
{"id":61204,"date":"2022-05-06T09:50:40","date_gmt":"2022-05-06T08:50:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61204"},"modified":"2022-05-06T17:54:26","modified_gmt":"2022-05-06T16:54:26","slug":"minimi-retributivi-e-soglia-di-poverta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61204","title":{"rendered":"MINIMI RETRIBUTIVI E SOGLIA DI POVERT\u00c0"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Le debolezze del sistema salariale italiano: minimi contrattuali bassi, discriminazione di genere, cuneo fiscale che privilegia in misura abnorme le componenti assicurative rispetto alla retribuzione diretta<\/span><strong><br \/>\n<\/strong><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Numero 126 del bollettino <\/em>Mercato del Lavoro News<em>, organo della Fondazione Anna Kuliscioff, 2 maggio 2022, a cura di Claudio Negro &#8211; In argomento v. anche, su questo sito, il <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61022\">numero precedente<\/a> dello stesso bollettino\u00a0 <\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=44464\" rel=\"attachment wp-att-44464\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-44464\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg\" alt=\"\" width=\"349\" height=\"89\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg 349w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-150x38.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 349px) 100vw, 349px\" \/><\/a>Vorremmo iniziare questa indagine verificando se esista un nesso tra la dimensione delle retribuzioni italiane e il tasso di povert\u00e0 lavorativa sensibilmente pi\u00f9 alto della media europea (12% contro il 9%). Per la precisione secondo Eurostat sotto la soglia di povert\u00e0 (60% della mediana delle retribuzioni equalizzate tramite l\u2019applicazione del PPA = parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto) nel 2019 stava l\u201911,2% dei lavoratori italiani, contro l\u20198% della Germania, il 7,4% della Francia, l\u20198,9% dell\u2019Area Euro.<br \/>\nPer instaurare un confronto tra i trattamenti salariali, nel 2020 la retribuzione media (non mediana) annua lorda era in Francia di 38.187 \u20ac, in Germania 52.103, in Olanda 54.842; in Italia 28.500 (dati 2022) pari all\u201980,9% della retribuzione media UE. Quanto alla retribuzione media netta (dati 2019) in Italia era 19.452 \u20ac, in Germania 25.638, in Francia 21.897, nell\u2019area Euro 21.584.<br \/>\nOccorre tenere presente che i dati sui salari sono reali, in quanto espressi in potere\u00a0 d\u2019acquisto equivalente.<br \/>\nInteressante notare che, evidentemente in relazione al basso livello dei salari medi, Eurostat segnala che gli italiani sono pi\u00f9 a rischio di povert\u00e0 lavorativa rispetto ai maggiori Paesi Europei quale che sia il loro tipo di contratto di lavoro: per i lavoratori a tempo indeterminato il rischio (dati 2019) \u00e8 pari all\u20198,2%, contro il 5,9% della zona Euro, il 6,3% della Germania, il 4,9% della Francia, perfino il 7,4% della Spagna. Per i lavoratori full time il 10,3%, contro il 7,3 dell\u2019Area Euro, il 5,5 della Francia, il 5,7 della Germania.<br \/>\nSe poi prendiamo in considerazione i contratti a termine o part time la situazione si presenta anche peggiore: sono a rischio povert\u00e0 il 18,6% dei part timer italiani contro la media del 13,4 dell\u2019Area Euro, il 12,5 della Germania, il 15,5 della Francia e il 5,7 dell\u2019Olanda, che pure ha una percentuale di part timer prossima al 50%. Per quanto concerne i lavoratori a tempo determinato la percentuale sale al 22,5%, contro il 17,1 dell\u2019Area Euro, il 13,9 della Francia, il 15,8 della Germania, l\u2019Olanda al 10,7 e perfino la Spagna (22%) sta meglio di noi.<\/p>\n<p>\u00c8 interessante notare l\u2019entit\u00e0 del cuneo fiscale-contributivo sul salario lordo nel confronto con i nostri partner europei. Ma per un raffronto significativo occorre tener conto anche dei contributi a carico del datore, quindi fare riferimento a un dato molto vicino al costo del lavoro: fatta 100 la retribuzione netta, sommata al prelievo fiscale e ai contributi a carico di lavoratore e datore il totale ammonta, per l\u2019Italia a 207 (Centro Studi Confindustria 2017) tenendo anche conto dei premi INAIL e dei ratei di TFR. La Germania \u00e8 a 199 e la Francia a 192. Da notare che l\u2019Italia \u00e8 di gran lunga il Paese con la pi\u00f9 alta contribuzione previdenziale (aliquota 33%), mentre la Francia sta al 27,5%, la Germania al 18,7%, Svezia e Svizzera appena sopra il 20% (quest\u2019ultima tenendo conto del \u201csecondo pilastro\u201d obbligatorio, ossia di un fondo complementare privato). Il che determina per l\u2019Italia il tasso di sostituzione (trattamento pensionistico rispetto alla retribuzione del lavoratore attivo) della pensione \u201cpiena\u201d pi\u00f9 alto in Europa, pari al 75%, rispetto al 52% della Francia e al 47% della Germania (OCSE 50%). Il rimanente 10% della contribuzione versata in Italia (quasi totalmente a carico dell\u2019impresa) \u00e8 finalizzata all\u2019integrazione al reddito (disoccupazione, Cassa Integrazione e simili, fondo di garanzia TFR), all\u2019indennit\u00e0 di malattia e maternit\u00e0, all\u2019Assegno Familiare. L\u2019imposizione fiscale vera e propria (IRPEF) non \u00e8 particolarmente alta: maggiore di quella francese e spagnola, ma inferiore a quella tedesca e dei paesi scandinavi.<\/p>\n<p>In sostanza, tenendo conto anche dei contributi a carico dell\u2019azienda, le retribuzioni italiane sembrano essere orientate a garantire prestazioni assicurativo-assistenziali piuttosto che a sostenere i consumi: fatto 100 il salario netto, la somma dei contributi (a carico del \u00a0lavoratore e a carico dell\u2019azienda), delle quote di salario differite e dell\u2019imposta ammonta a 107! In nessun paese europeo i contributi sociali sono imponenti come in Italia: la Germania, che \u00e8 la realt\u00e0 che pi\u00f9 ci si avvicina, ha un indice 99, che per\u00f2 comprende anche il contributo per la Sanit\u00e0 (14,8%) come in Francia e nella maggior parte dei paesi europei, mentre in Italia \u00e8 a carico della fiscalit\u00e0, come in Inghilterra e nei paesi scandinavi.<br \/>\nPer quanto riguarda i lavoratori autonomi alcuni contributi (Integrazione al reddito, per lo pi\u00f9 l\u2019INAIL, TFR) non sono dovuti, ma il contributo previdenziale \u00e8 a carico del lavoratore, anche se inferiore al 33% che si paga per dipendenti.<\/p>\n<p>La struttura salariale in Italia ha alcune caratteristiche che meritano di essere messe a fuoco. Un dato da considerare con attenzione \u00e8 quello che descrive le retribuzioni di mercato rispetto ai minimi contrattuali: nel comparto metalmeccanico, per esempio, fatto 100 il minimo per gli operai si riscontra un valore massimo di mercato di 265 e un valore mediano di 175. Un dato che dimostra quale valore assuma la professionalit\u00e0 (in questo caso non siamo in grado di distinguere tra quella acquisita per formazione e quella derivata da esperienza) in un comparto manifatturiero per eccellenza. Il resto dell\u2019industria manifatturiera d\u00e0 risultati di tendenza analoga, ma molto inferiori per entit\u00e0. Da notare che in genere la retribuzione minima di mercato (con l\u2019eccezione del metalmeccanico e del tessile-abbigliamento) \u00e8 pochissimo superiore e quasi coincidente col minimo contrattuale. Andamento analogo, per i medesimi comparti, per gli impiegati, anche se con medie pi\u00f9 alte e picchi pi\u00f9 bassi. Sono dati che testimoniano di quanto le professionalit\u00e0 acquisite influiscano sulla retribuzione, e spiegano anche la crescente propensione dei lavoratori alla mobilit\u00e0 tra posti di lavoro.<\/p>\n<p>Un altro dato da tenere presente \u00e8 il gap retributivo riferito all\u2019et\u00e0 dei lavoratori: il salario medio lordo della fascia di et\u00e0 tra 15 e 24 anni \u00e8 pari appena al 43,7% di quello della fascia over 55. Il salario della fascia 30-49 anni \u00e8 inferiore del 13,5% rispetto alla fascia over 55 (quartultimo dato peggiore dell\u2019UE) ma contestualmente \u00e8 superiore del 32,9% rispetto agli under 30: dato questo abbastanza in linea con i Paesi paragonabili al nostro nell\u2019UE.<\/p>\n<p>Un altro indicatore interessante \u00e8 quello della retribuzione per genere: in Italia la retribuzione di fatto delle donne \u00e8 pari al 79,4% di quella degli uomini, poco al di sotto della media UE (82,4%); tuttavia va rimarcato che tuti i Paesi pi\u00f9 evoluti hanno percentuali pi\u00f9 tendenti alla parit\u00e0.<\/p>\n<p>La retribuzione non si riparametra sensibilmente per grado di istruzione del lavoratore: la retribuzione media di fatto dei lavoratori senza titolo di studio o titolo di grado primario \u00e8 il 63% di quella dei laureati, contro una media del 49% nell\u2019area Euro e addirittura il 39% in Germania.<\/p>\n<p>In conclusione i valori di mercato delle retribuzioni sono significativamente superiori a quelli dei minimi contrattuali, ma sono strettamente correlati all\u2019esperienza professionale, quindi all\u2019et\u00e0, nonch\u00e9 al genere, ma poco al livello di istruzione; inoltre tendono a posizionarsi sul minimo contrattuale allo scendere di questi indicatori.\u00a0 Unitamente all\u2019indice di produttivit\u00e0 stagnante da oltre 20 anni (0,4% di crescita dal 1995, contro l&#8217;1,5% della media europea) determinano il livello modesto delle retribuzioni in Italia.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le debolezze del sistema salariale italiano: minimi contrattuali bassi, discriminazione di genere, cuneo fiscale che privilegia in misura abnorme le componenti assicurative rispetto alla retribuzione diretta . 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