
{"id":49909,"date":"2018-06-22T16:14:31","date_gmt":"2018-06-22T15:14:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49909"},"modified":"2018-06-22T16:14:31","modified_gmt":"2018-06-22T15:14:31","slug":"la-lotta-al-precariato-e-le-buone-intenzioni-che-lastricano-le-vie-dellinferno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49909","title":{"rendered":"LA LOTTA AL PRECARIATO E LE BUONE INTENZIONI CHE LASTRICANO LE VIE DELL&#8217;INFERNO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">I contratti a termine in Italia sono in media con l&#8217;Area Euro &#8211; Sarebbe un bel guaio se il risultato dell&#8217;intervento restrittivo preannunciato dal Governo su questo segmento delle nuove assunzioni, invece che essere un aumento delle assunzioni stabili, fosse soltanto una perdita di occupazione<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Numero 31 di<\/em> Mercato del Lavoro News<em>, bollettino della Fondazione Anna Kuliscioff, a cura di Claudio Negro<\/em> &#8211; <em>V. in argomento anche <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49208\">il numero precedente del bollettino<\/a> ripreso su questo sito<\/em><br \/>\n<!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright  wp-image-44464\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg\" alt=\"\" width=\"405\" height=\"104\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-150x38.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg 349w\" sizes=\"auto, (max-width: 405px) 100vw, 405px\" \/>Di Maio annuncia l\u2019agognata revisione del Jobs Act tramite un \u201cDecreto di Dignit\u00e0\u201d il cui obiettivo\u00a0 principale sar\u00e0 \u201cla fine della precariet\u00e0 infinita\u201d: un colpo duro ai Contratti a termine. Peccato che i contratti a temine non siano normati dal Jobs Act, ma il merito della questione \u00e8 terribilmente serio.<\/p>\n<p>Come abbiamo gi\u00e0 osservato, se si vuole ridurre\u00a0 i Contratti a Termine (per un attimo tralasciamo se sia opportuno farlo) gli strumenti per disincentivarli ci sono, sia rendendoli pi\u00f9 costosi (ad esempio. elevando la contribuzione a carico dell\u2019azienda per compensare i\u00a0\u00a0 periodi\u00a0 di non contribuzione)\u00a0 o stabilendo limiti quantitativi stringenti. Tuttavia il Ministro sembra accontentarsi di molto meno, almeno se i giornali riportano correttamente le sue intenzioni: primo, il divieto di splafonare i 36 mesi, cosa che attualmente pu\u00f2 essere fatta con accordo sindacale. Pochissimi concretamente gli interessati: ma il proponimento chiarisce quale sia la considerazione del Ministro del Lavoro per l\u2019autonomia negoziale delle Parti Sociali. Secondo: ripristinare l\u2019obbligo di dichiarare le causali del contratto a termine. E\u2019 un esercizio un po\u2019 complesso: esiste sempre una causale accettabile (l\u2019italiano \u00e8 lingua dalle molteplici sfumature, e Consulenti del Lavoro e Uffici del Personale sanno usarla benissimo!).<strong>\u00a0 <\/strong><\/p>\n<p><strong>Ma soprattutto non \u00e8 detto che gli effetti prodotti siano quelle desiderati:\u00a0 l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>obiettivo (perseguito) della riduzione dei contratti a termine potrebbe non coincidere con\u00a0 l<\/strong><strong>\u2019<\/strong><strong>aumento (auspicato) dei contratti a tempo indeterminato. \u00a0Sarebbe un bel guaio se il risultato finale di tanto ingegno fosse proprio il contrario di quello voluto! <\/strong><\/p>\n<p>Vale la pena fare un attimo il punto sulla realt\u00e0 dei Contratti a Termine, utilizzando, per poter fare un paragone utile, il Database di Eurostat.<\/p>\n<p>In primo luogo quanti sono: in Italia, pur essendo cresciuti considerevolmente dal 2008, quando rappresentavano il 12,8% del totale dell\u2019impiego, sono arrivati al 15,1% del 2017, pari sostanzialmente alla media dell\u2019Area Euro (15%); per un raffronto pi\u00f9 preciso, in Francia sono il 15,5%, in Olanda il 18%, in Spagna il 26,4%, in Finlandia il 14,6%, in Germania il 13%. Quindi, come gi\u00e0 detto,<strong> il \u201cboom\u201d dei Contratti a Termine resta del tutto all\u2019interno della media dei Paesi Europei.<\/strong><\/p>\n<p>Seconda questione, che attiene alla durata \u201cinfinita\u201d dei contratti a termine: in Italia nel 2016 i contratti con durata inferiore al mese erano 79.000 (in Francia 531.000). Quelli con durata tra 1 mese e 3 mesi sono stati 463.000 (in Francia 576.000) con un incremento significativo dal 2008, quando erano 330.600, ma esattamente in linea con l\u2019incremento dell\u2019area euro. Nella fascia tra i 4 e 6 mesi sono stati 613.100, in aumento lineare con la fascia precedente, ma in questo caso in controtendenza con l\u2019area euro, che \u00e8 calata lievemente. Nella fascia tra i 7 e i 12 mesi viceversa i contratti a termine italiani diminuiscono: 681.000 contro i 791.000 del 2008. Anche rispetto all\u2019area euro il dato italiano \u00e8 in controtendenza. Nella fascia tra i 12 e 18 mesi abbiamo un drastico calo del numero dei contratti (21.500) gli anni 2016 e 2017 sono inferiori della met\u00e0 al 2008<strong>. <\/strong>Identica tendenza per la fascia 18-24 mesi; addirittura qui il numero dei contratti \u00e8 poco pi\u00f9 di 1\/3 del 2001 e i numeri sono esigui:poco pi\u00f9 di 60.000 contro i 337.000 della Francia e i 603.000 della Germania. La fascia tra i 24 e i 36 mesi (quella \u201climite\u201d) registra 201.000 contratti, molto superiori ai 74.000 del 2001 ma anche ai 145.800 del 2008; da notare che in questa fascia di durata la Francia fa registrare 191.700 contratti, e la Germania 1.215.000 (!) Veniamo infine alla fascia over 36 mesi, quella che in Italia \u00e8 accessibile solo con accordo sindacale: i contratti in questa fascia nel 2016 erano 89.400, in netto calo rispetto al 2008 (erano oltre 185.000) e agli anni successivi; tanto per fare un raffronto in Francia erano 118.800 e in Germania 583.900.<\/p>\n<p><strong>Tirando le somme in Italia i contratti a termine pari o inferiori a 1 anno sono oltre 1.850.000, quelli superiori meno di 370.000, e in particolare quelli che superano i 36 mesi sono meno di 90.000. Blindare i 36 mesi, ma anche i 24 o i 12, produrrebbe esiti davvero marginali!<\/strong><\/p>\n<p><strong>Un altro parametro interessante \u00e8 la percentuale di trasformazione, ossia la percentuale di contratti a termine che nel corso dell\u2019anno si trasformano in contratti definitivi<\/strong>: nel 2017 in Italia era il 7% (pi\u00f9 o meno costante dal 2011, quando \u00e8 iniziata questa rilevazione), esattamente pari al dato francese e spagnolo (manca il\u00a0 dato tedesco). E\u2019 facile notare che il tasso di trasformazione basso per questi tre Paesi coincide con un lavoro a termine che si concentra sui tempi molto brevi; quando il lavoro a termine funziona come \u201cperiodo di prova\u201d per l\u2019assunzione definitiva ha durate pi\u00f9 lunghe, che in Italia, come abbiamo visto, non sono molte.<\/p>\n<p><strong>Ma val la pena anche indagare il perch\u00e9 i lavoratori a termine hanno acconsentito a questo tipo di contratto.<\/strong><\/p>\n<p>Coloro che lo hanno accettato per mancanza di alternative sono in Italia sono 11,2%: pi\u00f9 della media UE (poco sotto il 9) e comunque in continua salita dal 2001. Se lo rapportiamo al numero totale di contratti a termine la percentuale \u00e8 del 72,4%, e ben superiore alla media europea che si aggira comunque attorno al 53%. <strong>Soltanto il 2,3% dei lavoratori temporanei afferma che si \u00e8 trattato di una propria scelta, contro una media europea del 9-10%.<\/strong> Invece il 16,4% ha accettato perch\u00e9 \u00e8 inserito in un percorso formativo (media perfettamente in linea con quella europea). Infine, l\u20198,5% dichiara che lo ha accettato perch\u00e9 rappresentava esplicitamente un periodo di prova in funzione dell\u2019assunzione definitiva (media europea 7,9%). Esiste in sostanza un\u2019area frizionale che corrisponde al lavoro a termine involontario, comune a tutte le economie, che pu\u00f2 ridursi ma non scomparire.<\/p>\n<p>Concludendo:<\/p>\n<ul>\n<li>l\u2019aumento delle assunzioni a termine nel periodo della crisi \u00e8 una realt\u00e0: oltre il 20% in pi\u00f9 rispetto al 2008. Tuttavia <strong>il lavoro a termine in Italia ha le stesse dimensioni che ha in Europa e grosso modo nei Paesi a noi paragonabili (Francia e Germania). <\/strong><\/li>\n<li>I contratti a termine successivi al 2008 (ultimo anno prima della crisi) sono in grandissima maggioranza di breve durata (meno di un anno, prolungamenti e rinnovi compresi). <strong>Il contratto a termine \u201ceterno\u201d non esiste. Apporre un limite alla sua durata non ha effetti concreti.<\/strong><\/li>\n<li>Il tasso di trasformazione in contratti definitivi \u00e8 piuttosto basso, segno che <strong>l\u2019utilizzo del contratto a termine come periodo di prova \u00e8 abbastanza marginale<\/strong>, pi\u00f9 che altro riscontrabile nei contratti di maggior durata (che sono appunto una minoranza). Da notare che il tasso di trasformazione nel 2017 era del 7%, e la percentuale di coloro che dichiaravano di avere accettato un contratto a termine in funzione di una assunzione definitiva era di poco pi\u00f9 dell\u20198%: sostanzialmente coincidente.<\/li>\n<\/ul>\n<p>La stragrande maggioranza di <strong>chi ha accettato un contratto a termine in Italia lo ha fatto perch\u00e9 non aveva alternativa<\/strong>. Questo dato mette in luce il mismatch che esiste tra domanda e offerta di lavoro e che, ovviamente, non pu\u00f2 essere sanato in via normativa ma deve essere oggetto di interventi sul versante della formazione del capitale umano e sull\u2019efficienza del matching tramite investimenti sui servizi al lavoro che si traduca in crescita economica.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 la gran parte dell\u2019aumento dei contratti a termine si concentra in periodi brevi presumibilmente di basso profilo professionale. Il che si riconduce ad un quadro economico in cui <strong>la maggioranza delle imprese<\/strong> (fanno eccezione quelle digitalizzate, che creano occupazione stabile crescente) <strong>preferisce non immobilizzare investimenti in capitale variabile (o umano, se preferite) se non nei profili indispensabili, in attesa di verificare se la crescita continua o no<\/strong>. D\u2019altra parte \u00e8 noto che nelle fasi positive del ciclo economico all\u2019inizio si determina l\u2019assunzione i lavoratori non specializzati e che soltanto nei tempi medio-lunghi l\u2019occupazione tende a stabilizzarsi. Forzare questo iter \u00e8 difficile: non bastano gli incentivi fiscali, come dimostra (purtroppo) l\u2019esito modesto della decontribuzione 2018 prevista per le assunzioni a tempo indeterminato.<\/p>\n<p>Tanto pi\u00f9 inutili sarebbero interventi che pongano limiti alla durata dei contratti, a meno di apporre limiti inverosimili (tre mesi, due?).<\/p>\n<p>Pi\u00f9 fastidiosi, efficaci forse, sarebbero interventi che restaurino l\u2019obbligo di una causale rigorosamente restrittiva, ma sarebbe comunque illusorio pensare che in questo caso i contratti a termine resi impossibili si trasformerebbero in contratti stabili. L\u2019occupazione non si crea per decreto!<\/p>\n<p><strong>Il governo DiMaio-Salvini, che si accinge a correggere un clamoroso infortunio sui vouchers del governo Gentiloni, rischia di ricadere negli stessi errori? <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I contratti a termine in Italia sono in media con l&#8217;Area Euro &#8211; Sarebbe un bel guaio se il risultato dell&#8217;intervento restrittivo preannunciato dal Governo su questo segmento delle nuove assunzioni, invece che essere un aumento delle assunzioni stabili, fosse soltanto una perdita di occupazione . 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