
{"id":46004,"date":"2017-07-23T21:36:54","date_gmt":"2017-07-23T20:36:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46004"},"modified":"2017-07-23T21:36:54","modified_gmt":"2017-07-23T20:36:54","slug":"del-punta-si-al-dialogo-con-gli-economisti-meglio-ancora-se-reciproco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46004","title":{"rendered":"DEL PUNTA: S\u00cc AL DIALOGO CON GLI ECONOMISTI (MEGLIO ANCORA SE RECIPROCO)"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Argomenti a sostegno dell\u2019interesse di giuslavoristi ed economisti a una riflessione comune, orientata in particolare alla preziosa ricerca di soluzioni <em>win-win<\/em> nei vari campi, in uno spirito di realismo problematico<br \/>\n<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nIntervento <strong>di Riccardo Del Punta<\/strong>, professore di diritto del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 di Firenze, nel dibattito nato da una <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45223\" target=\"_blank\">lettera di Maria Vittoria Ballestrero<\/a> del 22 maggio scorso e dalla mia recensione del numero 4\/2016 della rivista<\/em> Lavoro e Diritto<em>,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45258\" target=\"_blank\">Perch\u00e9 i giuslavoristi non possono ignorare l&#8217;economia del lavoro<\/a><em>, in risposta a quella lettera<\/em> <em>&#8211; Sono<\/em> on line <em>su questo sito gli interventi nel dibattito di <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45240\">Bruno Caruso<\/a>,\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45342\">Maria Vittoria Ballestrero,\u00a0 Antonio Padoa Schioppa, Lorenzo Zoppoli<\/a>, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45437\">Luisa Corazza<\/a> e Salvati, <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45556\">Non c\u2019\u00e8 una sola economia, tanto meno nel campo del lavoro<\/a><em>; e ultimamente <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45824\" target=\"_blank\">l&#8217;editoriale di risposta della stessa rivista<\/a><\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45824\" target=\"_blank\"> Lavoro e Diritto<\/a><em> \u00a0 \u00a0\u00a0 <\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_46005\" style=\"width: 270px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-46005\" class=\"size-full wp-image-46005\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/07\/Riccardo-Del-Punta.jpg\" alt=\"Riccardo Del Punta (a sinistra Franco Scarpelli)\" width=\"260\" height=\"194\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/07\/Riccardo-Del-Punta.jpg 260w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/07\/Riccardo-Del-Punta-150x112.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 260px) 100vw, 260px\" \/><p id=\"caption-attachment-46005\" class=\"wp-caption-text\">Riccardo Del Punta (a sinistra Franco Scarpelli)<\/p><\/div>\n<p>Caro Pietro,<\/p>\n<p>aggiungo la mia voce, anche se con qualche ritardo, al dibattito avviato dalla <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45223\" target=\"_blank\">lettera di Maria Vittoria Ballestrero<\/a> in risposta ad un <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45153\" target=\"_blank\">tuo editoriale<\/a> sul vessato tema del rapporto tra diritto del lavoro ed economia. Vessato, e un poco esausto, ma non per perdita di rilevanza, bens\u00ec, a mio giudizio, per la difficolt\u00e0 di accedere a livelli di comunicazione orientati all\u2019intesa.<\/p>\n<p>Ma entro senza indugio <em>in medias res<\/em>: vi sarebbe dunque, al fondo delle incomprensioni, una sorta di equivoco, nel senso che non \u00e8 che al giuslavorista non vada a genio l\u2019economia, bens\u00ec soltanto gli economisti, anzi quelli neo-classici neo-liberali ecc.?<\/p>\n<p>In termini generali (cio\u00e8 riferiti, in senso generalizzante, alla cultura giuslavoristica, a prescindere dai percorsi dei singoli autori), che sono gli unici che mi premono qui, la distinzione non mi persuade, e non soltanto perch\u00e9 prendersi l\u2019economia senza gli economisti <em>mainstream<\/em> suona (concordo con te) alquanto singolare (nonch\u00e9 rischioso, perch\u00e9 potremmo essere imitati \u2013 e forse gi\u00e0 lo siamo stati &#8211; da chi volesse fare lo stesso con noi).<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che tra i rispettivi mondi permane una significativa distanza, anche se quello che \u00e8 curioso \u00e8 che dalla prospettiva dei giuslavoristi essa finisce con l\u2019essere riferita soprattutto al piano dei valori, mentre dalla visuale opposta, decisamente pi\u00f9 <em>cool<\/em>, appare prevalentemente come una differenza di strutture cognitive e metodologiche, pur ridondante sul piano dei reciproci caratteri.<\/p>\n<p>Le prove? Come giuslavorista di lungo corso, non saprei contare le volte in cui ho sentito proclamare la superiorit\u00e0 dei valori sociali rispetto all\u2019\u201cindividualismo egoistico\u201d degli economisti, ed enfatizzare la preminenza, nella Carta costituzionale, del \u201csociale\u201d sull\u2019\u201deconomico\u201d, intesi come valori eticamente contrapposti, se non come simboli di civilt\u00e0 in guerra. O le volte in cui ho sentito esaltare, anche ad alti livelli, l\u2019articolo 1, come se il lavoro piovesse dal cielo, e senza mai, dico mai, dedicare lo straccio di un pensiero a chi si alza ogni mattina creandolo, questo lavoro, <em>id est<\/em> gli imprenditori, non tutti ricchi di famiglia. O le volte in cui ho avvertito un pudico tenersi a distanza, in nome della non mercificazione del mondo, da tutto ci\u00f2 che sa di economico, come ad es. il tema dei danni alla persona, che pure riguardano eccome i lavoratori. O le volte in cui ho sentito demonizzare un ingrediente necessario del capitalismo, come il profitto, da ultimo nelle proteste suscitate dal principio assolutamente ragionevole, e per nulla neo-liberista, affermato da <a href=\"http:\/\/www.foroitaliano.it\/in-tema-di-licenziamento-per-giustificato-motivo-oggettivo-cass-7-dicembre-2016-n-25201\/\" target=\"_blank\">Cass. n. 25201\/2016<\/a> in tema di giustificato motivo oggettivo di licenziamento.<\/p>\n<p>L\u2019approccio in questione, del resto, ha sempre riguardato un arco culturale pi\u00f9 ampio del giuslavorismo in senso stretto, nonch\u00e9 fortemente caratterizzante dell\u2019<em>Italian philosophy<\/em>. Senza spingersi sino al solipsistico inno alla superiorit\u00e0 spirituale dell\u2019ideale anti-capitalistico, che trasuda dalle pagine di <em>Dello spirito libero<\/em> di Mario Tronti, basterebbe leggere le pagine dedicate dal compianto Stefano Rodot\u00e0, nel suo (intenso) <em>Il diritto di avere diritti<\/em>, alla \u201cnuova antropologia\u201d sottesa all\u2019art. 36, Cost., che pure proclama, in fin dei conti, un diritto economico (un minimo retributivo all\u2019italiana, direbbe un economista). O riflettere su quanto il discorso giuslavoristico sia permeato di \u201cgiuspositivismo costituzionale\u201d <em>\u00e0 la<\/em> Luigi Ferrajoli.<\/p>\n<p>Avrei anzi la tentazione di spingermi oltre, sino ad ipotizzare un certo remoto fondo crociano che alligna, in generale, nella cultura italiana: ma non ho qui la pistola fumante. Ove mai la rinvenissi, potrei altres\u00ec aggiungere che la tendenza a trasporre i temi economico-sociali (\u201cstrutturali\u201d) in termini di etica sociale pu\u00f2 considerarsi esemplificativa di un tempo in cui le scaturigini marxiste di un ampio filone della cultura di sinistra (che, nelle parole di Maria Vittoria Ballestrero, aveva \u201cavuto l\u2019avventura di imbattersi nel filosofo di Trier\u201d) sono state prima rimosse e poi trasfigurate sul piano delle idealit\u00e0 (il che, tra l\u2019altro, non sarebbe probabilmente piaciuto a Marx, a giudicare da quanto detestava i socialisti dei buoni sentimenti).<\/p>\n<p>A partire da queste ascendenze culturali non sorprende, insomma, che l\u2019<em>homo oeconomicus<\/em> sia stato vissuto come un corpo estraneo all\u2019<em>homo giuridicus<\/em> prediletto dal giuslavorismo (per evocare il titolo di un troppo fortunato, a mio parere, libro di Alain Supiot).<\/p>\n<p>Sull\u2019altro versante, tuttavia, non \u00e8 che le cose vadano meglio. Senza dimenticare, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45556\" target=\"_blank\">con Michele Salvati<\/a>, che non esiste una sola economia (far\u00f2 anch\u2019io un esempio pi\u00f9 avanti), l\u2019atteggiamento nei nostri confronti della maggior parte degli economisti <em>mainstream<\/em> (chiedo di nuovo venia per la generalizzazione) propende, nella migliore delle ipotesi, verso l\u2019indifferenza intellettuale.<\/p>\n<p>I giuristi del tipo classico di solito non li \u201cprendono\u201d, e se poi sono giuslavoristi tendono a diffidarne. Non c\u2019\u00e8 dubbio, ad es., che nell\u2019elaborazione del <em>Jobs Act<\/em> e in particolare del d.lgs. n. 23\/2015, si sia udito anche il grido di battaglia: &#8220;riprendiamoci il mercato del lavoro e togliamolo ai giuslavoristi dello Statuto&#8221;.<\/p>\n<p>Al massimo questi economisti possono essere interessati a consigli su come scrivere tecnicamente la regola che essi hanno in mente, anche per disinnescare in anticipo quelle diavolerie tecniche con le quali i giuristi, qui intesi soprattutto come giudici, potrebbero boicottare, a freddo, le loro creazioni. Ma queste sono faccende che si possono sbrigare nel tempo di un caff\u00e8: gi\u00e0 una cena potrebbe risultare troppo impegnativa.<\/p>\n<p>Inoltre, anche in questo compito da portatore qualificato d\u2019acqua, il giurista non deve allargarsi troppo: ad es. se pretende di introdurre troppe varianti nella sua ipotesi di norma, o semplicemente se raccomanda un\u2019attenzione di troppo al linguaggio normativo, pu\u00f2 accadergli di essere guardato con un sorrisetto che pi\u00f9 o meno significa: come sei pedante. Talvolta l\u2019accusa pu\u00f2 essere pure giustificata, ma in altre occasioni pu\u00f2 darsi che il giurista sia pi\u00f9 addentro di chiunque altro alla benedetta realt\u00e0, al punto da fargli suggerire una norma capace di tenere conto di un maggior numero di eventualit\u00e0, mentre l\u2019economista, da riduzionista qual \u00e8, tende alla modellizzazione, che nella migliore delle ipotesi sacrifica le sfumature.<\/p>\n<p>N\u00e9 vale l\u2019obiezione, che mi \u00e8 stata fatta da un economista, che vi sono giuristi, quali i giuscommercialisti, con i quali, invece, essi si intendono alla perfezione. In quel caso, infatti, il gioco \u00e8 di solito pi\u00f9 facile, anche perch\u00e9 entrambe le figure remano spesso nella stessa direzione (ma non sempre: la tutela dell&#8217;impresa come valore in s\u00e9 pu\u00f2 dirigersi anche contro l&#8217;imprenditore come soggetto, che infatti viene sacrificato quando viene eliminato dal mercato espropriandolo dell&#8217;impresa).<\/p>\n<p>Inoltre, alcune regolazioni di pi\u00f9 recente generazione, come quella <em>anti-trust<\/em>, sono il diretto portato della riflessione economica, che dunque \u00e8 logico che continui ad esercitare un influsso dominante anche a livello interpretativo e applicativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Se non necessariamente un conflitto, c\u2019\u00e8 quindi una significativa distanza di origine tra i due mondi, che spiega, tra l\u2019altro, le difficolt\u00e0 che incontra chi propone di gettare ponti tra essi.<\/p>\n<p>Un ponte che sar\u00e0 sempre percorso da una parte sola, va peraltro detto a difesa dei giuslavoristi, sinch\u00e9 l\u2019unica prospettiva praticabile di collaborazione sar\u00e0 quella dell\u2019analisi economica del diritto (EAL). Ci\u00f2 in quanto, per dirla con Stewart J. Schwab (<em>Law-and-Economics Approaches to Labour and Employment Law<\/em>, IJCLLIR, vol. 33, March 2017, pp. 121-122), \u201cEconomic analysis brings the principles and reasoning of economics to examine the effects of a law or legal doctrine\u201d, e definisce pertanto, come ho prima gi\u00e0 rilevato tra il faceto e il serio, una netta gerarchia di ruoli tra l\u2019economista e il giurista.<\/p>\n<p>Di contro, l\u2019espressione <em>Law and Economics<\/em>, che dai pi\u00f9 (anche da te, mi pare) \u00e8 considerata un sinonimo dell\u2019EAL, pu\u00f2 essere invece tenuta distinta da essa. Cos\u00ec ancora Schwab: \u201cLaw and Economics, as the name suggest, combines both legal and economic modes of thought, and perhaps even prioritizes law by non-alphabetically listing it first\u201d.<\/p>\n<p>Trovo intrigante questa distinzione, pur riconoscendo che le sue implicazioni sono ancora da esplorare, e che essa mi piace anche perch\u00e9 allevia la personale crisi di identit\u00e0 derivante dall\u2019essere molto interessato all\u2019economia, ma di non sentirmi per nulla, e non soltanto per difetto di competenza, e al di l\u00e0 del fatto che essa possa interessarmi, un cultore dell\u2019EAL.<\/p>\n<p>In ogni caso, \u00e8 proprio a partire dalla premessa del reciproco ascolto e rispetto, che un approccio meno sbilanciato sull\u2019EAL e pi\u00f9 interdisciplinarmente aperto, e se si vuole curioso, permette di coltivare, che \u00e8 possibile impostare in modo analiticamente corretto, ma non di meno complesso, lo sfaccettato tema dei rapporti tra diritto del lavoro ed economia, s\u00ec da mostrare, nelle mie pur non ireniche intenzioni, che economisti e giuristi non possono non dialogare tra loro, se vogliono combinare qualcosa di buono in una serie di campi.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Al piano pi\u00f9 alto, quello delle grandi decisioni di politica del lavoro e del dibattito su di esse (\u00e8 logico, infatti, che le scelte spettino alla fine alla politica, ma qui stiamo appunto parlando di chi ha titolo e\/o forza per influenzarle), il discorso metodologico da fare \u00e8 (ovviamente a mio giudizio) quello svolto da Bruno Caruso e dallo scrivente per rovesciare lo schema logico proposto per il convegno del trentennale di <em>Lavoro e Diritto<\/em> e sostenere che il tema della subordinazione o dell\u2019autonomia del diritto del lavoro nei confronti dell\u2019economia \u00e8 mal posto, nella misura in cui <em>un diritto non deve essere subordinato ad alcun formante<\/em>, e a maggiore ragione ad uno solo, <em>ma neppure pu\u00f2 dirsi autonomo da alcun formante<\/em>.<\/p>\n<p>Il diritto, insomma, \u00e8 il terminale finale di istanze di varia natura e provenienza, tra le quali non ci sono soltanto quelle\u00a0 valoriali, ma ci sono, segnatamente, anche quelle economiche, a meno che si voglia sostenere, ma sarebbe assurdo farlo, \u00a0che esse non sono <em>rilevanti<\/em>, come se la proclamazione del diritto potesse idealisticamente bastare a se stessa.<\/p>\n<p>A propria volta il giurista, come pastore del sistema giuridico e delle sue comunicazioni col sistema sociale, deve farsi garante di tutte queste istanze, senza ambire, se non per gli aspetti tecnici, ad avere alcuna parola ultima sulle leggi da fare (altro e pi\u00f9 complesso discorso \u00e8 quello dell\u2019interpretazione).<\/p>\n<p>Questo ovviamente non esclude che, al pari di qualunque economista sociologo filosofo ecc., il giurista del lavoro\u00a0 possa dire la sua sulla politica del diritto del lavoro. Anzi, \u00e8 naturale che lo faccia, tanto pi\u00f9 che \u00e8, per molti versi, in una posizione ideale per farlo, per la variet\u00e0 di strumenti e di informazioni che potenzialmente possiede. Ma egli non pu\u00f2 pretendere di riservare a s\u00e9 questa competenza, magari forzando lo strumento dell\u2019interpretazione costituzionale, come se il diritto del lavoro fosse cosa sua.<\/p>\n<p>E comunque, se per <em>path-dependency<\/em> culturale egli sar\u00e0 portato a vedere soltanto un aspetto del problema, a scapito di \u00a0altri, pazienza. Sar\u00e0 compito del <em>policy-maker<\/em> tenerlo ai margini ove reputi che questo aspetto non possa essere quello prioritario in un certo momento storico. E se questo sospinger\u00e0 lo stesso <em>policy-maker<\/em> tra le braccia dell\u2019economista, il giuslavorista potr\u00e0 dolersene soltanto con se stesso.<\/p>\n<p>D\u2019altronde, gli stessi limiti debbono valere, specularmente, per l\u2019economista, la cui analisi lo trasporta inevitabilmente sul piano della selezione dei fini, oltre che su quello dei mezzi. Tu stesso <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45258\" target=\"_blank\">osservi<\/a> che l\u2019economista pu\u00f2 anche orientare le proprie proposte secondo la \u201cfunzione di benessere sociale\u201d, ad es. concepita in senso rawlsiano. Nessun problema, perch\u00e9 il piano dei fini in una societ\u00e0 democratica \u00e8 un condominio aperto e affollato, i cui abitanti possono anche, di tanto in tanto, trovarsi d\u2019accordo, e pure risparmiando sull\u2019amministratore.<\/p>\n<p>Fatto sta, per\u00f2, che di solito gli economisti del lavoro, sia che si pongano nella prospettiva macroeconomica (tipicamente affrontando, ad es., la questione dell\u2019impatto dell\u2019EPL sull\u2019occupazione), sia che prediligano indagini microeconomiche, si pongono classici obiettivi di efficienza quantitativa, del resto al centro del loro tradizionale <em>expertise<\/em> (da cui le critiche di coloro che propongono di valorizzare la dimensione anche qualitativa del benessere: su tutti, Amartya Sen), e che possono anche essere funzionali, peraltro \u2013 non sar\u00f2 certo io a negarlo -, \u00a0al bene della societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Eppure, entrambe le professioni avrebbero da guadagnare da un dialogo aperto, anche se non destinato a sfociare in\u00a0 un reciproco abbraccio. A mio avviso, in particolare, il tratto di mare decisivo (e per questo da esplorare di pi\u00f9 e meglio di quanto di solito si faccia), nel quale le due discipline si passano accanto senza toccarsi, \u00e8 quello della <em>scelta<\/em>.<\/p>\n<p>L\u2019economia \u00e8 per buona parte una teoria della scelta razionale, fondata su determinati assunti di comportamento, per lo pi\u00f9 ispirati al modello della massimizzazione dell\u2019utilit\u00e0.\u00a0\u00c8 la scienza dei <em>trade-off<\/em>, che presuppone o mostra come gli agenti debbano costantemente scegliere tra beni scarsi o comunque non ottenibili simultaneamente: tu non puoi andare al mare e in montagna nello stesso tempo. Quello che viene poi studiato, anche se a partire da un modello limite (quello del mercato concorrenziale perfetto) tuttora capace di esercitare una discreta suggestione, \u00e8 come queste scelte vengono effettuate nel contesto di mercati per lo pi\u00f9 imperfetti, caratterizzati da carenze di informazione \u00a0ed \u00a0eventualmente di razionalit\u00e0 degli agenti.<\/p>\n<p>Di contro, nel discorso di un diritto del lavoro come quello italiano, che nella sua maturit\u00e0 si \u00e8 posto come integralmente protettivo e tutorio, attorno al principio di inderogabilit\u00e0 unilaterale, la dimensione della scelta razionale, comunque\u00a0 definita, non \u00e8 mai stata neppure focalizzata. A impedirlo, l\u2019assunto della strutturale disparit\u00e0 di potere tra il lavoratore e la controparte. Ma, per quanto la fotografia di partenza fosse rispondente alla realt\u00e0, e continui in molti casi ad esserlo, ne \u00e8 derivata un\u2019ipostatizzazione concettuale che ha comportato la totale obliterazione del tema dell\u2019autonomia individuale del lavoratore, anche soltanto come obiettivo da perseguire in prospettiva.<\/p>\n<p>Una rimozione che, per giunta, dal piano del rapporto di lavoro si \u00e8 propagata a quella delle valutazioni di politica del diritto, qui saldandosi con quel ferrajolismo che nella sua visione irenica e deresponsabilizzante si spinge sino ad escludere che possano darsi conflitti tra diritti costituzionali fondamentali, s\u00ec da escludere che si debba mai scegliere tra essi (ma v., su questo, la critica di Giampiero Pino).<\/p>\n<p>Con ci\u00f2, ribadisco, non intendo sostenere che dobbiamo ripiegare su un\u2019integrale mercatizzazione e che non debbano esservi beni che, per dirla con Michael J. Sandel, non debbano poter essere scambiati sul mercato, checch\u00e9 ne pensi l\u2019economista. Ma da questo a ritenere, all\u2019estremo opposto, che il compito del diritto del lavoro sia soltanto quello di frapporre valori non negoziabili ai meccanismi di mercato, ne corre di strada.<\/p>\n<p>Per cui, a meno che non pensiamo che il lavoratore subordinato rester\u00e0 tale per l\u2019eternit\u00e0, con le stesse modalit\u00e0 e nella stessa misura proprie dell\u2019organizzazione fordista del lavoro, riportare nel nostro cono visivo la dimensione della scelta,\u00a0\u00a0 e confrontarci con gli economisti sulle trappole che essa comporta, non potrebbe essere che fruttuoso. Ci\u00f2 tanto pi\u00f9 in considerazione, da un lato, della crescente diffusione di norme di tipo incentivante per i datori di lavoro, e, dall\u2019altro, della riapertura di alcuni spazi normativi per la contrattazione individuale, quando non per vere e proprie scelte dei lavoratori tra pi\u00f9 possibili utilit\u00e0, come nel <em>welfare<\/em> aziendale.<\/p>\n<p>Alla rimozione ora discussa corrisponde, con puntuale specularit\u00e0, quella dell\u2019economista per il tema del potere.\u00a0\u00c8 vero che tramite l\u2019analisi e lo studio delle asimmetrie informative egli pu\u00f2 giungere a conclusioni atte a giustificare, anche in termini di efficienza, la presenza di normative correttive e non rinegoziabili, del classico tipo giuslavoristico. Permane tuttavia uno iato, che mi sembra dipendere proprio dal difficile inserimento del fattore potere (anche, ma non solo, per difficolt\u00e0 di misurazione, che peraltro valgono anche per le informazioni) negli schemi di analisi degli economisti <em>mainstream<\/em>.<\/p>\n<p>Ma quanto profondo, ed incolmabile, \u00e8 questo iato, insomma il divario concettuale e pratico tra l\u2019asimmetria di informazione e l\u2019asimmetria di potere? La questione non pu\u00f2 che restare aperta.<\/p>\n<p>La musica cambia totalmente, tra l\u2019altro (\u00e8 una di quelle altre economie, di cui all\u2019<a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45556\" target=\"_blank\">intervento di Salvati<\/a>), per gli economisti di scuola neo-istituzionale, la rilevanza della quale per il diritto del lavoro \u00e8 stata sottolineata, anche di recente, da Simon Deakin. Proprio ragionando in questa diversa prospettiva, debitamente integrata con la <em>stakeholder theory<\/em>, Lorenzo Sacconi ha svolto, la si condivida o no, un\u2019interessante critica del \u201ccontratto a tutele crescenti\u201d, incentrata sul pericolo dell\u2019abuso di autorit\u00e0.<\/p>\n<p>Resta infine il grande tema, che non posso affrontare qui avendo gi\u00e0 preso troppo spazio, delle valutazioni di impatto, dove l\u2019utilit\u00e0 del dialogo interdisciplinare (anzitutto per i giuristi) sembrerebbe evidente, e anche sdrammatizzata, proprio perch\u00e9 non si parla di fondamenti ma di effetti: anche se va detto che i fondamenti tendono a riemergere quando si discute della rilevazione dei nessi di causalit\u00e0, che quasi mai trova rispondenza in vere \u201cevidenze empiriche\u201d.<\/p>\n<p>E tuttavia, anche guardando al controverso tema dei licenziamenti, il giuslavorista interessato a questo tipo di apporti (come lo scrivente, ai fini della preparazione di un <em>paper<\/em> presentato alla III Conferenza del <em>Labour Law Research Network<\/em>, svoltasi nel giugno scorso a Toronto) non ha difficolt\u00e0 a reperire un\u2019abbondanza di contributi seriamente empirici, in diversi dei quali, a dispetto della loro provenienza dal mondo anglo-americano, vengono asseriti effetti positivi (ad es. sulla produttivit\u00e0 e sull\u2019innovazione) di ben calibrate discipline limitative del licenziamento.<\/p>\n<p>Credo che queste considerazioni bastino a dare l\u2019idea del perch\u00e9 i percorsi degli economisti e dei giuslavoristi divergono: anzitutto per ragioni di strumenti e metodologie, prima che di culture ed eventualmente di propensioni politiche, che pure possono essere un corollario delle prime. Ma su questo piano \u2013 che involge, in ultima analisi, le rispettive categorie e modalit\u00e0 di pensiero e di ricerca \u2013 il confronto non pu\u00f2 che essere stimolante, anche ove abbia a concludersi \u00a0con la registrazione di un dissenso o persino di un\u2019incompatibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che la migliore dottrina internazionale, anche quando difende le principali acquisizioni del diritto del lavoro, accetti senza problemi di confrontarsi con la critica economica (ad es. G. Davidov). N\u00e9 mi pare una coincidenza che gruppi di autorevoli giuslavoristi, dal Regno Unito (ad es. S. Deakin) all\u2019Australia (ad es. R. Mitchell), si stiano impegnando nell\u2019elaborazione di nuovi indici di misurazione della normativa protettiva, presumo anche per non dover sottostare a indici approssimativi e insoddisfacenti, come quello di rigidit\u00e0 dell\u2019OECD: sar\u00e0 pure molto anglo-sassone, ma agli anglo-sassoni non fa difetto il senso pratico.<\/p>\n<p>Ce n\u2019\u00e8 abbastanza, a mio giudizio, per dare conto dell\u2019interesse di una riflessione comune, orientata in particolare alla preziosa ricerca di soluzioni <em>win-win<\/em> nei vari campi, in uno spirito di realismo problematico (per fare mia l\u2019espressione di Bruno Caruso), per nulla dimentico della tradizione ma per nulla condizionato da essa.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Argomenti a sostegno dell\u2019interesse di giuslavoristi ed economisti a una riflessione comune, orientata in particolare alla preziosa ricerca di soluzioni win-win nei vari campi, in uno spirito di realismo problematico . 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