
{"id":53404,"date":"2019-09-14T22:23:52","date_gmt":"2019-09-14T21:23:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=53404"},"modified":"2023-06-23T10:57:05","modified_gmt":"2023-06-23T09:57:05","slug":"la-sfida-tra-intelligenza-umana-e-intelligenza-artificiale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=53404","title":{"rendered":"LA SFIDA TRA INTELLIGENZA UMANA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Il lavoro umano non soltanto non si ridurr\u00e0 sul piano quantitativo, ma prevarr\u00e0 ancora a lungo sul piano cognitivo rispetto a quello delle macchine; tuttavia aumenteranno le differenze di valore del lavoro e quindi la disuguaglianza tra le persone<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nTrascrizione della mia relazione introduttiva, degli interventi che vi hanno fatto seguito e delle mie risposte, nel corso della giornata di studio promossa presso l&#8217;Universit\u00e0 di Bergamo dalla Fondazione Zaninoni l&#8217;8 novembre 2018 &#8211; Di questa stessa relazione sono online su questo sito anche <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51101\">le slides<\/a>, nonch\u00e9 la <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51101\">videoregistrazione realizzata e messa in onda da Radio Radicale<\/a><\/em><!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=53692\" rel=\"attachment wp-att-53692\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-53692\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19-300x163.png\" alt=\"\" width=\"352\" height=\"191\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19-300x163.png 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19-150x82.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19-768x418.png 768w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19-1024x558.png 1024w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/PI-8XI19.png 1448w\" sizes=\"auto, (max-width: 352px) 100vw, 352px\" \/><\/a>Pietro Ichino<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p>Ringrazio l&#8217;Universit\u00e0 di Bergamo e la Fondazione Zaninoni dell\u2019invito; e ringrazio Pia Locatelli per questa presentazione, forse troppo lusinghiera.<\/p>\n<p>Il programma della mia relazione si articola in queste parti:<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 2<\/em><\/strong><\/p>\n<ol>\n<li>nella prima mi propongo di rispondere alla domanda se la prospettiva che abbiamo di fronte \u00e8 davvero quella della fine del lavoro. Non \u00e8 una domanda retorica. Nel 1995 nel saggio documentato dell\u2019autorevole economista e sociologo Jeremy Rifkin <a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, intitolato molto significativamente <em>La fine del lavoro<\/em> <a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, a questa domanda si dava una risposta positiva, affermando che si sarebbe andati verso un mondo senza lavoro umano, o quanto meno un mondo in cui il lavoro umano sarebbe diventato un privilegio per pochi, ultra specializzati, o un lavoro da schiavi privo di qualsiasi contenuto intellettuale, nei bassifondi del tessuto produttivo. La mia opinione \u00e8 che Rifkin abbia avuto solo un merito: quello di favorire o addirittura sollecitare, con il suo saggio, una ingente quantit\u00e0 di studi successivi, svolti \u2013 a mio avviso \u2013 con maggior rigore scientifico, i quali hanno portato a dare a questa stessa domanda una risposta molto diversa.<\/li>\n<li>La domanda successiva cui mi propongo di dare una risposta \u00e8 se vincer\u00e0 l&#8217;intelligenza artificiale o l&#8217;intelligenza umana. In altre parole, al di l\u00e0 della questione del tasso di occupazione, chi avr\u00e0 la meglio, chi comander\u00e0 nel tessuto produttivo futuro: l\u2019uomo o il robot? Osservando, poi, la questione in modo pi\u00f9 concreto: quali capacit\u00e0, quali attitudini continueranno a essere richieste alla persona umana? E infine, su quali tra le attitudini richieste vogliamo maggiormente puntare e investire?<\/li>\n<li>Infine, vi proporr\u00f2 una riflessione su quello che non solo io ma anche altri studiosi di scienze sociali indichiamo come \u201cil rovesciamento del paradigma del mercato del lavoro\u201d: un prodotto di enorme rilievo, sul piano del sistema delle relazioni industriali, della evoluzione tecnologica a cui stiamo assistendo e di un insieme di sue conseguenze che indichiamo sinteticamente e collettivamente con l&#8217;espressione \u201cglobalizzazione\u201d.<\/li>\n<\/ol>\n<p>La globalizzazione non \u00e8 un singolo fatto, \u00e8 un insieme, una rete di fatti\u00a0che ha connotato gli ultimi decenni e che ha condotto a un brusco aumento della mobilit\u00e0: persone, informazioni, merci, beni, si spostano con maggiore facilit\u00e0 e altrettanto si muovono capitali, idee e movimenti di idee. Proprio in questi mesi, in questi giorni, riscontriamo come eventi politici per qualche aspetto straordinari abbiano qualcosa che li lega al livello globale. Accadono le stesse cose, o quanto meno fatti che hanno tra loro una notevole analogia, a tutte le longitudini e latitudini: si pensi al voto per la <em>Brexit<\/em> in Gran Bretagna, all&#8217;elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA, all\u2019elezione di Jair Bolsonaro in Brasile, al nuovo Governo M5S-Lega in Italia. Allo stesso modo sta verificandosi in tutto il mondo un cambiamento profondo del paradigma fondamentale del mercato del lavoro. Siamo stati abituati da una tradizione culturale \u2013 che ha le sue radici nella prima rivoluzione industriale, quindi nell&#8217;Ottocento e primi del Novecento \u2013 a considerare il mercato del lavoro come un luogo dove \u00e8 solo l&#8217;imprenditore a scegliere i propri collaboratori e il lavoratore deve prendere quello che gli si offre, semprech\u00e9 glielo si offra, senza discutere. Nel mondo globalizzato le cose vanno sempre meno cos\u00ec. Sempre pi\u00f9, invece, si assiste a un fenomeno apparentemente nuovissimo (in realt\u00e0 meno nuovo di quanto appaia): non soltanto i singoli lavoratori sono sempre pi\u00f9 diffusamente in grado di selezionare e scegliere l\u2019impresa presso cui lavorare, ma anche interi paesi, o collettivit\u00e0 di lavoratori sono in grado di selezionare e ingaggiare l&#8217;imprenditore cui affidare un\u2019azienda, tra una vasta pluralit\u00e0 di interlocutori. Il mercato del lavoro globale \u00e8 ora un luogo dove non sono solo gli imprenditori che scelgono i propri collaboratori, ma \u00e8 anche il collettivo dei lavoratori di una zona depressa, di un comune, di un&#8217;azienda in crisi, a ingaggiare l&#8217;imprenditore in grado di valorizzare meglio il loro lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 3<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Incominciamo con la prima parte della mia esposizione cio\u00e8 se la prospettiva che abbiamo di fronte \u00e8 davvero la fine del lavoro. Oggi siamo continuamente colpiti da notizie riportate in modo anche superficiale da giornali, media, televisioni, che affermano che il Centro Studi, il futurologo Tale o il sociologo Talaltro hanno studiato il lavoro del futuro, e affermano che fra 30 o 40 o 50 anni il 35, il 47 o il 54 per cento (non si sa come facciano a stabilire queste percentuali) delle mansioni che oggi si svolgono non esisteranno pi\u00f9; oppure che chi nasce oggi far\u00e0 in nove casi su dieci un lavoro che oggi non esiste\u2026 : notizie che ci impressionano molto.<\/p>\n<p><em><strong>slides n.<\/strong> <strong>4-5<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Ma se all&#8217;inizio del secolo scorso ci avessero detto qualcosa di analogo, per esempio che le lavandaie \u2013 ce n&#8217;erano intorno a un milione \u2013, oppure i tessitori, gli operai delle catene di montaggio, i contadini (allora due\/terzi della forza lavoro italiana) \u2026, tutte queste figure di lavoratori sarebbero sparite o si sarebbero drasticamente contratte, avremmo pensato che ci avrebbe atteso un secolo di disoccupazione totale. In realt\u00e0 cosa \u00e8 accaduto? \u00c8 accaduto che il progresso tecnologico ha fatto sparire la lavandaia, i tessitori, i contadini, i lampionai, i maniscalchi, i cocchieri e tanti altri vecchi mestieri\u2026, ma ha poi riconvertito il lavoro di tutte queste persone in altre mansioni, per lo pi\u00f9 meno faticose e meno pericolose o dannose per la salute. Il problema non \u00e8 \u2013 o per lo meno non lo \u00e8 stato fin qui \u2013 la riduzione dell&#8217;occupazione determinata dal progresso tecnologico; il problema \u00e8 stato semmai quello di assistere le persone che perdevano un posto di lavoro obsoleto e divenuto improduttivo, sostenendole nel percorso verso il nuovo.<\/p>\n<p><em><strong>slide n.<\/strong> <strong>6<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Si obietta che riconvertire una lavandaia o un tessitore a un nuovo mestiere \u00e8 molto pi\u00f9 facile che riconvertire un neurochirurgo, al quale un robot abbia rubato il lavoro. \u00c8 vero; ma oggi siamo di fronte a un fenomeno qualitativamente nuovo. Vi porto come esempio quello del robot che sostituisce il neurochirurgo \u201cmani d&#8217;oro\u201d, un neurochirurgo unico nel Sud Europa in grado di fare un&#8217;operazione sul cervello. \u00c8 pi\u00f9 o meno ci\u00f2 che \u00e8 accaduto quattro anni fa all&#8217;Istituto Europeo di Oncologia, centro di eccellenza nella cura dei tumori alle porte di Milano, dove \u00e8 entrato in funzione un robot-chirurgo in grado di eseguire una serie di operazioni sul cervello meglio del chirurgo \u201cmani d\u2019oro\u201d, con aperture di entrata nella scatola cranica molto pi\u00f9 piccole e con esiti post-operatori nettamente migliori. Cito questo caso perch\u00e9 \u00e8 paradigmatico di quello che sta accadendo in centinaia di casi analoghi: il robot ha consentito e consente di effettuare questa operazione non pi\u00f9 soltanto presso l\u2019Istituto Europeo di Oncologia, ma anche in altri ospedali periferici adeguatamente attrezzati, con neurochirurghi di medie capacit\u00e0 che imparano a usare il robot e si abilitano a compiere questa operazione. Un servizio medico che fino a quattro anni fa era riservato ad una \u00e9lite ristretta di malati \u2013 pochissimi rispetto alla quantit\u00e0 di persone che ne avrebbero avuto bisogno \u2013 oggi diventa un servizio che si pu\u00f2 offrire all&#8217;intera platea dei potenziali interessati. \u00c8 una enorme dilatazione dello spazio di lavoro, dove il neurochirurgo \u201cmani d\u2019oro\u201d non perde affatto il posto di lavoro, ma ne modifica radicalmente i contenuti: altri colleghi gli chiedono corsi per imparare ad usare il robot e in pi\u00f9 \u00e8 sempre necessaria la presenza di un neurochirurgo per controllare ci\u00f2 che il robot esegue; c\u2019\u00e8 inoltre da considerare che ogni ospedale periferico che offre questo nuovo servizio ha bisogno di aiuti medici, infermieri, lettighieri, posti letto \u2026 Ci\u00f2 a cui si assiste alla fine \u00e8 un netto aumento della domanda di lavoro in questo settore: altro che \u201cfine del lavoro\u201d!<\/p>\n<p>Questo \u00e8 solo un esempio; ma se considerate che nel mondo dei servizi sanitari, dei servizi d&#8217;istruzione, dell\u2019attivit\u00e0 di ricerca scientifica non c\u2019\u00e8 limite all\u2019aumento possibile della domanda, se considerate che oggi l&#8217;evoluzione tecnologica \u00e8 in grado di mettere questi servizi a disposizione di miliardi di persone, vi potete facilmente convincere che non corriamo il rischio di rimanere senza lavoro. Cos\u00ec come sta accadendo per l&#8217;operazione al cervello, qualcosa di molto analogo sta accadendo in tanti altri settori.<\/p>\n<p><em><strong>slides n. 7-8 <\/strong><\/em><\/p>\n<p>Questa \u00e8 la storia dell&#8217;impatto dell\u2019evoluzione tecnologica sul mercato del lavoro. Ce lo confermano anche i numeri, i dati di cui disponiamo: nel 1977, quarant&#8217;anni fa, c\u2019erano 19 milioni di italiani occupati nel mercato del lavoro, oggi sono 23 milioni. In 40 anni di intenso, crescente e accelerato progresso tecnologico, il tasso di occupazione non \u00e8 diminuito bens\u00ec \u00e8 aumentato. Se invece del dato relativo agli ultimi quarant&#8217;anni vi dessi quello stimato relativo all&#8217;ultimo secolo, il confronto sarebbe ancora pi\u00f9 impressionante: il numero degli occupati in Italia nell\u2019ultimo secolo \u00e8 aumentato di molto, eppure in questo lasso di tempo \u00e8 sparito il 90-95% dei mestieri che si esercitavano all&#8217;inizio. Quello di cui dobbiamo preoccuparci non \u00e8 che le persone restino senza lavoro: gli italiani in et\u00e0 attiva sono oggi 39 milioni (nel diagramma se ne vede la ripartizione), ma saranno 36 milioni nel 2035, 33 milioni nel 2045, 31 milioni nel 2050, 30 milioni nel 2060. Sono proiezioni Istat: se il trend demografico non cambia, se non ci mettiamo a fare pi\u00f9 figli, se l\u2019Italia mantiene il suo assetto attuale, le cose andranno proprio cos\u00ec. Il vero problema del nostro futuro prossimo non \u00e8 l\u2019eccesso di robot, ma la mancanza di italiani al lavoro. Non dimentichiamo che il nostro sistema pensionistico \u00e8 stato messo in equilibrio con la riforma del dicembre 2011 sul presupposto che la base produttiva rimanesse almeno invariata. Se invece la tendenza si confermer\u00e0 questa che il grafico ci mostra, non ci sar\u00e0 legge Fornero capace di tenere in equilibrio il nostro sistema pensionistico: esso andr\u00e0 a gambe all&#8217;aria anche prima del 2060.<\/p>\n<p><strong><em>slide n.9<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Affrontiamo ora la seconda la domanda a cui la mia esposizione si propone di dare almeno un accenno di risposta: quale sar\u00e0 la domanda di lavoro umano nel prossimo futuro, dal punto di vista qualitativo? Cosa possiamo immaginare, che cosa ci dicono le linee di tendenza?<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 10<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Tutto sembra indicare che aumenter\u00e0 la domanda nel settore delle cure mediche e paramediche, perch\u00e9 un numero esponenzialmente crescente di persone al mondo &#8211; compresa l\u2019Italia \u2013 chieder\u00e0 servizi che oggi neppure esistono ma che sar\u00e0 possibile tecnicamente offrire a tutti. Poi crescer\u00e0 la domanda di insegnamento e diffusione della cultura, di ricerca e diffusione delle conoscenze, di assistenza a persone anziane e persone non autosufficienti. Questo \u00e8 un settore dove la tecnologia potenzia il lavoro umano: l\u2019assistenza che richiede competenze specialistiche pu\u00f2 essere resa da un assistente di media preparazione non specialista, poich\u00e9 le nuove tecnologie consentono di organizzare un servizio capillare esteso a tutti, con competenze attraverso il collegamento a distanza. E ancora crescer\u00e0 la domanda di cura dell&#8217;ambiente naturale, di vigilanza per la sicurezza delle persone e cose \u2026 e l&#8217;elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Questa \u00e8 una serie di esempi di settori nei quali non c&#8217;\u00e8 limite al bisogno di lavoro umano e sar\u00e0 sempre pi\u00f9 necessario un lavoro umano assistito dai computer, dalla telematica, forse assistito anche dall&#8217;automazione, dal robot.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p><em><strong>slide n. 11<\/strong><\/em><\/p>\n<p>A questo punto si pone la domanda: potenzialmente c&#8217;\u00e8 lavoro per tutti, d\u2019accordo, ma sar\u00e0 un lavoro buono o cattivo? Quanti saranno in grado di approfittare dello <em>shock<\/em> tecnologico e di compiere un <em>upgrading<\/em>, una crescita professionale, una crescita di conoscenze che consenta loro di utilizzare le nuove tecnologie? Questo \u00e8 un problema grave. Gi\u00e0 oggi assistiamo a un aumento delle disuguaglianze tra lavoratori forti e lavoratori deboli, dove per forti si intendono i lavoratori capaci di \u201csaltare sul tram\u201d \u2013 o se preferite \u201csul treno ad alta velocit\u00e0\u201d \u2013 dell&#8217;evoluzione tecnologica, per deboli quelli che non ne sono capaci. L&#8217;aumento delle disuguaglianze che si misura in modo impressionante \u2013 non \u00e8 un fatto soltanto italiano, ma planetario \u2013 non \u00e8 dovuto solo a questo: \u00e8 dovuto anche a un aspetto della globalizzazione che vede i lavoratori dequalificati dei Paesi in via di sviluppo entrare in concorrenza con i lavoratori poco qualificati del mondo pi\u00f9 ricco: ci\u00f2 indebolisce la parte dei lavoratori meno qualificati, li mette in difficolt\u00e0, poich\u00e9 la concorrenza fa abbassare i prezzi. Nella fascia bassa le condizioni \u00a0tendono effettivamente a peggiorare e il rischio rilevante \u00e8 che questa polarizzazione si aggravi. Il problema non \u00e8 la fine del lavoro, ma quanto le persone saranno capaci di prendere per s\u00e9 la parte buona del lavoro che offre l&#8217;evoluzione tecnologica; oggi c&#8217;\u00e8 un rischio molto maggiore rispetto a trenta-quarant&#8217;anni fa che una parte della popolazione non riesca a cogliere questo cambiamento, a \u201csalire su questo tram\u201d.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 12<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Il vecchio sistema di protezione del lavoro rischia di diventare una trappola. \u00c8 necessario, oggi, considerare che il ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate e delle strutture produttive, persino l\u2019obsolescenza dei prodotti stessi \u00e8 enormemente accelerata rispetto ai decenni passati; \u00e8 un ritmo che trenta-quarant&#8217;anni fa si misurava in decenni \u2013 sicontava in decenni il tempo necessario perch\u00e9 una macchina per cucire o una macchina per scrivere diventasse obsoleta e sostituita da qualche cosa di radicalmente diverso \u2013 mentre oggi lo si misura in mesi.<\/p>\n<p>Ora, se il ritmo di obsolescenza delle strutture produttive e delle tecniche applicate accelera in questo modo, spingere e aiutare le persone ad aggrapparsi con le unghie e coi denti al vecchio lavoro vuol dire cacciarli in un vicolo cieco. Noi non ci rendiamo conto di un errore che commettiamo quotidianamente, nel nostro Paese, un errore che qualcuno teorizza invece come modo giusto di affrontare i problemi occupazionali: difendere le strutture esistenti anche quando tutto indica che queste strutture non reggono pi\u00f9 il ritmo di evoluzione del sistema, incoraggiare i lavoratori a rimanerci aggrappati facendone addirittura una questione di etica sociale (si mobilitano i sindacati, i giornalisti, la stessa Chiesa: le Pastorali diocesane del lavoro incoraggiano i lavoratori a rimanere aggrappati all&#8217;azienda che minaccia di chiudere\u2026 ). La soluzione non pu\u00f2 essere quella di tenere in vita con la respirazione artificiale quell&#8217;impresa \u2013 magari facendole sconti sulle tasse e sulle retribuzioni, perch\u00e9 per tenerla in vita i lavoratori vengono invitati a decurtarsi le retribuzioni \u2013 quando in Italia abbiamo permanentemente a disposizione una platea di mezzo milione di situazioni di <em>skill shortage <\/em><a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><strong>[3]<\/strong><\/a> (stima fatta sulla base dei dati Unioncamere Excelsior e altri studi), cio\u00e8 posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di persone con le attitudini adatte. Sono almeno 500.000 i posti di lavoro che si potrebbero ricoprire senza bisogno di nuovi investimenti, salvo l\u2019investimento in formazione: le imprese li offrono senza chiedere agevolazioni o riduzioni di retribuzione; e per la maggior parte sono posti di lavoro a qualificazione media o alta. La filiera della meccatronica manca drammaticamente di operai del duemila \u2013 che devono essere dei diplomati di istituto tecnico, se non addirittura dei laureati triennali \u2013 operai del futuro che devono saper usare internet, il computer, dominare il processo produttivo. \u00c8 evidente che non si formano questi lavoratori in quattro e quattr\u2019otto, ma certamente la soluzione non \u00e8 tenere in piedi a tutti i costi l&#8217;impresa decotta o lasciare che chiuda mantenendo i lavoratori per anni e anni in Cassa integrazione: questo \u00e8 un modo sbagliato di difendere l&#8217;occupazione e di sostenere i lavoratori nel mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Il nuovo sistema di protezione dovr\u00e0 essere centrato sul diritto a una formazione efficace, un\u2019espressione questa che pu\u00f2 sembrare una formula vaga, mentre ha un significato molto preciso e concreto: formazione efficace significa una formazione di cui si possa conoscere preventivamente il tasso di coerenza con lo sbocco occupazionale probabile. Come fanno i Paesi pi\u00f9 avanzati del nostro a rilevare il tasso di coerenza? C\u2019\u00e8 una anagrafe degli iscritti ai corsi di formazione \u2013 un po\u2019 come l&#8217;anagrafe scolastica che consente alla Fondazione Agnelli di misurare l\u2019efficienza e l&#8217;efficacia dell&#8217;istruzione secondaria con il suo osservatorio Eduscopio \u2013 si prendono i dati dell&#8217;anagrafe della formazione, li si incrociano con i dati delle comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro e si misura al millimetro quanta occupazione coerente con la formazione impartita ciascun centro di formazione ha prodotto. Ci sar\u00e0 il centro buono che avr\u00e0 l\u201980-90% di esiti positivi, quello meno buono il 50-60%, quello cattivo il 20-25% o persino meno. \u00c8 un dato molto concreto. Quando si parla di diritto alla formazione efficace, si intende principalmente diritto a conoscere qual \u00e8 la formazione efficace e quale non \u00e8, conoscerlo per tempo.<\/p>\n<p>\u00c8 indispensabile avere un servizio di orientamento scolastico e professionale che fornisca questi dati, capillarmente, a ogni adolescente all&#8217;uscita di ogni ciclo scolastico. Di ciascuno devono essere studiate le attitudini e le aspirazioni, per poi informarlo sui corsi che realmente possono soddisfare quelle aspirazioni e valorizzare quelle attitudini: questo \u00e8 l&#8217;orientamento scolastico e professionale, non l\u2019<em>open-day<\/em> o le due ore in aula <em>ma<\/em><em>gna<\/em> con qualcuno che parla genericamente ai ragazzi di quinta del mercato del lavoro. Cos\u00ec \u00e8 attualmente strutturato l\u2019orientamento scolastico nel nostro Paese, anche in Lombardia, regione che pure \u00e8 pi\u00f9 avanzata di altre sul terreno dei servizi al mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Il diritto a una formazione efficace passa attraverso un monitoraggio rigoroso, severo, della qualit\u00e0 della formazione impartita, eseguito senza piet\u00e0. I centri di formazione con il tasso di coerenza del 20-30%, ma anche del 40%, vanno chiusi. Perch\u00e9 non li chiudiamo? La prima ragione \u00e8 che non abbiamo a disposizione questi dati: le Regioni si rifiutano di attivare questo meccanismo, materia di competenza esclusiva delle regioni, perch\u00e9 le Regioni mettono al primo posto l&#8217;interesse degli addetti anzich\u00e9 l&#8217;interesse degli utenti; e tra gli addetti metto anche gli assessori regionali alla formazione che preferiscono avere mani libere nell\u2019amministrazione dei grandi flussi di finanziamento ai centri di formazione, piuttosto che vedersi vincolati a un dato oggettivo di efficacia dei singoli corsi. Il discorso vale anche per la scuola: abbiamo un sistema di formazione e di educazione che mette al primo posto l&#8217;interesse degli addetti e non l&#8217;interesse degli utenti. Il diritto a una formazione efficace significa principalmente rovesciare questo paradigma, mettendo al centro l\u2019interesse di lavoratori e imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">*<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 13<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Veniamo ora all&#8217;altra domanda: quale lavoro? E chi vince la partita? L&#8217;intelligenza artificiale o l&#8217;intelligenza umana, l\u2019uomo o il robot? Di questo si discute moltissimo, a volte in modo poco serio, in altri casi con studi interessantissimi, con gruppi di ricerca che mettono insieme tecnologi, filosofi, scienziati del settore delle neuroscienze. Il panorama della letteratura prodotta da questo insieme di studi non consente, per\u00f2, a tutt\u2019oggi, di dare una risposta n\u00e9 in un senso n\u00e9 nell&#8217;altro, se ci riferiamo al lungo periodo.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 14<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Che cosa sar\u00e0 della gara tra l\u2019uomo e la macchina nel 2100? Non lo sappiamo, non possiamo dirlo con sicurezza. Una cosa, per\u00f2, possiamo dire con buona certezza: ci sono ottime ragioni per ritenere che almeno nel medio termine \u2013 mi riferisco anche alle vite dei pi\u00f9 giovani in questa sala \u2013 l&#8217;intelligenza umana rester\u00e0 nettamente superiore, avr\u00e0 degli spazi nei quali non temer\u00e0 alcun confronto con l&#8217;intelligenza artificiale. Perch\u00e9? L\u2019intelligenza che manca ai robot \u00e8 per esempio l&#8217;empatia, la capacit\u00e0 di mettersi nei panni altrui. I robot sono privi dei neuroni-specchio, cio\u00e8 di quei neuroni che fanno s\u00ec che soffriamo quando vediamo soffrire o gioiamo quando vediamo gioire. Conseguentemente, un&#8217;intelligenza che manca ai robot \u00e8 l\u2019intelligenza sociale, la capacit\u00e0 di capire, conoscere le dinamiche collettive. I robot non hanno, e non avranno ancora a lungo, la capacit\u00e0 di riconoscere il talento delle persone e le sue potenzialit\u00e0 al di fuori delle caselle individuate burocraticamente. I robot non hanno, e difficilmente avranno nel breve periodo e nel medio, la capacit\u00e0 di promuovere le interferenze organizzative e l&#8217;uscita dagli schemi, quando invece l&#8217;economia del futuro sar\u00e0 un&#8217;economia caratterizzata dal successo delle organizzazioni capaci di generare e promuovere l\u2019uscita dai vecchi schemi.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 15<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che oggi l&#8217;intelligenza artificiale funziona grazie a un miliardo circa di transistor che consumano molta energia; mentre l&#8217;intelligenza umana pu\u00f2 contare su circa centomila miliardi di sinapsi cerebrali, che per attivarsi consumano pochissima energia. Gli scienziati che si occupano di intelligenza artificiale riconoscono che siamo ancora lontanissimi dal produrre qualcosa paragonabile al cervello umano. Questo significa per\u00f2 che dobbiamo essere capaci di valorizzare il nostro cervello, dono di natura straordinario, certo inferiore alle macchine nel puro e semplice calcolo, ma imbattibile su molti altri terreni di importanza decisiva.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 16<\/em><\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;intelligenza artificiale \u00e8 ancora lontanissima, come si \u00e8 detto, dal produrre l&#8217;empatia, sia essa intesa come il sapersi mettere nei panni di un&#8217;altra persona singola, sia come il sapersi mettere in sintonia con una collettivit\u00e0, un gruppo scolastico, aziendale, civile o di altro genere. Al personale direttivo, al capo-squadra, al coordinatore si chieder\u00e0 una empatia cognitiva: la capacit\u00e0 di capire dal di dentro i profili personali e inventare incentivi riferiti alla capacit\u00e0 di interazione tra le persone, e al tempo stesso anche una empatia emotiva, ovvero la capacit\u00e0 di gestire le conflittualit\u00e0 identificandosi con ciascuna delle parti. Un\u2019azione che solo noi umani sappiamo compiere.<\/p>\n<p><strong><em>slides n. 17-18<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Per capire le dinamiche collettive, le scienze sociali \u2013 soprattutto l&#8217;economia, la sociologia, ma ora anche il diritto \u2013 attingono sempre di pi\u00f9 al patrimonio di conoscenze teoriche prodotto dalle neuroscienze; allo stesso modo devono attingervi i responsabili della gestione delle risorse umane. Sar\u00e0 necessario riconoscere e valorizzare il talento delle persone non dando per conosciute le loro capacit\u00e0 sulla base dell&#8217;accertamento iniziale all\u2019atto dell\u2019assunzione, e del conseguente inquadramento in una casella professionale, ma consentendo loro di esprimersi nel lavoro anche al di fuori di quella casella: un aspetto importante di quell\u2019\u201cuscire dagli schemi\u201d cui facevo riferimento prima, che significa anche aprire spazi di contendibilit\u00e0 delle funzioni, che \u00e8 l\u2019esatto contrario dell\u2019approccio burocratico.<\/p>\n<p><strong><em>slide n.19<\/em> <\/strong><\/p>\n<p>In questo mondo in continua e rapida evoluzione, nessuno deve considerarsi titolare di una funzione per sempre: ciascuno deve potere essere sfidato dal pi\u00f9 giovane, dall\u2019<em>outsider<\/em> che ha idee nuove, una capacit\u00e0 nuova di affrontare i vecchi problemi. Per essere contendibili, i ruoli devono essere comunicanti tra loro: occorre incoraggiare la circolazione delle informazioni delle idee nuove, le interferenze funzionali, le autocandidature alle nuove funzioni ma anche alle vecchie. Troppo spesso abbiamo un sistema aziendale \u2013 mi riferisco anche, anzi potrei dire soprattutto, al nostro sistema scolastico \u2013 nel quale la contendibilit\u00e0 della funzione didattica \u00e8 pari a zero, nel quale non c&#8217;\u00e8 alcun incoraggiamento a candidarsi alla funzione svolta dall&#8217;<em>insider<\/em> da parte dell&#8217;<em>outsider<\/em>.<\/p>\n<p><em><strong>slide n.20<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Nel nuovo mondo sar\u00e0 invece sempre pi\u00f9 necessario che questo accada. \u00c8 evidente che questo potr\u00e0 creare una situazione di per s\u00e9 pi\u00f9 ansiogena: chi lavora \u00e8 pi\u00f9 sereno se sa che nessuno gli contende la funzione, con un diritto soggettivo che nessuno glielo tolga per la vita intera. Anche l&#8217;<em>outsider<\/em>, del resto, vive pi\u00f9 tranquillo se sa che quella porta gli \u00e8 irrimediabilmente chiusa; sapere che si potrebbe accedere a quella funzione, che ci si pu\u00f2 mettere in grado di farlo, genera ansia, stress, significa chiedersi: \u201cma forse devo far qualcosa di pi\u00f9, forse val la pena fare qualcosa, investire qualcosa di pi\u00f9\u201d. Dobbiamo sapere che nel futuro, proprio per la maggiore rapidit\u00e0 richiesta, le nuove strutture produttive \u2013 se vorranno eccellere \u2013 dovranno praticare la contendibilit\u00e0 delle funzioni, mettere in atto questa mobilit\u00e0. Saranno strutture che genereranno maggiore ansia negli addetti: questo \u00e8 in qualche misura inevitabile, a meno che non si preferisca la tranquillit\u00e0 di un elettroencefalogramma piatto. Se vogliamo entrare nel mondo da protagonisti, \u00e8 necessario costruire la sicurezza delle persone non sull&#8217;ingessatura del posto di lavoro, non sulla garanzia del posto a vita, della non-contendibilit\u00e0 della funzione, ma sulla sicurezza, il sostegno, l&#8217;assistenza efficace nella transizione dal vecchio al nuovo lavoro: questa \u00e8 la sicurezza del futuro. Se si sapr\u00e0 costruire un sistema che dia sicurezza non tanto nel singolo posto, quanto nel mercato del lavoro, l&#8217;ansia del lavoro ci sar\u00e0, ma sar\u00e0 compensata da una sicurezza riguardo al proprio futuro economico, alla disponibilit\u00e0 della strumentazione necessaria per poter accedere al nuovo lavoro a cui si aspira.<\/p>\n<p>Questo significa che \u00e8 indispensabile realizzare qualcosa che in Italia oggi non c&#8217;\u00e8, qualcosa che vede l\u2019Italia molto indietro rispetto ai maggiori partner europei: in Italia, il sistema della formazione e dell&#8217;educazione non \u00e8 responsabilizzato in relazione ai risultati, non \u00e8 misurato nella sua efficacia, non \u00e8 caratterizzato da alcuna contendibilit\u00e0 della funzione; \u00e8 un sistema opaco e non reattivo, \u00e8 un sistema che funziona male, non idoneo a garantire il diritto del futuro, che \u00e8 il diritto alla formazione efficace.<\/p>\n<p><em><strong>slide n.21<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Per finire, affronto ora il tema del cambiamento, del rovesciamento del paradigma del mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Come ho anticipato all\u2019inizio di questo intervento presentando il piano di questa esposizione, la globalizzazione fa s\u00ec che il mercato del lavoro non sia pi\u00f9 soltanto il luogo dove l&#8217;imprenditore sceglie i propri collaboratori e i collaboratori sono solo scelti, ma \u00e8 sempre di pi\u00f9 un luogo dove sono anche i lavoratori a scegliere l&#8217;impresa. Di questo fatto avete una prima evidenza anche sul piano individuale, quando vediamo i nostri ragazzi pi\u00f9 intraprendenti, coraggiosi, preparati, guardarsi intorno \u2013 al di l\u00e0 delle porte di casa, dei confini del comune in cui sono nati e vissuti \u2013 e allargare il proprio raggio di mobilit\u00e0 spostandosi in un\u2019altra parte d\u2019Italia oppure anche spostandosi in un\u2019altra nazione: questo \u00e8 il caso in cui assistiamo a lavoratori potenziali che scelgono l&#8217;imprenditore pi\u00f9 capace di valorizzare le loro capacit\u00e0, attitudini, di soddisfare le loro aspirazioni. Ebbene, oggi questo fenomeno si manifesta molto pi\u00f9 diffusamente rispetto al passato: la possibilit\u00e0 del singolo di scegliere l&#8217;impresa dove collocarsi, a cui chiedere di valorizzare il proprio lavoro, \u00e8 molto maggiore rispetto al passato; ma la novit\u00e0 pi\u00f9 rilevante, che colpisce sul piano concettuale, \u00e8 che assistiamo sempre pi\u00f9 diffusamente al fenomeno del lavoratore, inteso come \u201ccollettivo\u201d, che ingaggia l&#8217;imprenditore: un insieme di lavoratori seleziona tra gli imprenditori in giro per il mondo quello che vuole ingaggiare.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 22<\/em><\/strong><\/p>\n<p>Per avere una idea intuitiva di questo, vi faccio l\u2019esempio del caso Alitalia del 2008, quando quell\u2019azienda versava in una crisi gravissima. Il vecchio imprenditore Alitalia S.p.A. era sostanzialmente fallito e il collettivo dei lavoratori dipendenti aveva di fronte tre candidati imprenditori: Lufthansa, Air France-KLM e lo Stato, poich\u00e9 c&#8217;era anche l&#8217;ipotesi del perdurare della nazionalizzazione, cio\u00e8 che l\u2019azienda rimanesse impresa a partecipazione statale. Lufthansa si ritir\u00f2 subito perch\u00e9 fu comunicato alla Compagnia che le sue richieste non andavano bene ai lavoratori e con questo i sindacati chiusero subito quella porta. Apertasi la trattativa con Air France-KLM nel marzo 2008, l\u2019Amministratore Delegato Spinetta venne in Italia a discutere lungamente con CGIL-CISL-UIL del piano industriale che lui proponeva; ma i sindacati rifiutarono anche la sua proposta, prima ancora che Berlusconi, vincitore delle elezioni dell\u2019aprile di quell\u2019anno, mettesse il sigillo del \u201cno\u201d governativo sulla chiusura della trattativa con Air France-KLM. I lavoratori scelsero di rimanere \u201cimpresa italiana\u201d perch\u00e9 \u2013 ce lo disse esplicitamente il capo di una delle tre confederazioni sindacali maggiori \u2013 preferivano avere dall&#8217;altra parte del tavolo \u201cun imprenditore che parlasse italiano\u201d. Privilegiando cos\u00ec l&#8217;italianit\u00e0 dell&#8217;interlocutore rispetto alla sua competenza e alla bont\u00e0 del suo piano industriale. Cos\u00ec la compagnia aerea venne consegnata alla famosa \u201ccordata dei capitani coraggiosi\u201d, italianissimi tutti, ma dei quali nessuno aveva mai fatto volare un aereo\u2026 Ecco questo \u00e8 un caso in cui il sindacato ha svolto male il proprio mestiere guidando i lavoratori nella selezione e nella scelta dell\u2019imprenditore.<\/p>\n<p><em><strong>slide n. 23<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Oggi il sindacato ha un nuovo compito specifico: essere l\u2019intelligenza collettiva dei lavoratori che consente loro di valutare i piani industriali, l&#8217;etica industriale dell&#8217;imprenditore che si candida, la sua affidabilit\u00e0, e guidare i lavoratori nella negoziazione di una scommessa comune con il soggetto prescelto.<\/p>\n<p>Un altro esempio di lavoratori che scelgono l&#8217;imprenditore \u00e8 quello offerto dalla vicenda di Pomigliano d&#8217;Arco e Mirafiori del 2010: l\u00ec la scelta di fronte alla quale i lavoratori si trovavano era tra l\u2019avere come imprenditore Sergio Marchionne, oppure lo Stato. Un sindacato allora invit\u00f2 i lavoratori a dire no a Marchionne, scegliendo cos\u00ec la nazionalizzazione come unica alternativa. In quel caso, i lavoratori scelsero Marchionne approvando il suo piano industriale: una scelta che \u2013 a otto anni di distanza \u2013 sembra essere stata di gran lunga la migliore.<\/p>\n<p>Furono i lavoratori a scegliere e a decidere: con quei referendum i lavoratori ingaggiavano o licenziavano un imprenditore. Oggi questo accade sempre pi\u00f9 spesso: \u00e8 accaduto a Sunderland, nel Nord depresso dell\u2019Inghilterra, quando i lavoratori, con uno dei loro sindacati, scelsero la Nissan perch\u00e9 aveva il piano industriale pi\u00f9 promettente, in grado di dar vita allo stabilimento pi\u00f9 produttivo del mondo nel settore dell&#8217;<em>automotive<\/em>. Fu una scelta compiuta dai sindacati insieme al Governo britannico; ma non \u00e8 arbitrario pensare che attraverso sindacati e Governo sia stato il collettivo dei lavoratori a ingaggiare l\u2019imprenditore straniero negoziando con lui la scommessa comune sul suo piano industriale.<\/p>\n<p>Questo sar\u00e0 sempre pi\u00f9 il mestiere del sindacato in un mondo in cui si muovono sempre pi\u00f9 facilmente non solo le persone, le merci e le idee, ma anche i capitali, i piani industriali, gli imprenditori. C\u2019\u00e8 un\u2019ampia platea mondiale di imprenditori che possono essere interessati a venire a lavorare da noi, a valorizzare il nostro lavoro; ma dobbiamo saper negoziare con loro la scommessa comune: torna centrale l&#8217;intelligenza collettiva, l&#8217;intelligenza sociale.<\/p>\n<p><strong><em>slide n. 24<\/em> <\/strong><\/p>\n<p><strong>Annalisa Cristini<\/strong><\/p>\n<p>Il mio compito \u00e8 moderare il dibattito che, dopo la relazione del prof. Ichino, credo sar\u00e0 molto vivace, soprattutto alla luce del fenomeno dirompente del cambiamento tecnologico derivato dall&#8217;automazione e dalla robotizzazione. Molti di voi sono dirigenti scolastici, altri sindacalisti, altri studenti, pertanto per ognuno ci sono\u00a0riflessioni e spunti di dibattito interessanti. Solo una breve premessa per cercare di riassumere alcuni elementi chiave emersi. In merito al fenomeno analizzato ci sono buone notizie: la prima \u00e8 che non \u00e8 vero che non ci sar\u00e0 pi\u00f9 lavoro; la storia ci ha mostrato che \u00e8 gi\u00e0 successo, sebbene sia evidente che l\u2019innovazione tecnologica della robotica sia particolare rispetto a uanto avvenuto in passato e l&#8217;intelligenza artificiale porter\u00e0 le macchine a svolgere sempre pi\u00f9 mansioni con destrezza e maggiore precisione, come nell\u2019esempio\u00a0del neurochirurgo; l&#8217;altra buona notizia \u00e8 che l&#8217;intelligenza umana\u00a0ha potenzialit\u00e0 molto superiori all&#8217;intelligenza artificiale. Le notizie meno buone sono che questo cambiamento \u00e8 velocissimo e, come ogni volta che ci sono dei cambiamenti, ci sono delle resistenze poich\u00e9 non \u00e8 facile cambiare una situazione che gi\u00e0 si conosce e nella quale ci si sente pi\u00f9 sicuri. Fronteggiare il cambiamento opponendosi\u00a0\u00e8 la strada sbagliata da perseguire e questo riguarda sia le istituzioni che devono avere il coraggio di evitare di proteggere posti di lavoro che non hanno futuro, come negli esempi riportati, sia tutto il sistema di formazione e la scuola che devono prepararsi e fare da guida. Un paio di dati importanti da aggiungere a quelli illustrati dal prof. Ichino in merito alla non-coerenza tra ci\u00f2 che viene studiato e quello che poi si va a svolgere: il primo \u00e8 che in Italia\u00a0il 35% dei lavoratori lavora in ambiti diversi rispetto ai quali si \u00e8 formato; l&#8217;altro elemento che emerge da una pubblicazione OCSE<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> sulle competenze &#8211; \u201cquali sono le competenze giuste, come faccio ottenere le competenze giuste\u201d &#8211; \u00a0confrontate ad altre in Paesi diversi, \u00e8 che oggi l\u2019Italia ha paradossalmente una carenza di quelle competenze che saranno via via sempre pi\u00f9 necessarie per il futuro. Ci\u00f2 significa che non abbiamo ancora iniziato\u00a0seriamente il processo di preparazione &#8211; sia da parte delle imprese che dal sistema di formazione\u00a0&#8211; che servir\u00e0 per fronteggiare il cambiamento: un cambiamento che richieder\u00e0 competenze sostanzialmente di tipo cognitivo (non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 la necessit\u00e0 di grossi lavori manuali, routinari o ripetitivi), di ragionamento, capacit\u00e0 deduttiva, pensiero critico, saper leggere, ascoltare con attenzione.<\/p>\n<p>Attendiamo le vostre domande, anche da coloro che ci stanno seguendo via Facebook. Vi chiederei cortesemente\u00a0prima di porre il vostro quesito di fornire nome e cognome e possibilmente il tipo di occupazione, questo ci serve per comprendere la vostra esperienza e riflessioni in funzione del ruolo che ricoprite.<\/p>\n<p><strong>Antonio Censi<\/strong><\/p>\n<p>Sono un sociologo in pensione, ma sempre attivo nella ricerca. L&#8217;educazione al cambiamento \u00e8 fondamentale, ma i cambiamenti nelle dimensioni della pervasivit\u00e0 che ha descritto il prof. Ichino genereranno sempre pi\u00f9 situazioni di sofferenza umana che non devono essere sottovalutate, perch\u00e9 ci aiutano anche a comprendere la situazione politica che si sta drammaticamente vivendo in molti paesi occidentali. Il cambiamento deve essere accompagnato e aiutato da una educazione preventiva e al tempo stesso le persone coinvolte necessitano di essere sostenute\u00a0nella loro esperienza di sofferenza. In questo ambito si aprono nuovi campi occupazionali che riguardano la psicologia del lavoro, la psicologia nelle organizzazioni: servizi che sono gi\u00e0 in atto, ma che le aziende in questi anni di crisi hanno tagliato drasticamente\u00a0causando un aumento ulteriore della sofferenza umana.<\/p>\n<p><strong>Francesco De Lucia<\/strong><\/p>\n<p>Ho una societ\u00e0 di consulenza aziendale per imprese private e pubbliche. Mi domando\u00a0se tutti i cambiamenti che sono in corso nella societ\u00e0, soprattutto in Italia, non scontano quella che io rilevo una assoluta mancanza di merito, sia nel settore pubblico che privato, o un merito nel privato basato molto \u201csull\u2019occhio del padrone&#8221; piuttosto che su criteri oggettivi e obiettivi concordati. Sono tutti elementi che determinano insoddisfazione; diversamente sarebbe se si gestisse l\u2019innovazione definendo un percorso condiviso dal quale trarne tutti un vantaggio, in modo da gestire un cambiamento piuttosto che subirlo. Vorrei richiamare l\u2019attenzione sul fattore stress: in Europa, secondo una ricerca EU-OSHA<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>, il costo stress-lavoro correlato \u00e8 di 517 miliardi annui riferiti a problemi sanitari, carenza di produttivit\u00e0 e problematiche inerenti, pertanto \u00e8 bene non sottovalutare un dato di questo genere e attivarsi per fare di pi\u00f9 per il benessere e l&#8217;organizzazione dei risultati.<\/p>\n<p><strong>Maurizio Chiappa<\/strong><\/p>\n<p>Sono un dirigente scolastico di un Istituto tecnico. Eduscopio<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a> \u00a0ha oggi rilasciato la pubblicazione dei risultati delle sue analisi sui quali vorrei fare alcune riflessioni richiamando l\u2019attenzione del prof. Ichino che seguo da molto tempo. Eduscopio ha una struttura nella quale c&#8217;\u00e8 a priori la suddivisione per scuole: se devo frequentare l&#8217;universit\u00e0 sono contemplati solo i licei, se sono orientato al lavoro ci sono solamente le scuole tecniche o scuole professionali. La mia scuola ha circa il 70% di coerenza per i diplomati, ma portando l\u2019esempio di un mio diplomato di informatica che va in azienda Tenaris a svolgere il ruolo di informatico, questi &#8211; secondo l\u2019analisi &#8211; ha sbagliato sbocco, perch\u00e9 Tenaris secondo le Cob (Comunicazioni obbligatorie) \u00e8 una azienda metalmeccanica. Un altro elemento di osservazione: sono stati recentemente creati otto <em>Competence Center<\/em> nella cui realizzazione per\u00f2 le scuole non sono state coinvolte. Il mio Istituto tecnico ha vari indirizzi specialistici: informatica, telecomunicazione, elettronica e altro, con l\u2019obiettivo di creare quello che lei ha definito &#8220;i nuovi operai, gli operai del 2000&#8221; &#8211; persone che possono entrare in azienda e capire come funziona l&#8217;azienda, stare al passo -, \u00e8 quindi un peccato che i luoghi pensati per comprendere quali siano le competenze necessarie nel futuro non includano le scuole tecniche. Personalmente, mi piacerebbe che la scuola tecnica diventasse come era negli anni &#8217;30-40-50 del secolo scorso: le scuole per l\u2019innovazione, collegate con le aziende e il territorio, dove ognuno fa la propria parte ma collaborativamente per preparare persone che abbiano capacit\u00e0 di pensare, capacit\u00e0 critica e che sappiano fare.<\/p>\n<p><strong>Ornella Scandella<\/strong><\/p>\n<p>Pi\u00f9 professioni nella vita, docente, ricercatrice e &#8211; per hobby e studio &#8211; orientatrice. Seguendo l&#8217;intervento ho raccolto alcuni spunti, in particolare quello della contendibilit\u00e0 delle funzioni rispetto al cambiamento dello scenario organizzativo. La contendibilit\u00e0 implica da una parte una competitivit\u00e0\u00a0 aumentata &#8211; con aspetti positivi, ma anche ansiogeni, a fianco anche di una sicurezza economica -, dall&#8217;altra un rischio di disuguaglianze che va sempre pi\u00f9 aumentando. La mia domanda \u00e8: come facciamo a conciliare queste prospettive con l&#8217;agenda 2030 posta dall&#8217;ONU che chiede una sostenibilit\u00e0 non soltanto ambientale, ma anche economica, sociale e culturale? In particolare, rispetto alla sostenibilit\u00e0 sociale, come conciliamo tutti questi aspetti che si aprono con il nuovo lavoro con le richieste ONU e gli appelli di altre associazioni? Ci offre qualche idea, qualche spunto?<\/p>\n<p><strong>Giuseppe Mul\u00e8<\/strong><\/p>\n<p>53 anni di lavoro alle spalle, di cui 35 come dirigente di un Istituto di ricerca e collaudi e altri 18 di professore a contratto al Politecnico, in entrambi i ruoli nell&#8217;ambito della pubblica amministrazione. Alcuni fattori hanno condizionato il mio ascolto della relazione del prof. Ichino: il cenno alla pubblicazione di un suo libro di diversi anni fa sulla pubblica amministrazione e l\u2019odierna mancanza di un riferimento specifico alla pubblica amministrazione in Italia, non nel mondo. Sappiamo che in Italia c\u2019\u00e8 una pubblica amministrazione capace di vanificare qualunque tentativo di avanzamento? L\u2019altro elemento che mi ha particolarmente colpito \u00e8 il bisogno della forza lavoro di cercare un datore di lavoro. Mi chiedo: come si fa a trovare un datore di lavoro serio nella pubblica amministrazione? Dalla mia esperienza, le tecniche con le quali all&#8217;interno della pubblica amministrazione si riesce a bloccare qualunque tentativo di innovazione &#8211; anche metodi intelligenti e sofisticati, nell&#8217;interesse stesso della amministrazione &#8211; sono infinite: purch\u00e9 &#8220;tu non crei problemi&#8221;, lasciano fare quello chesi vuole. Mi chiedo se riusciremo mai ad avere una pubblica amministrazione in grado di affrontare il cambiamento a fronte del suo sistema attuale e, non per ultimo, il cambiamento del suo atteggiamento psicologico. Come facciamo a confrontarci con l&#8217;Europa con una pubblica amministrazione come questa?<\/p>\n<p><strong>Pietro Ichino<\/strong><\/p>\n<p>Il problema del funzionamento della macchina pubblica \u00e8 centrale. Vorrei fare presente che quando parlo di scuola, formazione professionale, centri per l&#8217;impiego, rete dei servizi al mercato del lavoro, parlo di amministrazione pubblica; e rimane funzione pubblica anche laddove si scelga di ribaltarne il meccanismo di funzionamento tradizionale coinvolgendo gli operatori privati, per esempio secondo il meccanismo dell&#8217;Assegno di Ricollocazione previsto dalla riforma del 2015, che prevede che il lavoratore possa scegliere da chi farsi fornire il servizio dell&#8217;assistenza per la ricollocazione e si paga solo l&#8217;operatore che realizza l&#8217;obiettivo, cio\u00e8 il <em>success<\/em><em>ful placing<\/em> come lo chiamano in Inghilterra o in Olanda. Questa \u00e8 amministrazione pubblica, e mi riferisco a un\u2019amministrazione che non funziona pi\u00f9 secondo il vecchio schema sonnacchioso in cui la regola fondamentale \u00e8 \u201cpurch\u00e9 non si creino problemi\u201d, nulla turbi il sopore generale, bens\u00ec a una amministrazione pubblica che si doti di un <em>management<\/em> responsabilizzato su obiettivi specifici, misurabili, precisi, collegati a scadenze temporali precise, e in relazione a questi venga premiato o rimosso.<\/p>\n<p>Quanto al tema della scuola e del controllo sull\u2019efficacia dell&#8217;insegnamento e del servizio scolastico, la Fondazione Agnelli ci sta provando: \u00e8 il primo tentativo di rilevazione in Italia. Pu\u00f2 essere forse difettoso, impreciso, con errori nella determinazione dei criteri di valutazione\u2026 per\u00f2 per la prima volta si comincia a effettuare la misurazione dell&#8217;efficacia della funzione pubblica: un\u2019azione fino a oggi a noi totalmente aliena, eppure necessaria, perch\u00e9 se non c&#8217;\u00e8 la capacit\u00e0 di valutazione, non c&#8217;\u00e8 neanche la possibilit\u00e0 di responsabilizzare il <em>management<\/em>. Porto a esempio, perch\u00e9 l&#8217;ho studiato molto da vicino, il sistema scolastico britannico. In questo Paese, c&#8217;\u00e8 una grande agenzia indipendente pubblica \u2013 la Ofsted <a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><strong>[7]<\/strong><\/a> \u2013 che misura a tappeto l&#8217;efficacia dell&#8217;insegnamento impartito in ogni istituto scolastico. Uno dei suoi tre criteri fondamentali \u00e8 l&#8217;analisi degli sbocchi successivi all&#8217;uscita dei ragazzi con il diploma, un monitoraggio realizzato esattamente con il sistema che sta cercando di cominciare ad applicare Eduscopio, l\u2019osservatorio della Fondazione Agnelli, e che domani dovrebbe essere una attivit\u00e0 affidata a una vera agenzia pubblica che la realizzi pienamente, un po\u2019 come Invalsi si propone faticosamente di fare incontrando enormi resistenze.<\/p>\n<p>Come fa la Ofsted a dare un <em>rating<\/em> a ciascun istituto scolastico? Confronta gli esiti tra le posizioni di partenza e quelle di uscita degli studenti, perch\u00e9 non \u00e8 la stessa cosa insegnare nel centro di Londra o in una periferia degradata. La Ofsted \u00e8 attentissima a misurare la qualit\u00e0 in ingresso dei ragazzi \u2013 perch\u00e9 conosce il dato sulla loro origine \u2013 e sulla base di quello ottiene dei dati nei quali appaiono istituti che non sono l&#8217;eccellenza, ma sono in cima alla graduatoria perch\u00e9 rispetto al punto di partenza fanno pi\u00f9 di quanto non faccia la scuola nel centro di Londra, che pure in assoluto produce risultati apparentemente migliori. Ci sono altri indici sui quali Ofsted costruisce la sua valutazione, di cui uno \u00e8 la valutazione delle famiglie: \u00e8 un indice fondamentale, perch\u00e9 le famiglie hanno una precisione chirurgica nell&#8217;individuare le cose che non funzionano nella struttura scolastica; bisogna saper rilevare e sfruttare questa preziosa fonte di informazione che pu\u00f2 essere costituita da un questionario sulla soddisfazione delle famiglie, nel quale si chiede la loro collaborazioe per l\u2019individuazione dei punti deboli<strong>. <\/strong>La Ofsted addirittura manda al <em>Chief teacher <\/em><a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><strong>[<\/strong><\/a><em><a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><\/a><\/em><a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><strong>8]<\/strong><\/a> l&#8217;indicazione: \u201cIl professore di inglese o di matematica della tua sezione ha una serie di segnalazioni di grave inefficienza\u201d. Sulla base di questi dati oggettivi, l\u2019agenzia costruisce un <em>rating<\/em><em>,<\/em> chiamato <em>star system<\/em> perch\u00e9 attribuisce delle stelle (una, due, tre stelle a ciascun istituto scolastico), e se un istituto va sotto il minimo necessario e non prende neanche una stella, entra in zona <em>Warning<\/em><em>: \u201c<\/em>Attenzione sei sotto lo standard minimo: o ti tiri fuori in due anni da questa situazione incresciosa, oppure ti chiudiamo\u201d. In Gran Bretagna mediamente l\u20191,5% degli istituti ogni anno viene chiuso per questo motivo. Cosa succede quando l&#8217;istituto chiude? Il <em>Chief<\/em><em> Teacher<\/em> viene licenziato e i professori vengono automaticamente trasferiti negli istituti circonvicini tramite una comunicazione (senza consultazioni o altre procedure sindacali): una lettera nella quale si riporta che l\u2019istituto non era in grado di valorizzare il loro lavoro e si formula l\u2019augurio che il nuovo istituto sia invece in grado di farlo meglio.<\/p>\n<p>Questo sistema \u00e8 certamente stressante, genera qualche ansia negli addetti; per\u00f2 \u00e8 un sistema in cui al centro c&#8217;\u00e8 il diritto degli studenti: c\u2019\u00e8 bisogno di un sistema che metta al centro del funzionamento della scuola il diritto degli studenti, una cosa che in Italia non avviene e ancor meno all&#8217;universit\u00e0, che \u00e8 basata sui diritti e gli interessi dei professori e non degli studenti. C\u2019\u00e8 una valutazione, s\u00ec, ma non c&#8217;\u00e8 la responsabilizzazione rispetto ai risultati della valutazione; non vedo mai chiudere un dipartimento perch\u00e9 la valutazione \u00e8 negativa, mentre avremmo bisogno di un sistema in cui una valutazione che non assegna neppure una singola stella, porti al rischio del trasferimento degli addetti in una struttura pi\u00f9 efficiente, capace di valorizzare meglio il loro lavoro.<\/p>\n<p>La scuola italiana non fa questo: siamo la scuola nella quale quando lo Stato ha proposto l\u2019assunzione di professori del Sud nelle scuole del Nord \u2013 per via di una carenza di professori nelle scuole del Settentrione \u2013 si \u00e8 gridato addirittura alla \u201cdeportazione\u201d; e alla fine si sono assunti in sovrannumero i professori al Sud lasciando le classi scoperte al Nord.<\/p>\n<p>Vorrei che questa rivoluzione, che nella scuola \u00e8 ancora troppo indietro, incominci a essere fatta anche nel settore della formazione professionale, un ambito dove essa \u00e8 oltremodo necessaria. Un dato impressionante: quando l&#8217;ISFOL <strong><a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a><\/strong> ha cercato di misurare il tasso di coerenza tra la formazione impartita e i risultati, ovvero gli sbocchi occupazionali, sono emersi dei dati raccapriccianti: ci sono centri con l\u201980-90% di tasso di coerenza, ma ce ne sono anche altri con il 10-20%; ci sono ragazzi che vengono truffati \u2013 letteralmente truffati \u2013 perch\u00e9 si chiede loro di investire il loro tempo in un corso che non serve a niente, che \u00e8 una nullit\u00e0 dal punto di vista dell&#8217;<em>empowerment<\/em> professionale. Perch\u00e9 non chiudiamo questi centri? Perch\u00e8 in genere (non voglio generalizzare, ma \u00e8 cos\u00ec nella maggior parte dei casi) un assessore alla formazione professionale preferisce distribuire miliardi di finanziamenti alla formazione professionale secondo criteri clientelari piuttosto che essere vincolato da criteri obiettivi che impongono di far andare i soldi l\u00e0 dove il tasso di coerenza \u00e8 molto alto, e far chiudere invece i centri dove esso \u00e8 intollerabilmente basso. Provate a immaginare che cosa significherebbe in Sicilia applicare un criterio di questo genere, dove la Regione ha alle sue dipendenze 5.000 formatori, dei quali la maggior parte non tiene neanche un corso, ma quando lo tiene ha tassi di coerenza pari a zero. Questo \u00e8 il problema.<\/p>\n<p>Passo alla\u00a0domanda di Ornella Scandella: \u201cContendibilit\u00e0 vuol dire competitivit\u00e0, stress e rischio di disuguaglianza?\u201d. \u00c8 vero, \u00e8 cos\u00ec. \u00c8 chiaro che tutto va fatto con buonsenso, con senso della misura e anche con compassione per i deboli, i fragili. Noi vagheggiamo un sistema in cui\u00a0nessuno viene messo sotto stress \u2013 in cui quando si \u00e8 arrivati ad avere finalmente il posto ci si mette tranquilli e l\u00ec ci si siede \u2013 ma abbiamo gi\u00e0 visto questo sistema, portato al suo limite estremo, all\u2019opera nell\u2019Unione Sovietica: un sistema produttivo in cui non c&#8217;era alcuna responsabilizzazione sui risultati e i posti erano sicuri. Chi oggi studia le dinamiche psicologiche e sociali in Unione Sovietica registra la nostalgia di quella societ\u00e0 senza stress, anche se \u00e8 evidente che a un certo punto quel regime \u00e8 collassato. Dobbiamo renderci conto che se vogliamo stare in una societ\u00e0 aperta, dobbiamo attrezzarci affinch\u00e9 la maggior parte della popolazione abbia gli strumenti per stare a questo gioco e per sostenere chi \u00e8 pi\u00f9 fragile, quelli che non ce la fanno, prenderli per mano, dare loro una collocazione, un lavoro che sia adatto a loro, e anche dare loro quel tanto di redistribuzione che proporrei non tanto in termini monetari quanto in servizi, in sostegno, come fanno le societ\u00e0 ispirate alla socialdemocrazia scandinava: non tanto il sussidio quanto una societ\u00e0 che \u00e8 grado di rispondere alle esigenze essenziali.<\/p>\n<p>Se rifiutiamo la contendibilit\u00e0 per paura dello stress, rischiamo di non essere in grado di valorizzare il merito: valotizzare il merito significa mettere un po&#8217; sotto stress le persone. Valorizzare il merito \u00e8 apparentemente contraddittorio rispetto al principio dell&#8217;uguaglianza \u2013 perch\u00e9 se valorizziamo il merito, non trattiamo in modo uguale chi merita e chi no \u2013 ma l&#8217;uguaglianza non va costruita azzerando il valore del merito, bens\u00ec cercando di dare a tutti gli strumenti per mettersi in condizione di accettare la sfida.<\/p>\n<p>In questo vedo la grande modernit\u00e0 del pensiero di fondo di don Lorenzo Milani, secondo cui la lotta per l&#8217;uguaglianza e per la giustizia sociale \u00e8 fondamentalmente una lotta che si vince attraverso lo strumento della scuola e della formazione: \u00e8 questo che d\u00e0 uguaglianza, che crea o almeno consente a tutti di mettersi ai blocchi di partenza; ci sar\u00e0 poi chi corre un po&#8217; meno, chi un po&#8217; di pi\u00f9, chi cade e andr\u00e0 sostenuto, ma dobbiamo proporci di avere un sistema di formazione e scolastico capace di porre tutti in grado di partire. \u00c8 difficilissimo, l\u2019Italia \u00e8 molto indietro, ma \u00e8 difficile anche perch\u00e9 abbiamo un&#8217;amministrazione pubblica che non \u00e8 in grado di supportare questa sfida. Nella riforma del 2015 abbiamo tentato proprio nel settore del sostegno al lavoratore nel mercato del lavoro di rompere questa sonnolenza introducendo nella funzione pubblica il meccanismo premiale \u2013 un premio al merito \u2013 che \u00e8 il <em>voucher<\/em>, dato solo a chi colloca per davvero. Ecco, questa \u00e8 un\u2019azione che ha incontrato resistenze fortissime nell&#8217;amministrazione pubblica. Se qualcuno vuole visitare il mio sito web, nella sezione del contratto di ricollocazione, pu\u00f2 leggere la storia delle resistenze feroci che ha incontrato questa proposta, non solo prima che riuscissimo a tradurla in legge ma anche dopo, con l&#8217;impedimento alla sua realizzazione.<\/p>\n<p>Parliamo di sofferenza umana: dobbiamo rispettarla, prevenirla, dove c&#8217;\u00e8 dobbiamo curarla, ma non dobbiamo avere paura del fatto che qualcuno possa soffrire e che sia necessario sostenerlo. Non si risolve il problema della sofferenza eliminando ogni causa di stress nel sistema, a meno che non si voglia tornare a una societ\u00e0 con l&#8217;elettroencefalogramma piatto\u2026 Ma quanta sofferenza ha generato questa amministrazione pubblica? Magari un po&#8217; meno agli addetti, ma gli addetti sono solo 3 milioni mentre fuori ci sono altri 57 milioni di persone che ne hanno sofferto.<\/p>\n<p>Dobbiamo attrezzarci in modo che l&#8217;evento della perdita del posto di lavoro non sia una tragedia, ma un\u2019opportunit\u00e0. Ci sono Paesi nei quali quando un lavoratore sta per pi\u00f9 di cinque, sei anni in una stessa azienda, gli si dice: \u201c\u00c8 meglio che cambi, solo i peggiori restano cos\u00ec a lungo in una stessa azienda\u201d. Normalmente ci si muove; negli Stati Uniti questo si verifica all&#8217;ennesima potenza, e anche nel resto d\u2019Europa accade; ma noi invece non abbiamo questa concezione: abbiamo l&#8217;idea della perdita del posto come una catastrofe. Non \u00e8 cos\u00ec; ma lo diventa in un sistema che non \u00e8 capace di sostenere il lavoratore nella transizione.<\/p>\n<p>Certo \u00e8 sbagliato pensare che si possa uscire dal circolo vizioso cambiando solo un pezzo del sistema: bisogna fare in modo che tutto l\u2019insieme del sistema evolva in un modello nel quale chi perde il posto di lavoro abbia sicurezza economica, servizi efficaci, possibilit\u00e0 di scelta, un orientamento che gli consenta di compiere delle scelte con la prospettiva di realizzarle. Questo \u00e8 ci\u00f2 che dobbiamo proporci di realizzare nel nostro Paese.<\/p>\n<p><strong>Gabriel Attili de Angelis<\/strong><\/p>\n<p>Sono uno studente. Vorrei fare al prof. Ichino alcune domande pi\u00f9 vicine alla nostra realt\u00e0 di studenti di scuola superiore. Lei ha parlato di <em>outsider<\/em>, di nuovi modi di pensare \u2026 se il proposito \u00e8 sempre quello di migliorare, di creare una scuola fatta per gli studenti e non per gli insegnanti, perch\u00e9 nelle scuole non si fanno schede di valutazione dei professori? E ancora, se noi giovani studenti dobbiamo fare la differenza nel mondo, ma se quando vogliamo farla ci zittiscono, come dobbiamo considerare questo desiderio di cambiamento nella scuola affinch\u00e9 non rimanga utopico ma si concretizzi?<\/p>\n<p><strong>Pietro Ichino<\/strong><\/p>\n<p>Lei ha perfettamente ragione: sulla valorizzazione della valutazione delle famiglie nella scuola media, e poi da parte degli studenti dai sedici anni in poi, l&#8217;Italia \u00e8 indietrissimo, perch\u00e9 i professori non amano vedersi dare le pagelle dai propri studenti. Invece questo \u00e8 uno strumento preziosissimo, anche se naturalmente il dato della valutazione degli studenti va a sua volt valutato e combinato con altri. La Ofsted usa questi indici: le valutazioni degli interessati, l&#8217;indice del tasso di coerenza e un terzo indice che \u00e8 il test generalizzato, quello che noi chiamiamo il test Invalsi. Nessuno di questi tre indici pu\u00f2 funzionare da solo, ma i tre indici insieme \u2013 quando danno dei risultati congruenti \u2013 sono estremamente concludenti. In Gran Bretagna lo <em>star system<\/em> di Ofsted, il suo operato, non \u00e8 oggetto di contestazioni sindacali o politiche: quando a un istituto viene dato un <em>rating <\/em>negativo, o addirittura una scuola chiude, non succede il finimondo. Se abbiamo un vantaggio nel fatto di essere un Paese un po&#8217;arretrato \u2013 per certi aspetti \u2013 rispetto agli altri, \u00e8 quello di poter copiare esperienze che in altri Paesi sono state accumulate con decenni di lavoro, di affinamento e di sperimentazione\u2026 un po\u2019 come ha fatto il Giappone che ha recuperato cinque secoli di ritardo sociale e tecnologico imparando il meglio dall&#8217;Europa. Cos\u00ec dobbiamo fare noi e questo \u00e8, a mio modestissimo avviso, uno dei grandi vantaggi che possiamo avere dall\u2019integrazione in Europa: questo processo di integrazione \u00e8 un&#8217;occasione straordinaria che l&#8217;Italia non pu\u00f2 permettersi di perdere.<\/p>\n<p>_________________<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Jeremy Rifkin (Denver, 26 gennaio 1943) \u00e8 un economista, sociologo e saggista statunitense. E\u2019 autore di numerosi libri che trattano dell\u2019impatto che i cambiamenti scientifici e tecnologici hanno su economia, societ\u00e0 e ambiente.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>La Fine del lavoro<\/em>, 1995. Best-seller internazionale, in esso Rifkin prevede entro pochi anni il trionfo della macchine sul lavoro umano.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Letteralmente \u201ccarenza di abilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. L\u2019Agenzia promuove la cultura della prevenzione dei rischi per migliorare le condizioni di lavoro in Europa.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Eduscopio \u00e8 un progetto della Fondazione Agnelli che \u00a0analizza la qualit\u00e0 delle scuole superiori in relazione alla capacit\u00e0 dei licei e degli istituti tecnici di preparare e orientare gli studenti per gli studi universitari, alla capacit\u00e0 dei tecnici e dei professionali di preparare per il lavoro. Si avvale dei dati amministrativi relative alle carriere universitarie e lavorative dei singoli diplomati raccolti dai Ministeri competenti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Office for Standards in Education, Children&#8217;s Services and Skills<\/em> \u00e8 il dipartimento responsabile dell&#8217;ispezione di una serie di istituti scolastici, incluse le scuole statali e alcune scuole indipendenti.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Dirigente dell\u2019istituto scolastico.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il lavoro umano non soltanto non si ridurr\u00e0 sul piano quantitativo, ma prevarr\u00e0 ancora a lungo sul piano cognitivo rispetto a quello delle macchine; tuttavia aumenteranno le differenze di valore del lavoro e quindi la disuguaglianza tra le persone . 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