
{"id":62309,"date":"2023-02-15T18:52:56","date_gmt":"2023-02-15T17:52:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62309"},"modified":"2023-02-15T19:28:08","modified_gmt":"2023-02-15T18:28:08","slug":"venti-anni-di-legge-biagi-un-bilancio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62309","title":{"rendered":"VENTI ANNI DI LEGGE BIAGI: UN BILANCIO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Una riflessione a 360\u00b0 sull&#8217;<strong>impatto che la riforma del 2003 ha avuto sul diritto del lavoro italiano<\/strong> e sul modo in cui i giuslavoristi italiani si sono ad essa rapportati<\/span><em><br \/>\n<\/em><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Intervista a cura di Michele Tiraboschi, pubblicata nel libro da lui curato <\/em>Vent&#8217;anni di Legge Biagi<em>, Adapt University Press, 2023, pp. 77-87 &#8211; \u00c8 online su questo sito anche <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62311\">una mia recensione dello stesso libro<\/a> &#8211; In argomento v. anche il mio articolo pubblicato il 18 marzo 2022 sul dorso bolognese del <\/em>Corriere della Sera<em>,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=60928\">La campagna di fake news sulla legge Biagi<\/a>\u00a0 <!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/LEGGI-TREU-E-BIAGI.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-43365\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/LEGGI-TREU-E-BIAGI.jpg\" alt=\"\" width=\"275\" height=\"183\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/LEGGI-TREU-E-BIAGI.jpg 275w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/LEGGI-TREU-E-BIAGI-150x100.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px\" \/><\/a>Sin dalla fase di progettazione la legge Biagi ha innescato un dibattito pubblico, a tratti molto duro e violento, che ancora oggi ruota attorno ai concetti di flessibilit\u00e0 e precariet\u00e0. Lo stesso si pu\u00f2 dire, almeno in parte e con le dovute eccezioni, per il dibattito scientifico dove il tema dominante, nella fase di approvazione della legge, \u00e8 stato quello dell&#8217;articolo 18 e della proliferazione di tipologie di lavoro atipico. \u00a0A vent\u2019anni di distanza che bilancio trai di questo dibattito?<br \/>\n<\/strong>Fin dall\u2019inizio mi \u00e8 apparso come un dibattito fortemente viziato dalla faziosit\u00e0 di troppi nostri colleghi appartenenti all\u2019ala sinistra giuslavoristica, che squalificarono totalmente quella legge come foriera soltanto di precarizzazione dei rapporti di lavoro, rifiutando di riconoscere che essa non conteneva neppure un solo nuovo sotto-tipo di contratto di lavoro \u201cprecario\u201d; essa ridisciplinava \u2013 s\u00ec \u2013 le collaborazioni autonome continuative, ma in senso fortemente restrittivo coll\u2019imporre il requisito della stretta funzionalizzazione del contratto a un progetto ben determinato. Per il resto, i due soli sotto-tipi nuovi di contratto di lavoro previsti e disciplinati dalla legge Biagi erano: il c.d. <em>Job-sharing<\/em>, ovvero il \u201clavoro gemellato\u201d, che non aveva in s\u00e9 nulla di precario consistendo soltanto nella coniugazione elastica di due rapporti di lavoro a tempo parziale, con coobbligazione solidale per l\u2019intera prestazione in capo a entrambi i partner (la cui disciplina non era altro che la recezione in legge di una circolare emanata dal ministro del Lavoro Treu nel 1997); e il c.d. <em>Staff-leasing<\/em>, ovvero la somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, nell\u2019ambito della quale era previsto un rapporto di lavoro somministrato a tempo indeterminato assistito da piena stabilit\u00e0, anzi: pi\u00f9 stabile del rapporto di lavoro ordinario, perch\u00e9 in questo caso non era ammesso il licenziamento collettivo da parte dell\u2019agenzia somministratrice, neppure nel caso di cessazione del contratto di somministrazione. A ben vedere, era molto pi\u00f9 marcata la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro contenuta nel \u201cpacchetto Treu\u201d del 1997, che per la prima volta aveva introdotto nel nostro ordinamento la somministrazione di lavoro, tipicamente a termine, e aveva alleggerito i vincoli in materia di lavoro a tempo parziale; ma quella legge era stata fatta da un Governo di centro-sinistra e dunque la sinistra giuslavoristica si limit\u00f2 a qualche mugugno. Quando poi il centro-sinistra torn\u00f2 al potere, nel 2006, la parola d\u2019ordine fu \u201cabrogare la legge Biagi\u201d; senonch\u00e9 il ministro del Lavoro Damiano, al dunque, non trov\u00f2 in essa nessun contenuto \u201cprecarizzante\u201d che si prestasse a essere abrogato. Se la prese, dunque, soltanto con il <em>Job Sharing<\/em> e lo <em>Staff leasing<\/em>, i quali con la precarizzazione del lavoro non avevano nulla a che fare, ma avevano la colpa di essere comunemente indicati con un nome inglese: essi furono usati come \u201cscalpo politico\u201d da esibire all\u2019opinione pubblica di sinistra per poter dire che si voltava pagina rispetto alla legge Biagi.<\/p>\n<p><strong>La quale, peraltro, conteneva anche un robusto capitolo dedicato all\u2019organizzazione e disciplina del mercato del lavoro, che \u00e8 stato oggetto di assai scarsa attenzione. Semplificando \u00e8 il tema delle politiche attive del lavoro che ancora oggi latitano nel nostro Paese. Hai una spiegazione per questo?<br \/>\n<\/strong>Quella prima parte della legge del 2003 costituiva il completamento necessario della riforma avviata nel 1997 dal Governo di centro-sinistra. La sinistra giuslavoristica imput\u00f2 a questa parte della legge l\u2019apertura del mercato del lavoro ai servizi offerti dagli operatori privati accreditati; ma questa apertura era stata gi\u00e0 disposta dal decreto legislativo 23 dicembre 1997 n. 469, a seguito della sentenza <em>Job Centre II<\/em> della Corte di Giustizia europea di due settimane prima. Solo che ci erano poi voluti altri due anni prima che i regolamenti necessari venissero emanati; cosicch\u00e9 la presenza degli operatori privati nel mercato del lavoro incominci\u00f2 a essere percepita soltanto dopo altri due o tre anni. Sta di fatto, comunque, che l\u2019attenzione della sinistra giuslavoristica si \u00e8 sempre concentrata molto di pi\u00f9 sulla regolazione del rapporto di lavoro che sulla regolazione del mercato, anche perch\u00e9 nella sua cultura ha sempre pesato molto l\u2019eredit\u00e0 della negazione marxiana dell\u2019idea stessa del mercato del lavoro come luogo di incontro negoziale tra una domanda e un\u2019offerta, ovvia conseguenza della negazione dell\u2019idea stessa del contratto di lavoro (\u201cfoglia di fico che copre la vergogna della dittatura de padrone sull\u2019operaio\u201d). La sinistra giuslavoristica ha sempre creduto molto di pi\u00f9 nella difesa del lavoratore <em>dal<\/em> mercato che nella sua difesa <em>nel<\/em> mercato.<\/p>\n<p><strong>In realt\u00e0, invece, quello della\u00a0modernizzazione del mercato del lavoro \u00e8 un nodo storico per il nostro Paese. Il collocamento pubblico non ha mai funzionato a regime mentre gli operatori privati, ammessi formalmente solo nel 1997 con il decreto delegato che hai appena citato, a un quarto di secolo di distanza mostrano qualche vitalit\u00e0 nel nord del Paese, un po\u2019 meno al centro, e quasi per niente al sud. Lo stesso per la fornitura professionale di manodopera che era stata oggetto di regolazione in Francia e Germania gi\u00e0 all\u2019inizio degli anni Settanta. Quali sono le ragioni di questo ritardo e di questa diffidenza verso gli operatori privati?<br \/>\n<\/strong>Nella cultura del lavoro dominante nel nostro Paese l\u2019importanza dei servizi al mercato del lavoro (informazione, orientamento, formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente esistenti, sostegno alle persone nelle transizioni professionali) \u00e8 sempre stata misconosciuta, non solo a sinistra,\u00a0 ma anche a destra. Ancora oggi, a destra come a sinistra, sembra che siano pochissimi a rendersi conto dell\u2019enormit\u00e0 scandalosa del dato emergente dall\u2019indagine Unioncamere-Anpal, secondo la quale le imprese incontrano difficolt\u00e0 per reperire il personale qualificato e specializzato che cercano nel 45 per cento dei casi. Quasi un milione e mezzo di posti di lavoro restano permanentemente scoperti a causa dell\u2019incapacit\u00e0 del sistema di attivare i percorsi di addestramento o di formazione mirata indispensabili per rispondere a questa domanda espressa dal tessuto produttivo: si tratta di enormi giacimenti occupazionali che vengono sprecati a causa del malfunzionamento dei nostri servizi al mercato del lavoro. Se fossimo in grado di sfruttarli, essi basterebbero per dimezzare il nostro tasso di disoccupazione, riportandolo al di sotto della soglia della c.d. \u201cdisoccupazione frizionale\u201d, cio\u00e8 di un fenomeno generalmente considerato fisiologico. Questa svalutazione bi-partisan delle politiche attive del lavoro pu\u00f2 spiegarsi in parte con una caratteristica tipica delle amministrazioni pubbliche italiane: quella per cui esse sono strutturate essenzialmente in funzione dell\u2019applicazione di procedure, essendo responsabilizzate soltanto in relazione al rispetto delle stesse ma non al conseguimento di risultati apprezzabili. Caratteristica, questa, che connota fortemente anche le strutture amministrative preposte al governo del mercato del lavoro, per lo pi\u00f9 idonee soltanto allo svolgimento di attivit\u00e0 di natura burocratica ma non di servizi utili a mettere in comunicazione domanda e offerta di lavoro. Donde una generale sfiducia nell\u2019utilit\u00e0 effettiva delle politiche attive del lavoro e comunque la preferenza della politica per le politiche passive, ovvero il sostegno del reddito a chi perde il lavoro o stenta a trovarlo, cui vengono dedicate quasi tutte le risorse disponibili.<\/p>\n<p><strong>Come \u00e8 chiaramente indicato nel Libro Bianco del 2001, le raccomandazioni europee in materia di flessicurezza sono state il faro della riforma. Lo slogan era \u201cmeno tutele nel contratto e pi\u00f9 sostegno nel mercato del lavoro\u201d. Questa ricetta \u00e8 da rimeditare o hai notato difetti tecnici di attuazione? Intendo dire, \u00e8 una formula superata o comunque legata a specifici contesti culturali come quelli del Nord Europa ma improponibile in Italia?<br \/>\n<\/strong>Si legge in diversi scritti che la parola d\u2019ordine della <em>flexsecurity<\/em> sarebbe stata ormai abbandonata anche dagli organi dell\u2019UE che l\u2019avevano fatta propria negli anni \u201990. A me non sembra affatto che sia cos\u00ec. Al contrario, essa a me appare sempre pi\u00f9 attuale, quanto pi\u00f9 diventa evidente la necessit\u00e0 di rovesciare il paradigma del mercato del lavoro: non pi\u00f9 soltanto luogo dove sono gli imprenditori a scegliere i propri collaboratori, ma anche luogo dove i lavoratori per la maggior parte scelgono l\u2019imprenditore meglio corrispondente alle rispettive esigenze, pi\u00f9 capace di valorizzare il loro lavoro. E quanto pi\u00f9 diventa evidente che la protezione del lavoro deve consistere nell\u2019assicurare la possibilit\u00e0 effettiva di \u201cusare il mercato\u201d, ossia una possibilit\u00e0 di scelta tra diverse alternative, anche alla parte della forza-lavoro che ancora non la ha. Assicurare questa possibilit\u00e0 a tutti non \u00e8 un\u2019utopia: \u00e8 il compito assegnato alla Repubblica dall\u2019articolo 4 della Costituzione, di rendere effettivo il diritto-dovere di ogni persona di dare il proprio contributo al progresso materiale e spirituale della societ\u00e0 \u201csecondo le proprie possibilit\u00e0 <em>e la propria scelta<\/em>\u201d.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 il tema del tuo libro del 2020, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=55591\"><em>L\u2019intelligenza del lavoro<\/em><\/a>.<br \/>\n<\/strong>S\u00ec. Ma il dato da cui prende le mosse il ragionamento proposto in quel libro \u2013 la difficolt\u00e0 che gli imprenditori incontravano a fine 2019 per trovare non solo il personale qualificato o specializzato che cercavano, ma anche gli operai comuni e i manovali \u2013 da allora \u00e8 fortemente aumentato, imponendosi all\u2019attenzione generale. Si \u00e8 assistito al paradosso dell\u2019aumento della mobilit\u00e0 spontanea dei lavoratori, dunque della loro possibilit\u00e0 effettiva di scelta dell\u2019impresa per cui lavorare, proprio nella fase culminante della recessione pi\u00f9 grave da un secolo a questa parte, causata dalla pandemia. Il fenomeno della<em> Great Resignation<\/em>, rilevato inizialmente negli U.S.A. ma rivelatosi subito comune a tutti i Paesi dell\u2019Occidente sviluppato, Italia compresa, non \u00e8 altro che un\u2019accentuazione \u2013 forse congiunturale, forse no \u2013 di quella mobilit\u00e0 spontanea di una parte molto rilevante della forza-lavoro che in Italia veniva rilevata e studiata da Bruno Contini ed Ugo Trivellato gi\u00e0 nei primi anni del nuovo secolo. La quale significa che il mercato del lavoro maturo non \u00e8 pi\u00f9 rappresentato \u2013 per lo meno non lo \u00e8 pi\u00f9 nella sua manifestazione tipica e largamente prevalente \u2013 dal modello economico del monopsonio strutturale, dell\u2019impresa-cattedrale nel deserto della disoccupazione o della sotto-occupazione agricola, come lo era all\u2019indomani della prima rivoluzione industriale. Oggi nei Paesi sviluppati, se si eccettuano situazioni particolari, il difetto di potere negoziale di cui pu\u00f2 soffrire una persona nel mercato del lavoro non \u00e8 pi\u00f9 la conseguenza del trovarsi di fronte a un unico possibile \u201ccompratore\u201d, bens\u00ec dal difetto di informazione circa la pluralit\u00e0 dei possibili imprenditori interessati e\/o dal difetto di servizi di formazione mirati al soddisfacimento di una abbondantissima domanda espressa dal tessuto produttivo, che stenta a trovare l\u2019offerta di manodopera corrispondente. \u00c8 questo il motivo per cui la protezione del lavoro, oggi, non pu\u00f2 pi\u00f9 consistere come all\u2019indomani della prima rivoluzione industriale nella negazione dell\u2019autonomia negoziale delle persone che vivono del proprio lavoro, cio\u00e8 nella loro difesa <em>dal<\/em> mercato, bens\u00ec deve consistere essenzialmente nella loro difesa <em>nel<\/em> mercato, ovvero nel rafforzamento della loro capacit\u00e0 effettiva di scelta: quindi nel potenziamento dei servizi di informazione sulle opportunit\u00e0 occupazionali esistenti, di formazione mirata a renderle accessibili, di assistenza e sostegno alla mobilit\u00e0 geografica e professionale. Il mercato del lavoro, come tu da tempo insegni, \u00e8 sempre pi\u00f9 un mercato transizionale, nel quale cio\u00e8 la sicurezza della persona che lavora non pu\u00f2 pi\u00f9 essere data dall\u2019ingessatura del rapporto di lavoro di cui essa \u00e8 titolare, ma deve consistere nella disponibilit\u00e0 di percorsi sicuri da una occupazione a un\u2019altra. \u00c8 l\u2019idea che il ministro del lavoro di Bill Clinton, Robert Reich, sintetizzava nello slogan <em>better to have routes instead of roots<\/em>.<\/p>\n<p><strong>Uno dei freni alla piena attuazione della legge Biagi \u00e8 stata la diffidenza di una parte rilevante del sindacato, ostile in generale alla riforma ma anche ad assumere compiti e responsabilit\u00e0 rispetto al funzionamento del mercato del lavoro. Eppure, come hai scritto nel tuo studio del 1982 su <em>Il collocamento impossibile<\/em>, il servizio all&#8217;incontro tra la domanda e l&#8217;offerta di lavoro \u00e8 una funzione naturale del sindacato, una dimensione fondamentale rispetto alle trasformazioni del lavoro, anche nella prospettiva di un rilancio in Italia del modello di sindacalismo associativo. Perch\u00e9 questa ostilit\u00e0 anche rispetto a manifestazioni di bilateralismo nella sempre pi\u00f9 delicata funzione di costruzione sociale dei mercati del lavoro e di avvicinamento tra la domanda e l&#8217;offerta di lavoro? Pensi che sia una diffidenza ad abbandonare il modello di sindacato conflittuale o la paura di snaturarsi in associazioni di servizio?<br \/>\n<\/strong>Nel movimento sindacale italiano la cultura della difesa dei lavoratori <em>dal<\/em> mercato, invece che <em>nel<\/em> mercato, figlia dell\u2019invettiva marxiana contro l\u2019idea stessa del \u201ccontratto di lavoro\u201d di cui abbiamo parlato prima, ha prevalso nettamente per tutto il secolo passato. E nel nuovo secolo essa appare ancora fortemente radicata e diffusa. Per altro verso, anche nelle confederazioni sindacali pi\u00f9 capaci di affrancarsi da quella cultura, come la Cisl e la Uil, prevale tuttora una definizione del proprio ruolo in chiave esclusivamente contrattuale: il sindacato come l\u2019agente che negozia con la controparte, sia essa imprenditoriale o governativa, la regolamentazione dei rapporti di lavoro e dei rapporti previdenziali connessi. A pi\u00f9 di un secolo di distanza sembra essersi del tutto perduta l\u2019idea del servizio alle persone nel mercato del lavoro, che tra la fine dell\u2019Ottocento e i primi decenni del Novecento costitu\u00ec la prima funzione delle camere del lavoro, delle leghe bracciantili della pianura Padana, delle grandi istituzioni del movimento operaio quali la Societ\u00e0 Umanitaria di Milano. La quale accoglieva gli immigrati alla discesa dal treno offrendo loro una minestra calda e un primo tetto, ma subito dopo offriva loro la formazione necessaria per candidarsi ai posti di lavoro che nell\u2019industria andavano via via aprendosi; e \u2013 prima che il regime mussoliniano avocasse al sindacato unico fascista questo ruolo \u2013 svolgeva il ruolo dell\u2019ufficio di collocamento con tanta maggiore efficacia quanto pi\u00f9 il servizio offerto era apprezzato dalle imprese. Anche i centri di formazione dei salesiani, del resto, svolgevano efficacemente questa funzione. Di quella stagione, nella cultura attuale del movimento sindacale italiano, non \u00e8 rimasto nulla.<\/p>\n<p><strong>La legge Biagi assegnava compiti di <em>placement<\/em> anche alle scuole e alle universit\u00e0 nella prospettiva di una\u00a0maggiore integrazione tra sistema educativo e formativo e mercato del lavoro. Anche questo \u00e8 uno storico tab\u00f9 nel nostro Paese, che poi spiega il fallimento dell&#8217;alternanza formativa, dei tirocini e dell&#8217;apprendistato soprattutto nella prospettiva della costruzione di un sistema di formazione duale anche in Italia. Questa parte della legge Biagi non \u00e8 stata praticamente attuata e, rispetto alla richiesta di pubblicare e rendere accessibili i curriculum degli studenti, \u00e8 stata sconfessata da circolari interpretative. Pensi sia una partita persa nel nostro Paese o vi sono\u00a0spazi per un rilancio?<br \/>\n<\/strong>Non possiamo darla per persa definitivamente, questa partita. Perch\u00e9 dalla ripresa di quel discorso, da una maggiore integrazione tra i sistemi dell\u2019istruzione e della formazione e il tessuto produttivo, dipende anche la speranza di colmare il <em>gap<\/em> qualitativo che oggi si registra fra domanda e offerta di lavoro, dal quale deriva il tasso altissimo di disoccupazione giovanile nel nostro Paese. Ma ne dipende anche, a ben vedere, la possibilit\u00e0 di aumentare la produttivit\u00e0 del lavoro, che in Italia ormai da un quarto di secolo ristagna.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>Altro tema su cui vi \u00e8 stata una fortissima polemica sindacale e anche politica sono le misure di inserimento agevolato di cui agli articoli 13 e 14 del decreto legislativo 276 del 2003. Si \u00e8 parlato di mercificazione e ghettizzazione dei disabili e dei gruppi svantaggiati. Era proprio cos\u00ec?<br \/>\n<\/strong>Quei due articoli del decreto delegato, in realt\u00e0, miravano pragmaticamente ad aumentare il flusso delle assunzioni di persone disabili. \u00c8 vero, per\u00f2, che su quel terreno sarebbe stata \u2013 e sarebbe tuttora \u2013 necessaria una riforma profonda del sistema ispirata al modello svedese, che \u00e8 fondato sul principio della \u201cneutralizzazione dell\u2019handicap\u201d: collocare la persona l\u00e0 dove la sua disabilit\u00e0 non produce un deficit di produttivit\u00e0, fornendole l\u2019addestramento specificamente necessario in collaborazione con l\u2019impresa interessata e coprendo interamente, dove necessario, anche il costo necessario per l\u2019adattamento strutturale del posto di lavoro. Vero \u00e8, d\u2019altra parte, che \u00e8 difficile pensare a un servizio di questo genere innestato su di una struttura amministrativa come la nostra, che non \u00e8 in grado neppure di attivare i percorsi necessari per collocare le persone normo-dotate.<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-40403 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"239\" height=\"159\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 239px) 100vw, 239px\" \/><\/a>Grande fiducia era poi riposta nei regimi di accreditamento, per la rete regionale dei servizi al lavoro, e nella borsa nazionale del lavoro, strumento moderno e agevolato dalle nuove tecnologie. Sono strumenti ancora attuali o dobbiamo guardare altrove?<br \/>\n<\/strong>Quando la previsione della borsa nazionale del lavoro usc\u00ec, nel 2003, la criticai perch\u00e9 non credevo all\u2019idea di un sistema informatico unificato che consentisse di mettere automaticamente in contatto tra loro tutte le domande e le offerte di lavoro: sia la domanda sia l\u2019offerta sono sempre meno suscettibili di una classificazione utile per la loro ricerca reciproca, anche \u2013 ma non soltanto \u2013 a causa della sempre pi\u00f9 rapida evoluzione delle tecniche applicate. Poi, per\u00f2, nell\u2019ultimo decennio ho visto nascere diverse piattaforme digitali per l\u2019incontro fra domanda e offerta di lavoro, alcune delle quali sembrano essere molto efficaci: le tecniche di \u201clettura\u201d della domanda e dell\u2019offerta si sono dunque evidentemente molto evolute. Sta di fatto, per\u00f2, che le piattaforme capaci di funzionare bene richiedono un aggiornamento costante della \u201cgriglia di lettura\u201d, in relazione all\u2019evoluzione delle tecniche applicate, del quale non credo che l\u2019amministrazione pubblica possa essere capace. Quanto ai regimi di accreditamento degli operatori privati, mi sembra che questa parte della Legge Biagi abbia dato nel complesso buona prova, anche se si osserva un forte squilibrio tra lo sviluppo di questa attivit\u00e0 al centro-nord e nel sud del Paese.<\/p>\n<p><strong>Ma i regimi di autorizzazione delle agenzie private di collocamento hanno ancora senso? Le agenzie autorizzate sono pochissime, mentre c&#8217;\u00e8 un proliferare di agenzie di ricerca e selezione che di fatto operano con requisiti inferiori sempre nell&#8217;area del collocamento. In tutto questo non hanno perso peso intermediari non autorizzati, caporali che ancora oggi governano ampie quote di &#8220;somministrazioni&#8221; soprattutto in agricoltura e in edilizia. Cosa non funziona di quel modello?<br \/>\n<\/strong>Per quel che riguarda i servizi di informazione per l\u2019incontro fra domanda e offerta di lavoro, ivi compresi quelli di ricerca e selezione del personale, la mia idea \u00e8 sempre stata che pi\u00f9 ce ne sono meglio \u00e8. E che distinguere i primi dai secondi non abbia molto senso. Le sole cose che occorre assicurare \u00e8 che essi siano totalmente gratuiti per i lavoratori e che operino in modo trasparente e imparziale, rispettando rigorosamente i divieti di discriminazione. Chi svolge questa funzione in modo professionale, continuativo, dovrebbe dunque essere assoggettato al solo obbligo dell\u2019iscrizione in un apposito elenco, che renda possibile la sorveglianza dell\u2019Ispettorato del Lavoro sulla sua attivit\u00e0. Quanto al caporalato, con questa espressione, a mio avviso, si indicano dei fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono misure corrispondentemente diverse. Nei casi pi\u00f9 gravi il \u201ccaporale\u201d \u00e8 un vero e proprio fornitore di attivit\u00e0 lavorativa, che la organizza e la sfrutta \u2013 sempre in modo iniquo e talora anche in modo brutale, ai limiti e anche oltre i limiti della riduzione in schiavit\u00f9 \u2013 approfittando per lo pi\u00f9 dell\u2019incapacit\u00e0 delle persone coinvolte di farsi valere per ignoranza dei loro diritti, incapacit\u00e0 di esprimersi, mancanza dell\u2019assistenza necessaria per trovare lavoro altrove, sovente anche a causa della loro condizione di immigrazione clandestina. Nei casi meno gravi \u00e8 soltanto un reclutatore e trasportatore (talvolta con un automezzo del tutto inadeguato) di persone al luogo di lavoro; in quest\u2019ultimo caso, a ben vedere, il \u201ccaporale\u201d supplisce a una carenza di servizi pubblici informazione e assistenza delle persone (soprattutto degli immigrati), nonch\u00e9 di trasporto: basterebbe istituire questi servizi e farli funzionare in modo efficiente e sicuro per risolvere il problema.<strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Nel dibattito ciclico sulle riforme del lavoro in Italia mancano valutazioni di impatto ex ante ma anche valutazioni ex post. La legge Biagi prevedeva la messa a regime di un sistema di monitoraggio statistico e valutazione delle politiche del lavoro. Avviata la relativa commissione tecnica tutto si \u00e8 fermato. Perch\u00e9 questa assenza di una cultura della valutazione che aiuterebbe a rendere meno violento e ideologico il confronto tra idee e visioni su come modernizzare il nostro mercato del lavoro?<br \/>\n<\/strong>Il problema si \u00e8 riproposto con la legge Fornero del giugno 2012: essa prevedeva una rilevazione sistematica dei propri effetti, che in parte \u00e8 mancata del tutto, in parte (quella relativa al contenzioso giudiziale) \u00e8 stata attuata dal ministero della Giustizia, che per\u00f2 non pubblica i dati raccolti. Nelle amministrazioni italiane manca del tutto la consapevolezza dell\u2019importanza della disponibilit\u00e0 dei dati sull\u2019applicazione delle leggi al fine dello studio del loro impatto. Ma a questo proposito, prima ancora che l\u2019inadempimento dell\u2019obbligo di raccolta e pubblicazione dei dati da parte delle amministrazioni, deve essere denunciato l\u2019inadempimento pressoch\u00e9 totale della propria funzione di controllo sull\u2019implementazione delle misure di politica del lavoro da parte dell\u2019ente che vi sarebbe preposto, ovvero l\u2019I.N.A.P.P., che altro non \u00e8 se non l\u2019ex-I.S.Fo.L.: un ente in cui sono occupate molte centinaia di persone, che costa ogni anno circa 100 milioni di euro (assai pi\u00f9 del C.N.E.L., di cui nel 2016 il Parlamento aveva disposto la soppressione!), ma tuttavia incapace di rilevare direttamente alcun dato sul funzionamento effettivo dei servizi per l\u2019impiego italiani, del tutto afono sulla loro inefficienza e sui loro gravissimi ritardi rispetto agli altri maggiori Paesi europei, indifferente allo scandalo della mancata implementazione del sistema di rilevazione e monitoraggio dell\u2019efficacia della formazione professionale previsto dagli articoli 13-16 del d.lgs. n. 150\/2015, come allo scandalo dell\u2019inesistenza di un servizio capillare di orientamento scolastico e professionale degno di questo nome in tre quarti delle regioni italiane. Detto questo, per\u00f2, a mio avviso il problema non \u00e8 soltanto di mancato controllo e valutazione sull\u2019implementazione delle politiche del lavoro: noi dovremmo incominciare ad applicare in questa materia un metodo sperimentale gi\u00e0 nella fase di progettazione di queste politiche.<\/p>\n<p><strong>Che cosa intendi dire?<br \/>\n<\/strong>Nel 2011 la Fondazione Giuseppe Pera ha promosso a Lucca su questo tema un convegno internazionale che si \u00e8 concluso con <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=13651\">una dichiarazione sottoscritta da 32 economisti e giuristi<\/a> provenienti da tutte le parti del mondo, nella quale si afferma non solo la possibilit\u00e0, ma anche la necessit\u00e0 e la piena liceit\u00e0 etica dell\u2019applicazione del metodo sperimentale nel campo delle politiche sociali e del lavoro: lo stesso metodo che si applica obbligatoriamente per l\u2019autorizzazione del commercio di qualsiasi farmaco. Se i <em>policy makers<\/em> incominciassero ad applicare questo metodo per verificare gli effetti delle misure che intendono varare, come per esempio si \u00e8 fatto recentemente in Finlandia per studiare gli effetti su un campione di duemila persone di un \u201creddito di base\u201d erogato a ogni cittadino solo in quanto tale, il dibattito sulle politiche del lavoro sarebbe molto meno ideologico e pi\u00f9 fondato sulle evidenze empiriche.<\/p>\n<p><strong>Una ultima domanda: pensi che il giudizio in larga parte negativo sulla legge Biagi, diffuso nell\u2019opinione pubblica, sia dovuto alla mancata implementazione ed effettivit\u00e0 del capitolo sulle politiche attive del lavoro? Tu, per esempio, hai sempre creduto nel contratto di ricollocazione, eppure anche di questo strumento si \u00e8 persa traccia. Ma se \u00e8 cos\u00ec, non ha allora senso tornare alle vecchie politiche statiche di tutela del posto di lavoro e agli strumenti di sostegno passivo del reddito?<br \/>\n<\/strong>Se escludiamo i miliardi spesi per una formazione professionale di cui nessuno rileva analiticamente l\u2019efficacia \u2013 come andrebbe fatto per mezzo dell\u2019anagrafe di cui ho fatto cenno prima \u2013 l\u2019Italia spende per le politiche attive del lavoro meno di un centesimo di quello che spende per le politiche passive. Anche perch\u00e9 le politiche passive non richiedono particolari capacit\u00e0 amministrative: erogare un sussidio \u00e8 cosa che sa fare anche l\u2019amministrazione pi\u00f9 rudimentale; le politiche attive, invece, richiedono un <em>know-how<\/em> operativo sofisticato, che non si acquista dall\u2019oggi al domani, ma richiede anni di formazione e di esperienza del personale che vi \u00e8 addetto. Per questo la politica italiana non ama le politiche attive del lavoro: perch\u00e9 l\u2019orizzonte programmatico dei Governi non supera quasi mai l\u2019anno e mezzo o due della loro durata probabile, e in uno o due anni non si mette in piedi n\u00e9 una amministrazione capace di attuare un servizio capillare di assistenza ai disoccupati, n\u00e9 una rete di operatori pubblici e privati come quella necessaria per il funzionamento del contratto di ricollocazione; e neanche si pu\u00f2 mettere in campo uno stuolo di <em>job advisors<\/em> capaci di prendere in carico ogni adolescente all\u2019uscita di ciascun ciclo scolastico per tracciarne il profilo delle aspirazioni e delle capacit\u00e0 e indirizzarlo sul percorso migliore verso l\u2019occupazione per la quale \u00e8 pi\u00f9 adatto. I Paesi dove i servizi per l\u2019impiego funzionano hanno dei <em>job advisors<\/em> con almeno due anni di formazione specialistica post-laurea; l\u2019Italia, invece, \u00e8 il Paese dove quattro anni fa si \u00e8 potuto pensare di risolvere il problema dei servizi del lavoro immettendo nel sistema tremila bravi giovani totalmente a digiuno della materia, con un corso di formazione della durata di due settimane. Perch\u00e9 le politiche attive del lavoro nel nostro Paese decollino occorrerebbe un programma di respiro almeno quinquennale, capace di sopravvivere all\u2019avvicendarsi annuale o biennale dei Governi; e capace di offrire anche agli operatori privati una sponda sicura cui fare riferimento per i loro investimenti in questo campo. Detto questo, per\u00f2, resta il fatto che \u2013 come dicevamo poco fa \u2013 l\u2019evoluzione del mercato del lavoro non chiede il permesso n\u00e9 ai Governi n\u00e9 all\u2019opinione pubblica. La maggior parte delle persone che vivono del proprio lavoro oggi ha fatto proprio il motto di Reich, <em>better to have routes instead of roots<\/em>. La mancanza di una rete di servizi efficienti rende certamente i deboli ancora pi\u00f9 deboli nel mercato del lavoro; ma non \u00e8 certo dall\u2019ingessatura del rapporto di lavoro che pu\u00f2 derivare la sicurezza dei lavoratori deboli, perch\u00e9 non esiste impresa di cui si possa essere sicuri che esister\u00e0 ancora fra cinque anni. Per questo sono convinto che la strategia di protezione del lavoro cui sono ispirate le leggi Treu del 1997, Biagi del 2003, Fornero del 2012 e il Jobs Act del 2014-15, nonostante tutti i ritardi che l\u2019amministrazione del lavoro italiana fa registrare, non abbia serie alternative. <em>Hic rodus, hic salta.<\/em><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una riflessione a 360\u00b0 sull&#8217;impatto che la riforma del 2003 ha avuto sul diritto del lavoro italiano e sul modo in cui i giuslavoristi italiani si sono ad essa rapportati . Intervista a cura di Michele Tiraboschi, pubblicata nel libro da lui curato Vent&#8217;anni di Legge Biagi, Adapt University Press, 2023, pp. 77-87 &#8211; \u00c8 [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9,14],"tags":[],"class_list":["post-62309","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-21-lavoro","category-26-saggi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62309","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=62309"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/62309\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=62309"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=62309"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=62309"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}