
{"id":60500,"date":"2022-01-19T12:25:56","date_gmt":"2022-01-19T11:25:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60500"},"modified":"2022-01-19T12:32:55","modified_gmt":"2022-01-19T11:32:55","slug":"perche-il-contratto-a-termine-non-e-necessariamente-sinonimo-di-precarieta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60500","title":{"rendered":"PERCH\u00c9 IL CONTRATTO A TERMINE NON \u00c8 NECESSARIAMENTE SINONIMO DI PRECARIET\u00c0"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">La crescita costante e lineare sia del tasso di occupazione sia del tasso di attivit\u00e0 degli italiani, la relativa stabilit\u00e0 del dato relativo a licenziamenti e dimissioni, l&#8217;alto tasso di cessazione di rapporti stabili per dimissioni, che testimonia di una quota elevata di persone dotate di un potere contrattuale effettivo<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nNumero 118 del bollettino <\/em>Mercato del Lavoro News<em>, organo della Fondazione Anna Kuliscioff, a cura <strong>di Claudio Negro<\/strong>, 12 gennaio 2022<\/em> &#8211; <em>\u00c8 disponibile su questo sito anche il numero precedente dello stesso\u00a0 bollettino, sul tema <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60171\">Working poors: chi sono e come possono uscire dalla povert\u00e0<\/a><br \/>\n<!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=44464\" rel=\"attachment wp-att-44464\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-44464\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"77\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-150x38.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg 349w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>L\u2019Osservatorio ISTAT sull\u2019occupazione che pubblica i dati di Novembre 2021 conferma la tendenza alla crescita costante e lineare a partire dal III\u00b0 trimestre 2020 sia del tasso di occupazione (da 57,4 a 58,9) che del tasso di attivit\u00e0, che somma gli occupati a coloro che cercano attivamente lavoro (da 63,9 a 65). Anche se mancano ancora 115.000 occupati per raggiungere i livelli pre-covid l\u2019inversione di tendenza \u00e8 ormai netta e consolidata. Il rapporto non presenta dunque particolari sorprese ma alcuni dati non erano scontati, o hanno indebitamente suscitato sconcerto, ed \u00e8 opportuno approfondirli.<\/p>\n<p>In primo luogo il dato delle assunzioni a termine. Il numero assoluto \u00e8 imponente: + 448.000 rispetto a 12 mesi fa. Il che ha suscitato allarmi fortissimi in molti commentatori e soprattutto nel sindacato, dal quale \u00e8 gi\u00e0 partita come un riflesso pavloviano la perentoria intimazione a vietare i contratti a termine se non per sostituzione o per necessit\u00e0 produttive contingenti. Basterebbe una semplice riflessione sugli esiti del \u201cDecreto Dignit\u00e0\u201d per evitare figure patetiche: ma evidentemente l\u2019occupazione per legge, come tutti gli slogan, esercita ancora un certo fascino\u2026<br \/>\nIn realt\u00e0 il gran numero di assunzioni a termine ripristina la percentuale di contratti a tempo determinato che esisteva prima della crisi sanitaria: adesso \u00e8 il 17,1% dei lavoratori dipendenti, nel 2018 era il 17%. Del resto \u00e8 prevedibile che in presenza di un trend di crescita ma con parecchi interrogativi sul futuro, condizionato dai rischi di una ripresa dei contagi, le imprese siano poco propense a fare assunzioni definitive. Esiste per\u00f2 anche un altro aspetto sul quale sarebbe bene iniziare a riflettere: se cio\u00e8 il rapporto di lavoro a termine non stia diventando una modalit\u00e0 comune e non eccezionale di lavoro; e questo non per il bieco interesse dell\u2019azienda a sfruttare la mano d\u2019opera senza legarsi le mani, ma perch\u00e9 comincia a perdere di significato la nozione stesa di tempo indeterminato, con l\u2019implicita aspirazione all\u2019eternit\u00e0 che sottende. Da qualche anno i dati delle cessazioni di lavoro ci dicono che il 30% dei contratti a tempo indeterminato si risolve entro i primi 12 mesi, e nella maggioranza delle volte per dimissioni del dipendente. \u00c8 intuibile che si tratta di un comportamento nuovo, originato in un contesto nel quale da un lato la diffusione del digitale rende pi\u00f9 fluide le professionalit\u00e0 e la loro spendibilit\u00e0, dall\u2019altro, per quanto riguarda i lavori meno qualificati, nelle fasi di crescita aumentano le possibilit\u00e0 di miglioramento per i lavoratori, stante la concorrenza tra i datori (il 22% delle posizioni di lavoro a bassa qualificazione restano vacanti in questi mesi per mancanza di candidati). Una riflessione che affranchi, in linea di principio, il lavoro a termine dal marchio della precariet\u00e0 (in Europa non esiste neppure la parola applicata al mercato del lavoro) e ridefinisca i rapporti di lavoro sulla base dei rapporti di produzione propri di <em>Industry 4.0<\/em> \u00e8 quanto mai necessaria. Diventa sempre pi\u00f9 difficile interpretare il mercato del lavoro del secondo millennio con le categorie del XX secolo!<\/p>\n<p>Un altro punto di interesse riguarda la questione delle cessazioni. Innanzitutto dobbiamo prendere atto che, al contrario di quello che molti osservatori e anche noi avevano paventato, cio\u00e8 uno tsunami di licenziamenti, lo tsunami non c\u2019\u00e8 stato, anche perch\u00e9 il Governo ha fatto scadere i divieti di licenziamento con gradualit\u00e0 a seconda dei settori, e ha consentito la proroga della Cassa Integrazione con causale Covid fino al termine dell\u2019anno. Ma evidentemente c\u2019\u00e8 stato altro: i licenziamenti (quindi cessazioni su iniziativa dell\u2019azienda) sono stati, nel trimestre agosto-ottobre 2021, \u00a059.000, ovvero il 37% in meno rispetto al corrispondente trimestre ante crisi (2019). Tuttavia dopo il 30 Giugno c\u2019\u00e8 stata un\u2019impennata dei licenziamenti (+18.000) quando \u00e8 cessato il divieto per manifattura e costruzioni, per\u00f2 anche in questo caso il tasso di licenziamento (mensile) ha appena superato lo 0,4%, restando di qualche decimale al di sotto di quello mediamente rilevato nel 2019. I primi dati di novembre (che per\u00f2 Bankitalia non pubblica per esteso) mostrano un andamento simile per i settori in cui il divieto di licenziare \u00e8 scaduto il 31 ottobre: servizi, tessile, abbigliamento, calzature.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 stato molto interesse circa il fenomeno delle dimissioni volontarie, conclamato negli USA. Nonostante una certa attenzione dei media da noi questo fenomeno non c\u2019\u00e8 stato, se non in misura marginalissima: Bankitalia rileva un 5% in pi\u00f9 di dimissioni rispetto al periodo antecrisi. Del resto se vogliamo interpretare i dati ISTAT di novembre nel trimestre settembre-ottobre-novembre 2021 gli occupati a tempo indeterminato sono calati di 10.000 unit\u00e0 rispetto al trimestre precedente, e gli autonomi di 9.000; a novembre rispetto a ottobre i primi sono calati di 21.000 unit\u00e0, e i secondi aumentati di 66.000. \u00c8 evidente che non c\u2019\u00e8 correlazione, se non marginalissima, tra diminuzione dei dipendenti a tempo indeterminato e aumento degli autonomi. Quindi, quanto meno, non si tratta di una fuga dal lavoro dipendente per una serie di concause, come \u00e8 negli USA, ma al massimo un fenomeno di mobilit\u00e0 tra posti di lavoro. Il che comunque \u00e8 una bella notizia, perch\u00e9 testimonia di una crescente fluidit\u00e0 del mercato del lavoro in favore dei lavoratori.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La crescita costante e lineare sia del tasso di occupazione sia del tasso di attivit\u00e0 degli italiani, la relativa stabilit\u00e0 del dato relativo a licenziamenti e dimissioni, l&#8217;alto tasso di cessazione di rapporti stabili per dimissioni, che testimonia di una quota elevata di persone dotate di un potere contrattuale effettivo . 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