
{"id":4760,"date":"2009-08-04T21:44:55","date_gmt":"2009-08-04T20:44:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4760"},"modified":"2009-08-29T22:55:31","modified_gmt":"2009-08-29T21:55:31","slug":"per-non-aggrapparsi-al-vecchio-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4760","title":{"rendered":"PER NON AGGRAPPARSI AL VECCHIO LAVORO"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">LA VICENDA DELL&#8217;INNSE DI LAMBRATE COME QUELLA DELL&#8217;ALFA ROMEO DI ARESE: E&#8217; MAI POSSIBILE CHE, DOPO MEZZO SECOLO IN CUI LE VICENDE DI QUESTO GENERE SI SONO SUSSEGUITE SEMPRE SECONDO LO STESSO LOGORO SCHEMA, ANCORA NON ABBIAMO IMPARATO AD AFFRONTARE LE CRISI INDUSTRIALI CON METODI UN PO&#8217; PIU&#8217; MODERNI?<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo pubblicato sul <\/em>Corriere della Sera<em> del 5 agosto 2009<\/em><\/p>\n<p><em>Sull\u2019esito della vicenda Innse v. <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4813\" target=\"_blank\">l\u2019intervista pubblicata sul Sole 24 Ore il 13 agosto<\/a>.<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt;\">Che brutto spettacolo quello dello sgombero della Innse di Lambrate, la gloriosa fabbrica della Lambretta alle porte di Milano, con le forze dell\u2019ordine che per disposizione del giudice allontanano gli ultimi 49 lavoratori (dei 2000 dei tempi d\u2019oro) rimasti a difendere il posto con le unghie e coi denti! \u00c8 mai possibile che, dopo mezzo secolo in cui vicende di questo genere si sono susseguite sempre secondo lo stesso logoro schema, ancora non abbiamo imparato ad affrontare le crisi industriali con metodi un po\u2019 pi\u00f9 moderni?<\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Oggi la Innse di Lambrate, domani forse la Ideal Standard di Brescia, ieri cento altri casi analoghi, primo per importanza quello dell\u2019Alfa Romeo di Arese. E sempre lo stesso copione: con il titolare che vuole chiudere lo stabilimento o ridurre l\u2019attivit\u00e0, i lavoratori che vedono la prospettiva del licenziamento come una catastrofe economica e professionale, i loro rappresentanti sindacali che denunciano il carattere speculativo della manovra e dimostrano dati alla mano gli orizzonti di riconversione ecologica e immancabile prosperit\u00e0 che si dischiuderebbero all\u2019azienda se solo non fosse in mano a un imprenditore inetto e vorace. Talora l\u2019imprenditore \u00e8 effettivamente incapace o inaffidabile; ma il problema si pone proprio perch\u00e9 non se ne trova uno migliore, pronto a rilevare l\u2019azienda. Se l\u2019imprenditore \u00e8 incapace o inaffidabile, invitare i lavoratori a rimanergli attaccati a tutti i costi equivale a condurli in un vicolo cieco.<\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt;\">Le crisi industriali vanno affrontate in modo totalmente diverso. Pensiamo a come potrebbero andare le cose se i lavoratori coinvolti non vedessero la sola possibilit\u00e0 di salvezza nell\u2019aggrapparsi al vecchio posto di lavoro. Se, come accade nei Paesi del nord-Europa, la perdita del vecchio posto non significasse affatto una catastrofe personale e familiare, ma fosse accompagnata, al contrario, da un robusto sostegno del reddito e soprattutto da un investimento sulla professionalit\u00e0 del lavoratore capace di incrementare il suo <em>appeal<\/em> nel mercato del lavoro. In Italia questa prospettiva stenta a prendere piede, perch\u00e9 prevale l\u2019idea che il mercato del lavoro funzioni malissimo, sia una trappola infernale per i lavoratori. Ma le cose non stanno cos\u00ec. In un articolo in corso di pubblicazione nel prossimo quaderno della rivista <em>ItalianiEuropei<\/em>\u00a0\u00a0(<a title=\"Articolo di G. Lusvarghi - luglio 2009\" href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=4563\" target=\"_blank\"><strong>&#8220;L&#8217;essenza della <em>flexsecuritty<\/em>: ricollocare chi perde il posto, non limitarsi a indennizzarlo&#8221;<\/strong><\/a>) Gabriella Lusvarghi \u2013 capo di una delle maggiori societ\u00e0 italiane di <em>outplacement<\/em> \u2013 mostra convincentemente come, in tempi normali, qualsiasi lavoratore che abbia perso il posto possa essere ricollocato in modo appropriato nel giro di tre-sei mesi. E . Nel corso di una recessione grave come quella attuale questi tempi medi si allungano, ovviamente; ma anche nella congiuntura negativa il mercato del lavoro continua a produrre quotidianamente contratti in grande quantit\u00e0. Solo in provincia di Milano, in un anno normale come il 2007, i nuovi contratti di lavoro sono stati 200mila. In un anno di crisi nera come il 2009 si stima che la riduzione sia intorno al 15 per cento: quest\u2019anno a Milano le assunzioni risulteranno dunque pur sempre intorno alle 170mila. Perch\u00e9 mai, in questo mercato, non dovrebbe essere possibile ricollocare appropriatamente gli ultimi 49 lavoratori della Innse? Perch\u00e9 non si tenta neppure di farlo, come se fosse un obiettivo irrealistico?<\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt;\">Pensiamo, per esempio, a un ordinamento e a un sindacato che, invece di proporsi di impedire i licenziamenti per ragioni economiche od organizzative, li subordinassero all\u2019obbligo per l\u2019imprenditore di attivare a sue spese un servizio efficiente di <em>outplacement<\/em> e di integrare il trattamento di disoccupazione dei lavoratori licenziati per il tempo necessario al reperimento della nuova occupazione: in questo modo si responsabilizzerebbe sul serio l\u2019imprenditore riguardo al costo sociale delle sue scelte di ristrutturazione o di chiusura dell\u2019azienda. E si attiverebbe un potente incentivo economico all\u2019efficienza ed efficacia dei servizi di ricerca del nuovo posto e di riqualificazione mirata: se l\u2019operazione sar\u00e0 gestita bene, nel giro di sei mesi o un anno i lavoratori saranno tutti appropriatamente ricollocati e ampiamente indennizzati, con un costo accettabile per l\u2019impresa.<\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt; text-indent: 35.4pt;\">Contro questa soluzione milita un\u2019idea vecchia e molto inadeguata ai tempi: quella secondo cui le scelte di ristrutturazione o chiusura di un\u2019azienda non dovrebbero essere lasciate all\u2019imprenditore, perch\u00e9 spettano, in realt\u00e0, alla collettivit\u00e0. Di fatto, questa idea si traduce nell\u2019antica prassi di ritardare il pi\u00f9 possibile anche i licenziamenti inevitabili ricorrendo alla Cassa integrazione, cos\u00ec disincentivando i lavoratori dall\u2019attivarsi per il reperimento della nuova occupazione e dando spazio alle loro illusioni circa la possibilit\u00e0 che il vecchio lavoro riprenda, anche quando le probabilit\u00e0 che questo accada sono ridotte a zero. Non sarebbe meglio per tutti rispettare la libert\u00e0 dell\u2019impresa, vincolando quest&#8217;ultima\u00a0soltanto, ma seriamente, a farsi carico fino in fondo dei costi sociali delle sue scelte?<\/p>\n<p class=\"MsoBodyText2\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt;\">\u00a0<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA VICENDA DELL&#8217;INNSE DI LAMBRATE COME QUELLA DELL&#8217;ALFA ROMEO DI ARESE: E&#8217; MAI POSSIBILE CHE, DOPO MEZZO SECOLO IN CUI LE VICENDE DI QUESTO GENERE SI SONO SUSSEGUITE SEMPRE SECONDO LO STESSO LOGORO SCHEMA, ANCORA NON ABBIAMO IMPARATO AD AFFRONTARE LE CRISI INDUSTRIALI CON METODI UN PO&#8217; PIU&#8217; MODERNI? 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