
{"id":60301,"date":"2022-01-02T21:32:08","date_gmt":"2022-01-02T20:32:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60301"},"modified":"2022-01-02T21:32:08","modified_gmt":"2022-01-02T20:32:08","slug":"lavoro-milano-inferno-e-paradiso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60301","title":{"rendered":"LAVORO: MILANO INFERNO E PARADISO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Quando l&#8217;informazione fornita dai quotidiani bada pi\u00f9 a &#8220;fare notizia&#8221; che al rigore e alla precisione nel fornire e commentare i dati su stock e flussi nel mercato della manodopera<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nNumero 116 del bollettino <\/em>Mericato del Lavoro News<em>, organo della Fondazione Anna Kuliscioff, a cura <strong>di Claudio Negro<\/strong> &#8211; e&#8217; disponibile su questo sito anche il <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60171\">numero precedente dello stesso bollettino<\/a>, dedicato esso pure al tema dei working poors <\/em><br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_48227\" style=\"width: 201px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=48227\" rel=\"attachment wp-att-48227\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-48227\" class=\"size-full wp-image-48227\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/Claudio-Negro.jpg\" alt=\"\" width=\"191\" height=\"264\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/Claudio-Negro.jpg 191w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/Claudio-Negro-109x150.jpg 109w\" sizes=\"auto, (max-width: 191px) 100vw, 191px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-48227\" class=\"wp-caption-text\">Claudio Negro<\/p><\/div>\n<p>Soltanto sabato 4 dicembre le pagine milanesi del <em>Corriere<\/em> ci procuravano un\u00a0 brivido di soddisfazione ma al tempo stesso di apprensione informandoci che oltre 206.000 lavoratori dipendenti dell\u2019area milanese si sono volontariamente dimessi dal proprio posto di lavoro negli ultimi 18 mesi. Si tratta, dice il <em>Corriere<\/em> citando la Cgil Milanese, in prevalenza di giovani, con buon livello professionale e ben inseriti in azienda, che cercano ambienti di lavoro pi\u00f9 aperti sul piano delle relazioni, pi\u00f9 capaci di valorizzare e premiare le competenze. Bene, da un lato, perch\u00e9 significa che il mercato del lavoro milanese \u00e8 aperto, fluido, offre a chi vuole impegnarsi\u00a0 opportunit\u00e0 di crescita professionale e retributiva (Milano come Parigi, Berlino o Stoccolma?). Dall\u2019altra parte preoccupante, perch\u00e9 questa fuga di professionalit\u00e0 verso l\u2019alto lascia scoperte posizioni lavorative per le quali non \u00e8 facile trovare rimpiazzi: un problema comunque generato dalla crescita, un problema da \u201cpaese ricco\u201d.<\/p>\n<p>Per la verit\u00e0 suscitano qualche riserva i numeri indicati nell\u2019articolo: 206.000 dimissioni volontarie in 18 mesi, pari pi\u00f9 o meno allo stesso numero di persone, perch\u00e9 questi dimissionari hanno maturato in azienda mediamente almeno un anno di anzianit\u00e0 (e quindi \u00e8 marginale il fenomeno della stessa persona che in 18 mesi si dimette due volte) su uno stock di occupati a tempo indeterminato che si aggira su 1 milione e 63 mila significa circa il 20%. Un dato sorprendente? Non tanto quanto sembra suggerire l\u2019articolo. Come si sa da molto tempo i contratti cosiddetti stabili hanno la tendenza a risolversi entro il primo anno di vita: i dati di <em>Veneto Lavoro<\/em> ci dicono che il 27% finiscono cos\u00ec, e di queste cessazioni il 55% avviene a causa di dimissioni del lavoratore. Afol Milano e Adapt ci confermano questa tendenza, documentando che circa il 30% dei contratti stabili finisce entro il primo anno di vita, in oltre il 50% dei casi su iniziativa del dipendente: sostanzialmente appare una costante consolidata da tempo il fatto che circa il 15% o poco pi\u00f9 dei dipendenti a tempo indeterminato si dimettano entro il primo anno di vita del contratto. Rispetto a questo dato il 20% sciorinato dall\u2019articolo non pare poi cos\u00ec clamoroso: in realt\u00e0 rispecchia un lieve incremento segnalato anche a livello nazionale da Bankitalia, la quale registra un modesto 5% in pi\u00f9 rispetto all&#8217;anno precedente. Alcuni spiegano questo lieve aumento generalizzato (e per nulla peculiare dell\u2019area milanese) come conseguenza di dimissioni gi\u00e0 programmate ma congelate nel 2020, a causa ovviamente della situazione dell\u2019economia e del mercato del lavoro. In ogni caso il dato delle dimissioni volontarie non segnala sostanziali novit\u00e0 rispetto a una realt\u00e0 gi\u00e0 nota da anni.<\/p>\n<p>Un eccesso di entusiasmo comunicativo: capita! Ma solo due giorni dopo le stesse pagine milanesi del <em>Corriere<\/em> cambiano registro, e con il magniloquente titolo \u201cLa fabbrica della povert\u00e0\u201d ci illustrano con dolenti accenti dickensiani tutt\u2019altra realt\u00e0, fatta di lavori miserabili, paghe da fame e arbitrio padronale. Milano non \u00e8 pi\u00f9 Stoccolma ma Mombay! Una denuncia importante e impegnativa, che merita di essere valutata con gli strumenti dell\u2019analisi empirica piuttosto che quelli del gradimento del trailer. I dati abbondantemente citati nell\u2019articolo sono piegati all\u2019esigenza pubblicitaria e determinano un\u2019immagine che, appunto, ha una natura soltanto pubblicitaria.<\/p>\n<p>L\u2019inesattezza principale \u00e8 quella che riguarda le retribuzioni: secondo l\u2019articolo il salario medio annuo di un operaio milanese \u00e8 pari a 17.111 euro. In realt\u00e0 secondo il Centro Documentazione Job Pricing la retribuzione annua media di fatto (compresi quindi premi di risultato) \u00e8 di 25.900 euro per un posto di lavoro a tempo pieno. In particolare per la Lombardia la cifra sale a 27.000 euro. Come fare per abbassarlo fino a 17.000 euro? Semplice: facendo la media tra i tempi indeterminati full time e i part time e tempi determinati, ma senza dirlo. Cos\u00ec vien fuori un salario medio poverello, che viene implicitamente lasciato intendere sia quello percepito mediamente dagli operai. Ma anche sul numero dei precari (lavoratori a termine) non c\u2019\u00e8 trasparenza: in una tabella si afferma che siano 320.000 (nel 2019, con la precisazione che si tratta di persone che hanno svolto esclusivamente lavori a termine, escludendo cos\u00ec l\u2019accomodante ipotesi che in realt\u00e0 si possa anche trattare di contratti successivi attivati dalla stessa persona) ma in un\u2019altra tabella vicina ci si attesta su un pi\u00f9 credibile 145.000 rispetto a 1.056.000 contratti stabili, che in effetti rappresenta un pi\u00f9 credibile 13,7%. I 440.000 part timer (di cui circa la met\u00e0 gi\u00e0 conteggiati tra i contratti a termine) hanno ovviamente salari proporzionati all\u2019orario lavorativo, ma come frazione della media di 27.000 euro, non dei finti 17.000. Incomprensibile poi la scheda che quantifica in 150.000 i lavoratori \u201con demand\u201d, sommando (scorrettamente) i 58.000 contratti intermittenti con 97.000 somministrati, che di intermittente non hanno nulla, caso mai sono in maggioranza a termine e probabilmente tra questi sono gi\u00e0 stati conteggiati. In definitiva: alla verifica empirica il quadro disegnato dall\u2019articolo \u00e8 largamente impreciso, confonde dati diversi e ove torna comodo li somma: \u00e8 totalmente inattendibile e destinato con ogni evidenza a \u201cforare lo schermo\u201d con affermazioni infondate quanto chiassose.<\/p>\n<p>Si vede che adesso l\u2019informazione sui problemi del lavoro si fa cos\u00ec: acqua termale calda e poi doccia gelata. L\u2019importante \u00e8 ovviamente che il pubblico resti soddisfatto. Ma \u00a0problemi veri, come quelli accennati nei due articoli citati, andrebbero \u00a0affrontati con maggiore professionalit\u00e0.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando l&#8217;informazione fornita dai quotidiani bada pi\u00f9 a &#8220;fare notizia&#8221; che al rigore e alla precisione nel fornire e commentare i dati su stock e flussi nel mercato della manodopera . 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