
{"id":61776,"date":"2022-10-07T17:44:36","date_gmt":"2022-10-07T16:44:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61776"},"modified":"2022-10-07T17:47:42","modified_gmt":"2022-10-07T16:47:42","slug":"la-congiuntura-occupazionale-e-ancora-positiva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61776","title":{"rendered":"LA CONGIUNTURA OCCUPAZIONALE \u00c8 ANCORA POSITIVA"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">I dati sul mercato del lavoro sono ancora positivi, nonostante gli allarmismi (infondati) sulla crescita del precariato e della mobilit\u00e0 volontaria &#8211; Il futuro prossimo rimane per\u00f2 incerto<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nNumero 135 del bollettino<\/em> Mercato del Lavoro News<em>, organo della Fondazione Kuliscioff, 24 settembre 2022, <strong>a cura di Claudio Negro<\/strong> &#8211; In argomento v. anche, su questo sito, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61565\">il numero 133 dello stesso bollettino<\/a><br \/>\n<\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=44464\" rel=\"attachment wp-att-44464\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-44464\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg\" alt=\"\" width=\"349\" height=\"89\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff.jpg 349w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-150x38.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/03\/Fondazione-Kuliscioff-300x77.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 349px) 100vw, 349px\" \/><\/a>La contemporanea disponibilit\u00e0 dei dati sul primo semestre 2022 di ISTAT (stock di occupazione, cio\u00e8 numero di\u00a0 occupati nella media\u00a0 della settimana di riferimento nel mese) e INPS (flussi occupazionali, cio\u00e8 dinamica delle assunzioni e cessazioni in un arco di tempo definito) consente osservazioni interessanti. Tra queste in primo luogo il definitivo assestamento su dati ante covid, o addirittura superiori, per l\u2019occupazione. Il numero di occupati \u00e8 pari a 23.150.000 (+3% rispetto a un anno fa) di cui il 21,5% (+0,7%) autonomi, 13,6% dipendenti a tempo determinato (+8,3%) e 65% (+2,7%) a tempo indeterminato. Il tasso di occupazione sale al 60,2%, aumentando in tutte le fasce di et\u00e0, in particolare in quella tra 15 e 34 anni (+3,4%). Tra i dipendenti l\u201982,7% \u00e8 a tempo indeterminato, il 17,3% ha contratti a termine di vario tipo; prima della crisi covid i lavoratori a termine erano il 16,8% del totale: l\u2019incremento c\u2019\u00e8, ma \u00e8 minimo; peraltro, per dar l\u2019dea della dimensione della crescita dei contratti a termine, nel 2016, alla ripresa dopo la crisi internazionale, era del 15%. Si tratta di una crescita reale ma ben lontana dal mettere in discussione il rapporto di lavoro stabile come modello generalmente applicato. Sul perch\u00e9 della crescita dei contratti a termine vi sono poi spiegazioni razionali rispetto alla vulgata della gran parte del sindacato e della sinistra politica per cui si tratta di una scelta del capitale finalizzata a massimizzare i profitti minimizzando i costi per le tutele per i lavoratori, che esamineremo dopo. Se esaminiamo i flussi (assunzioni \u2013 cessazioni) vediamo che in termini tendenziali (cio\u00e8 paragonati al dato di 12 mesi prima) il dato di crescita delle assunzioni con contratti stabili \u00e8 del 144% e quello dei contratti a termine del 107%.<\/p>\n<p>Un altro dato da considerare \u00e8 quello degli orari di lavoro: i part time in essere (dati di stock) sono diminuiti dell\u20191,1% rispetto a 12 mesi fa. Contestualmente, e coerentemente, le ore lavorate cumulative sono aumentate dell\u201911%, e quelle procapite del 5,4%, a dimostrazione di un trend che nei fatti incrementa il contratto a tempo indeterminato e full time.<\/p>\n<p>Parliamo ora dei contratti a termine: se esaminiamo il flusso di assunzioni vediamo che il gruppo di gran lunga pi\u00f9 corposo di contratti a termine \u00e8 stato attivato nel comparto turismo-alloggio-ristorazione (163.000 unit\u00e0), pari al 91,8% delle assunzioni nel settore. I giornali hanno poi dato molto rilievo al fatto che nel settore \u201cartistico e intrattenimento\u201d il 63% dei contratti dura un solo giorno: ma si tratta di numeri minimi (circa 13.000 contratti, che di solito vengono rinnovati pi\u00f9 volte alle stesse persone) ed \u00e8 una caratteristica da sempre di quel settore, per motivi facilmente immaginabili. In nessun altro comparto troviamo risultati neppure lontanamente comparabili: anzi nel metalmeccanico le assunzioni a tempo indeterminato sono il doppio di quelle a termine, e in un altro settore in cui sono molto cresciute le assunzioni, quello delle costruzioni, le assunzioni a termine non superano il 29% del totale. E\u2019 evidente che il dato del settore turismo e di quello spettacolo sono pesantemente condizionati dalle caratteristiche di stagionalit\u00e0 e discontinuit\u00e0, che d\u2019altra parte sono strutturali, e non pu\u00f2 essere ribaltato sull\u2019insieme del sistema occupazionale. In parte analoghe considerazioni valgono anche se facciamo riferimento ai flussi in relazione alla dimensione delle aziende: nelle aziende sotto i 15 dipendenti gli avviamenti a tempo determinato sono stati il 77% del totale, in quelle superiori ai 100 dipendenti il 44%. Anche questo un dato storico sostanzialmente invariato: nel 2018 erano il 74% per le imprese under 15 e il 42% in quelle over 100.\u00a0 In sostanza il lavoro a termine \u00e8 diffusissimo, al di l\u00e0 del dato fisiologico, nelle piccolissime imprese e nel comparto riconducibile al turismo. Si tratta di realt\u00e0 imprenditoriali che operano in condizioni particolari, di discontinuit\u00e0 del business e di incertezza e marginalit\u00e0 nelle catene del valore. Ed \u00e8 in questa fascia che alligna il lavoro nero, parziale o totale, i lavori sottoretribuiti, i contratti pirata. Una questione che va affrontata in termini seri e non di propaganda, sapendo che serve ben pi\u00f9 di leggi repressive (esistono gi\u00e0 e il lavoro nero le elude da sempre) e di incentivazioni al lavoro regolare e a tempo indeterminato (ce ne sono gi\u00e0 ma gli incentivi non pareggiano, ovviamente, la convenienza al lavoro nero) se le imprese per le loro caratteristiche produttive non hanno bisogno di questo tipo di rapporti di lavoro.<\/p>\n<p>Un altro luogo comune, recente ma molto diffuso \u00e8 quello della <em>Great Resignation<\/em>: la Grande Dimissione. Affascinante per farci articoli di giornale e utile in effetti per stimolare un opportuno dibattito sulla qualit\u00e0 del lavoro e sul ruolo dello stesso in una societ\u00e0 che si avvia a cambiare fortemente le modalit\u00e0 e il ruolo del lavoro umano. Ma fuori luogo se spacciato per novit\u00e0 epocale, o come esito di una rinascita culturale indotta dalla tragedia del Covid. Come al solito basta guardar dietro alla superficie dei numeri invece di farsene impressionare. Vediamoli: innanzitutto prendiamo in considerazione solo le dimissioni da contratti a tempo indeterminato (quelle da contratti a termine hanno caratteristiche del tutto diverse). Per prima cosa possiamo notare che il numero delle dimissioni nel 1\u00b0semestre \u00e8 imponente: 418.141. Ma se approfondiamo vediamo che nell\u2019analogo periodo del 2018 erano state addirittura 437.477! E\u2019 poi naturale che nel 2022 vi sia stato un incremento delle dimissioni rispetto al 2021 (+145%) quando le cessazioni di rapporti di lavoro erano limitate per la crisi Covid sia da misure normative (divieto di licenziamento) sia da condizionamenti psicologici legati all\u2019incertezza sia dal sostanziale congelamento del mercato del lavoro. Per la stessa ragione nel medesimo periodo sono aumentati i licenziamenti ad opera delle aziende: +191%! Ossia: il venir meno delle restrizioni legate al Covid ha portato ad un incremento delle dimissioni ma ad un incremento ancor maggiore dei licenziamenti \u201ctradizionali\u201d. Inoltre la percentuale di dimissioni rispetto al totale delle cessazioni \u00e8 stato del 45,6% nel 1\u00b0 semestre 2022, ma era del 52,4% nel 2017 e del 56,1% nel 2018: difficile immaginare, con questi numeri, che siamo di fronte ad un fenomeno epocale di fuga dal lavoro; siamo all\u2019interno di un trend normale e consolidato, che peraltro richiama un dato noto da parecchio tempo: il 30% dei contratti a tempo indeterminato non sopravvive al primo anno di esistenza, e nel 60% dei casi si chiude con le dimissioni volontarie del lavoratore.<\/p>\n<p>In definitiva: i dati occupazionali pi\u00f9 recenti sono buoni, coerentemente con gli indicatori economici generali. E\u2019 opportuno tener presente che il futuro \u00e8 ampiamente incerto, e che di conseguenza questa situazione (che peraltro presenta ancora enormi problemi in relazione al mismatch tra offerta e domanda di lavoro) ha ampi margini di peggioramento. Ci\u00f2 detto, resta difficile da comprendere l\u2019atteggiamento di media e forze politiche che puntano ad enfatizzare oltre misura, ignorando talvolta la verit\u00e0 dei numeri, solo elementi che presentino una connotazione negativa scelti in modo superficiale e\/o strumentale. Un \u201cal lupo, al lupo\u201d tanto gratuito quanto dannoso per la conoscenza della realt\u00e0 da parte del pubblico.<em><br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I dati sul mercato del lavoro sono ancora positivi, nonostante gli allarmismi (infondati) sulla crescita del precariato e della mobilit\u00e0 volontaria &#8211; Il futuro prossimo rimane per\u00f2 incerto . 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