
{"id":62759,"date":"2023-07-04T17:32:28","date_gmt":"2023-07-04T16:32:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62759"},"modified":"2023-07-04T17:38:24","modified_gmt":"2023-07-04T16:38:24","slug":"questioni-aperte-in-tema-di-salario-minimo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62759","title":{"rendered":"QUESTIONI APERTE IN TEMA DI SALARIO MINIMO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">La proposta di uno standard retributivo minimo universale avanzata dalle opposizioni risponde a un\u2019esigenza reale e urgente. Ma non affronta due questioni cruciali: le differenze interregionali di potere d\u2019acquisto e la poca trasparenza della struttura delle retribuzioni.<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Articolo pubblicato sul sito <\/em>lavoce.info<em> il 4 luglio 2023 &#8211; In argomento v. anche il mio editoriale telegrafico dell&#8217;11 dicembre 2022,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62064\">I nostri minimi salariali sbagliati<\/a><em> \u00a0 <\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/lavoce.info_.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright  wp-image-43282\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/lavoce.info_.jpg\" alt=\"\" width=\"166\" height=\"169\" \/><\/a>Lo standard minimo di 9 euro \u201cmorderebbe\u201d soprattutto nel settore terziario<\/strong><\/p>\n<p>Tutte le forze politiche di opposizione tranne Italia Viva hanno trovato un punto di intesa sulla proposta dell\u2019istituzione di uno standard minimo orario generale, applicabile in tutta Italia, pari a 9 euro. Se il progetto diventasse legge, ne deriverebbe la necessit\u00e0 di alcuni piccoli aggiustamenti al rialzo nei minimi tabellari oggi stabiliti da alcuni contratti collettivi nazionali del settore industriale (Confindustria) per la categoria professionale pi\u00f9 bassa. Nel settore terziario e nell\u2019agricoltura, invece, gli aggiustamenti necessari riguarderebbero un numero assai pi\u00f9 alto di contratti collettivi di settore stipulati dalle confederazioni sindacali maggiormente rappresentative; e sarebbero aggiustamenti di entit\u00e0 maggiore: numerosi contratti, infatti, anche tra quelli rinnovati negli ultimi mesi, prevedono un minimo tabellare per la categoria professionale pi\u00f9 bassa tra i 7 euro e i 7 e mezzo.<\/p>\n<p>La differenza tra i due macro-settori si spiega col fatto che i dipendenti di aziende industriali sono dislocati soprattutto in imprese del Centro-Nord, dove non solo la produttivit\u00e0 media del lavoro \u00e8 pi\u00f9 alta, ma \u00e8 anche pi\u00f9 elevato il costo della vita. I dipendenti dei settori non manifatturieri sono invece distribuiti sul territorio nazionale in modo pi\u00f9 uniforme: sono dunque, in proporzione, pi\u00f9 presenti nel Mezzogiorno rispetto a quelli dell\u2019industria. E al Sud, per un verso, la concorrenza del lavoro irregolare \u00e8 molto pi\u00f9 intensa che al Nord; per altro verso, il costo della vita \u00e8 mediamente assai pi\u00f9 basso.<\/p>\n<p><strong>Uno standard minimo modulato in relazione alle differenze di potere d\u2019acquisto della moneta<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019osservazione proposta aiuta a mettere a fuoco una questione che il progetto delle forze di centrosinistra non affronta, nonostante la sua importanza sia stata pi\u00f9 volte sollevata, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=52623\">anche da voci assai autorevoli<\/a>: la questione degli squilibri interregionali di produttivit\u00e0 del lavoro e di costo della vita, che in Italia pesano molto pi\u00f9 che in altri paesi.<\/p>\n<p>La soluzione pi\u00f9 lineare consisterebbe nell\u2019affidare a un\u2019autorit\u00e0 \u2013 quale potrebbe essere il Cnel, visto che nel 2016 abbiamo deciso di tenerlo in vita \u2013 il compito di determinare lo standard minimo in termini di potere d\u2019acquisto effettivo, modulandolo sulla base dell\u2019indice Istat del costo della vita locale. Senonch\u00e9 una soluzione di questo genere urta contro un tab\u00f9 oggi fortissimo in seno al movimento sindacale, secondo il quale \u201cnon si possono reintrodurre le gabbie salariali\u201d, abolite pi\u00f9 di mezzo secolo fa. Un\u2019altra soluzione potrebbe, allora, essere quella di \u201csgabbiare la contrattazione collettiva\u201d consentendo ai contratti aziendali o territoriali \u2013 purch\u00e9 stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi \u2013 di adattare lo standard minimo alle condizioni particolari delle zone dove il costo della vita \u00e8 nettamente inferiore (zone depresse) o superiore (per esempio grandi centri urbani) rispetto alla media nazionale.<\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa: il rifiuto di commisurare gli standard retributivi al costo della vita effettivo nella zona considerata fa s\u00ec che i minimi oggi applicati in Italia, espressi in valore nominale della moneta, siano inevitabilmente sbagliati sia al Nord sia al Sud: al Nord perch\u00e9 troppo bassi, al Sud perch\u00e9 troppo alti. Anche la proposta delle forze di opposizione soffre di questo grave difetto.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi un\u2019altra questione che dovrebbe essere affrontata e risolta incisivamente, perch\u00e9 lo standard retributivo minimo orario possa essere efficace: quella della trasparenza dei compensi, che nel nostro paese \u00e8 gravemente ridotta da una struttura salariale estremamente complessa, cui conseguono gravi difficolt\u00e0 nel confronto tra le paghe.<\/p>\n<p><strong>La questione della trasparenza della retribuzione<\/strong><\/p>\n<p>In Gran Bretagna, se il salario minimo orario per una persona adulta \u00e8 fissato a 8 sterline, e un\u2019azienda paga un dipendente 7 sterline, tutti sanno immediatamente che quell\u2019azienda sta violando la legge. Se la stessa norma si applicasse in Italia, invece, l\u2019azienda potrebbe essere in regola oppure no. Perch\u00e9 la struttura delle paghe in Italia \u00e8, nella maggior parte dei casi, poco trasparente, per via delle numerose voci di retribuzione differita o indiretta: cos\u00ec, quell\u2019azienda potrebbe essere in regola, oppure no, a seconda che il contratto preveda o no la tredicesima e la quattordicesima mensilit\u00e0, preveda o no l\u2019incorporazione nella paga diretta dell\u2019accantonamento per il trattamento di fine rapporto, preveda o no forme di retribuzione in natura o contribuzione a schemi welfare aziendale. Poich\u00e9 ciascuna delle voci di retribuzione differita menzionate pesa intorno al 7 per cento della retribuzione diretta, il solo fatto che siano previste fa aumentare la retribuzione effettiva di un importo che pu\u00f2 arrivare fino al 20 per cento; altrettanto possono incidere le forme di retribuzione indiretta, per le quali occorrerebbe introdurre una forma di evidenziazione nella busta-paga che consenta di valutarne immediatamente l\u2019entit\u00e0. Le norme che si applicano, in un paese, a decine di milioni di persone sono efficaci se sono semplici da capire e da applicare; sono molto meno efficaci se per applicarle \u00e8 indispensabile rivolgersi a un esperto.<\/p>\n<p>Nei paesi anglosassoni e in quelli del Nord Europa la tecnica protettiva imperniata su uno standard retributivo minimo orario (<em>hourly minimum wage<\/em>) \u00e8 efficace perch\u00e9 chiunque pu\u00f2 capire da solo se la somma che paga o che percepisce rispetta lo standard minimo. In Italia, se mai questa tecnica protettiva verr\u00e0 adottata dal legislatore, sar\u00e0 meno efficace, almeno fino a che la struttura delle nostre retribuzioni continuer\u00e0 a essere imbarocchita dalla previsione (talora, come nel caso della tredicesima mensilit\u00e0, risalente a norme corporative) di svariate forme di retribuzione differita che impediscono la trasparenza e la comparabilit\u00e0 immediata dei trattamenti economici. \u00c8 vero che queste complicazioni normative sono ormai tutte derogabili in sede di contrattazione collettiva; ma non sembra che quest\u2019ultima sia orientata nel senso di una armonizzazione della struttura delle retribuzioni italiane rispetto agli altri paesi europei maggiori.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La proposta di uno standard retributivo minimo universale avanzata dalle opposizioni risponde a un\u2019esigenza reale e urgente. 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