
{"id":50567,"date":"2018-09-30T16:55:18","date_gmt":"2018-09-30T15:55:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=50567"},"modified":"2018-10-08T10:37:27","modified_gmt":"2018-10-08T09:37:27","slug":"il-convitato-di-pietra-nelleta-delloro-del-diritto-al-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=50567","title":{"rendered":"IL CONVITATO DI PIETRA NELL&#8217;ET\u00c0 DELL&#8217;ORO DEL DIRITTO AL LAVORO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Quella che viene indicata come l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro del lavoro ha avuto vita breve non per effetto di una controrivoluzione capitalistica, ma semplicemente perch\u00e9 fondata su un indebitamento sfrenato; e nessun regime pu\u00f2 sopravvivere facendo affidamento su di una illimitata disponibilit\u00e0 del mondo circostante a continuare a fargli credito<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Questo scritto, <a href=\"http:\/\/www.bollettinoadapt.it\/il-convitato-di-pietra-dimenticato-nel-trentennio-dell-eta-delloro\/\">anticipato il 1\u00b0 ottobre 2018 sul <\/a><\/em><a href=\"http:\/\/www.bollettinoadapt.it\/il-convitato-di-pietra-dimenticato-nel-trentennio-dell-eta-delloro\/\">Bollettino Adapt<\/a><em>, costituisce la traccia dell\u2019intervento che ho svolto domenica 7 ottobre, nell&#8217;ambito delle Conversazioni Giuseppe Pera a San Cerbone (Lucca), nel corso della tavola rotonda con Luisa Corazza e Marta Fana, introdotta e moderata dal giudice del lavoro Luigi Cavallaro &#8211; Lo scritto di quest\u2019ultimo, cui il mio intervento si riferisce, \u00e8 pubblicato in <\/em>Lavoro e cittadinanza. Dalla Costituente alla flessibilit\u00e0: ascesa e caduta di un binomio<em>, a cura di L. Baldissara e M. Battini, Milano, Fondazione Feltrinelli, 2017, pp. 49-66 &#8211; In argomento v. anche <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=47292\">Dialogo tra un giurista e un economista sulla riforma dei licenziamenti<\/a> <!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">,<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<ol>\n<li><strong> Il ragionamento proposto da Luigi Cavallaro, in estrema sintesi<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Di quanto \u00e8 accaduto in Italia nell\u2019ultimo mezzo secolo in materia di lavoro e welfare, Luigi Cavallaro ci propone il suggestivo racconto che riassumo nei punti che seguono (chiedendogli scusa di qualche eccesso di schematicit\u00e0, necessario per l\u2019immediatezza della nostra discussione).<\/p>\n<ul>\n<li>\n<div id=\"attachment_50587\" style=\"width: 278px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-50587\" class=\"size-full wp-image-50587\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Moro-e-Berlinguer.png\" alt=\"\" width=\"268\" height=\"188\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Moro-e-Berlinguer.png 268w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Moro-e-Berlinguer-150x105.png 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 268px) 100vw, 268px\" \/><p id=\"caption-attachment-50587\" class=\"wp-caption-text\">Enrico Berlinguer e Aldo Moro, 1976<\/p><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tra la fine degli anni \u201960 e la met\u00e0 degli anni \u201970, sotto la spinta di forti lotte del movimento operaio, attraverso una grandiosa stagione riformatrice favorita sul piano politico dalle \u201cconvergenze parallele\u201d di DC e PCI (Moro-Berlinguer), l\u2019ordinamento italiano d\u00e0 attuazione al principio costituzionale del diritto al lavoro nella sua accezione piena, come \u201cdiritto sociale\u201d, attraverso una ristrutturazione in senso laburista \u2013 ma Luigi poi arriva a parlare di una vera e propria esperienza di \u201csocialismo\u201d \u2013 della propria costituzione materiale.<\/li>\n<li>Questa si attua attraverso uno scambio tripartito, nel quale le imprese accettano di farsi garanti del diritto al lavoro dei propri dipendenti (art. 18 St. lav.), nel quadro di una pianificazione statale del processo produttivo, in cambio della garanzia pubblica di un sostegno della domanda interna ed estera (leva monetaria, svalutazione, inflazione) e, nella met\u00e0 dell\u2019economia nazionale a partecipazione statale, in cambio dell\u2019impegno del Governo a coprire sistematicamente le perdite aziendali. I lavoratori, dal canto loro, rappresentati dalle confederazioni sindacali maggiori, accettano una politica di relativa moderazione salariale, in cambio di un welfare pensionistico gi\u00e0 generosissimo nel settore pubblico (pensione piena con soli 15 anni di contribuzione e senza requisito di et\u00e0), ma reso molto generoso anche nel settore privato dalla riforma del 1969: aggancio delle pensioni all\u2019ultima retribuzione indipendentemente dai contributi versati, possibilit\u00e0 di pensionamento senza requisiti anagrafici, col solo requisito di 35 anni di contribuzione, oppure con 20 anni di contribuzione e 55 (donne) o 60 anni di et\u00e0.<\/li>\n<li>Senonch\u00e9 \u201ccorpose e arcaiche culture reazionarie\u201d, favorite dalla crisi petrolifera incominciata nel 1973 e dalla fiammata inflazionistica conseguitane, nella seconda met\u00e0 degli anni \u201970 riescono a \u201cimprimere al percorso riformatore una brusca frenata\u201d per mezzo di uno \u201csciopero del capitale\u201d attuato con lo spostamento di valuta all\u2019estero. I salvataggi delle imprese in crisi ad opera dello Stato e l\u2019ampio ricorso alla Cassa integrazione guadagni non valgono a impedire il calo dell\u2019occupazione industriale, che indebolisce il movimento sindacale.<\/li>\n<li>Si arriva cos\u00ec alla c.d. \u201csvolta dell\u2019EUR\u201d del febbraio 1978, nella quale le confederazioni maggiori riconoscono l\u2019impresa come \u201cvero e unico polmone del sistema economico\u201d e accettano di restaurare le sue prerogative, la sua libert\u00e0 d\u2019azione.\n<div id=\"attachment_50588\" style=\"width: 297px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-50588\" class=\"size-full wp-image-50588\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Luciano-Lama-spiega-la-svolta-dellEUR.jpg\" alt=\"\" width=\"287\" height=\"175\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Luciano-Lama-spiega-la-svolta-dellEUR.jpg 287w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Luciano-Lama-spiega-la-svolta-dellEUR-150x91.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 287px) 100vw, 287px\" \/><p id=\"caption-attachment-50588\" class=\"wp-caption-text\">Luciano Lama spiega la svolta dell&#8217;EUR, 1978<\/p><\/div>\n<p>Donde, alla fine degli anni \u201970, il \u201cdiritto del lavoro dell\u2019emergenza\u201d ispirato al principio del \u201cgarantismo flessibile\u201d: in particolare la legittimazione della contrattazione collettiva in deroga, la rimozione dei vincoli al contratto a termine e l\u2019allargamento dell\u2019area del lavoro precario con l\u2019istituzione del contratto di formazione e lavoro (1978), poi il riconoscimento del part-time (1984), il progressivo smantellamento del meccanismo dell\u2019avviamento al lavoro su richiesta numerica (1986-1991), il riconoscimento legislativo del licenziamento collettivo acausale con corrispondente inizio di restrizione della possibilit\u00e0 di uso della Cassa integrazione in alternativa alla riduzione degli organici (1991). Su questa linea si collocheranno poco dopo le leggi Treu (1997), Biagi (2003) e Jobs Act (2014-15).<\/li>\n<li>In parallelo rispetto a questo smantellamento del diritto del lavoro dell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro, viene affermandosi prepotentemente l\u2019idea della necessit\u00e0 di una stretta monetaria, che viene attuata in un primo tempo col rendere indipendente la Banca centrale dal Governo (Ciampi-Andreatta 1981), poi con la progressiva abdicazione dello Stato alla propria sovranit\u00e0 monetaria, fino al trattato di Maastricht (1992), all\u2019ingresso nel sistema della moneta unica europea egemonizzato dall\u2019ortodossia tedesca (2001), all\u2019accettazione del pareggio di bilancio come principio costituzionale e all\u2019attuazione delle ricette di politica economica e del lavoro provenienti da Bruxelles e Francoforte (2010-2012). Una \u201cmutazione epocale che nel giro di due decenni porter\u00e0 la nostra economia a riconfigurarsi da economia corporativa, di comando, mista, con elementi di mercato emergenti ma non prevalenti, a economia monetaria di produzione, cio\u00e8 capitalistica, in cui ogni istanza pubblica di pianificazione e programmazione assumer\u00e0 carattere subordinato\u201d. Conclusione, ancora con le parole di Luigi Cavallaro: \u201cLa breve vita felice del diritto al lavoro \u00e8 ormai finita\u201d.<\/li>\n<\/ul>\n<p><strong>2, Una lettura molto diversa della stessa vicenda<\/strong><\/p>\n<p>Poich\u00e9 la vicenda raccontata da Luigi l\u2019ho vissuta molto da vicino lungo tutto l\u2019arco dell\u2019ultimo mezzo secolo, mi permetto di riempire alcuni vuoti nei punti <em>c<\/em>, <em>d<\/em> ed <em>e<\/em>, con qualche osservazione di rilievo non secondario che pu\u00f2 portare a guardare ad essa da una prospettiva assai differente.<\/p>\n<div id=\"attachment_50589\" style=\"width: 260px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-50589\" class=\"wp-image-50589 size-full\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/convitato-di-pietra.png\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"201\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/convitato-di-pietra.png 250w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/convitato-di-pietra-150x121.png 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px\" \/><p id=\"caption-attachment-50589\" class=\"wp-caption-text\">Il convitato di pietra<\/p><\/div>\n<p>Per incominciare, mi sembra che nel racconto di Luigi manchi un \u201cconvitato di pietra\u201d che nella storia reale di quella che lui descrive come l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro \u00e8 stato invece onnipresente e via via pi\u00f9 importante: l\u2019indebitamento pubblico. Nel corso degli ultimi due decenni del secolo scorso e del primo del nuovo secolo, per permettersi la \u201crivoluzione socialista\u201d di cui si \u00e8 detto al punto <em>b<\/em> \u2013 con lo Stato-Pantalone che copriva le perdite delle imprese dell\u2019Iri, la Cassa integrazione che \u201cintegrava\u201d il regime di <em>job property<\/em> e le pensioni Inps ai cinquantenni usate come indennizzo di ultima istanza per la perdita del posto \u2013 l\u2019Italia non soltanto ha fatto sistematicamente ricorso all\u2019inflazione e alla svalutazione della moneta, ma ha pure speso ogni anno mediamente l\u2019equivalente di trenta miliardi di euro pi\u00f9 di quello che produceva, finanziando questo eccesso di spesa attraverso un corrispondente indebitamento dello Stato. Indebitamento che, cos\u00ec, nell\u2019arco del trentennio \u00e8 arrivato a raddoppiarsi. Se si considera anche questo dato, \u00e8 difficile non vedere nella \u201cristrutturazione dell\u2019ordinamento in senso laburista\u201d o addirittura \u201csocialista\u201d, indicata da Luigi come il fondamento della nostra et\u00e0 dell\u2019oro, pi\u00f9 che una espropriazione di potere padronale da parte del movimento operaio, una espropriazione di risorse delle generazioni future da parte della generazione mia e, con responsabilit\u00e0 meno grave, anche da parte della generazione cui appartiene Luigi. Ed \u00e8 difficile non pensare che quell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro ha avuto vita breve non per effetto della controrivoluzione capitalistica, ma semplicemente perch\u00e9 nessun regime pu\u00f2 sopravvivere facendo affidamento su di una illimitata disponibilit\u00e0 del mondo circostante a continuare a prestargli denaro: prima o poi i creditori incominciano inevitabilmente a dubitare della possibilit\u00e0 che il proprio credito venga onorato e chiudono i cordoni della borsa. Questo, non altro, \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 accaduto nella crisi del debito italiano del 2011.<\/p>\n<p>In altre e pi\u00f9 sintetiche parole: l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro \u00e8 finita perch\u00e9 quell\u2019oro era per buona parte roba altrui. Per capire quel che \u00e8 accaduto non c\u2019\u00e8 bisogno di scomodare le \u201carcaiche e corpose culture reazionarie\u201d evocate da Luigi.<\/p>\n<div id=\"attachment_45583\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45583\" class=\"size-full wp-image-45583\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes.jpg\" alt=\"\" width=\"290\" height=\"174\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes.jpg 290w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/Keynes-150x90.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 290px) 100vw, 290px\" \/><p id=\"caption-attachment-45583\" class=\"wp-caption-text\">John Maynard Keynes<\/p><\/div>\n<p>L\u2019idea che sottende il suo racconto \u2013 oggi condivisa da molta parte della sinistra italiana \u2013 \u00e8 che solo una robusta politica keynesiana, consistente nel \u201cpompare domanda\u201d nel sistema anche attraverso l\u2019inflazione, abbia la virt\u00f9 di rendere economicamente possibile il diritto al lavoro, e pi\u00f9 in generale l\u2019insieme dei diritti del lavoro. Ma J.M. Keynes predicava quella politica solo in riferimento alla congiuntura negativa; mentre nel trentennio di cui stiamo parlando essa \u00e8 stata praticata nei periodi di vacche grasse come in quelli di vacche magre. Non dimentichiamo, poi, che l\u2019inflazione keynesiana ha la funzione essenziale di ridurre i salari reali, in funzione di un aumento dell\u2019occupazione, in una situazione di rigidit\u00e0 verso il basso dei salari nominali determinata principalmente dall\u2019azione del sindacato; \u00e8 quanto meno problematico ravvisare qualche cosa di \u201claburista\u201d o addirittura di \u201csocialista\u201d in questo uso per cos\u00ec dire \u201cantisindacale\u201d della leva monetaria, salvo qualificare come laburista o socialista qualsiasi intervento statuale mirato a contrastare la fase negativa del ciclo economico.<\/p>\n<p><strong>3. Notazioni di contorno, pi\u00f9 specificamente giuslavoristiche<\/strong><\/p>\n<p>Quando, nella seconda met\u00e0 degli anni \u201970, si incominci\u00f2 a discutere della necessit\u00e0 di allentare i vincoli in materia di contratto a termine, le esigenze che venivano sottolineate da parte imprenditoriale nei settori del commercio e del turismo erano reali e facilmente dimostrabili: l\u2019allentamento dei vincoli che ne segu\u00ec fu accettato dal sindacato \u2013 ho il ricordo personale di quelle trattative per avervi preso parte \u2013 perch\u00e9 appariva evidente che non si trattava affatto di richieste pretestuose e che l\u2019imposizione drastica dell\u2019assunzione a tempo indeterminato era irragionevole. E quando, negli stessi anni, si incominci\u00f2 a parlare di un contratto di lavoro a termine a contenuto formativo con possibilit\u00e0 di \u201cassunzione nominativa\u201d, lo si fece perch\u00e9 si assisteva gi\u00e0 allora a una drammatica difficolt\u00e0 di inserimento nel tessuto produttivo per i giovani all\u2019uscita dalla scuola o dall\u2019universit\u00e0, causata dalla \u201ctenaglia\u201d del vincolo dell\u2019assunzione numerica gestita dal collocamento pubblico, coniugato con il vincolo dell\u2019assunzione a tempo indeterminato.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 ho conosciuto e studiato da vicino il funzionamento del collocamento pubblico e delle graduatorie per l\u2019assunzione numerica negli anni \u201970 e \u201980, mi sento di affermare \u2013 sulla base di argomenti compiutamente esposti a suo tempo \u2013 che esso costituiva una iattura per la parte professionalmente pi\u00f9 debole dei lavoratori e in generale per gli outsider, forti o deboli che fossero. L\u2019ordinamento italiano del lavoro non sarebbe certo pi\u00f9 prodigo di vantaggi per i lavoratori se quel regime non fosse stato abrogato nel \u201997, anche per effetto di una sentenza della Corte di Giustizia europea. N\u00e9 i lavoratori italiani oggi starebbero meglio se nel 1984 il Pci e la Cgil fossero riusciti a far bocciare la norma che ha riconosciuto e regolato il lavoro a tempo parziale. O se fosse rimasto in piedi il divieto drastico di operare in Italia per le agenzie di lavoro temporaneo. Ma, soprattutto, non credo che i lavoratori starebbero meglio in un\u2019ipotetica Italia \u2013 Paese manifatturiero esportatore \u2013 isolata sul piano istituzionale e su quello economico dal resto del continente europeo. Vedere nel processo di integrazione economica e politica dell\u2019Italia nell\u2019Unione Europea soltanto il risultato di una rivincita del capitale contro i lavoratori significa ignorare la dimensione continentale, quando non addirittura mondiale, che ormai assumono tutte le grandi questioni economiche e sociali, dalla regolazione del commercio a quella della finanza, dalla protezione dell\u2019ambiente ai flussi migratori. Significa anche pensare che i lavoratori possano fare a meno degli imprenditori; ma, come non ci pu\u00f2 essere impresa senza lavoro, cos\u00ec non pu\u00f2 esserci lavoro senza l\u2019impresa. Dove deperisce o addirittura sparisce l\u2019impresa inevitabilmente deperiscono o spariscono anche i diritti dei lavoratori.<\/p>\n<p>Detto questo, nondimeno apprezzo molto il \u201cracconto\u201d di Luigi per un aspetto: esso mette limpidamente in luce la natura vera del regime instaurato con l\u2019articolo 18 dello Statuto del 1970: precisamente l\u2019appartenenza di questa norma alla categoria delle <em>property rules<\/em>. Mi sono proposto altrove di argomentare pi\u00f9 approfonditamente questa classificazione, anche per spiegare il senso tecnico-giuridico e le ragioni di politica del lavoro della sostituzione progressiva, tra il 2012 e il 2015, di questa <em>property rule<\/em> con una <em>liability rule<\/em>. Mi limito qui soltanto ad alcune brevi osservazioni su questo punto, volte solo a mostrare quanto poco \u2013 a mio modo di vedere \u2013 il vecchio regime di <em>job property<\/em> abbia a che fare con l\u2019interesse <em>generale<\/em> dei lavoratori, con il laburismo, o con un socialismo che non intenda confondersi con le esperienze di \u201ccomunismo reale\u201d fiorite nel secolo scorso nell\u2019Europa dell\u2019est.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-49984 alignright\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/Diritti-e-tutele-300x164.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"164\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/Diritti-e-tutele-300x164.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/Diritti-e-tutele-150x82.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/07\/Diritti-e-tutele.jpg 304w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>Innanzitutto, non opera nell\u2019interesse generale dei lavoratori una forma di protezione del lavoro che per sua natura giova soltanto agli insider, ai lavoratori stabili dell\u2019impresa di dimensioni medio-grandi, creando un ostacolo all\u2019accesso a questa condizione da parte degli outsider. Non possiamo dimenticare che, anche al culmine di quella che Luigi chiama l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro, della protezione offerta dall\u2019articolo 18 godeva soltanto un lavoratore italiano su due in una posizione di sostanziale dipendenza dall\u2019impresa (a met\u00e0 degli anni \u201990, circa 3,6 milioni di dipendenti pubblici e 5,5 milioni di dipendenti di imprese con organico superiore alla soglia dei 15). Che \u201csocialismo\u201d \u00e8 quello che, per sua stessa struttura, esclude dai propri benefici una parte consistente della forza-lavoro?<\/p>\n<p>In secondo luogo, un regime di <em>job property<\/em> \u2013 cio\u00e8 un regime che sostanzialmente attribuisce al solo prestatore di lavoro la facolt\u00e0 di recedere dal rapporto, salvi casi estremi di suo inadempimento o di catastrofe aziendale \u2013 \u00e8 per sua natura caratterizzato da una maggiore vischiosit\u00e0 del mercato del lavoro, quindi da una peggiore allocazione delle risorse umane: \u00e8 infatti un regime nel quale \u00e8 pi\u00f9 difficile che il lavoratore si sposti da un posto per il quale \u00e8, o \u00e8 diventato, poco adatto a uno dove pu\u00f2 essere pi\u00f9 produttivo. Per convincersene, basti osservare ci\u00f2 che accade nel settore pubblico, dove il principio della <em>job property<\/em> \u00e8 applicato con la pi\u00f9 alta intensit\u00e0. E dove si assiste diffusamente e in modo particolarmente evidente a un circolo vizioso tra scarso impegno delle persone, scarsa produttivit\u00e0 e basse retribuzioni (ma in qualche misura dello stesso circolo vizioso soffre di fatto l\u2019intero tessuto produttivo nazionale). \u00c8 dunque ragionevole ritenere che in un regime di <em>job property<\/em> il lavoro sia mediamente meno produttivo e quindi meno remunerato, a parit\u00e0 di altre condizioni, rispetto a un regime nel quale la protezione contro il licenziamento sia affidata a una <em>liability rule<\/em>.<\/p>\n<p>Abbiamo visto come nei decenni passati la protezione offerta dall\u2019articolo 18 abbia avuto un necessario complemento nella Cassa integrazione guadagni vecchia maniera: la quale consentiva di rispettare formalmente il principio della <em>job property<\/em> impedendo il licenziamento anche quando l\u2019azienda versasse in una crisi irreversibile. Perch\u00e9 dove si pu\u00f2 attivare la Cig, il licenziamento non pu\u00f2 avere corso essendo questo vietato dalla regola dell\u2019<em>extrema ratio<\/em>. Il risultato \u00e8 stato una miriade di casi di crisi di aziende medio-grandi nelle quali ai lavoratori si \u00e8 assicurata la titolarit\u00e0 formale di un rapporto di lavoro di fatto non pi\u00f9 esistente per cinque, dieci, persino vent\u2019anni di fila. Una vera trappola per quei lavoratori, il cui <em>appeal<\/em> nel mercato del lavoro \u00e8 andato progressivamente riducendosi col protrarsi della loro inattivit\u00e0 (salvo che si attivassero nel mercato irregolare) fino ad azzerarsi. Anche a voler prescindere dal costo insostenibile di questo meccanismo di \u201cprotezione\u201d, in termini di spreco di denaro e di risorse umane, che cosa ha mai a che fare questo meccanismo con il laburismo o il socialismo, comunque li si voglia intendere?<\/p>\n<p>Infine un\u2019osservazione di carattere statistico. La probabilit\u00e0 per un lavoratore stabile di essere licenziato, in Italia, \u00e8 rimasta sostanzialmente invariata, intorno all\u20191,4 per cento annuo, prima e dopo il 2012. Ed \u00e8 rimasta la stessa per gli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015 (a proposito: del diluvio di \u201clicenziamenti a buon mercato\u201d che avrebbe dovuto verificarsi, ai danni degli assunti a tempo indeterminato nel 2015, al termine del triennio di sgravio contributivo, quindi nel corso del 2018, non si \u00e8 vista alcuna traccia). Sta aumentando, questo \u00e8 vero, la quota degli assunti a termine, sia in termini di flusso sia in termini di stock (frazione di forza-lavoro occupata in un dato momento); ma questo non \u00e8 un fenomeno soltanto italiano: si sta verificando in tutto l\u2019Occidente sviluppato. L\u2019idea che si possa tornare al rapporto tra lavoratori stabili e a termine degli anni \u201960 col solo ripristinare la legislazione di allora \u00e8 soltanto un\u2019illusione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quella che viene indicata come l\u2019et\u00e0 dell\u2019oro del lavoro ha avuto vita breve non per effetto di una controrivoluzione capitalistica, ma semplicemente perch\u00e9 fondata su un indebitamento sfrenato; e nessun regime pu\u00f2 sopravvivere facendo affidamento su di una illimitata disponibilit\u00e0 del mondo circostante a continuare a fargli credito . 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