
{"id":49586,"date":"2018-05-25T11:15:25","date_gmt":"2018-05-25T10:15:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49586"},"modified":"2018-05-25T11:21:48","modified_gmt":"2018-05-25T10:21:48","slug":"per-far-decollare-il-collocamento-servono-gli-specialisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49586","title":{"rendered":"PER FAR DECOLLARE IL COLLOCAMENTO SERVONO GLI SPECIALISTI"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">&#8220;Il confronto con la Germania non sta in piedi. Da noi si spendono ancora troppi soldi per la Cassa integrazione, che \u00e8 la misura sbagliata se si vuole sostenere i lavoratori nella transizione dal vecchio lavoro al nuovo&#8221;<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nTesto integrale dell\u00ec&#8217;intervista ad Alessandra Sartori, docente di diritto del mercato del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Milano, a cura di Michela Giachetta, pubblicata sul quotidiano <\/em>Libero <em>il 25 maggio 2019 con qualche taglio per ragioni di spazio &#8211; In argomento v. anche <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=48028\">Lavoro: i risultati di questa legislatura e le priorit\u00e0 per la prossima<\/a><em> \u00a0\u00a0 <\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Intervista-Sartori.pdf\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-180\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/04\/icona-dwl8.png\" alt=\"\" width=\"53\" height=\"53\" \/><\/a><\/p>\n<h4><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Intervista-Sartori.pdf\">Scarica la pagina di <em>Libero<\/em> con l&#8217;intervista<\/a><\/h4>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_49587\" style=\"width: 160px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-49587\" class=\"wp-image-49587 size-full\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Alessandra-Sartori.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Alessandra-Sartori.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Alessandra-Sartori-113x150.jpg 113w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><p id=\"caption-attachment-49587\" class=\"wp-caption-text\">Alessandra Sartori<\/p><\/div>\n<p><strong>Professoressa Sartori, lei si \u00e8 occupata dell\u2019organizzazione del mercato del lavoro di diversi Paesi (Gran Bretagna, Germania e Svezia), cosa caratterizza il caso Italia? Ci sono analogie con gli altri Paesi?<br \/>\n<\/strong>Fino al d.lgs. n. 150\/2015 (Jobs act) la situazione italiana si caratterizzava per essere eccentrica sul piano comparato. Non esisteva una regia nazionale e avevamo venti sistemi regionali per l\u2019impiego; inoltre in ogni regione le province creavano dei sub-modelli (gli studiosi hanno efficacemente definito il sistema come \u201cacefalo\u201d o \u201cpolicefalo\u201d). In genere la capacit\u00e0 di intermediazione del sistema era bassa (5% se si includono anche le agenzie private di <em>placement<\/em>), non solo per ragioni organizzative, ma anche per la scarsit\u00e0 di risorse umane e materiali dedicate. Negli altri Paesi europei, anche nelle esperienze pi\u00f9 decentrate (Danimarca), esistevano Agenzie nazionali (con diverso grado di autonomia rispetto all\u2019esecutivo), col compito di gestire i servizi per l\u2019impiego, le politiche attive e, talora, anche l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione e eventualmente altri <em>benefits<\/em> (in quest\u2019ultimo caso \u00e8 diffusa l\u2019espressione anglosassone di <em>one-stop shop<\/em>: esempi sono il Regno Unito, la Francia, I Paesi Bassi, la Germania).<br \/>\nCon il d.lgs. n. 150\/2015 questa anomalia viene in parte superata, in quanto compare un\u2019istanza di coordinamento centrale, l\u2019Agenzia per le politiche attive del lavoro (ANPAL). Nel corso dell\u2019<em>iter<\/em> di approvazione del decreto si \u00e8 discusso se allinearsi ai modelli europei di <em>one-stop shop<\/em>, attribuendo all\u2019ANPAL anche un ruolo di gestione della Naspi, ma poi si \u00e8 deciso di lasciare questa funzione in capo all\u2019INPS; cos\u00ec ANPAL si configura come un\u2019agenzia leggera, con compiti di coordinamento (dei SPI, anche per i disabili, delle politiche attive e delle politiche passive). Gli SPI sono affidati alla gestione delle regioni, che stipulano a tal fine convenzioni con il Ministero, eventualmente delegando alcuni compiti ai soggetti privati; all\u2019Anpal spetta un potere di sostituzione in caso di riscontrate inefficienze.<\/p>\n<p><strong>La riforma del Jobs Act non ha funzionato, secondo Lei perch\u00e9?<br \/>\n<\/strong>La riforma dei SPI non ha dato risultati soddisfacenti rispetto alle aspettative per almeno due ragioni.<br \/>\nAnzitutto, si \u00e8 sovrapposta alla riforma delle province, gli organismi locali cui era affidato il compito di gestire i centri per l\u2019impiego, caratterizzata da continui <em>stop and go <\/em>(compresa la mancata revisione costituzionale); e ci\u00f2 ha ovviamente inciso sulla funzionalit\u00e0 dei CPI, abbandonati in una sorta di limbo, privi di un vertice e di risorse. Tale situazione \u00e8 venuta meno soltanto con la legge di stabilit\u00e0 2018 (l. n. 205\/2017), che ha trasferito formalmente alle regioni il personale, stanziando le relative risorse e attuando finalmente il disegno del decreto n. 150.<br \/>\nIn secondo luogo, non vi sono stati fino all\u2019ultima legge di stabilit\u00e0 stanziamenti sufficienti per sostenere l\u2019attivit\u00e0 dei CPI, che si caratterizzano per dotazioni economiche inadeguate e risorse umane carenti, spesso di et\u00e0 avanzata, non adeguatamente qualificate, talora assunte con contratti precari (il che \u00e8 ovviamente paradossale, se si pensa che potenziali disoccupati dovrebbero assistere coloro che gi\u00e0 lo sono \u2026).<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-42979\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL.png\" alt=\"\" width=\"278\" height=\"104\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL.png 366w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL-150x56.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL-300x112.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 278px) 100vw, 278px\" \/>Parliamo dei Centri per l\u2019impiego, spesso si confrontano i numeri del personale impiegato in Italia con quello della Germania, di che cifre parliamo? La diversit\u00e0 \u00e8 soltanto una questione di numeri?<br \/>\n<\/strong>In Italia il personale dei CPI \u00e8 notoriamente poco nutrito: sugli 8700 operatori suddivisi in 536 CPI, oltre sportelli e sedi distaccate (i dati provengono dal Monitoraggio Isfol 2015). Tuttavia, il confronto con la Germania, che ha oltre 10 volte il personale impiegato dai SPI italiani, \u00e8 poco pertinente: in Germania i CPI hanno anche il compito di amministrare l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione, e quindi \u00e8 naturale che lo staff sia notevolmente pi\u00f9 numeroso. Lo stesso vale per la Francia e il Regno Unito, entrambi contraddistinti dallo <em>one-stop shop<\/em>. Un paragone pi\u00f9 calzante potrebbe essere la Svezia, che non ha implementato tale modello di erogazione integrata delle politiche attive e passive (infatti l\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione \u00e8 erogata da Casse collegate con le organizzazioni sindacali &#8211; c.d. Modello di Ghent). Anche in questo confronto, peraltro, l\u2019Italia risulta perdente: lo staff dei SPI svedesi conta 10.000 unit\u00e0 (pi\u00f9 2000 fra specialisti, medici, psicologi, ecc.) per 9 milioni di abitanti, e 320 CPI dislocati sul territorio. Le cifre parlano da sole\u2026<br \/>\nTuttavia, come ho anticipato nella risposta precedente, non si tratta solo di numeri, ma anche di qualificazione degli operatori. Ad es., in Svezia e in Germania sono organizzati percorsi di studio specifici, mentre in Italia la selezione degli operatori prescinde da particolari requisiti di specializzazione. E persiste uno zoccolo duro di addetti non particolarmente qualificati, e di et\u00e0 avanzata.<\/p>\n<p><strong>Guardando alle esperienze estere, c\u2019\u00e8 un modo di rafforzare i nostri Centri per l\u2019impiego?<br \/>\n<\/strong>Nell\u2019ambito dei SPI \u00e8 fondamentale l\u2019efficacia e l\u2019efficienza dell\u2019attivit\u00e0 svolta. Qui il tessuto normativo \u00e8 importante, ma, ancora di pi\u00f9, l\u2019impiego di risorse umane e materiali adeguate ai compiti da svolgere. I Paesi che hanno affrontato meglio la grande crisi iniziata nel 2008 hanno distribuito risorse ingenti ai CPI, incrementando il personale; per converso, nel nostro Paese le risorse dedicate alle politiche attive (se si eccettuano gli incentivi all\u2019occupazione) sono diminuite, drenate verso gli ammortizzatori sociali.\u00a0 Ora che i margini di bilancio sono maggiori, \u00e8 fondamentale che non si ripeta lo stesso errore. Maggiori risorse permetterebbero tra l\u2019altro una modernizzazione delle infrastrutture, rendendo i centri non solo pi\u00f9 funzionali, ma anche pi\u00f9 appetibili per il grande pubblico, e ovviamente consentirebbero il potenziamento e la riqualificazione dello staff. Tale rafforzamento determinerebbe, <em>\u00e7<\/em><em>a va san dire<\/em>, una diminuzione del carico di utenti per operatore, realizzando il modello ideale del tutor individuale (radicato in Svezia per esempio),\u00a0 o comunque consentendo un notevole avvicinamento ad esso; e sul lato dell\u2019offerta consentirebbe di destinare figure <em>ad hoc<\/em> alle imprese, segmento di utenza che all\u2019estero viene sempre pi\u00f9 \u201ccoccolato\u201d, nella duplice ottica di migliorare l\u2019immagine e la reputazione del servizio pubblico e creare occasioni di occupazione per i disoccupati, specie con maggiori barriere.<\/p>\n<p><strong>Cosa ne pensa della proposta del contratto di Governo che prevede un investimento di 2 miliardi?<br \/>\n<\/strong>Sicuramente la proposta va nella direzione di quanto da me indicato e in realt\u00e0 nel solco tracciato dalla legge di stabilit\u00e0 2018, che ha appunto stanziato nuove risorse, sebbene attestate su numeri ben inferiori (220 milioni per trasferire alle regioni i dipendenti dei CPI a tempo indeterminato, 16 milioni per i lavoratori a tempo determinato e co.co.co.). Insomma, sarebbe certo auspicabile un incremento cos\u00ec ingente dei finanziamenti riservati ai SPI, ma temo che una cifra di tale entit\u00e0 sia difficilmente raggiungibile.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Il confronto con la Germania non sta in piedi. Da noi si spendono ancora troppi soldi per la Cassa integrazione, che \u00e8 la misura sbagliata se si vuole sostenere i lavoratori nella transizione dal vecchio lavoro al nuovo&#8221; . 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