
{"id":46514,"date":"2017-09-28T09:30:10","date_gmt":"2017-09-28T08:30:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46514"},"modified":"2017-10-01T21:59:32","modified_gmt":"2017-10-01T20:59:32","slug":"il-referendum-lombardo-veneto-sullautonomia-e-il-problema-del-federalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46514","title":{"rendered":"IL REFERENDUM LOMBARDO-VENETO SULL&#8217;AUTONOMIA E IL PROBLEMA DEL FEDERALISMO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Perch\u00e9 Maroni e Zaia non hanno mai aperto la trattativa con Roma? Perch\u00e9 non hanno mai chiesto di discuterne seguendo ci\u00f2 che avevano proposto anche i sindaci lombardi e veneti e ci\u00f2 che la Costituzione gi\u00e0 permette di fare?<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #993300;\"><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<\/span><em>Articolo <strong>di Alessandro Maran<\/strong> pubblicato sul numero di settembre 2017 del mensile<\/em> Strade <em>&#8211; In argomento v. anche l&#8217;articolo di Luca Ricolfi,<\/em>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=20629\">Dopo la Lega, chi difende le ragioni del Nord?<\/a><\/p>\n<p><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_41634\" style=\"width: 220px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-41634\" class=\"size-full wp-image-41634\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/maran.jpg\" alt=\"Alessandro Maran\" width=\"210\" height=\"221\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/maran.jpg 210w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/08\/maran-143x150.jpg 143w\" sizes=\"auto, (max-width: 210px) 100vw, 210px\" \/><p id=\"caption-attachment-41634\" class=\"wp-caption-text\">Alessandro Maran<\/p><\/div>\n<p>La frattura socio-economica tra Nord e Sud \u00e8 un antico problema dell\u2019Italia unita. E in tempi di crisi, si sa, le fratture si allargano perch\u00e9 si accentuano le distanze. Negli ultimi anni, infatti, il rapporto col territorio \u00e8 riemerso con forza. E mentre nel Sud permane l\u2019esigenza di un governo centrale in grado di guidare e \u201cforaggiare\u201d lo sviluppo, al Nord cresce invece la tendenza alla regionalizzazione. Non per caso, come<\/p>\n<p>aveva previsto il Ministro Calenda guardando ai dati economici, risorge la questione settentrionale e, spinto anche dai referendum identici di Lombardia e Veneto del 22 ottobre sull\u2019autonomia regionale, il problema della redistribuzione delle risorse pubbliche tra le varie regioni, riacquista un peso rilevante nell\u2019agenda politica.<\/p>\n<p>Si tratta, ovviamente, di un\u2019iniziativa tutta politica, che punta a ottenere un forte mandato popolare nei confronti del governo centrale alla vigilia della campagna elettorale per le prossime elezioni regionali (in Lombardia). Il referendum \u00e8 del tutto inutile dal punto di vista procedurale e costituzionale. Ma la doppia consultazione sull\u2019autonomia regionale avr\u00e0 comunque un impatto politico rilevante. Anche perch\u00e9 gli elettori non andranno alle urne \u201csolo\u201d per chiedere pi\u00f9 autonomia (il che comunque avr\u00e0 delle conseguenze), ma ci andranno per dire che tra il Nord e il Sud la distanza \u00e8 abissale e la misura \u00e8 colma.<\/p>\n<p><strong>Un referendum strumentale<\/strong><\/p>\n<p>All\u2019articolo 116 della Costituzione, dopo la riforma del 2001, si prevede che con legge dello Stato possano essere attribuite alle regioni a statuto ordinario \u201culteriori forme e condizioni particolari di autonomia\u201d, rispetto alla vasta lista delle materie a legislazione concorrente (terzo comma dell\u2019articolo 117), e all\u2019organizzazione della giustizia di pace, alle norme generali sull\u2019istruzione e alla tutela dell\u2019ambiente, dell\u2019ecosistema e dei beni culturali. E sempre l\u2019articolo 116 prevede gi\u00e0 che le regioni possano prendere l\u2019iniziativa per richiedere maggiori dosi di autonomia, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all\u2019articolo 119, senza alcun bisogno di referendum.<\/p>\n<p>La procedura istituzionale si avvia con un\u2019iniziativa della Regione, sentiti gli enti locali, e si conclude con una legge dello Stato approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un\u2019intesa fra lo Stato e la Regione interessata. Non si fa, ripeto, menzione di alcun referendum e la decisione finale \u00e8 presa dal Parlamento con maggioranza qualificata, quindi da un organo nazionale.<\/p>\n<div id=\"attachment_46531\" style=\"width: 284px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-46531\" class=\"size-full wp-image-46531\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Maroni.jpg\" alt=\"R0oberto Maroni\" width=\"274\" height=\"184\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Maroni.jpg 274w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Maroni-150x101.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 274px) 100vw, 274px\" \/><p id=\"caption-attachment-46531\" class=\"wp-caption-text\">R0oberto Maroni<\/p><\/div>\n<p>Ma, allora, perch\u00e9 si vota? In fondo il referendum regionale (che, infatti, \u00e8 solo consultivo) riprende il tema che si poteva trattare con il governo in questi anni senza ricorrere a strumenti costosi. Anzi, ci sarebbe da chiedersi perch\u00e9 si sia aspettato tanto per riprendere il lavoro sul federalismo differenziato, avviato ai tempi di Prodi. Perch\u00e9 Maroni non ha mai aperto la trattativa con Roma? Perch\u00e9 non ha mai chiesto di discuterne seguendo ci\u00f2 che avevano proposto anche i sindaci del territorio e ci\u00f2 che la Costituzione permette gi\u00e0 di fare?<\/p>\n<p>Ora, non \u00e8 un mistero per nessuno che Maroni si sia inventato l\u2019operazione referendaria in vista delle elezioni regionali. Ma c\u2019\u00e8 dell\u2019altro. Maroni va oltre quanto previsto dalla Costituzione e si propone \u2013 come indicato in una mozione di recente approvazione \u2013 di \u201cnegoziare, contestualmente alle nuove competenze e alle risorse relative, anche l\u2019autonomia fiscale cos\u00ec come riconosciuta alle Regioni a Statuto speciale, nel cui ambito sarebbe inserita la Lombardia all\u2019indomani della conclusione positiva della trattativa con il Governo\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019iniziativa, del resto, non precisa le materie su cui si vuole maggiore autonomia; non nasce dall\u2019individuazione di specifici temi su cui si ritiene sarebbe pi\u00f9 opportuna una competenza regionale. Si tratta su tutto, perch\u00e9 il vero obiettivo dell\u2019iniziativa \u00e8 quello di ottenere maggiori risorse pubbliche rispetto alla situazione attuale; e il referendum serve a ottenere sostegno politico per questa richiesta. Come ha scritto di recente Gianfranco Viesti sul Mulino\u00a0\u00absi dice: per trattenere sul suolo regionale una maggiore quota delle tasse pagate dai cittadini. Ma le regole della tassazione e dell\u2019allocazione della spesa nel nostro paese sono stabilite dai grandi principi costituzionali: ad esempio, la progressivit\u00e0 della tassazione e l\u2019istruzione obbligatoria e gratuita. Con l\u2019approvazione della legge 42 del 2009, poi, si \u00e8 provveduto a precisare, in diversi ambiti, questi principi (legge che, sia detto per inciso, sta avendo un\u2019applicazione assai lenta, ed estremamente discutibile in alcune scelte attuative). Con buona pace dei leghisti di ieri e di oggi, non esistono \u201csoldi del Nord\u201d che vengono sottratti: il \u201cresiduo fiscale\u201d che si pu\u00f2 stimare (la differenza fra le tasse pagate dai cittadini di una regione e la spesa pubblica che ricade in quella stessa regione) \u00e8 semplicemente l\u2019esito ex post, in Italia come in tutti gli altri paesi, dell\u2019applicazione delle norme costituzionali in presenza di differenze territoriali nei redditi. Il tentativo del referendum, dietro le richieste di maggiore autonomia, \u00e8 quello di ottenere dallo Stato l\u2019allocazione, in via preventiva, di maggiori risorse. Naturalmente, sottraendole a tutti gli altri cittadini italiani. \u00c8 una evidente scelta politica che si colloca nella tradizione leghista; nel dilagante \u201cegoismo dei ricchi\u201d: date pi\u00f9 soldi pubblici a noi e meno agli altri. Il voto serve dunque a portare tanti lombardi e veneti a esprimersi sulla domanda implicita: volete sottrarre risorse pubbliche agli altri cittadini italiani per beneficiarne voi? Una deriva assai pericolosa\u00bb.<\/p>\n<p>Sia chiaro, l\u2019operazione dal punto di vista propagandistico \u00e8 raffinata. \u00c8 ovvio che vincer\u00e0 il S\u00cc. Anzi, il referendum \u00e8 talmente scontato che non esiste una scelta tra il s\u00ec e il no: perch\u00e9 mai veneti e lombardi non dovrebbero volere pi\u00f9 autonomia (e pi\u00f9 soldi)? Ma il giorno dopo si dovr\u00e0 ricominciare daccapo. La Lombardia dovr\u00e0 comunque chiedere (anche se la richiesta \u00e8 accompagnata da un forte mandato popolare) l\u2019apertura di un confronto con lo Stato per discutere eventuali materie da gestire, e in caso di accordo la legge dovr\u00e0 essere successivamente votata dal Parlamento.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-46532\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Lombardo-Veneto.png\" alt=\"Lombardo-Veneto\" width=\"300\" height=\"182\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Lombardo-Veneto.png 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Lombardo-Veneto-150x91.png 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>La verit\u00e0 \u00e8 che il 22 ottobre prossimo in Lombardia si aprir\u00e0, semplicemente, la campagna elettorale. Il che non toglie che si tratta di una consultazione importante (dagli effetti imprevedibili, specie nel quadro dell\u2019Italia di oggi e con le tendenze elettorali che si stanno manifestando). Voteranno sedici milioni di elettori delle due regioni che trainano il sistema produttivo italiano. E quando il popolo vota succede sempre qualcosa e non sempre le cose vanno nel verso previsto, come ci ricordano recenti consultazioni del tutto facoltative (Brexit, elezione anticipate nel Regno Unito, referendum costituzionale in Italia).<\/p>\n<p><strong>Il ritorno del federalismo<\/strong><\/p>\n<p>Per come la vedo io, ritengo sia un bene che si provi davvero (e finalmente) a esercitare quegli ulteriori spazi di autonomia che la Costituzione prevede. La riforma costituzionale bocciata nel dicembre scorso avrebbe potuto facilitare il processo, ma ormai \u00e8 inutile riparlarne. Piuttosto, non sarebbe male ricordare che l\u2019introduzione nel nostro ordinamento della clausola di differenziazione rappresenta l\u2019esito di un faticoso cammino intrapreso molti anni prima della stessa riforma del Titolo V. Sulla convenienza di una \u201cstruttura statale snodata\u201d che possa corrispondere alla \u201cvariet\u00e0 di composizione\u201d del nostro Paese, sono del resto famose le parole di Costantino Mortati, che ricordava quanto tra i costituenti fosse diffusa \u00abla considerazione che un sano decentramento regionale (inteso quale strumento per l\u2019attuazione di una maggiore giustizia distributiva fra parte e parte della nazione e per una pi\u00f9 adeguata corrispondenza dell\u2019ordinamento giuridico alle esigenze locali) avrebbe contribuito al rafforzamento dell\u2019unit\u00e0 stessa\u00bb.<\/p>\n<p>Si sa che il regionalismo italiano \u00e8 stato appesantito sin dall&#8217;inizio dal \u201cmito\u201d dell\u2019uniformit\u00e0, che, tuttavia, non \u00e8 riuscito poi a garantire uguali condizioni su tutto il territorio nazionale, come si pensava in principio; il trascorrere del tempo, al contrario, ha dimostrato come quello del regionalismo uniforme non fosse altro che un feticcio, paradossalmente acuendo, anzich\u00e9 attenuando, le profonde differenze economiche e sociali esistenti tra regione e regione. Sulla base di tali premesse, si \u00e8 progressivamente affacciata nel panorama istituzionale italiano l\u2019idea (opposta ma decisamente pi\u00f9 realistica) del cosiddetto regionalismo differenziato; e cos\u00ec, a partire dagli anni \u201990, si \u00e8 avviato un lento (ma irreversibile) processo di adeguamento che ha messo a nudo la falsa omogeneit\u00e0 delle regioni italiane. Con l\u2019autunno del 2001 si arriva, infine, alla legge costituzionale n. 3, che rappresenta l&#8217;ultima tappa di un processo laborioso. Modelli ispiratori della riforma sono stati espressamente la cosiddetta devolution di origine britannica e, soprattutto, il regionalismo asimmetrico spagnolo. Infatti, in Spagna proprio l&#8217;introduzione di un meccanismo a due velocit\u00e0, per cos\u00ec dire, nel procedimento di revisione degli statuti, ha consentito a ciascuna comunit\u00e0 autonoma di conquistare progressivamente nuovi spazi di autonomia senza traumi e senza strappi, in misura compatibile col mutare delle condizioni economiche e sociali interne.<\/p>\n<p>E, comunque la si pensi, sarebbe ora, a 16 anni dalla riforma del 2001, di darsi una mossa. Anche perch\u00e9 ci\u00f2 che forse abbiamo imparato da quasi vent\u2019anni di confusa discussione sul federalismo \u00e8 che un approccio ideologico, aprioristico, non porta molto lontano. Come scriveva Daniel J. Elazar, \u00abl\u2019essenza del federalismo non deve essere cercata in un particolare insieme di istituzioni, ma nell\u2019istituzionalizzazione di particolari relazioni tra i partecipanti alla vita politica\u00bb.<\/p>\n<p>Il federalismo, cio\u00e8 la domanda di autonomia e di riforme istituzionali che, il pi\u00f9 delle volte col linguaggio minaccioso e mitologico della Lega, ha accompagnato la travolgente trasformazione in atto nelle regioni del Nord, \u00e8 stato in questi anni un tormentone. Che lo Stato e la pubblica amministrazione in Italia funzionino male lo dicono tutti. Che ci sia bisogno di un cambiamento anche. Perch\u00e9 le istituzioni, nate come strumento per la soluzione dei problemi collettivi, sono diventate un problema esse stesse. Per ricomporre il rapporto logorato tra societ\u00e0 e istituzioni, la proposta in questi anni \u00e8 stata quella del federalismo.<\/p>\n<p>Una proposta confusa (prima della <em>devolution<\/em> la Lega ha proclamato e teorizzato come obiettivo politico l&#8217;indipendenza del Nord, vale a dire la secessione) e una disputa (di quale federalismo si parla? Con quali e quante unit\u00e0 territoriali? Con quali poteri e quali risorse?) che ha assunto connotati fortemente ideologici. Al punto che, come ha sottolineato Ilvo Diamanti, si \u00e8 parlato di Federalismo con la F maiuscola: non di un programma e di un modello per riformare le istituzioni, l&#8217;amministrazione e l&#8217;organizzazione dello Stato, e rispondere concretamente alle domande e ai bisogni del territorio, ma di un valore e di un modello di \u201csociet\u00e0 giusta\u201d, da affermare in alternativa e in contrapposizione allo Stato, per delineare, facendo appello a pulsioni etniche, una patria e un popolo.<\/p>\n<p>Anche se i tentativi di trasformare lo Stato non sono mancati (tanto che la Repubblica non \u00e8 pi\u00f9 quella di prima), le cose non sono andate cos\u00ec e, dopo anni di mancate promesse, la credibilit\u00e0 del federalismo \u00e8 sfumata. E, un po&#8217; alla volta, ha cominciato a farsi strada la consapevolezza che per rinnovare veramente lo Stato non bastano nuove istituzioni costituzionali e la <em>devolution<\/em> di competenze. E, forse, l&#8217;idea che sia possibile dare una risposta ai problemi del Paese, alle tensioni della societ\u00e0 e perfino alle anomalie della politica italiana, \u201csemplicemente\u201d riprogettando le istituzioni, comincia a sembrare meno convincente.<\/p>\n<p>Ma oggi che il federalismo non gode di grandissima popolarit\u00e0 e sembra diventato un problema (cessata la protesta e venuta meno la paura della secessione, \u00e8 venuto meno anche l&#8217;interesse verso tale riforma), non sarebbe male tenere a mente che quella di nuove regole e di nuove istituzioni \u00e8 una strada \u201cimposta da emergenze e fratture\u201d, che abbiamo scelto proprio \u201cper sanare il contrasto tra societ\u00e0 e Stato, fra societ\u00e0 e politica\u201d. Un contrasto che non \u00e8 risolto per il fatto che ora al governo c\u2019\u00e8 il PD, di marce sul Po non se ne fanno pi\u00f9 e i giornali (e persino le associazioni degli industriali) hanno smesso di parlare del Veneto come se fosse l&#8217;Ulster.<\/p>\n<p><strong>Gli individui, le istituzioni, l<\/strong><strong>\u2019Europa<\/strong><\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che la riforma non pu\u00f2 essere pensata come una mera operazione di trasferimento di funzioni dallo Stato alle regioni (un centralismo che non viene cio\u00e8 riformato, ha scritto Vittorio Foa, \u00abma frantumato e riprodotto lasciandone intatta la sostanza intrusiva\u00bb): deve essere l\u2019occasione di un ripensamento del rapporto cittadino-autorit\u00e0 nel nostro sistema costituzionale. La cosa pi\u00f9 importante non sono i cambiamenti istituzionali, ma quello che gli americani chiamano empowerment of individuals, e che, anche se detto in inglese, tutti gli italiani capiscono molto bene, perch\u00e9 \u00e8 il cittadino che vuole (e deve) diventare il vero soggetto decisionale. Persino la maggior parte degli elettori che oggi sostiene Grillo non domanda un\u2019autorit\u00e0 pi\u00f9 forte. Al contrario, vuole maggiore libert\u00e0 e meno regole (e meno tasse, auspicabilmente) per poter raggiungere i propri obiettivi personali.<\/p>\n<p>Una delle componenti del pensiero federalista \u00e8 sempre stata la ricerca di spazi di autonomia e libert\u00e0 per i cittadini proprio attraverso forme di contenimento e di distribuzione articolata del potere pubblico. E questa \u00e8 una esigenza che non viene meno perch\u00e9 oggi in molti attendono la venuta dei Pentastellati. Pertanto, il compito di riportare l\u2019attenzione sul federalismo come progetto riformista (e cio\u00e8 su pochi principi guida: responsabilit\u00e0, flessibilit\u00e0-adattabilit\u00e0, autonomia fiscale, funzionalit\u00e0) spetta a chi, nonostante tutto, si ostina a credere alla sua utilit\u00e0 per l&#8217;intero Paese.<\/p>\n<p>E il bello \u00e8 che uno degli elementi maggiormente significativi dell\u2019originale regionalismo italiano \u00e8 proprio quello rappresentato dalle autonomie speciali, che hanno dato luogo a formule e principi organizzativi e funzionali distinti (seppure affiancati) a quelli propri delle Regioni di diritto comune.<\/p>\n<p>Non esiste una nozione unitaria di specialit\u00e0 regionale. La specialit\u00e0, o meglio le singole regioni speciali, hanno una giustificazione e una identit\u00e0 politico istituzionale che sono date esclusivamente dalla storia. Gli statuti speciali sono stati elaborati singolarmente al di fuori di un quadro costituzionale unitario di riferimento e per venire incontro a esigenze differenti (il pericolo del separatismo in Sicilia, il problema delle minoranze in Trentino-Alto Adige\/S\u00fcdtirol ecc.). E l\u2019Assemblea costituente non fece altro che prendere atto di situazioni gi\u00e0 in larga misura determinate al suo esterno. Gli Statuti delle regioni Sicilia e Valle d\u2019Aosta erano stati gi\u00e0 approvati prima che iniziassero i lavori della Costituente; per la regione Trentino-Alto Adige\/S\u00fcdtirol, in attesa dell\u2019approvazione della Costituzione, i principi guida dello Statuto erano stati definiti da alcuni trattati internazionali; ed \u00e8 appena il caso di ricordare che la vertenza internazionale sull\u2019assetto territoriale della Venezia Giulia e del confine orientale \u00e8 stato un problema di politica internazionale che ha interessato il <em>peace making.<\/em><\/p>\n<p>Lo ha richiamato in un recente intervento al Senato Giorgio Tonini: dopo oltre un secolo di conflitti \u00e8 (finalmente) la Repubblica \u00abche ha posto le basi a una delle pi\u00f9 straordinarie esperienze riuscite e di successo di convivenza tra popolazioni diverse in una zona di frontiera; una delle pi\u00f9 riuscite d\u2019Europa e, automaticamente, del mondo, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 posto pi\u00f9 che in Europa dove si sia tentato di costruire la convivenza come alternativa alla guerra\u00bb e \u00abil problema, che in tanti altri posti d\u2019Europa e del mondo si risolve con le truppe speciali, da noi si \u00e8 risolto con le autonomie speciali\u00bb.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-46530\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Friuli.jpg\" alt=\"Friuli\" width=\"210\" height=\"240\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Friuli.jpg 210w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Friuli-131x150.jpg 131w\" sizes=\"auto, (max-width: 210px) 100vw, 210px\" \/>Aggiungo che la proposta (diretta a Stalin e Molotov, il 15 agosto del 1945, dal leader sindacale Di Vittorio, allora in visita a Mosca, per conto di Togliatti) della \u201cpiena autonomia politica (garantita e controllata dai governi interessati: Italia e Jugoslavia) della citt\u00e0 di Trieste e della regione contesa\u201d, che ipotizzava che \u201cdopo due, tre anni la questione potrebbe essere definitivamente risolta da un plebiscito\u201d, la dice lunghissima dell\u2019origine della specialit\u00e0 del Friuli-Venezia Giulia. Cos\u00ec come la dice lunga l\u2019orientamento nettamente contrario all\u2019autonomia friulo-giuliana della maggioranza della popolazione goriziana e di quasi tutti i partiti (con l\u2019eccezione, ovviamente, dei comunisti) e l\u2019adesione di Gorizia all\u2019ipotesi di una grande Regione Veneta. Infatti, la ventilata autonomia faceva temere ai goriziani un distacco dall\u2019Italia e un cedimento alle richieste jugoslave. Non deve stupire. La Regione, come ha ricordato Giuliano Amato, \u00abnasce da una delle vicende istituzionali e politiche pi\u00f9 rocambolesche della nostra storia e nasce con una missione che \u00e8 quella che gi\u00e0 sta scritta nella Decima Disposizione Transitoria della Costituzione, che poi viene ribadita dal Memorandum d\u2019intesa e dall\u2019art. 3 dello Statuto, quella di assicurare una convivenza e una collaborazione tra gruppi tra i quali era sorto, in ragione della vicenda bellica e post-bellica, un clima di ostilit\u00e0, di odio; vicende drammatiche e tragiche che sono pari a quelle che poi abbiamo visto, nei decenni successivi, creare tante difficolt\u00e0 ad altre parti d\u2019Europa\u00bb.<\/p>\n<p>Ho fatto questi esempi per ricordare che, oggi come allora, \u00e8 europeo lo scenario in cui viviamo ed \u00e8 europea la sostanza dei problemi. E non alludo solo al fatto che, allora, Trieste e la Venezia Giulia erano oggetto di vertenza internazionale. Se fosse solo questo vedremmo in gioco solo gli interessi nazionali. Invece vediamo ben altro; vediamo in atto due storie: la storia di un\u2019Europa che si sta ricostruendo e la storia di un\u2019Europa che si sta dividendo (dove la divisione in blocchi \u00e8 fonte di minaccia e di insicurezza). E oggi, aggiungo, anche nel ribollire di tanti egoismi e particolarismi territoriali, vediamo la storia di un\u2019Europa che si va unificando e che riprende a muoversi (e a sperare) con la promessa di reciproca integrazione (e dunque di maggior benessere e maggior democrazia); di un\u2019Europa in cui il problema della nazione non \u00e8 pi\u00f9 separabile da quello della \u201ccittadinanza\u201d, e questo dipende sempre pi\u00f9 dall\u2019avanzare della societ\u00e0 civile internazionale.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 Maroni e Zaia non hanno mai aperto la trattativa con Roma? 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