
{"id":6206,"date":"2009-11-18T11:38:48","date_gmt":"2009-11-18T10:38:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=6206"},"modified":"2009-11-22T22:55:14","modified_gmt":"2009-11-22T21:55:14","slug":"i-rischi-della-flexsecurity","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=6206","title":{"rendered":"I RISCHI DELLA FLEXSECURITY"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">UNO STUDIO METTE IN GUARDIA CONTRO ALCUNI EFFETTI\u00a0INDESIDERABILI CHE\u00a0UN REGIME DI\u00a0<em>FLEXSECURITY<\/em>\u00a0 FONDATO SU DI UN INCREMENTO DELLA SPESA PUBBLICA POTREBBE PRODURRE SULLA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO NEL NOSTRO PAESE. MA I DDL N. 1481\/2009 E N. 1873\/2009 NON FONDANO IL NUOVO REGIME SU DI UN FINANZIAMENTO\u00a0PUBBLICO,\u00a0BENSI&#8217; SULLA RESPONSABILIZZAZIONE DELLE IMPRESE PER LA SICUREZZA DEI LAVORATORI NEL MERCATO<\/span><br \/>\n<em><br \/>\nSaggio di <strong>Guglielmo Forges Davanzati\u00a0<\/strong>(professore associato di Storia del pensiero economico nell\u2019Universit\u00e0 del Salento di Lecce e titolare dell\u2019insegnamento di Economia Politica presso la medesima sede) pubblicato nella rivista on-line <\/em><a href=\"http:\/\/www.economiaepolitica.it\">www.economiaepolitica.it<\/a>\u00a0(<em>novembre 2009)\u00a0&#8211; Segue una <strong>mia replica<\/strong>, in riferimento al progetto per la transizione a un regime di <\/em>flexsecurity<em> contenuto nei disegni di legge n. 1481\/2009 e 1873\/2009<\/em><\/p>\n<p><!--more-->L\u2019Italia \u00e8, al tempo stesso, il Paese che \u2013 in Europa &#8211; ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, \u00e8 opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficolt\u00e0 aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilit\u00e0 nei casi di difficolt\u00e0 aziendali irreversibili. L\u2019ammontare del sussidio \u00e8 stabilito in fase di programmazione economica ed \u00e8 quantificato nella Legge Finanziaria. Vi \u00e8 poi la possibilit\u00e0 di accedere all\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l\u2019OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori pi\u00f9 colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l\u2019Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di et\u00e0 compresa tra i 15 e i 24 anni \u00e8 cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell&#8217;ultimo anno ed \u00e8 ora pari al 26,3%. Vi \u00e8 quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessit\u00e0 e l\u2019urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce pi\u00f9 deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.<br \/>\nA\u00a0fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsit\u00e0 di risorse dalle quali attingere, si registra \u2013 nel corso degli ultimi mesi \u2013 un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonch\u00e9 dall\u2019Unione europea) a politiche che \u2013 ispirate all\u2019esperienza danese della <em>flexsecurity<\/em> \u2013 coniughino la flessibilit\u00e0 contrattuale con una presunta \u2018sicurezza\u2019 da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come <em>flexsecurity<\/em><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[1]<\/span><\/span><\/span>. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che pu\u00f2 essere spiegata in due modi. Si pu\u00f2 ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilit\u00e0 del lavoro avviate, in Italia, dalla met\u00e0 degli anni novanta \u2013 con il \u201cPacchetto Treu\u201d &#8211; e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30\/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi \u00e8 ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, \u00e8 minore l\u2019occupazione<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[2]<\/span><\/span><\/span>. In secondo luogo, \u00e8 possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all\u2019impopolarit\u00e0 crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all\u2019attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l\u2019attuazione di politiche di <em>flexsecurity<\/em> \u2013 intellettuali comunque di orientamento neoliberista \u2013 si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale \u00e8 un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.<br \/>\nSi pu\u00f2 ritenere, infatti, che l\u2019erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilit\u00e0 di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne \u00e8 a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilit\u00e0 di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall\u2019andamento della domanda<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[3]<\/span><\/span><\/span>. In una condizione di \u2018sovranit\u00e0 del produttore\u2019<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[4]<\/span><\/span><\/span>, le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L\u2019entit\u00e0 del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, \u00e8 tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[5]<\/span><\/span><\/span>. In tali circostanze, l\u2019erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L\u2019aumento dei margini di profitto \u2013 a parit\u00e0 di costi di produzione \u2013 si traduce in pi\u00f9 alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L\u2019Eurostat certifica, a riguardo, che \u2013 nel confronto fra Italia e Danimarca \u2013 pure a fronte della pi\u00f9 alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell\u2019ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell\u2019andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il <em>labour share<\/em>), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[6]<\/span><\/span><\/span>. A ci\u00f2 va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall\u2019erogazione monetaria di sussidi possono essere di entit\u00e0 diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poich\u00e9 le imprese meridionali operano in mercati pi\u00f9 prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi \u00e8 motivo di attendersi che un\u2019estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord pi\u00f9 di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ci\u00f2 segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi pi\u00f9 alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ci\u00f2 accentuando il dualismo territoriale<span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[7]<\/span><\/span><\/span>. Vi \u00e8 di pi\u00f9. Se si ammette che l\u2019erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l\u2019aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che pu\u00f2 seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch\u2019essi ridotti. Da ci\u00f2 pu\u00f2 seguirne un\u2019ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un\u2019ulteriore compressione della produzione, dell\u2019occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al pi\u00f9 benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di pi\u00f9 grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.<br \/>\nL\u2019effetto ridistribuivo dei sussidi pu\u00f2 essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttivit\u00e0. E\u2019 ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttivit\u00e0 del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all\u2019interno dell\u2019impresa, e che la divisione del lavoro \u00e8 tanto pi\u00f9 accentuata quanto maggiore \u00e8 la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l\u2019aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ci\u00f2 pu\u00f2 tradursi in un aumento dell\u2019occupazione e\/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale \u2013 a sua volta \u2013 si ottiene mediante una pi\u00f9 accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ci\u00f2 pu\u00f2 riflettere il contesto storico nel quale l\u2019economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l\u2019aumento della domanda all\u2019urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della \u2018nascita\u2019 del capitalismo), \u00e8 meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ci\u00f2 accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l\u2019economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell\u2019occupazione. In secondo luogo, poich\u00e9 gli investimenti \u2013 anch\u2019essi componenti della domanda \u2013 dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi \u00e8 nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, \u00e8 semmai vero che \u2013 data l\u2019elevata incertezza &#8211; i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.\u00a0\u00a6lt;br \/&gt; Seguendo una prospettiva keynesiana, per l\u2019obiettivo di tenere alta la domanda e l\u2019occupazione, \u00e8 necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e\/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L\u2019aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si \u00e8 detto, pu\u00f2 avere significativi effetti di accelerazione della produttivit\u00e0 del lavoro. Poich\u00e9, infatti, le variazioni di quest\u2019ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l\u2019aumento della spesa pubblica \u2013 nella misura in cui accresce la domanda aggregata \u2013 stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una pi\u00f9 accentuata divisione dello stesso.\u00a0 Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo pu\u00f2 agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ci\u00f2 \u00e8 possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non \u00e8 questo il caso italiano e, dunque, vi \u00e8 motivo di ritenere che l\u2019aumento della produttivit\u00e0, conseguente all\u2019aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l\u2019aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di <em>flexsecurity<\/em> siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.<br \/>\nStando cos\u00ec le cose, \u00e8 legittimo chiedersi se non sia pi\u00f9 efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale \u00e8 lo Stato a svolgere la funzione di <em>employer of last resort<\/em>. Ed \u00e8 qui che si pu\u00f2 rintracciare l\u2019aspetto sottaciuto dei programmi di <em>flexsecurity<\/em>. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ci\u00f2 rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.<\/p>\n<p style=\"MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: center\">\u00a0***<\/p>\n<div style=\"mso-element: footnote-list;\">\n<div id=\"ftn1\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[1]<\/span><\/span><\/span> Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i pi\u00f9 bassi costi di licenziamento e il pi\u00f9 generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore \u00e8 prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell\u2019aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l\u2019impiego. Il diritto all\u2019indennit\u00e0 viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il pi\u00f9 basso d\u2019Europa<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn2\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[2]<\/span><\/span><\/span> Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precariet\u00e0 come freno alla crescita su questa rivista.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn3\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"font-size: 10pt; mso-bidi-font-size: 12.0pt;\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[3]<\/span><\/span><\/span><\/span> Lo schema teorico che \u00e8 a fondamento delle argomentazioni che seguono \u00e8 derivato dalle opere di\u00a0 Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l\u2019ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli \u2018animal spirits\u2019 imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l\u2019ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto \u2018normale\u2019. Da ci\u00f2 segue che ogni iniezione \u2018esterna\u2019 di liquidit\u00e0 (ed \u00e8 il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn4\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[4]<\/span><\/span><\/span> Intendendo con questa espressione l\u2019esatto contrario del postulato neoclassico della \u2018sovranit\u00e0 del consumatore\u2019, quest\u2019ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn5\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[5]<\/span><\/span><\/span> Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn6\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[6]<\/span><\/span><\/span> Si veda <a href=\"http:\/\/ec.europa.eu\/economy_finance\/publications\/publication15147_en.pdf\">http:\/\/ec.europa.eu\/economy_finance\/publications\/publication15147_en.pdf<\/a>.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"ftn7\" style=\"mso-element: footnote;\">\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\"><span style=\"mso-special-character: footnote;\"><span class=\"MsoFootnoteReference\">[7]<\/span><\/span><\/span> Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L\u2019unit\u00e0 nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).<\/p>\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\">\u00a0<\/p>\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\"><strong><span style=\"color: #993300;\">UNA BREVE REPLICA, IN RIFERIMENTO AI DISEGNI DI LEGGE N. 1481\/2009 E 1873\/2009<\/span><br \/>\n<\/strong><em>Le conseguenze negative che Guglielmo Forges Davanzati delinea nel suo scritto sono legate all&#8217;ipotesi che il costo dell&#8217;incremento del trattamento di disoccupazione &#8211; elemento essenziale del regime di <\/em>flexsecurity<em> &#8211; sia posto a carico dell&#8217;Erario. Non mi sembra che questa critica possa essere rivolta al progetto per la transizione a un regime di <\/em>flexsecurity<em> contenuto nel <strong>disegno di legge n. 1481\/2009<\/strong>, perch\u00e9<br \/>\n\u00a0\u00a0 &#8211; esso <strong>prevede che siano le imprese, non lo Stato.\u00a0ad accollarsi il costo<\/strong> del\u00a0trattamento complementare di disoccupazione (solo per le imprese sotto la soglia dei 16 dipendenti interessate alla sperimentazione\u00a0si prevede una copertura del costo medio da parte dell&#8217;Erario, con un contributo pari allo 0,5% delle retribuzioni relative ai nuovi rapporti di lavoro da queste attivati: ma \u00e8 agevolmente prevedibile che si tratter\u00e0 di un importo complessivo assai contenuto, anche perch\u00e9 sotto quella soglia oggi \u00e8 impiegato meno di un quarto del totale dei lavoratori subordinati);<br \/>\n\u00a0\u00a0 &#8211; il progetto \u00e8 finalizzato alla <strong>sperimentazione<\/strong> del nuovo regime, in funzione dell&#8217;affinamento del relativo <\/em>know-how <em>e della promozione di una nuova cultura del lavoro e del suo mercato: <strong>in questa fase preliminare il numero delle imprese coinvolte non pu\u00f2 che essere assai ridotto rispetto al totale<\/strong>.<br \/>\nLa critica di G.F.D. non pu\u00f2 neppure essere riferita al regime di <\/em>flexsecurity<em> delineato negli articoli 2118-2120 del nuovo <\/em>Codice del Lavoro<em> proposto con il <strong>disegno di legge n. 1873\/2009<\/strong>, perch\u00e9 il campo di appliczione della nuova disciplina del trattamento di disoccupazione per i lavoratori licenziati di cui al nuovo art. 2120 \u00e8 limitato alle aziende che si collocano al di sopra della soglia dimensionale dei 15 dipendenti, con l&#8217;idea che debba essere il sistema stesso delle imprese a finanziare l&#8217;assicurazione dei lavoratori.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 (p.i.)<\/em><\/p>\n<p class=\"MsoFootnoteText\" style=\"text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;\">\u00a0<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>UNO STUDIO METTE IN GUARDIA CONTRO ALCUNI EFFETTI\u00a0INDESIDERABILI CHE\u00a0UN REGIME DI\u00a0FLEXSECURITY\u00a0 FONDATO SU DI UN INCREMENTO DELLA SPESA PUBBLICA POTREBBE PRODURRE SULLA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO NEL NOSTRO PAESE. 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