelli scelti ad hoc, di \u201cfavole\u201d, come le chiama Akerlof. Dopo di che uno storico-economico saggio ed esperto pu\u00f2 mettere insieme queste \u201cfavole\u201d per vedere se da esse si possono trarre generalizzazioni plausibili e derivare consigli per stimolare la crescita. Recentemente hanno tentato questa impresa Daron Acemoglu, un economista, e James Robinson, uno scienziato politico. Dopo dieci anni di lavoro e numerose pubblicazioni specialistiche hanno scritto un libro di sintesi per un pubblico pi\u00f9 vasto dal titolo <em>Perch\u00e9 le nazioni falliscono<\/em> (Saggiatore: avrebbero anche potuto intitolarlo \u201cPerch\u00e9 invece qualcuna ha successo\u201d), una lunghissima carrellata di storia \u00a0universale, con dozzine di casi nazionali o regionali studiati con maggiore o minor dettaglio, dalla caduta dell\u2019impero romano alla Cina di Deng Tsiaoping, dalla Venezia del settecento all\u2019impero Incas, dalla nascita del capitalismo industriale in Inghilterra all\u2019Argentina dei nostri giorni, un libro perfettamente accessibile (e molto istruttivo e divertente) per un ragazzo di liceo.<\/p>\n<p>In una grande quantit\u00e0 di esperienze storiche, le cause del divaricarsi dei destini economici, dei successi e dei fallimenti, Acemoglu e Robinson le trovano soprattutto al di fuori dell\u2019economia, nelle istituzioni e nell\u2019organizzazione politica. Istituzioni e sistemi politici che loro chiamano \u201cestrattivi\u201d (di sfruttamento, potremmo anche dire) impediscono parit\u00e0 di condizioni e libert\u00e0 di iniziativa per la maggioranza dei cittadini, ostacolano la formazione di sistemi legali che consentano loro l\u2019esercizio di attivit\u00e0 economiche dei cui frutti essi possano disporre con sicurezza. Istituzioni e sistemi politici \u201cinclusivi\u201d hanno un effetto opposto e l\u2019iniziativa economica dei cittadini pu\u00f2 svolgersi senza gravi ostacoli. Sistemi estrattivi frenano lo sviluppo, sistemi inclusivi lo favoriscono, ma Acemoglu e Robinson non pretendono di enunciare leggi generali: oggi nessuno studioso avvertito pretende di enunciare una legge storica, alla Karl Marx. E tuttavia, con tutta la cautela necessaria, dalle loro ricerche possono trarsi suggerimenti utili per chi voglia capire le ragioni della crescita o del declino di un paese: non \u00e8 un caso che il miglior libro recente di storia economica italiana (Emanuele Felice, <em>Ascesa e declino<\/em>, Mulino) si affidi molto ai lavori di Acemoglu e Robinson. Lavori di questo tipo, certo non \u201cscientifici\u201d, sono il massimo di generalizzazione, di ricerca di analogie e uniformit\u00e0, che si possa raggiungere in materia di sviluppo economico, un problema che poi, caso per caso, occorre lasciare agli storici.<\/p>\n<ol start=\"8\">\n<li><strong> Conclusioni<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Attraverso il caso dell\u2019economia, la scienza sociale che maggiormente ha cercato di assimilarsi alle scienze naturali, alle scienze \u201cvere\u201d, ho cercato di dare un\u2019idea di perch\u00e9 si tratti di un obiettivo irraggiungibile. Irraggiungibile e sbagliato: se \u201cspiegare\u201d, nelle scienze umane, deve passare attraverso la comprensione delle ragioni \u2013 delle motivazioni, delle convinzioni, delle conoscenze &#8211; che inducono le singole persone a decidere come decidono e a comportarsi come si comportano, e sono poi gli esiti d\u2019insieme di queste decisioni e comportamenti quello che vogliamo spiegare, allora l\u2019obiettivo di scoprire leggi precise e immutabili come quelle delle scienze della natura \u00e8 impossibile e distorsivo. Rimangono per\u00f2, le scienze sociali, imprese conoscitive di straordinario fascino e interesse, e ci\u00f2 proprio perch\u00e9 necessitano di qualit\u00e0 diverse da parte degli studiosi che le affrontano, dalla capacit\u00e0 di concentrazione e astrazione dei matematici alla curiosit\u00e0 e all\u2019abilit\u00e0 di ammassare e connettere dati e informazioni degli storici.<\/p>\n<p>Certo, controversie e differenze di opinioni sono destinate a rimanere e a mischiarsi inevitabilmente con dissensi politici e morali. Ma, come diceva Mao Tsedong, \u201cgrande \u00e8 la confusione sotto il cielo: la situazione \u00e8 eccellente\u201d.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;obiettivo di assimilare la scienza economica alle scienze naturali \u00e8 irraggiungibile e sbagliato &#8211; Ci\u00f2 non toglie che l&#8217;economia, come le altre scienze sociali, sia un&#8217;impresa conoscitiva di straordinario fascino e interesse, proprio perch\u00e9 necessita di qualit\u00e0 diverse da parte degli studiosi . 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