
{"id":61854,"date":"2022-10-10T10:49:43","date_gmt":"2022-10-10T09:49:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61854"},"modified":"2022-10-10T10:49:43","modified_gmt":"2022-10-10T09:49:43","slug":"dialogo-con-eugenio-scalfari-sul-sindacato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=61854","title":{"rendered":"DIALOGO CON EUGENIO SCALFARI SUL SINDACATO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Nel 2005 il contenuto essenziale dell&#8217;accordo Fiat 2010 destinato a segnare una svolta nel nostro sistema delle relazioni industriali venne anticipato da una proposta di riforma della contrattazione esposta in un mio libro <\/span><span style=\"color: #993300;\">&#8211; Ne nacque una discussione con il <\/span><span style=\"color: #993300;\">Direttore de <em>la Repubblica, <\/em><\/span><span style=\"color: #993300;\">che a 15 anni di distanza conserva tutta la sua attualit\u00e0<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Dialogo svoltosi a Roma il 14 febbraio 2006 tra Eugenio Scalfari e me <a href=\"https:\/\/www.lavoce.info\/archives\/23473\/la-riforma-della-contrattazione-collettiva-dialogo-tra-eugenio-scalfari-e-pietro-ichino\/\">pubblicato su <\/a><\/em><a href=\"https:\/\/www.lavoce.info\/archives\/23473\/la-riforma-della-contrattazione-collettiva-dialogo-tra-eugenio-scalfari-e-pietro-ichino\/\">lavoce.info<\/a><em>, a seguito di una sua recensione fortemente critica del mio libero <\/em><a href=\"https:\/\/archivio.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=237\">A che cosa serve il sindacato?<\/a> <em>(Mondadori, 2005), comparsa su <\/em>la Repubblica <em>il 18 gennaio 2006, cui avevo risposto con un <a href=\"https:\/\/archivio.pietroichino.it\/articoli\/view.asp?IDArticle=379\">articolo sul <\/a><\/em><a href=\"https:\/\/archivio.pietroichino.it\/articoli\/view.asp?IDArticle=379\">Corriere della Sera<\/a><em> due giorni dopo<\/em> &#8211; <em>Il dialogo venne poi ripubblicato in apertura<\/em> <em>della <a href=\"https:\/\/archivio.pietroichino.it\/libri\/view.asp?IDArticle=330\">nuova edizione dello stesso libro<\/a>, apparsa nel 2006 nella collana tascabile <\/em>Oscar Bestsellers\u00a0 <!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<h4><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/Dialogo-con-Scalfari-2006.pdf\" rel=\"attachment wp-att-180\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-180\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/04\/icona-dwl8.png\" alt=\"\" width=\"53\" height=\"53\" \/><\/a>\u00a0<a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?attachment_id=61858\" rel=\"attachment wp-att-61858\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-61858\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/Eugenio-Scalfari.jpg\" alt=\"\" width=\"180\" height=\"180\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/Eugenio-Scalfari.jpg 180w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/Eugenio-Scalfari-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 180px) 100vw, 180px\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2022\/10\/Dialogo-con-Scalfari-2006.pdf\">Scarica il dialogo in formato PDF<\/a><\/h4>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><strong><span style=\"color: #993300;\">IL TESTO DEL DIALOGO<\/span><\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\"><b>Pietro Ichino\u00a0<\/b>La critica che lei muove nel suo articolo alla mia proposta di riforma della contrattazione collettiva \u00e8 che essa porterebbe inevitabilmente a una destrutturazione del sindacato italiano. Io sostengo invece che quella riforma porterebbe a rivitalizzare il sindacato, radicarlo meglio nel nostro tessuto produttivo. Mi spingo addirittura a sostenere che essa consentirebbe di conciliare pi\u00f9 facilmente l\u0092obiettivo della protezione dei pi\u00f9 deboli con l\u0092aumento del reddito dei pi\u00f9 forti.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>Eugenio Scalfari\u00a0<\/b>Guardiamo al panorama internazionale. Nei paesi dove la contrattazione collettiva \u00e8 decentrata il sindacato si \u00e8 sempre pi\u00f9 indebolito, fino quasi a sparire. Mi dica: qual \u00e8 il peso del sindacato oggi nell\u0092economia americana, o in quella britannica? E dove, invece, il sindacato \u00e8 rimasto forte? \u00c8 rimasto forte nei paesi scandinavi, in Germania, dove al centro del sistema c\u0092\u00e8 il contratto collettivo nazionale di lavoro [d\u0092ora in poi: Ccnl \u0096\u00a0<i>n.d.r.<\/i>]. In una societ\u00e0 in cui tendono a sparire i partiti come organizzazioni di massa, il sindacato \u00e8 rimasto come una delle poche isole organizzate di resistenza; bisogna stare molto attenti a smantellarlo.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Anche in Svezia e in Germania, per\u00f2, oggi si assiste a una tendenza allo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia; spostamento che non \u00e8 subito, ma voluto dal sindacato stesso. Comunque, io non propongo affatto di passare, in Italia, da un sistema centralistico al sistema opposto.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Anche le vie di mezzo non sembrano avere dato buona prova.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Gli studi pi\u00f9 recenti di relazioni industriali su questo punto non danno risposte univoche; quanto ai sistemi centralizzati sappiamo che hanno, s\u00ec, l\u0092effetto di ridurre le disuguaglianze, ma anche quello di ridurre la\u00a0<i>responsiveness<\/i>, il dinamismo del tessuto produttivo. Io propongo solo un correttivo del nostro sistema centralizzato attuale, volto ad aumentarne il dinamismo, senza che ne derivi una perdita del grado di \u201ccopertura\u201d che esso pu\u00f2 dare ai lavoratori; anzi, semmai un aumento. L\u0092idea \u00e8 molto semplice: conserviamo il Ccnl cos\u00ec com\u0092\u00e8 oggi, anche con il suo grado attuale di copertura; ma al livello regionale, territoriale o aziendale consentiamo a un sindacato serio, che sia sorretto dalla maggioranza dei lavoratori interessati, di sperimentare soluzioni diverse, negoziando anche in deroga rispetto al Ccnl. In altre parole: il Ccnl si applicher\u00e0 integralmente in tutti i casi in cui non ci sia un contratto collettivo di livello inferiore, stipulato da un sindacato abilitato a farlo, che ponga una disciplina diversa.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Cio\u00e8, in sostanza, consentiamo che la contrattazione di secondo livello abbassi lo standard: questo significa la derogabilit\u00e0 del Ccnl.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Questo \u00e8 l\u0092aspetto che suscita la diffidenza diffusa; e ora ne discuteremo. Ma la novit\u00e0 non starebbe soltanto nella possibilit\u00e0 di abbassare lo standard nelle situazioni in cui si ritiene che questo sia necessario per far riemergere il lavoro nero, o per favorire ragionevolmente l\u0092insediamento di nuove imprese. La questione della derogabilit\u00e0 si pone anche nelle zone forti del tessuto produttivo, dove la deroga pu\u00f2 essere necessaria per sperimentare nuovi modelli di organizzazione del lavoro e\/o nuovi modelli di relazioni sindacali in azienda: nel libro cito il modello della\u00a0<i>lean production<\/i>\u00a0sperimentato dalla Nissan in Inghilterra e in Spagna, e non importabile in Italia perch\u00e9 incompatibile con il modello di organizzazione del lavoro tipico dei nostri Ccnl industriali; ma si potrebbero fare diversi altri esempi. Allo stesso modo, la deroga pu\u00f2 avere per oggetto una struttura diversa della retribuzione: per esempio un aumento della parte del compenso che varia con i risultati individuali, di gruppo o aziendali.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Un mutamento di questo genere della struttura delle retribuzioni, se \u00e8 una cosa seria, comporta un aumento del grado di partecipazione e controllo dei lavoratori nella gestione dell\u0092azienda. Ma sappiamo che gli amministratori di una societ\u00e0 hanno mille modi per far s\u00ec che la partecipazione e il controllo siano soltanto un\u00a0<i>fumus<\/i>. Se non sono solo un\u00a0<i>fumus<\/i>, le cose si complicano ulteriormente: sappiamo come funziona l\u0092impresa capitalistica. A questo proposito, poi, ho un\u0092altra obiezione da muoverle: la traggo da un articolo di Luciano Gallino che abbiamo pubblicato alcuni giorni fa: come si fa a stabilire la produttivit\u00e0 o la redditivit\u00e0 reale di un\u0092azienda, quando questa \u00e8 soltanto il punto terminale di un\u0092attivit\u00e0 che si svolge in una rete di aziende disperse in tutto il mondo?<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Questa obiezione porterebbe a negare la possibilit\u00e0 di qualsiasi premio aziendale di produttivit\u00e0 o redditivit\u00e0: non mi sembra che si possa arrivare a questo. Nel panorama internazionale, del resto, e in qualche misura anche in quello italiano, troviamo moltissimi casi nei quali la trasparenza della gestione aziendale non \u00e8 solo fumo negli occhi: casi nei quali l\u0092imprenditore \u00e8 davvero affidabile e disposto a condividere fino in fondo tutte le informazioni di cui dispone. Non \u00e8 dunque insensato pensare a un sindacato-intelligenza collettiva dei lavoratori, capace di valutare l\u0092affidabilit\u00e0 dell\u0092imprenditore, la bont\u00e0 del progetto, e, se la maggioranza dei lavoratori lo sostiene, abilitato a scommetterci sopra.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.\u00a0<\/b>Questo oggi il sindacato pu\u00f2 ben farlo anche in Italia.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Non pu\u00f2 se il progetto comporta un modello di rapporto, di organizzazione del lavoro, e\/o di struttura della retribuzione non compatibile con quello previsto dal Ccnl. E Ccnl significa centinaia e centinaia di disposizioni, anche minuziosissime, su organizzazione del lavoro e struttura della retribuzione. Per rendere possibile quella scommessa occorre che al sindacato sorretto dalla maggioranza dei lavoratori interessati venga data anche in periferia la possibilit\u00e0 di negoziare a tutto campo. In alcuni casi la possibilit\u00e0 di questa scommessa fa la differenza tra la nascita o no di un\u0092impresa. E in molti altri casi poter stipulare quella scommessa pu\u00f2 consentire ai lavoratori di puntare a guadagni notevoli.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Ma se invece poi le cose vanno male\u2026<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Non sto parlando di una partecipazione integrale dei lavoratori al rischio di impresa, n\u00e9 di azzerare ogni rete di sicurezza: sto parlando soltanto della possibilit\u00e0 di modulare il contenuto assicurativo del rapporto di lavoro. Oggi in Italia il Ccnl impone sostanzialmente, oltre a un modello unico di organizzazione del lavoro, anche un modello unico di rapporto individuale di lavoro definito fin nei dettagli, ad alto contenuto assicurativo, che comporta naturalmente un \u201cpremio assicurativo\u201d implicito corrispondentemente molto alto a carico dei lavoratori. Questa \u00e8 una delle cause delle retribuzioni orarie pi\u00f9 basse di cui godono i lavoratori italiani, a parit\u00e0 di costo e di produttivit\u00e0 del lavoro per le imprese. Quello che propongo \u00e8 che nel nostro tessuto produttivo possano confrontarsi e competere tra loro modelli diversi di rapporto di lavoro, con diversi livelli di contenuto assicurativo; e, corrispondentemente, modelli diversi di relazioni industriali, con diversi gradi di partecipazione e coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Se la maggiore partecipazione dovesse essere effettiva, sarebbero gli imprenditori a opporvisi. Cos\u00ec come oggi \u00e8 la Confindustria, insieme alla Cgil, a difendere con maggior decisione l\u0092inderogabilit\u00e0 del Ccnl.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Certo, nell\u0092impresa nella quale sono maggiormente condivise le informazioni e condiviso il rischio, la torta da spartire generalmente si ingrossa perch\u00e9 i lavoratori sono pi\u00f9 consapevoli e pi\u00f9 fortemente incentivati; ma, proprio perch\u00e9 meglio informati e pi\u00f9 partecipi, essi sono anche in grado di appropriarsi di una porzione molto maggiore di quella torta. Oltre una certa soglia, dunque, maggiore partecipazione vuol dire sovente minori profitti per l\u0092imprenditore, pur in una azienda che funziona meglio. Questo \u00e8 vero; ed \u00e8 un buon motivo per non considerare il modello partecipativo come una concessione dei lavoratori all\u0092imprenditore: in realt\u00e0 \u00e8 una loro conquista; ed \u00e8 possibile soltanto in certe imprese e a determinate condizioni. Ma prima di arrivare alla vera e propria partecipazione, la \u201cscommessa comune\u201d pu\u00f2 esprimersi anche in forme di cooperazione meno spinte. Nessuno pu\u00f2 dire, comunque, in astratto, se per i lavoratori sia meglio la scommessa o sia meglio la polizza assicurativa. Quello che propongo \u00e8 che i due modelli possano confrontarsi tra loro; e che ai lavoratori, pur con tutte le cautele necessarie, sia data una possibilit\u00e0 di scelta tra di essi.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0In questo nuovo sistema che lei sta delineando, in fin dei conti, la realt\u00e0 pi\u00f9 rilevante \u00e8 l\u0092imprenditore schumpeteriano, portatore dell\u0092innovazione, inventore di nuovi modi di combinare i fattori della produzione: in questa nozione di imprenditore schumpeteriano finiscono coll\u0092essere ricompresi anche i lavoratori, nella misura in cui la loro \u201cintelligenza collettiva\u201d, come lei dice, li porta sostanzialmente a entrare in una\u00a0<i>joint venture<\/i>\u00a0con l\u0092investitore, a rischiare il loro lavoro come l\u0092investitore rischia il capitale. Se \u00e8 cos\u00ec, in questo modello il sindacato, inteso come strumento di solidariet\u00e0, unit\u00e0 e uguaglianza tra i lavoratori di una categoria, di un paese, rischia di non contare pi\u00f9 niente.<\/p>\n<div>\n<div><span class=\"ctaText\">Leggi anche:<\/span>\u00a0\u00a0<span class=\"postTitle\">Sul lavoro dei giovani una lezione dalla Francia<\/span><\/div>\n<\/div>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Non mi sembra che la mia proposta porti a questo. Io propongo che al livello nazionale e di categoria il sindacato conservi la sua funzione di negoziare e stipulare il Ccnl; e che lo standard fissato dal Ccnl resti sempre una garanzia per tutti, operante dovunque il sindacato sia assente o troppo debole per imporre la contrattazione aziendale; operante comunque come riferimento generale. La novit\u00e0 sta nel fatto che il sindacato svolga, oltre a questa funzione generale, anche quella di rendere possibile con la dovuta ampiezza, ai livelli inferiori, la \u201cscommessa\u201d dei lavoratori su di un progetto industriale particolarmente innovativo, oppure su di un piano straordinario di sviluppo economico di una regione. Per questo occorre che l\u0092autonomia collettiva ai livelli inferiori, quando sia esercitata da un sindacato serio e sorretto da un consenso maggioritario, possa operare anche in funzione sostitutiva rispetto al Ccnl.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.\u00a0<\/b>Vede, il problema sta proprio in questa possibile funzione sostitutiva. Come ho scritto su\u00a0<i>La Repubblica<\/i>\u00a0nell\u0092articolo da cui \u00e8 nato questo incontro,<i>\u00a0<\/i>il Ccnl oggi costituisce lo strumento e la garanzia principale dell\u0092uguaglianza di trattamento e della solidariet\u00e0 tra i lavoratori di una categoria; consentirne la deroga con contratti collettivi di livello inferiore rischia di riaprire la porta alla concorrenza tra i lavoratori, cio\u00e8 di annullare la funzione essenzialmente propria del sindacato, inteso nel senso tradizionale.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.\u00a0<\/b>Questo discorso potrebbe andar bene per il sindacato svedese dei decenni passati, che credeva davvero nell\u0092inderogabilit\u00e0 del Ccnl ed era molto determinato nell\u0092imporla; ma da noi non \u00e8 cos\u00ec. In Italia i Ccnl stabiliscono per lo pi\u00f9 degli standard che il Sud non riesce a reggere: anche per questo nel Sud met\u00e0 dell\u0092economia vegeta al di sotto dello standard; e nessuno si sogna di chiudere le imprese del lavoro nero, per paura di creare milioni di disoccupati. Dunque accettiamo la peggiore delle deroghe al Ccnl, per non assumerci la responsabilit\u00e0 di contrattare una deroga ragionata e controllata, l\u0092adattamento dello standard che consentirebbe di renderlo davvero esigibile.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Nell\u0092articolo con cui lei, molto civilmente, ha risposto al mio un po\u0092 pi\u00f9 ruvido, lei non parla solo dell\u0092economia sommersa del Sud, ma osserva come anche al Centro e al Nord ci sia un\u0092economia debole e precaria, che si difende attraverso una deroga di fatto allo standard nazionale, si aggiusta comprimendo il trattamento di immigrati, giovani, lavoratori marginali. Qui sono d\u0092accordo con lei; e aggiungo che questo avviene anche attraverso le esternalizzazioni: gli appalti di interi rami della produzione a piccole aziende; la grande impresa-madre diventa un\u0092azienda di progettazione, design e ricerca (quando la fa), ma per il resto si riduce a un\u0092azienda di assemblaggio di pezzi prodotti da aziende pi\u00f9 piccole, che possono derogare di fatto allo standard perch\u00e9 sfuggono pi\u00f9 facilmente al controllo del sindacato e degli ispettori. In parte il fenomeno dell\u0092<i>outsourcing<\/i>\u00a0\u00e8 fisiologico; ma in parte \u00e8 solo un affidarsi al nanismo per consentire l\u0092elusione dello standard nazionale.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0\u00c8 un\u0092altra faccia dello stesso problema.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Ecco. Ma il sindacato confederale la battaglia contro queste forme di illegalit\u00e0 l\u0092ha fatta. Quando Sergio Cofferati ha portato in piazza milioni di persone, lo ha fatto anche contro questo fenomeno.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0A parole lo ha fatto. Nelle grandi rivendicazioni e mobilitazioni generali, negli slogan. Ma nei comportamenti effettivi anche il sindacato confederale tollera deliberatamente queste deroghe. Un prefetto calabrese, qualche tempo fa, mi diceva che per stanare le imprese al nero non occorrerebbe neanche mandare in giro gli ispettori: basterebbe confrontare le pagine gialle del telefono con i tabulati dell\u0092Inps o del fisco, o dei consumi di elettricit\u00e0; ma neppure i sindacati glielo hanno mai chiesto, perch\u00e9 se lo si fosse fatto si sarebbero persi troppi posti di lavoro, si sarebbe avuta la rivolta nelle piazze.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0La battaglia della Cgil contro la modifica dell\u0092articolo 18 non tendeva proprio a impedire che l\u0092area dell\u0092illegalit\u00e0 si estendesse? Alzare la soglia di applicazione della protezione contro il licenziamento avrebbe significato un ampliamento dell\u0092area nella quale le imprese avrebbero potuto tenere i propri dipendenti sotto minaccia e quindi imporre loro le deroghe allo standard, in materia di orari, retribuzioni, ecc.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Mi sembra che della difesa dell\u0092articolo 18 possa dirsi tutto, tranne che sia una forma di lotta contro il lavoro irregolare. Lo stesso articolo 18 convive tranquillamente, in grandi imprese e amministrazioni pubbliche, con l\u0092utilizzazione sistematica di falsi collaboratori autonomi a centinaia, operanti gomito a gomito con i lavoratori regolari. Quando i co.co.co. o \u201clavoratori a progetto\u201d si rivolgono al sindacato di categoria, si sentono dire che devono iscriversi al Nidil: \u201cnuove identit\u00e0 di lavoro\u201d. Ci sono call centre che lavorano con migliaia di falsi collaboratori autonomi, sotto gli occhi di tutti. Anche l\u00ec i motivi della tolleranza si capiscono bene: probabilmente, se si imponesse il rispetto dello standard si perderebbero due terzi o pi\u00f9 di quei posti, perch\u00e9 anche l\u00ec, come nelle plaghe del lavoro nero del Sud, la domanda di lavoro \u00e8 molto elastica. Ma questo significa sostanzialmente accettare la deroga peggiore (perch\u00e9 illegale) al Ccnl; e significa farlo, per di pi\u00f9, in modo ipocrita e poco trasparente.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Nella pubblica amministrazione c\u0092\u00e8 stata e c\u0092\u00e8 tuttora una contrapposizione tra chi difende il rigore dei limiti di spesa e chi invece conduce una battaglia per la progressiva regolarizzazione dei precari. Il sindacato \u00e8 in prima fila in questa battaglia; gli si pu\u00f2 forse imputare di attentare agli equilibri della spesa pubblica, ma non di rimanere passivo di fronte a quella forma di lavoro irregolare.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Qui lei tocca un punto cruciale della questione: i vincoli della spesa pubblica. Non \u00e8 un caso che i segretari della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi coniughino la difesa intransigente del ruolo e dell\u0092inderogabilit\u00e0 del Ccnl con la rivendicazione di un aumento della spesa pubblica, dell\u0092intervento pubblico nell\u0092economia, oltre che con una tendenziale opposizione all\u0092internazionalizzazione della nostra economia. C\u0092\u00e8 una coerenza innegabile in questa coniugazione; ma finch\u00e9 il quadro in cui vogliamo ragionare \u00e8 quello della nostra progressiva integrazione nell\u0092Unione Europea, dobbiamo fare i conti fino in fondo con i vincoli che essa ci pone.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Mi rendo ben conto del valore di questa obiezione. Ci torneremo pi\u00f9 avanti. Ma prima vorrei porle questa domanda: lei ricorda certamente che ci fu il periodo delle \u201cgabbie salariali\u201d.\u00a0<b>(1)<\/b>\u00a0Una volta abolite le \u201cgabbie\u201d, questa espressione \u00e8 diventata un tab\u00f9 negativo: anche progetti come il suo urtano contro un rifiuto netto e radicato. Le domando: perch\u00e9?<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Le gabbie salariali erano tutt\u0092altra cosa: erano una differenziazione degli standard retributivi prestabilita centralmente e rigidamente. Quella differenziazione corrispondeva, a ben vedere, a una sorta di accettazione dell\u0092inferiorit\u00e0 economica del Sud, della minore produttivit\u00e0 del lavoro nelle regioni meridionale. Si stabilivano quelle differenze come permanenti e inevitabili. Quello che io propongo \u00e8 esattamente il contrario: fissato il\u00a0<i>benchmark<\/i>\u00a0nazionale con il Ccnl, io propongo che un sindacato genuino e sorretto da una vera maggioranza dei lavoratori di una regione possa adattare quello standard in funzione di un progetto di sviluppo che consenta alle imprese della regione di uscire dall\u0092illegalit\u00e0 e dal nanismo che ne consegue, in modo da poter raggiungere progressivamente il\u00a0<i>benchmark\u00a0<\/i>nazionale. Del resto, anche il costo della vita, a Vibo Valentia, \u00e8 molto pi\u00f9 basso che a Milano.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Gi\u00e0, ma occorrerebbe anche vedere quali sono effettivamente i consumi dell\u0092operaio di Vibo Valentia; e di quali servizi dispone.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.\u00a0<\/b>Occorrerebbe soprattutto una maggiore abitudine a raccogliere i dati in modo sistematico, a studiarli e a ragionare su di essi pragmaticamente. Questo eviterebbe tante dispute ideologiche e consentirebbe di scegliere tra le alternative possibili conoscendone molto meglio gli effetti reali.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0\u0096 Lei crede che la contrattazione di una riduzione del costo del lavoro al Sud consentirebbe un\u0092azione di recupero alla legalit\u00e0 di quell\u0092enorme 40 per cento di economia sommersa?<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Nel quadro di una grande operazione concordata dalle parti sociali con il governo locale e centrale, io credo di s\u00ec. In Germania, dopo l\u0092unificazione del 1990, tra Est e Ovest c\u0092era una differenza di produttivit\u00e0 del lavoro simile a quella che c\u0092\u00e8 da noi tra Nord e Sud; in un primo periodo hanno tentato di realizzare l\u0092uguaglianza tra Est e Ovest per decreto, applicando la ricetta centralistica; e hanno ottenuto invece un\u0092enorme aumento della disoccupazione e del lavoro irregolare all\u0092Est. Poi hanno imparato la lezione: il sindacato si \u00e8 dato un programma pi\u00f9 realistico di \u201ccostruzione\u201d dell\u0092uguaglianza, con l\u0092obiettivo di raggiungerla gradualmente entro il 2009, attraverso una fase di passaggio di negoziazione regionale, per consentire appunto la differenziazione degli standard. I primi risultati si stanno gi\u00e0 vedendo.<\/p>\n<div>\n<div><span class=\"ctaText\">Leggi anche:<\/span>\u00a0\u00a0<span class=\"postTitle\">Per lavoratori e robot un futuro di convivenza<\/span><\/div>\n<\/div>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Anche da noi sono state sperimentate alcune forme di deroga al Ccnl, in particolare per i distretti industriali e per determinate zone, con i \u201ccontratti d\u0092area\u201d, i \u201cpatti territoriali\u201d, i \u201ccontratti di riallineamento\u201d. Quell\u0092esperimento \u00e8 stato fatto; e non sembra che abbia dato risultati apprezzabili.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Quelle nostre esperienze sono una cosa molto diversa rispetto a quanto stanno sperimentando in Germania. Quelli erano contratti con efficacia molto circoscritta, che richiedevano una fase di preparazione laboriosissima, una triangolazione con l\u0092amministrazione pubblica che presupponeva procedimenti amministrativi complessi, altissimi costi di transazione; e avevano carattere eccezionale. Inoltre richiedevano l\u0092unanimit\u00e0 dei consensi: se Cgil, Cisl e Uil non erano tutte d\u0092accordo, di diritto o di fatto erano impraticabili. Io propongo invece la possibilit\u00e0 di una contrattazione collettiva suscettibile di svilupparsi al livello regionale o aziendale in modo pi\u00f9 fluido, anche senza il coinvolgimento dell\u0092amministrazione pubblica e anche in situazioni di dissenso insanabile tra Cgil, Cisl e Uil, purch\u00e9 ad opera di una coalizione sindacale genuina e sorretta dalla maggioranza dei lavoratori interessati.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Mi sembra rischioso estendere questa soluzione al livello della singola impresa. L\u0092obiezione nasce dalla mia esperienza nell\u0092impresa che ho fondato e diretto per decenni. Quando a decidere sono i rappresentanti dei lavoratori in azienda, questo costituisce sovente un problema non da poco per l\u0092imprenditore: quello che si \u00e8 contrattato con il sindacato nazionale non conta pi\u00f9, conta solo quello che decidono i rappresentanti aziendali. Dove i lavoratori sono forti, questo va a danno dell\u0092imprenditore: a volte i rappresentanti aziendali, quando sono massimalisti o radicaleggianti, agiscono con durezza maggiore rispetto al sindacato nazionale, sia sul piano delle rivendicazioni, sia su quello delle forme di lotta. Ma l\u0092esperienza mi dice anche che nell\u009280 per cento dei casi avviene il contrario: il leader della rappresentanza sindacale, in vista di prospettive di carriera, o del fatto che il capo dell\u0092azienda se lo porta a pranzo e lo consulta riservatamente su tante cose, finisce col diventare molto malleabile. Potrebbero diffondersi forme svariate di sindacalismo di comodo: soprattutto nell\u0092azienda medio-piccola sarebbe facile per il padroncino ottenere che i dipendenti diano il loro appoggio a un sindacato creato\u00a0<i>ad hoc<\/i>, disposto a firmare qualsiasi cosa. Per non parlare del rischio di un controllo mafioso su questo genere di sindacato.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Per evitare questo rischio, io propongo un filtro ulteriore, in aggiunta alla maggioranza dei consensi nell\u0092ultima votazione nei luoghi di lavoro interessati: cio\u00e8 che il sindacato, per essere abilitato a contrattare con efficacia piena, anche in deroga al Ccnl, debba essere radicato in almeno quattro regioni. Non \u00e8 l\u0092unico filtro possibile, si possono sperimentare altre tecniche normative; ma il rischio che lei paventa del sindacato di comodo \u00e8 facilmente evitabile, anche perch\u00e9 i giudici del lavoro sono ben attrezzati per il controllo in questo campo. Inoltre la proposta di legge che ho inserito in appendice al mio libro prevede che i lavoratori scelgano ogni tre anni il sindacato da cui vogliono farsi rappresentare; nel corso del triennio, se i singoli rappresentanti aziendali adottano un comportamento incompatibile con la linea del sindacato scelto dai lavoratori, questo \u00e8 abilitato a sostituirli, secondo le proprie regole statutarie interne.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Lei pensa al rappresentante aziendale come a una sorta di funzionario del sindacato in azienda?<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Deve essere sempre, ovviamente, un dipendente dell\u0092azienda. Ma \u00e8 il sindacato a ricevere l\u0092investitura dai lavoratori e deve essere pertanto il sindacato a operare attraverso quel lavoratore, avendolo designato come proprio rappresentante aziendale; libero, ovviamente, il sindacato stesso di farlo scegliere dall\u0092assemblea di tutti i lavoratori, o da quella dei soli propri iscritti, o in altro modo previsto dal suo statuto associativo. E liberi i lavoratori, alla prima scadenza, se non sono soddisfatti, di dare la maggioranza dei loro consensi a un altro sindacato.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Mi sembra che questa sua proposta pecchi un po\u0092 di illuminismo. Di fatto, se il sindacato pretendesse di sostituire il rappresentante aziendale \u201cfuori linea\u201d, i lavoratori si ribellerebbero; in questo modo si favorirebbe il diffondersi dei Cobas, che peraltro sono gi\u00e0 diffusissimi. Perch\u00e9 la Cgil oggi si preoccupa tanto di mantenere il rapporto con la base, mediante il referendum, il confronto costante con l\u0092assemblea? Perch\u00e9 altrimenti il sindacato perde il consenso dei lavoratori, si diffonde verso il sindacato quella stessa disaffezione che, sul terreno politico, si \u00e8 diffusa nei confronti dei partiti.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Il rapporto organico tra sindacato e rappresentante aziendale non \u00e8 una mia invenzione: lo ha istituito lo Statuto dei lavoratori del 1970, voltando pagina per questo aspetto, rispetto alla vicenda delle commissioni interne, che non erano organi del sindacato. Io sono favorevole a mantenere quel rapporto organico, lasciando libero ogni sindacato di gestirlo accentuando la democrazia diretta o quella delegata, dando pi\u00f9 voce alla base indistinta o ai tesserati. Poi propongo che il numero dei rappresentanti sindacali aziendali non sia pi\u00f9 uguale per tutti i sindacati accreditati, come lo Statuto prevede ancora oggi, ma sia proporzionato per legge, o per accordo interconfederale, ai consensi ottenuti da ciascun sindacato nella consultazione periodica. Saranno i lavoratori a dare pi\u00f9 spazio al sindacato che fa meglio il suo mestiere.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Questo mi sembra ragionevole, anche se conservo le mie riserve sulla possibilit\u00e0 effettive di controllo del sindacato sull\u0092operato dei propri rappresentanti in azienda. Soprattutto, poi, in una situazione nella quale alla contrattazione collettiva di livello aziendale vengano lasciate le briglie sul collo come lei propone.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>P.I.<\/b>\u00a0Le briglie credo che possa tenerle in mano ben salde il sindacato da cui i lavoratori scelgono di farsi rappresentare; io lo credo capace di farlo, ma non ho la pretesa di convincerla su questo punto. Prima di chiudere, vorrei tornare a un tema che abbiamo lasciato sospeso. Il nostro cosiddetto \u201cdiritto sindacale vivente\u201d, centrato sull\u0092inderogabilit\u00e0 del Ccnl, \u00e8 venuto consolidandosi in un\u0092epoca in cui a Roma, dove si negoziava il contratto, si praticava una certa dose di dirigismo in economia, soprattutto mediante le leve del cambio della lira e degli aiuti di Stato alle imprese. Met\u00e0 della nostra industria era a partecipazione statale e sorretta dai fondi di dotazione generosamente e puntualmente erogati a spese del contribuente. Lei non pensa che la disattivazione di queste due leve centrali della nostra politica economica nazionale debba avere dei riflessi anche sulla struttura della contrattazione collettiva, nel senso di un qualche spostamento del suo baricentro verso la periferia, di un maggiore spazio per la contrattazione decentrata?<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>E.S.<\/b>\u00a0Lei pu\u00f2 avere ragione, ma, per entrare in questo ordine di idee, troppe cose allora devono cambiare. Una riforma di questo genere e di questa portata \u00e8 politicamente pensabile soltanto nel contesto di una riforma di sistema, che involga anche il recupero del necessario rigore ed equit\u00e0 fiscale, un livello di ragionevole efficienza dei servizi al mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, pi\u00f9 in generale la credibilit\u00e0 delle istituzioni che fanno da arbitro tra le parti sociali. Questa battaglia innovativa che lei conduce meritoriamente presuppone una comunit\u00e0 nazionale in cui cambino contemporaneamente molte altre cose. Allora, chi fa la prima mossa? Senza una concertazione seria tra tutte le parti interessate, non si creer\u00e0 mai il minimo di fiducia necessario perch\u00e9 si possa imboccare credibilmente una strada come questa.<\/p>\n<p align=\"justify\">______________<\/p>\n<p><b>(1)<\/b>\u00a0Con questo termine si indicano le tabelle retributive stabilite dai Ccnl italiani negli anni Cinquanta e Sessanta, che prevedevano rigidamente minimi differenziati in riferimento alle diverse zone del paese.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 2005 il contenuto essenziale dell&#8217;accordo Fiat 2010 destinato a segnare una svolta nel nostro sistema delle relazioni industriali venne anticipato da una proposta di riforma della contrattazione esposta in un mio libro &#8211; Ne nacque una discussione con il Direttore de la Repubblica, che a 15 anni di distanza conserva tutta la sua attualit\u00e0 [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,11],"tags":[],"class_list":["post-61854","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro","category-23-sindacato"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61854","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=61854"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/61854\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=61854"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=61854"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=61854"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}