
{"id":62728,"date":"2023-06-04T08:13:00","date_gmt":"2023-06-04T07:13:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62728"},"modified":"2023-06-04T08:13:00","modified_gmt":"2023-06-04T07:13:00","slug":"enrico-morando-lo-sviluppo-equo-e-la-globalizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62728","title":{"rendered":"ENRICO MORANDO: LO &#8220;SVILUPPO EQUO&#8221; E LA GLOBALIZZAZIONE"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Per uscire dalla crisi in cui sono caduti, i riformisti di centrosinistra non devono perseguire la deglobalizzazione, ma por mano a costruire istituzioni globali in grado di \u201cimbrigliare\u201c la distruzione creatrice prodotta dalla globalizzazione, in modo da ridurre drasticamente le sofferenze sociali e i rischi che essa porta con se\u0301<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nLezione tenuta <strong>da Enrico Morando<\/strong>, presidente di <\/em>Libert\u00e0Eguale<em>, al termine dell&#8217;incontro sul <\/em>Lessico della politica<em> svoltosi nei giorni 27 e 28 maggio 2023 <\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_52647\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Enrico-Morando-3.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-52647\" class=\"size-medium wp-image-52647\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Enrico-Morando-3-300x224.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"224\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Enrico-Morando-3-300x224.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Enrico-Morando-3-150x112.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Enrico-Morando-3.jpg 593w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><p id=\"caption-attachment-52647\" class=\"wp-caption-text\">Enrico Morando<\/p><\/div>\n<p>\u201cSviluppo\u201d e\u0300 qualcosa di piu\u0300 &#8211; e di qualitativamente diverso &#8211; rispetto a \u201ccrescita economica\u201d. Perche\u0301 c\u2019e\u0300 sviluppo quando alla crescita economica si associa il benessere, che coinvolge sfere che vanno oltre l\u2019economia. Di piu\u0300: per esserci \u201csviluppo\u201c, bisogna che anche il benessere sia -e sia avvertito- come crescente. Possiamo dunque concludere: crescita ha a che fare col PIL; sviluppo a che fare col PIL e con altri indicatori, i BES, gli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile.<br \/>\nCon la legge n.163 del 2016 -la riforma della Legge di bilancio (curata, per il Governo, da un certo viceministro dell\u2019Economia di cui non faccio il nome, per non essere accusato di interesse privato) il BES -coi suoi indicatori- entra nel processo di definizione delle politiche economiche. Abbiamo sfruttato il lavoro di raccolta dati e informazioni che l\u2019Istat ha sviluppato dal 2010. Oggi abbiamo possibilita\u0300 di comparare il benessere equo e sostenibile (o il malessere iniquo e insostenibile) del 2010 con quello del 2019. Raccogliendo informazioni utili per il decisore politico, per i ricercatori, per i giornalisti e per tutti i cittadini che vogliono capire ed agire per migliorare la vita di se stessi e degli altri.<br \/>\nCosa misurano gli indicatori? Mi limitero\u0300, per rispondere, alla definizione dei campi di applicazione, indicando a fianco di ciascuno di essi il numero di indicatori previsti. Sicurezza (con 7 indicatori); qualita\u0300 dei servizi (con 12); lavoro e conciliazione (con 11); politica e istituzioni (con 9); innovazione, ricerca e creativita\u0300 (con 6); ambiente (con 13); patrimonio culturale e paesaggio (con 7); istruzione e formazione (con 12); salute (con 11); benessere economico (con 9); relazioni sociali (con 8); benessere soggettivo (con 4). Un cosi\u0300 elevato numero di indicatori dimostra di per se\u0301 che e\u0300 piu\u0300 facile misurare la crescita-Pil che il miglioramento del benessere-BES, ma stiamo facendo passi nella direzione giusta, aiutati da un lavoro di elaborazione e ricerca che si e\u0300 sviluppato in tutto il mondo (per tutti, ricordiamo le indicazioni contenute nel Rapporto della Commissione Stiglitz, Sen, Fitoussi).<br \/>\nBene. Ora che sappiamo che sviluppo e\u0300 qualcosa che va oltre la crescita, e\u0300 lecito chiederci: va oltre, certo. Ma puo\u0300 esserci sviluppo senza crescita? La mia risposta e\u0300 un convinto no. Per una ragione semplice, che ha a che fare con alcune componenti fondamentali del benessere qualitativo: fiducia in se stessi e negli altri; aspettative positive sul futuro, prossimo e meno prossimo. In una societa\u0300 che non cresce economicamente (PIL a +0,0) e\u0300 matematico: il <em>mio <\/em>eventuale progresso ha come condizione sine qua non l\u2019arretramento di un <em>altro<\/em>. In una societa\u0300 che cresce, chiunque puo\u0300 pensare che la sua \u201ccrescita\u201d sia compatibile con quella di altri, perche\u0301 la dimensione della torta di cui vuole ritagliarsi una fetta un po\u2019 piu\u0300 grande cresce. Nella situazione di stagnazione assoluta, la fiducia di ciascuno negli altri tendera\u0300 a diminuire, e l\u2019invidia sociale a crescere ma mano che si sviluppera\u0300 il conflitto tra individui, gruppi, classi, generazioni, in lotta tra di loro per strapparsi fette di una torta che non cresce. Lo aveva capito Adam Smith, nella sua \u201cTeoria dei sentimenti morali\u201d: \u201cE\u0300 nello stato di progresso, quando la societa\u0300 sta procedendo verso nuove acquisizioni, piuttosto che quando essa acquistato tutta la sua ricchezza, che la condizione del povero che lavora &#8211; della gran massa del popolo &#8211; sembra piu\u0300 felice e confortevole\u201d. Fiducia nel prossimo, aspettative positive sono fondamentali per la crescita in generale, e per la crescita felice -lo sviluppo- in particolare. Soprattutto, se il benessere e la felicita\u0300 di cui parliamo riguardano la parte della societa\u0300 che ha -in partenza- una minore dotazione di reddito, patrimonio e istruzione. Dovremmo cercare di non dimenticarcene, quando discutiamo di strategie per la riduzione della disuguaglianza (la missione fondamentale della sinistra): operando in un contesto di stagnazione, l\u2019impresa e\u0300 assai piu\u0300 ardua.<\/p>\n<p>E\u0300 questa la ragione per la quale la sinistra si e\u0300 sempre posta il problema -per dirlo con un linguaggio antico- dello \u201csviluppo delle forze produttive\u201c. Pensate all\u2019Italia dell\u2019ottobre 1949: al Congresso di Genova della CGIL, Giuseppe Di Vittorio ha di fronte a se\u0301 una grande platea di delegati da lavoratori la cui paga, nella maggioranza dei casi, non consente di dare da mangiare, da vestirsi, da scaldarsi alle loro famiglie&#8230; E avanza -tra gli applausi entusiasti di quella platea (registrano le cronache)- la proposta di un grande Piano del lavoro, alla cui realizzazione si dichiara pronto a dedicare addirittura una quota di quei magri (eufemismo) salari. La sinistra di allora era in ritardo nel comprendere e nel fare i conti con le modificazioni strutturali in corso nell\u2019economia e nella societa\u0300. Ma aveva chiaro che senza crescita economica non ci sarebbe stato spazio per conquiste in termini di salario e di diffusione del benessere. Mutato il molto che c\u2019e\u0300 da mutare, vale anche per oggi: redistribuzione piu\u0300 egualitaria della ricchezza e produzione di ricchezza vanno tenute insieme, in un\u2019unica strategia di politica economica e sociale&#8230; Non basta occuparsi di redistribuzione, lasciando ad altri il compito di far crescere la produzione ( riassumo qui dal libro \u201cLa casa nella Pineta\u201d l\u2019illuminante frase rivolta, in transatlantico, da Emilio Pugno, grande leader sindacale torinese, a Pietro Ichino: tu Ichino sei uno serio, uno che studia e sa le cose degli operai: ma perche\u0301 insisti a volerti occupare anche della produttivita\u0300? Facciamo il nostro, che a quella c\u2019e\u0300 gia\u0300 chi ci pensa). Ne\u0300 basta occuparsi di accrescere la produzione, senza preoccuparsi della redistribuzione: nel medio-lungo periodo, la domanda effettiva cade, la fiducia e le aspettative cadono con lei&#8230; E anche la crescita del PIL si arresta.<\/p>\n<p>Nella sinistra contemporanea -anche nel PD italiano, negli ultimi tempi- questa alternativa tra chi assegna priorita\u0300 alla redistribuzione, pretendendo che la crescita segua gli interventi redistributivi in via pressoche\u0301 automatica (un po\u2019 come l\u2019intendenza napoleonica); e chi sostiene l\u2019esigenza di costruire sistematicamente un equilibrio tra redistribuzione e produzione, ha preso i caratteri di una discussione tra chi propone interventi pubblici dal lato della domanda e chi riconosce priorita\u0300 a quelli dal lato dell\u2019offerta. In ultimo, e\u0300 accaduto con l\u2019articolo di Ceccanti, Morando e Tonini su Repubblica e la replica di Visco su Domani. Intendiamoci: c\u2019e\u0300 solo da rallegrarsi se il PD passa dal far parlare di se\u0301 per ragioni \u201cdi colore\u201c e per la sua acritica<\/p>\n<p>partecipazione a manifestazioni di protesta (perlopiu\u0300 organizzate da altri), al far parlare di se\u0301 per l\u2019aprirsi, al suo interno, di una discussione di questo tipo&#8230; Nel merito, invece, e\u0300 difficile non vedere che -ferma la distinzione dei due punti di vista- c\u2019e\u0300 una scelta di politica pubblica che li ricompone, costruendo un ponte che in una certa misura li riunifica: e\u0300 la scelta di sviluppare buoni investimenti pubblici, aiutando contemporaneamente gli investimenti privati&#8230; Infatti, gli investimenti piacciono agli \u201coffertisti\u201c, perche\u0301 aumentano la dotazione di capitale delle presenti e delle future generazioni, anche quando vengono finanziati in deficit. E gli investimenti, nel presente, piacciono ai \u201cdomandisti\u201d, perche\u0301 sostengono la domanda effettiva, di cui sono una componente fondamentale.<\/p>\n<p>Oggi, in Italia, abbiamo una grande occasione, il Programma europeo Next Generation EU, tradotto nel PNRR, perche\u0301 puo\u0300 dare luogo ad una svolta: riforme che sorreggono investimenti e possono realizzarsi perche\u0301 hanno dotazioni di bilancio adeguate (Pubblica Amministrazione; Servizio Sanitario Nazionale); investimenti che possono far crescere la produttivita\u0300, perche\u0301 si accompagnano a riforme strutturali.<\/p>\n<p>Non voglio dare l\u2019impressione di farla facile. Se la crescita e\u0300 una componente insopprimibile dello sviluppo; e se lo sviluppo non si determina se non in un contesto di attivita\u0300 e istituzioni che utilizzano la crescita a fini di diffusione del benessere, abbiamo due problemi: il primo, nasce dal fatto che \u201cla crescita economica e\u0300 un processo destabilizzante, che porta a cambiamenti radicali e si associa a fenomeni di distruzione creatrice\u201c (Acemoglu e Robinson.Perche\u0301 le nazioni falliscono- Il Saggiatore). Il secondo, nasce dal fenomeno che chiamiamo globalizzazione: in buona sostanza, si tratta di quel processo che ha condotto la distruzione creatrice propria del capitalismo ad assumere come proprio teatro non piu\u0300 la dimensione dello Stato-nazione, ma quella dell\u2019intero globo.<\/p>\n<p>Vediamo i due problemi partitamente. Perche\u0301 la distruzione creatrice e\u0300 un problema? Lo dice la parola stessa: perche\u0301 e\u0300 <em>distruzione <\/em>dello status quo&#8230; E la distruzione porta con se\u0301 sofferenze, lutti, privazioni. In sostanza, produce perdenti, soggetti (individui, gruppi, classi) che perdono, almeno in parte, almeno in un primo tempo, il potere e i privilegi connessi o, piu\u0300 semplicemente, lo status sociale in cui si trovavano. E lo perdono perche\u0301 altri individui (l\u2019imprenditore Schumpeteriano, nella teoria del grande economista austriaco che ha visto nella distruzione creatrice la fonte del dinamismo economico del capitalismo), gruppi, classi innovano processi produttivi e prodotti e li espellono dal mercato. Non e\u0300 solo questione di imprenditori. Nelle imprese che \u201cperdono\u201d ci sono lavoratori, le loro famiglie, e tanti altri che intrattengono relazioni economiche con le vittime della distruzione creatrice. Certo, al posto di quelle imprese ce ne sono altre -e quindi altri lavoratori, famiglie, ecc.- che hanno successo, conquistano e allargano i mercati. Ma la presenza dei vincenti non annulla la presenza dei perdenti. Anzi, la presuppone. Di qui, spesso, nella storia, lo sviluppo di grandi movimenti di resistenza alla crescita, all\u2019innovazione. Il Luddismo&#8230; Ma abbiamo gia\u0300 visto che non c\u2019e\u0300 sviluppo senza crescita. Se la crescita nasce dalla distruzione creatrice, non possiamo arrestare la distruzione stessa, che induce sofferenze, senza arrestare anche la crescita&#8230; E, con essa, lo sviluppo.<\/p>\n<p>La fuoriuscita da questo dilemma si chiama Stato Sociale. Alla fine della seconda guerra mondiale, dall\u2019incontro di un liberale inglese (Beveridge) con la forza organizzata del movimento operaio (il partito laburista di Attlee) scaturisce &#8211; progressivamente &#8211; una sorta di \u201cmiracolo\u201c: fornire alla distruzione creatrice del capitalismo, senza ucciderla, un contesto che la imbrigli, mitigando drasticamente &#8211; nell\u2019utopia, eliminando &#8211; le sofferenze sociali indotte dalla stessa. Nasce la protezione dai rischi fondamentali provocati dal dinamismo capitalistico: disoccupazione, ignoranza, malattia, vecchiaia. In perfetta corrispondenza: politiche attive e passive del lavoro; pubblica istruzione; sistema sanitario e sistema previdenziale pubblici. E\u0300 cosi\u0300 che nel secondo dopoguerra, per lungo tempo, abbiamo avuto crescita e sviluppo. Piu\u0300 PIL e piu\u0300 BES, per tornare agli acronimi da cui abbiamo cominciato.<br \/>\nPoi, progressivamente, cosi\u0300 come si era affermato, il meccanismo entra in crisi. \u201cTradimento\u201d dei chierici? Chi lo sostiene pensa che basti tornare alle vecchie politiche per mettere tutto a posto. Sarebbe bello: sostituiti i chierici, riportate in auge le vecchie scelte, il modello socialdemocratico tornerebbe a imporsi. Hanno provato e provano in molti (da ultimo, nel Regno Unito, Corbyn), ma hanno dovuto prendere atto che non funziona. Non riusciamo piu\u0300 a imbrigliare la distruzione creatrice, come abbiamo saputo fare nei trenta gloriosi del 900. Perche\u0301 la creazione non avviene necessariamente dove c\u2019e\u0300 distruzione. Sia chiaro: la creazione c\u2019e\u0300, e con essa anche un miglioramento delle condizioni di vita di miliardi di donne e uomini. E chiunque si ispiri -nel suo agire politico e sociale- ai principi di liberta\u0300, eguaglianza e solidarieta\u0300, non puo\u0300 certo lagnarsi del fatto che miliardi di persone &#8211; in Cina, in India, in Brasile e in Africa -, siano entrate, grazie alla globalizzazione, nel novero di quanti sono stabilmente usciti da una situazione di fame e poverta\u0300 estrema. Ma questo non cancella il fatto che, in Occidente, vivono un gran numero di vittime della distruzione creatrice. Persone che, anche quando non hanno perso &#8211; in assoluto &#8211; reddito e patrimonio (cio\u0300 che e\u0300 accaduto per molti), sono entrate in un contesto di radicale incertezza circa il loro presente e, soprattutto, il loro futuro prossimo. Di qui il diffondersi di paure, di cui sono pronti ad approfittare, alimentandole, i partiti populisti di ogni risma. Che non cercano cause e soluzioni, ma colpevoli da rimuovere a furor di popolo e complotti da sconfiggere.<br \/>\nPer uscire dalla radicale crisi in cui la globalizzazione ha fatto precipitare il loro modello di governo, i riformisti di centrosinistra, se non vogliono rassegnarsi ad un destino di impotente nostalgia per il bel tempo che fu, non hanno alternative: debbono costruire le istituzioni, le organizzazioni, le attivita\u0300 che sono in grado di \u201cimbrigliare\u201c la distruzione creatrice alla dimensione globale. Si\u0300, non ci serve niente di meno: una nuova forma di governo globale, non per imporre un ritorno al passato, attraverso la \u201cdeglobalizzazione\u201d, ma per collocare la \u201cnuova\u201d distruzione creatrice dentro un contesto ordinato, che riduca drasticamente le sofferenze sociali e i rischi che essa porta con se\u0301 (a partire da quello della guerra).<\/p>\n<p>Capisco che il compito &#8211; cosi\u0300 delineato &#8211; sembri troppo grande per le nostre attuali forze. Ma ci sono due ragioni di razionale ottimismo. La prima, si riferisce al passato: non doveva certo apparire meno arduo, a Giuseppe Di Vittorio, il compito di portare milioni di lavoratori privi di tutto, che non erano mai usciti dal piccolo paese in cui erano nati, a costruire &#8211; alla dimensione nazionale &#8211; le istituzioni, le organizzazioni e le attivita\u0300 che consentissero di \u201cgovernare\u201d il processo che li avrebbe condotti a vivere una vita migliore.<\/p>\n<p>La seconda si riferisce al presente. Cos\u2019e\u0300, se non l\u2019embrione di nuove forme di governo globale, l\u2019Alleanza delle democrazie che Biden sta costruendo, per scongiurare la minaccia che sulle nostre teste fanno gravare le autocrazie? E cosa e\u0300 stata, se non questo, alla dimensione europea, la molla che ha portato a comprendere che la sfida della pandemia poteva essere vinta solo con un formidabile salto nel processo di cooperazione a livello globale (i vaccini in pochissimo tempo) e di integrazione a livello europeo (il Programma Next Generation EU)?<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per uscire dalla crisi in cui sono caduti, i riformisti di centrosinistra non devono perseguire la deglobalizzazione, ma por mano a costruire istituzioni globali in grado di \u201cimbrigliare\u201c la distruzione creatrice prodotta dalla globalizzazione, in modo da ridurre drasticamente le sofferenze sociali e i rischi che essa porta con se\u0301 . 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