
{"id":51268,"date":"2018-12-03T18:26:02","date_gmt":"2018-12-03T17:26:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51268"},"modified":"2018-12-09T22:47:32","modified_gmt":"2018-12-09T21:47:32","slug":"quando-le-pensioni-generose-dei-padri-aumentano-il-debito-dei-figli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51268","title":{"rendered":"QUANDO LE PENSIONI GENEROSE DEI PADRI AUMENTANO IL DEBITO DEI FIGLI"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Le riforme del sistema pensionistico in Italia costituiscono un punto di osservazione molto utile per capire la dinamica del rapporto debito pubblico\/Pil: sono infatti un segnale dell\u2019intenzione di spostarne i costi sulle generazioni future &#8211; E se il debito \u00e8 gi\u00e0 alto, i rischi sono enormi<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Articolo\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.lavoce.info\/archives\/56225\/riforme-delle-pensioni-come-cartina-di-tornasole-del-rapporto-debito-pil\/#autore\"><strong>di Carlo Favero<\/strong><\/a>, direttore del Department of Finance dell&#8217;Universit\u00e0 Bocconi, pubblicato sul sito <\/em>lavoce.info<em> il 30 novembre 2018 &#8211;<\/em> <em>In argomento v. anche l&#8217;articolo del mese scorso <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49806\">Lo scarso appeal delle pensioni giallo-verdi<\/a><em>, di Giuliano Cazzola, e la mia intervista del maggio scorso <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=49503\">L&#8217;insana idea di ripristinare le pensioni di anzianit\u00e0<\/a> <!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_51282\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-51282\" class=\"size-full wp-image-51282\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Carlo-Favero.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Carlo-Favero.jpg 200w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Carlo-Favero-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/><p id=\"caption-attachment-51282\" class=\"wp-caption-text\">Carlo Favero<\/p><\/div>\n<p><strong>Tutto inizia con la riforma Brodolini<\/strong><\/p>\n<p>In un bel libro sull\u2019Italia dal 1945 al 2011, Giuliano Amato e Andrea Graziosi (<em>Grandi Illusioni<\/em>, Il Mulino 2013), propongono un\u2019interpretazione delle origini del debito pubblico nel nostro paese. Secondo i due autori, il miracolo economico del primo dopoguerra, basato sul boom demografico e sul passaggio da una societ\u00e0 rurale a una urbana e industriale, gener\u00f2 aspettative crescenti e l\u2019illusione della crescita infinita. Dalla fine degli anni Sessanta, quando la spinta demografica comincia a calare e la transizione si completa, la grande illusione viene alimentata da una politica fiscale espansiva che sposta sulle generazioni future i costi di un debito crescente.<\/p>\n<p>In quest\u2019ottica, le riforme del sistema pensionistico sono utili per leggere la dinamica del rapporto debito pubblico Pil in Italia perch\u00e9, oltre all\u2019effetto diretto sui disavanzi tramite i trasferimenti (che si distribuisce lentamente nel tempo), hanno un contenuto segnaletico sulle intenzioni politiche nei confronti della redistribuzione intergenerazionale dei costi e benefici dell\u2019intervento pubblico.<br \/>\nLa figura 1 illustra come i punti di svolta della dinamica del rapporto debito\/Pil siano segnati dalle pi\u00f9 importanti riforme delle pensioni.<\/p>\n<p><strong>Figura 1<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-51397\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Riforme-pensionistiche.png\" alt=\"\" width=\"650\" height=\"452\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Riforme-pensionistiche.png 660w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Riforme-pensionistiche-150x104.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/Riforme-pensionistiche-300x209.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px\" \/><\/p>\n<p>Negli anni Cinquanta-Sessanta, il rapporto debito\/Pil fluttu\u00f2 stabilmente intorno al 30 per cento. Poi, d\u2019improvviso, in soli tre anni tra il 1970 e il 1973, si impenn\u00f2 dal 36 al 50 per cento. Non fu certo una fase di contrazione economica (il tasso di crescita reale del 1973 raggiunse il 7 per cento), ma il deficit primario pass\u00f2 dal 4,3 per cento all\u20198,3 per cento del Pil. Il salto fu causato da riforme che, secondo Amato e Graziosi, miravano sia a soddisfare l\u2019illusione della crescita infinita, alimentata nei decenni precedenti, sia, soprattutto a venire incontro al disagio della classe operaia in particolare e di quella dipendente in generale che avevamo tratto minori benefici rispetto alle classi pi\u00f9 abbienti dall\u2019incremento della ricchezza nazionale occorso nel boom economico e che aveva portato agli scioperi dell\u2019\u201cautunno caldo\u201d del 1969.<\/p>\n<p>Tutto part\u00ec dal sistema pensionistico. Una proposta di riforma che prevedeva di bilanciare una pensione determinata con il sistema retributivo, non inferiore al 65 per cento del salario medio del triennio precedente al pensionamento, con l\u2019elevamento dell\u2019et\u00e0 di pensionamento a 60 anni per le donne e il divieto del cumulo di pensione e salario scaten\u00f2 una serie di scioperi di protesta che port\u00f2 alla riforma Brodolini dell\u2019aprile 1969.<\/p>\n<p>Con questa riforma si abbandon\u00f2 totalmente il sistema contributivo a favore di quello retributivo, introducendo meccanismi di indicizzazione per salvaguardare il potere di acquisto dei trattamenti pensionistici. La pensione iniziale annuale pagata era data dal prodotto tra il 2 per cento del reddito medio negli ultimi cinque anni di contribuzione e il totale degli anni di contribuzione, le pensioni venivano quindi rivalutate con indicizzazione perfetta all\u2019inflazione. L\u2019indicizzazione fu successivamente riferita, nel 1975, alla \u201cscala mobile\u201d salariale. La riforma Brodolini introduceva poi la nuova pensione sociale per tutti i cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito, lasciava l\u2019et\u00e0 pensionabile per le donne bloccata a 55 anni e limitava solo parzialmente il cumulo di pensioni e salari. Nel contempo, garantiva una presenza maggioritaria dei sindacati nel consiglio di amministrazione dell\u2019Inps. Il nuovo sistema era sostanzialmente finanziato dalla solidariet\u00e0 intergenerazionale e dalle ipotesi di un tasso di crescita stabilmente intorno al 5 per cento, con un tasso di natalit\u00e0 stabile al 3 per cento e un\u2019aspettativa stabile di attesa di vita a 65 anni. Alla riforma delle pensioni si accompagnarono altre politiche di spesa, come il rafforzamento dell\u2019indicizzazione dei salari e un aumento progressivo degli addetti alle partecipazioni statali.<\/p>\n<p>Con l\u2019abbandono del sistema di Bretton Woods, il passaggio a un regime di cambi flessibili e l\u2019acquisto della indipendenza della gestione della politica monetaria, l\u2019Italia opt\u00f2 per un regime di sviluppo ad alta inflazione, caratterizzato da sindacato forte, governo accondiscendente a spostare sulle generazioni future il costo del benessere di quelle contemporanee e banca centrale non indipendente.<\/p>\n<p>Un altro importante segnale di questa attitudine \u00e8 l\u2019introduzione del servizio sanitario nazionale che crea, dal 1978, un servizio universalistico a debito con meccanismi di finanziamento che ne garantiscono la copertura solo parzialmente. La dinamica del debito non esplode negli anni Settanta per via dell\u2019alta inflazione, ma con l\u2019inversione fra tasso di interesse reale e tasso di crescita nel 1981 inizia un decennio che vede il raddoppio del rapporto debito\/Pil. Non per l\u2019aumento del disavanzo primario, che al contrario comincia a scendere dalla met\u00e0 degli anni Ottanta, ma perch\u00e9 il costo delle riforme dei primi anni Settanta, nascosto dall\u2019inflazione per un decennio, ora diventa evidente.<\/p>\n<p><strong>La svolta degli anni Novanta<\/strong><\/p>\n<p>Negli anni Novanta, con il processo di avvicinamento all\u2019unione monetaria, arriva dall\u2019Europa una forte spinta riformatrice. Le politiche di stabilizzazione del debito e di riduzione dell\u2019inflazione vengono precedute e accompagnate da una stagione di riforme in favore dell\u2019aumento della concorrenza, dallo smantellamento della industria pubblica e da due importanti revisioni del sistema pensionistico.<\/p>\n<p>Nel 1992 il governo Amato promosse una riforma pensionistica che per la prima volta innalzava l\u2019et\u00e0 minima della pensione, aumentava il numero di anni contributivi richiesti, calcolava la pensione in base al prodotto tra 2 per cento del reddito medio lungo tutta la vita contributiva e il numero degli anni di contribuzione e sopprimeva l\u2019indicizzazione delle pensioni ai salari. Una correzione ancora pi\u00f9 radicale fu varata con il governo Dini che nel 1996 introdusse, pur molto gradualmente, il sistema contributivo per tutti. Nel regime contributivo i lavoratori conferiscono nella loro vita lavorativa una quota (33 per cento) del loro reddito alla formazione del capitale pensionistico. Il capitale viene rivalutato ogni anno con la media mobile a 5 anni della crescita del Pil. La pensione annuale iniziale viene calcolata uguagliando il valore del capitale totale contribuito al momento del pensionamento al valore attuale delle pensioni dovute. Dato che i pagamenti pensionistici annuali sono costanti, l\u2019equalizzazione \u00e8 ottenuta moltiplicando il capitale accumulato per un coefficiente di trasformazione, che dipende dall\u2019aspettativa di vita al momento del pensionamento e da un tasso di sconto. In teoria l\u2019aspettativa di vita pu\u00f2 essere automaticamente indicizzata all\u2019evoluzione della mortalit\u00e0 nel tempo, in pratica il parametro \u00e8 stato tenuto costante dal 1996 al 2007, cambiato per una volta nel 2007 e poi tenuto di nuovo costante fino alla riforma del 2010-2012. La riforma si applicava in maniera integrale a chi cominciava a lavorare nel 1996.<\/p>\n<p>La nuova attitudine segnata dalla spinta riformatrice innesc\u00f2 un processo di convergenza del rapporto debito\/Pil che consenti all\u2019Italia di entrare nell\u2019euro.<br \/>\nE tuttavia, nonostante un decennio di grandi riforme, quando l\u2019euro part\u00ec, nel 1999, il processo di convergenza dell\u2019economia italiana non era ancora completato. Persistevano, e ancora persistono, forti divergenze nei conti pubblici rispetto agli altri paesi aderenti all\u2019unione monetaria.<\/p>\n<p><strong>La crisi finanziaria<\/strong><\/p>\n<p>La crisi finanziaria del 2007-2009 e la successiva crisi del debito europeo invertirono in maniera radicale l\u2019andamento dai tassi di interesse a lungo termine. I dubbi sull\u2019euro aumentarono il premio per il rischio e si ebbe una violenta inversione di tendenza degli spread, le economie periferiche rallentarono mentre la Germania \u2013 considerata un porto sicuro \u2013 benefici\u00f2 di un flusso di capitale, non accompagnato da un apprezzamento del cambio (che \u00e8 fisso). Si arriv\u00f2 al limite del collasso che venne evitato grazie all\u2019intervento dalla Banca centrale europea e a politiche fiscali restrittive da parte dei paesi periferici. In Italia, l\u2019austerit\u00e0 fiscale, introdotta dal governo Monti, si accompagn\u00f2 a successive riforme del sistema pensionistico tra il 2009 e il 2011, completate dal ministro Fornero nel decreto \u201csalva Italia\u201d, che introdussero modifiche di importanza cruciale per la stabilizzazione, quali l\u2019indicizzazione dei pagamenti pensionistici e dell\u2019et\u00e0 di pensionamento alla lunghezza della vita attesa al momento di pensionamento.<\/p>\n<p>Il risultato di queste politiche e di quelle successive attuate fino al 2018 \u00e8 la stabilizzazione del rapporto debito\/Pil attorno al 130 per cento. Un livello che mantiene l\u2019Italia particolarmente esposta a shock politici e finanziari. Come \u00e8 accaduto nell\u2019estate del 2018. La proposta di \u201csuperamento della legge Fornero\u201d pu\u00f2 essere letta infatti come un nuovo segnale di un\u2019attitudine politica verso lo spostamento sulle generazioni future del costo di non fare immediatamente i conti con la realt\u00e0. Una simile attitudine ha regolarmente posto la dinamica del debito\/Pil su un sentiero espansivo, che ha il rischio, crescente con il livello del debito, di diventare esplosivo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le riforme del sistema pensionistico in Italia costituiscono un punto di osservazione molto utile per capire la dinamica del rapporto debito pubblico\/Pil: sono infatti un segnale dell\u2019intenzione di spostarne i costi sulle generazioni future &#8211; E se il debito \u00e8 gi\u00e0 alto, i rischi sono enormi . 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