
{"id":51710,"date":"2019-01-20T19:13:37","date_gmt":"2019-01-20T18:13:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51710"},"modified":"2019-01-28T00:00:58","modified_gmt":"2019-01-27T23:00:58","slug":"il-lavoro-che-uccide-il-lavoro-che-salva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51710","title":{"rendered":"IL LAVORO CHE UCCIDE, IL LAVORO CHE SALVA"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\"><em>Arbeit macht frei<\/em>: la perfidia nazista sta nell\u2019uso di questa omonimia per irridere, con la menzione del lavoro nella sua accezione pi\u00f9 alta, milioni di persone che proprio attraverso il lavoro nell\u2019altra sua accezione, quella infernale, stanno per percorrere l\u2019ultimo tratto del percorso loro riservato verso lo sterminio<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nIntervento al convegno su <\/em>La memoria del lavoro e il lavoro della memoria<em>, promosso a Milano, alla Casa della Cultura, nel Giorno della Memoria, 27 gennaio 2019, dal CMP-Centro Milanese di Psicanalisi Cesare Musatti &#8211; Dello stesso intervento sono <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51826\">disponibili online anche le slides<\/a> &#8211; In argomento v. anche <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51786\">Jedem das Seine<\/a><em>; inoltre una mia lezione del novembre 2016,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=42680\">Appunti sull&#8217;etica del lavoro e dell&#8217;impresa<\/a> <em><br \/>\n<\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-51712\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/Arbeit-macht-frei-2.jpg\" alt=\"\" width=\"284\" height=\"177\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/Arbeit-macht-frei-2.jpg 284w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/Arbeit-macht-frei-2-150x93.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 284px) 100vw, 284px\" \/><em>Arbeit macht frei<\/em>. Ci\u00f2 che pi\u00f9 ferisce nell\u2019atroce sberleffo rivolto ai deportati che varcavano la soglia dei campi di sterminio, a ben vedere, \u00e8 che la proposizione in cui esso consiste pu\u00f2 essere vera: esiste un lavoro nel quale la persona si realizza, un lavoro che produce e garantisce la sua libert\u00e0. Lo scherno sta nell\u2019omonimia tra questo lavoro e il lavoro disumanizzante dello schiavo, della persona ridotta a strumento, o addirittura della persona che per mezzo del lavoro massacrante viene uccisa. La perfidia nazista sta nell\u2019uso di questa omonimia per irridere, con la menzione del lavoro nella sua accezione pi\u00f9 alta, milioni di persone che proprio attraverso il lavoro nell\u2019altra sua accezione, quella infernale, stanno per percorrere l\u2019ultimo tratto del percorso loro riservato verso lo sterminio.<\/p>\n<p>Il contrasto tra queste due accezioni opposte della nozione di lavoro ritorna nella vita e nell\u2019opera di Primo Levi, forse il pi\u00f9 grande tra coloro che hanno vissuto quello infernale e ne hanno scritto, per poi passare a scrivere pagine altrettanto intense e profonde sul lavoro che non solo salva la persona umana, ma ha la virt\u00f9 di darle la felicit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019avere conosciuto direttamente entrambi consente a Primo Levi di far emergere di ciascuno l\u2019essenziale. Il primo \u00e8 il lavoro che non soltanto affatica mortalmente \u2013 questo \u00e8 talvolta proprio anche del secondo \u2013 ma \u00e8 progettato e inflitto per affermare l\u2019inferiorit\u00e0 della persona che lo svolge, punirla, ridurla al rango di bestia:<\/p>\n<p><em>\u201cgli ignobili avversari del regime non sono degni di lavorare nel senso usuale del termine. Il loro lavoro dev\u2019essere afflittivo: non deve lasciare spazio alla professionalit\u00e0, dev\u2019essere quello delle bestie da soma, tirare, spingere, portare pesi, piegare la schiena sulla terra. Violenza inutile anche questa: utile forse solo a stroncare le resistenze attuali ed a punire le resistenze passate. [\u2026] tormento del corpo e dello spirito, mitico e dantesco [\u2026]\u201d<\/em><\/p>\n<p>(<em>I sommersi e i salvati<\/em>, p. 1086)(*)<em>.<\/em><\/p>\n<p>In <em>Se questo \u00e8 un uomo<\/em> (p. 61), Levi osserva che, quando questa \u00e8 la natura del lavoro, anche il sorvegliante pi\u00f9 benevolo tratta il lavoratore come una bestia:<\/p>\n<p><em>[\u2026] i Kapos [\u2026] alcuni ci percuotono per pura bestialit\u00e0 e violenza, ma ve ne sono altri che ci percuotono quando siamo sotto il carico quasi amorevolmente, accompagnando le percosse con esortazioni e incoraggiamenti, come fanno i carrettieri coi cavalli volenterosi.<\/em><\/p>\n<p>Nulla di nuovo sotto il sole: nel gelo di Auschwitz accade qualche cosa di simile a quanto \u00e8 descritto nel libro dell\u2019<em>Esodo <\/em>(<em>(<\/em>I, 11-14, 5, 6-9):<\/p>\n<p><em>Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e cos\u00ec costruirono per il faraone le citt\u00e0-deposito, cio\u00e8 Pitom e Rames. [\u2026] Si cominci\u00f2 a sentire come un incubo la presenza dei figli d\u2019Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d\u2019Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza. [\u2026] In quel giorno il faraone ordin\u00f2 ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: \u201c[\u2026] Pesi dunque il lavoro su questi uomini\u201d (Es. 5, 6-9).<\/em><\/p>\n<p>Il lavoro come sofferenza (<em>labor<\/em>: fatica, travaglio, dolore) che si presta a essere inflitta come pena, come castigo. Che \u00e8, del resto, quello che il <em>Siracide<\/em> (XXXIII, 25-29) prescrive come il trattamento appropriato nei confronti dello schiavo:<\/p>\n<p><em>Pane, castigo e lavoro per lo schiavo. [\u2026] Giogo e redini piegano il collo [\u2026]. Fallo lavorare perch\u00e9 non stia in ozio [\u2026] obbligalo al lavoro come gli conviene, e se non obbedisce stringi i ceppi.<\/em><\/p>\n<p>Primo Levi osserva che per conseguire lo scopo di degradare la persona, di disumanizzarla, il lavoro-castigo \u201cnon deve lasciare spazio alla professionalit\u00e0\u201d. Deve essere pura fatica. Perch\u00e9 appena si crea qualche spazio nel quale possa manifestarsi un \u201csaper fare\u201d o addirittura un pensiero progettuale, anche il lavoro del deportato e persino quello del condannato allo sterminio assume in qualche modo il carattere opposto, quello del lavoro nel quale la persona umana si esprime e che nel Lager pu\u00f2 addirittura costituire una via di salvezza, come fu per lui stesso. Leggiamo ancora ne <em>I sommersi e i salvati<\/em> (p. 1087)<\/p>\n<p><em>A differenza della fatica puramente persecutoria, quale quella che ho appena descritta, il lavoro poteva invece talvolta diventare una difesa. Lo era per i pochi che in Lager riuscivano a essere inseriti nel loro proprio mestiere: sarti, ciabattini, falegnami, fabbri, muratori; questi, ritrovando la loro attivit\u00e0 consueta, recuperavano in pari tempo, in certa misura, la loro dignit\u00e0 umana.<\/em><\/p>\n<p>E ancora (ivi, p. 1087):<\/p>\n<p><em>Ho notato spesso su alcuni miei compagni (qualche volta anche su me stesso) un fenomeno curioso: l\u2019ambizione del \u2018lavoro ben fatto\u2019 \u00e8 talmente radicata da spingere a \u2018far bene\u2019 anche lavori nemici, nocivi ai tuoi e alla tua parte, tanto che occorre uno sforzo consapevole per farli invece \u2018male\u2019.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Qui Primo Levi passa sull\u2019altro versante dell\u2019omonimia: il lavoro di cui parla in questa pagina \u00e8 quello nel quale la persona umana si realizza arrivando addirittura ad attingervi la felicit\u00e0. \u00c8 quello di cui scrive, in un altro libro, che<\/p>\n<p><em>Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci pu\u00f2 donare, l\u2019amare il proprio lavoro (che purtroppo \u00e8 privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicit\u00e0 sulla terra: ma questa \u00e8 una verit\u00e0 che non molti conoscono.<\/em><\/p>\n<p>La citazione, famosissima, \u00e8 tratta da <em>La chiave a stella<\/em> (p. 1015): un libro che al lavoro in questa sua accezione diversissima dalla precedente \u00e8 interamente dedicato. <em>La chiave a stella<\/em> \u00e8 un vero e proprio inno al lavoro inteso come l\u2019attivit\u00e0 attraverso la quale la persona entra in contatto con il senso della propria esistenza, non soltanto perch\u00e9 in esso esprime tutta la propria intelligenza e creativit\u00e0, ma anche perch\u00e9 con esso la persona si pone al servizio del prossimo, dedica se stessa all\u2019umanit\u00e0 di cui si sente parte. In questo, il lavoro del chimico-scrittore Levi \u00e8 perfettamente equiparato a quello dell\u2019impiantista Faussone, il quale ne trae l\u2019intenso<\/p>\n<p><em>piacere del vedere crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivr\u00e0 pi\u00f9 a lungo di te, e forse servir\u00e0 a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso \u201cforse un altro non ci sarebbe riuscito\u201d<br \/>\n<\/em>(p. 989).<\/p>\n<p>Questo piacere prescinde totalmente dalla circostanza che il frutto del lavoro appartenga a chi lo ha compiuto o entri immediatamente nella disponibilit\u00e0 di un utilizzatore o beneficiario. Lo sguardo di Faussone sulla propria creatura \u00e8 lo stesso del protagonista del <em>Ponte sul fiume Qwai<\/em>, citato da Levi in questa stessa pagina: il colonnello inglese prigioniero dei giapponesi che ha diretto i suoi compagni di prigionia nella costruzione di un ponte ferroviario in legno di squisita fattura e che, quando scopre i guastatori suoi connazionali che intendono distruggerlo, cerca di opporvisi per amore della propria opera. Se non fosse stato di nove anni posteriore alla pubblicazione de <em>La chiave a stella<\/em>, forse in questa pagina Levi avrebbe citato anche un altro film: <em>Il pranzo di Babette<\/em>, la cena sopraffina che la protagonista prepara per le sue padrone e i loro ospiti, ma in realt\u00e0 per far rivivere almeno una volta, in un piccolo villaggio sperduto nel nord della Danimarca, il proprio talento raffinato di cuoca parigina, giungendo addirittura a spendervi tutti i propri averi per ottenere la perfezione, senza neppure goderne come commensale: dove la forza dell\u2019amore di Babette per la propria opera \u00e8 tale da sedurre e travolgere i suoi stessi beneficiari, inducendoli a superare le discordie che fino a quel momento li hanno divisi. Alle padrone che, quando i commensali se ne sono andati, la ringraziano di cuore rammaricandosi del fatto che abbia speso per quel pranzo tutto quello che aveva, Babette risponde con un sorriso felice: \u201cUn artista non \u00e8 mai povero\u201d.<\/p>\n<div id=\"attachment_51715\" style=\"width: 241px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-51715\" class=\"size-full wp-image-51715\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/bonus-pater-familias.jpg\" alt=\"\" width=\"231\" height=\"219\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/bonus-pater-familias.jpg 231w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/bonus-pater-familias-150x142.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 231px) 100vw, 231px\" \/><p id=\"caption-attachment-51715\" class=\"wp-caption-text\">Raffigurazione del bonus pater familias, di epoca romana<\/p><\/div>\n<p>La migliore approssimazione alla felicit\u00e0 su questa terra \u2013 ci avverte dunque Primo Levi \u2013 sta nell\u2019amare il proprio lavoro, che sia lavoro intellettuale o manuale, anche il pi\u00f9 umile; il lavoro del libero professionista o quello del lavoratore dipendente. Qui \u2013 forse inavvertitamente, perch\u00e9 non ha una formazione giuridica, ma forse invece consapevolmente \u2013 l\u2019autore della <em>Chiave a stella<\/em> arricchisce di significato un precetto che compare gi\u00e0 nella cultura della Roma antica: quello per il quale ogni obbligazione, e quella di lavoro pi\u00f9 di ogni altra, deve essere adempiuta, oltre che con la diligenza tecnica richiesta dalla natura della prestazione, anche con la diligenza del <em>bonus pater familias<\/em>. Il significato di questo precetto, sul piano esistenziale prima ancora che su quello giuridico, \u00e8 diffusamente ignorato nella cultura del lavoro di oggi.<\/p>\n<p>La parola \u201cdiligenza\u201d deriva dal verbo <em>diligere<\/em>, che significa amare. Affermare che ogni lavoro deve essere svolto con la diligenza del buon padre di famiglia ha dunque un contenuto pratico molto impegnativo: significa che chi lo svolge ha il dovere giuridico di farlo per la persona beneficiaria della prestazione, chiunque essa sia, nello stesso spirito e con lo stesso amore con cui un genitore lo farebbe per l\u2019altro coniuge o per un proprio figlio. E \u2013 si osservi la raffinatezza del diritto romano fin dalle sue origini pi\u00f9 antiche \u2013 non con l\u2019amore di un genitore qualsiasi, che potrebbe essere un po\u2019 sciatto o anaffettivo, ma con l\u2019amore di un <em>buon<\/em> genitore!<\/p>\n<p>Gi\u00e0 questo \u00e8 un precetto che, se venisse diffusamente rispettato, rivoluzionerebbe molti ambienti di lavoro e molti servizi. Ma Primo Levi ci invita ad arricchire ulteriormente di significato il canone della diligenza. Se vuoi che il tuo lavoro non soltanto adempia il tuo obbligo, ma anche ti avvicini il pi\u00f9 possibile alla felicit\u00e0 \u2013 ci avverte \u2013 la <em>diligenza<\/em> con cui devi svolgerlo non \u00e8 soltanto amore per la persona che ne \u00e8 beneficiaria, ma \u00e8 anche amore per il lavoro stesso che stai svolgendo.<\/p>\n<p>Un amore che \u2013 per evitare il rischio di trascendere in idolatria \u2013 richiede anche quella capacit\u00e0 di distacco dal proprio lavoro, di ascolto silenzioso e di confronto col senso della propria vita, che nella cultura ebraica si esprime nel rispetto del riposo sabbatico.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p>Forse non tutti sanno che nel secolo ventunesimo il lavoro inteso nella prima accezione che abbiamo qui considerato \u00e8 drasticamente vietato, a ogni longitudine e latitudine, dall\u2019ordinamento dell\u2019ONU: non mi riferisco tanto al divieto della riduzione della persona umana in schiavit\u00f9, quanto al principio fondamentale dell\u2019Organizzazione Internazionale del Lavoro, organo appunto delle Nazioni Unite, che dal 1998 vieta in modo assoluto \u201cqualsiasi forma di lavoro forzato od obbligatorio\u201d (<em>forced or compulsory<\/em>), anche come pena applicabile a persone detenute: anche in carcere il lavoro pu\u00f2 e deve essere solo quello che rid\u00e0 alla persona speranza e buona coscienza di s\u00e9, del proprio valore. C\u2019\u00e8 poi una norma dell\u2019ordinamento europeo che vieta inderogabilmente non soltanto il lavoro che richiede sforzi dannosi per la salute di chi lo compie, ma anche quello che abbia soltanto tratti di monotonia e ripetitivit\u00e0 incompatibili con il benessere psico-fisico di chi vi \u00e8 addetto. Insomma, oggi in Europa il lavoro cui \u00e8 adibito Charlot alla catena di montaggio in <em>Tempi moderni<\/em> sarebbe vietato. Cos\u00ec come \u00e8 sicuramente contrario al diritto oggi vigente il modo in cui troppo spesso nelle campagne del nostro Mezzogiorno vengono fatti lavorare gli immigrati, condannati a un lavoro forzato, alla merc\u00e9 dei loro sfruttatori, proprio in conseguenza del fatto che lo Stato nega loro il permesso di accedere al lavoro regolare.<\/p>\n<p>Al contrario, secondo il diritto europeo e quindi anche il nostro ordinamento nazionale, tutto nell\u2019azienda \u2013 dalla strumentazione all\u2019organizzazione del lavoro \u2013 deve essere ergonomicamente concepito in funzione del benessere psico-fisico di chi vi \u00e8 addetto. Ci\u00f2 che, a ben vedere, pu\u00f2 essere letto come un corollario del principio della diligenza del <em>bonus pater familias<\/em>, applicabile anche all\u2019adempimento dell\u2019obbligazione contrattuale dell\u2019imprenditore nei confronti del dipendente: l\u2019obbligo giuridico per l\u2019imprenditore di creare nell\u2019azienda le condizioni perch\u00e9 ogni persona che vi \u00e8 inserita, dalla prima all\u2019ultima, possa amare il proprio lavoro.<\/p>\n<p>Detto questo, per\u00f2, \u00e8 ancora Primo Levi ne <em>La chiave a stella<\/em> (p. 1016) ad avvertirci che l\u2019amore per il proprio lavoro dipende dalle circostanze esterne, dall\u2019organizzazione e dall\u2019ambiente, assai meno che da quanto alberga nell\u2019animo della persona interessata:<\/p>\n<p><em>Si pu\u00f2 e si deve combattere perch\u00e9 il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perch\u00e9 il lavoro stesso non sia una pena; ma l\u2019amore o rispettivamente l\u2019odio per l\u2019opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell\u2019individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.<\/em><\/p>\n<p>Dove si conferma ancora una volta che le chiavi della felicit\u00e0 non dobbiamo cercarle fuori, ma dentro noi stessi.<\/p>\n<p>_________________<\/p>\n<p>(*) Tutte le citazioni dalle opere di Primo Levi sono stratte dai due tomi delle sue <em>Opere<\/em> editi da Einaudi a cura di Marco Belpoliti, 1997.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Arbeit macht frei: la perfidia nazista sta nell\u2019uso di questa omonimia per irridere, con la menzione del lavoro nella sua accezione pi\u00f9 alta, milioni di persone che proprio attraverso il lavoro nell\u2019altra sua accezione, quella infernale, stanno per percorrere l\u2019ultimo tratto del percorso loro riservato verso lo sterminio . 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