
{"id":46738,"date":"2017-10-16T21:34:24","date_gmt":"2017-10-16T20:34:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46738"},"modified":"2017-10-14T21:52:01","modified_gmt":"2017-10-14T20:52:01","slug":"il-punto-sul-lavoro-a-tempo-determinato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=46738","title":{"rendered":"IL PUNTO SUL LAVORO A TEMPO DETERMINATO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Non \u00e8 vero che sta aumentando la frazione del lavoro a termine nel nostro tessuto produttivo, che resta al di sotto della media UE; \u00e8 vero invece che diminuisce, in seno ad essa, la quota dei co.co.co. e aumenta quella dei contratti a termine<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nNumero 21 del periodico della Fondazione Anna Kuliscioff,<\/em> Mercato del Lavoro News<em>, a cura <\/em><em>di Claudio Negro<\/em><em>, 12 ottobre 2017<\/em> \u2013 <em>Su questo sito sono disponibili anche <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=44462\">il n. 9 dello stesso notiziario periodico<\/a> e il <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=45168\" target=\"_blank\">n. 13<\/a>, sempre dedicati al commento dei dati di stock e di flusso sul mercato del lavoro italiano<br \/>\n<\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-44464\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg\" alt=\"Fondazione Kuliscioff\" width=\"300\" height=\"77\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-150x38.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg 349w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>La ricerca della Fondazione Di Vittorio del 7 ottobre, peraltro bella e ben documentata, paga per\u00f2 dazio all\u2019esigenza politica della CGIL di dimostrare che comunque le cose continuano ad andare male (sar\u00e0 perch\u00e9 nessuno si \u00e8 filato il Piano Straordinario per l\u2019Occupazione..?).<\/p>\n<p>Innanzitutto \u00e8 curioso che confronti i dati 2017 con quelli 2004, cio\u00e8 un anno ancora lontano dai picchi di occupazione pre crisi e anche dai flessi massimi osservati durante la crisi. Perch\u00e8 allora il confronto con il 2004? Perch\u00e8 \u00e8 stato l\u2019ultimo anno in cui i contratti a termine sono diminuiti (cos\u00ec il paragone rifulge meglio\u2026); e diminuirono perch\u00e9 a partire da quell\u2019anno vennero a terminare modalit\u00e0 di assunzione quali il contratto di formazione-lavoro. Nel 2004 i contratti a tempo definito furono 1,909,000, pari a 8,5% del totale degli occupati. Gi\u00e0 dall\u2019anno successivo questi contratti cominciarono ad aumentare: al 9% nel 2005, al 9,8% (con un numero assoluto di 2.269.000) nel 2007, al 9,9% (2.323.000) nel 2008. Da notare che in questi anni i contratti di collaborazione (quindi a termine) erano rispettivamente 497.000, 490.000 e 465.000, con percentuali che vanno dal 2,2% al 2%. Dopo una leggera flessione in numero assoluto nel 2009 il dato ricomincia a crescere: per il 2011 disponiamo solo dei dati aggregati che mescolano contratti subordinati a termine e collaborazioni, per un totale di 2.719.000 pari all\u201911,8% che possiamo confrontare con l\u2019analogo aggregato del 2008: 2.788.000 e 11,7% (\u00e8 chiaro che anche se il numero assoluto di contratti scende aumenta l\u2019incidenza percentuale perch\u00e8 diminuisce l\u2019occupazione globale); dunque l\u2019incidenza dei contratti a termine torna al livelli 2008 e li supera. Per il 2012 e 2013 torniamo alla rilevazione dei soli contratti subordinati a termine: sono rispettivamente 2.083.000 pari al 9,49% e 2.229.000 pari al 9,94%, quindi in entrambi i casi superiori (in incidenza percentuale) al dato 2008.<\/p>\n<p>Nel 2014 i dipendenti a termine sono 2.277.000 pari al 10,2%, se li sommiamo alle collaborazioni arriviamo a 11,9%.. Nel primo semestre 2017 dipendenti + collaborazioni assommano a 2.800.000 unit\u00e0, pari al 12,15.<\/p>\n<p>Dunque osserviamo una costante e sostanzialmente uniforme crescita dal 2005 a oggi: dall\u201911,2% del 2005 al 12.1 di oggi. Una crescita senz\u2019altro, ma non travolgente e comunque radicata negli ultimi 12 anni di storia del mercato del lavoro, senza nessuna variazione evidente in relazione alla crisi o alla ripresa post crisi. Del resto \u00e8 del tutto omogenea alle dinamiche in atto nell\u2019UE, dove l\u2019incidenza dei lavoratori temporanei sul totale dei dipendenti si attesta al 14,2 per cento, nella Uem al 15,6 per cento e in Italia al 14,0 per cento (ricordiamo che questi ultimi dati sono calcolati soltanto sui lavoratori subordinati, e non tengono conto delle collaborazioni).<\/p>\n<p>Quel che cambia \u00e8 la composizione interna all\u2019aggregato dei tempi determinati: diminuisce il numero delle collaborazioni\u00a0 aumenta quello dei dipendenti; \u00e8 troppo sperare che anni di lotta contro i finti parasubordinati abbiano prodotto un qualche effetto di trasformazione di collaborazione in contratti di lavoro dipendente?<\/p>\n<p>Anche il titolaccio ad effetto \u201ccontratti a termine: un milione in pi\u00f9 dal 2004\u201d si basa su un confronto del tutto sbagliato sul piano metodologico: se confrontiamo i 2.800.000 rapporti a termine (dipendenti e collaboratori) del 2017 e li sommiamo con i soli dipendenti a termine del 2004 (1.909.000) otteniamo s\u00ec una differenza di 900.000, ma se invece facciamo un confronto omogeneo, considerando dipendenti e collaboratori per entrambi gli anni, vediamo che l\u2019aumento si riduce a 152.000 unit\u00e0 (2.800.000 \u2013 2.648.000). Vero \u00e8 che se confrontiamo solo i dipendenti (operazione fattibile solo per gli anni 2004-2016) la differenza \u00e8 di 516.000 contratti a termine in pi\u00f9, ma come detto sopra sulla base di dati disaggregati dipendenti-collaboratori, riteniamo che una quota significativa di questo aumento derivi da trasformazioni di contratti di collaborazione.<\/p>\n<p>Sembra in sostanza eccessivo l\u2019allarme lanciato dalla CGIL nei confronti di un fenomeno che nulla ha a che vedere con il Jobs Act e le politiche occupazionali del Governo; anzi, a dire il vero si \u00e8 dimostrato sostanzialmente impermeabile anche ai provvedimenti ad hoc: il Decreto Poletti non ha determinato nessuna differenza significativa nel ritmo di crescita dei contratti a termine. Caso mai c\u2019\u00e8 da ragionare per quale motivo in tutta Europa, sia pure in presenza di legislazioni che vincolano in modo diverso il licenziamento di un dipendente a tempo indeterminato, vi sia un ricorso diffuso e omogeneo al contratto a termine. Un ragionamento che si pu\u00f2 fare efficacemente soltanto se si evita di partire dalla dicotomia posto fisso \u2013 precariato.<\/p>\n<p>Un po\u2019 allarmistico sembra anche l\u2019atteggiamento verso il part time: \u00e8 vero che \u00e8 in aumento a partire dal 2004, ma si tratta di un aumento che, a parte un picco nel 2008, \u00e8 graduale e abbastanza uniforme anno per anno. Anche qui verrebbe da credere che non si tratti di un portato della crisi, ma di una dinamica storicamente determinata, in linea con quanto accade in Europa: infatti la percentuale di part time in Italia soltanto ora raggiunge quella europea: 18,8% contro 18,9%. E occorre anche notare come resti inferiore a quella di molte delle economie pi\u00f9 sviluppate: Germania, Olanda, Regno Unito, Svizzera, Norvegia. Anche il fatto che coinvolga prevalentemente le donne non \u00e8 anomalo: in Italia il part time femminile \u00e8 il triplo di\u00a0 quello maschile, un rapporto quindi di 3 a 1. In Germania il rapporto \u00e8 4 a 1, in Svizzera 6 a 1,5, in Olanda addirittura 7 a 2, in Francia Danimarca e Svezia circa 3 a 1 come da noi.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che veramente \u00e8 diverso in Italia rispetto al resto d\u2019Europa \u00e8 l\u2019incidenza del part time involontario, e lo \u00e8 storicamente: era al 40,6% nel 2008 ed \u00e8 aumentato rapidamente fino a superare il 70%. Per la verit\u00e0 nel 2016 e 2017 \u00e8 sceso a precipizio, tanto che adesso sta a 60,6%. E\u2019 molto, naturalmente, a fronte di medie europee che viaggiano tra il 20% e 25%. Tuttavia merita una riflessione specifica, che in parte pu\u00f2 spiegare il fenomeno, almeno per quanto concerne il picco durante il periodo di crisi: il part-time involontario \u00e8 stato spesso l\u2019alternativa alla CIG, che all\u2019impresa sarebbe costata di pi\u00f9, o ai contratti di solidariet\u00e0, complessi da gestire e incerti nella concessione da parte del Governo. E\u2019 opportuno constatare che anche grazie a quest\u2019operazione l\u2019occupazione femminile negli anni della crisi non \u00e8 diminuita significativamente, ed ha cominciato rapidamente a crescere ai primi segnali di ripresa, fino a toccare il massimo storico del tasso di occupazione nel primo trimestre 2017. Questa ipotesi viene confermata dall\u2019osservazione, di cui abbiamo detto, che gi\u00e0 nel 2016 le assunzioni in part-time involontario calano verso lo zero, non esercitando pi\u00f9 la funzione di difesa dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p>Il problema vero, e qui la Fondazione Di Vittorio ha ragione, sta nel fatto che, pur crescendo, le ore lavorate non raggiungono ancora il monte ore pre crisi. In gran parte ci\u00f2 \u00e8 dovuto al fatto che, pur essendo le posizioni lavorative ormai non molto inferiori a quelle del 2008, nella loro composizione sono aumentati i part time, e comunque la ripresa italiana \u00e8 in ritardo a quella europea. Ma sarebbe sbagliato illudersi che il ritorno alle condizioni pre crisi debba incardinarsi sul ritorno a quelle percentuali di contratti a termine e part time: quest\u2019impostazione afferma implicitamente che occorra tornare al monte ore lavorato ante crisi. Il problema \u00e8 invece che gi\u00e0 adesso, a ripresa iniziata, le ore effettivamente lavorate settimanali in Italia sono superiori a quelle delle economie pi\u00f9 avanzate: siamo a 33 ore settimanali (dato 2016 &#8211; OCSE), che tengono conto di ferie, assenze, straordinari,\u00a0 ecc., come la Spagna, mentre in Francia se ne lavorano 28, in Olanda 27, in Germania 26. Il problema vero non \u00e8 tanto aumentare le ore lavorate, ma aumentare la produttivit\u00e0 del lavoro. Ma questa \u00e8 una questione complessa, e non si presta a slogan facili o a promuovere lotte&#8230;<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non \u00e8 vero che sta aumentando la frazione del lavoro a termine nel nostro tessuto produttivo, che resta al di sotto della media UE; \u00e8 vero invece che diminuisce, in seno ad essa, la quota dei co.co.co. e aumenta quella dei contratti a termine . 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