
{"id":63098,"date":"2023-12-16T16:35:18","date_gmt":"2023-12-16T15:35:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63098"},"modified":"2023-12-16T16:35:18","modified_gmt":"2023-12-16T15:35:18","slug":"intervista-sulla-partecipazione-in-azienda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63098","title":{"rendered":"INTERVISTA SULLA PARTECIPAZIONE IN AZIENDA"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">L\u2019esperienza dei Consigli di Gestione e il disegno di legge di Rodolfo Morandi subito dopo la Liberazione \u2013 L\u2019opposizione della DC e la freddezza del PCI in proposito \u2013 Il prevalere nel movimento sindacale italiano dell\u2019idea dell\u2019antagonismo tra lavoratori e imprenditori<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nIntervista <strong>a cura di Giorgio Impellizzieri ed Emmanuele Massagli<\/strong> <\/em>&#8211; <em>L\u2019intervista, <a href=\"https:\/\/www.bollettinoadapt.it\/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sulla-partecipazione-dei-lavoratori-ridl-2013\/\">anticipata nel numero del 27 novembre 2023 sul\u00a0<\/a><\/em>Bollettino Adapt<em>, \u00e8 parte di una serie dedicata a una rivisitazione dei miei scritti pubblicati nell\u2019arco degli ultimi 50 anni; questa prende spunto dal mio articolo\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/archivio.pietroichino.it\/saggi\/view.asp?IDArticle=1534\">La partecipazione dei lavoratori all\u2019impresa: le ragioni di un ritardo<\/a>, <em>in <\/em>RIDL, 2013, I, pp. 861-879 <em>&#8211; In argomento v. anche il video e la trascrizione della mia intervista dell&#8217;11 maggio 2023,<\/em> <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=62654\">Perch\u00e9 la partecipazione \u00e8 rimasta sulla carta<\/a> &#8211; L&#8217;interivista precedente, di questa serie, online anche su questo sito \u00e8 sul tema de <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63088\">Il mercato del tempo di lavoro<\/a><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright  wp-image-63145\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi-300x199.jpeg\" alt=\"\" width=\"344\" height=\"228\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi-300x199.jpeg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi-150x100.jpeg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi-768x511.jpeg 768w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi-1024x681.jpeg 1024w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/Ingranaggi.jpeg 1128w\" sizes=\"auto, (max-width: 344px) 100vw, 344px\" \/><\/a>D.: Si \u00e8 tornato a parlare di una legge di attuazione dell\u2019articolo 46 della Costituzione, anche a partire da una iniziativa di legge popolare depositata dalla Cisl lo scorso 20 aprile 2023. Nel saggio del 2013 individui una delle ragioni principali del ritardo della partecipazione in una visione conflittuale delle relazioni industriali, originariamente propria della Cgil, ma che \u00e8 divenuta largamente egemone nella cultura del movimento sindacale; e che assai male si concilia con il decentramento della contrattazione collettiva. Dieci anni dopo questa valutazione \u00e8 ancora attuale?<br \/>\n<\/strong><strong> R.: <\/strong>Se riferita alla storia del movimento sindacale italiano nel suo complesso, s\u00ec. Certo, oggi il panorama delle relazioni industriali \u00e8 cambiato profondamente e anche l\u2019antagonismo ideologico della Cgil si \u00e8 molto stemperato; ma la bandiera dell\u2019antagonismo ora viene fatta propria da altre organizzazioni, che lo praticano in modi molto spregiudicati riuscendo talvolta a mettere nell\u2019angolo le Confederazioni maggiori. Antagonismo o no, comunque, ancora oggi \u00e8 molto diffusa nella cultura italiana delle relazioni industriali l\u2019idea che al livello aziendale l\u2019autonomia collettiva non possa essere del tutto libera, che la contrattazione aziendale debba essere messa \u201csotto tutela\u201d in funzione della protezione dei diritti delle persone che lavorano. \u00c8 evidente che, se questo \u00e8 il presupposto, anche il seme della partecipazione dei lavoratori nell\u2019impresa non trova un terreno fertile che gli consenta di attecchire. E la radice di quell\u2019idea sta in una cultura della quale la Cgil \u00e8 stata per lungo tempo la principale portatrice in seno al movimento sindacale italiano: lo dico per esperienza diretta molto concreta, avendo lavorato per dieci anni nella Cgil, dal 1969 al 1979.<\/p>\n<p><strong>D.: A che cosa ti riferisci precisamente?<br \/>\n<\/strong><strong> R.: <\/strong>L\u2019antagonismo tra lavoratori e impresa, dogma larghissimamente condiviso nell\u2019organizzazione, si esprimeva anche nella convinzione che la vera emancipazione del lavoro non potesse avvenire nel contesto del sistema capitalistico, nel quale il compito del sindacato poteva dunque essere solo quello di alleviare lo sfruttamento e l\u2019alienazione. In attesa che la classe operaia assumesse il controllo sui mezzi di produzione, non soltanto ogni contratto individuale doveva considerarsi uno strumento di sfruttamento del lavoro da parte del capitale, ma doveva considerarsi inevitabilmente squilibrato a danno dei lavoratori anche il contratto collettivo. Molto significativa, da questo punto di vista, \u00e8 una nota a firma di Marco Vais \u2013 il responsabile dell\u2019Ufficio legale della Cgil nazionale in quegli anni \u2013 pubblicata nel 1961 sulla <em>Rivista Giuridica del Lavoro<\/em>, organo della Cgil, nella quale viene criticata duramente la monografia di Giugni pubblicata l\u2019anno prima, che esaltava l\u2019autonomia collettiva come espressione di un equilibrio tra le parti; la realt\u00e0 in cui operiamo \u2013 dice invece Marco Vais \u2013 ci impone di riconoscere che c\u2019\u00e8 uno squilibrio da rimuovere: l\u2019equilibrio tra le parti non pu\u00f2 esserci neppure sul piano della negoziazione collettiva. Negli anni Settanta, dunque, la Cgil considera addirittura \u201cequivoco\u201d il messaggio di Giugni, perch\u00e9 esso ci distrae dal compito fondamentale: non soltanto quello di rimuovere uno squilibrio nel rapporto tra le parti individuali, ma rimuovere uno squilibrio che si verifica pure sul piano collettivo. Anche il contratto collettivo, in questo ordine di idee, deve essere messo sotto tutela al pari di quello individuale. E se questa drastica svalutazione investe il contratto collettivo nazionale, a maggior ragione essa investe il contratto aziendale. A questo punto \u00e8 chiaro perch\u00e9 anche ogni forma di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell\u2019impresa sia vista come una mistificazione.<\/p>\n<p><strong>D.:<\/strong> <strong>Per\u00f2 l\u2019articolo 46 della Costituzione era stato approvato da un\u2019Assemblea Costituente in cui sedevano anche numerosi rappresentanti del Partito Comunista.<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>L\u2019articolo 46 nasce direttamente dall\u2019esperienza dei Consigli di Gestione nati durante la Resistenza, che il primo ministro dell\u2019Industria dell\u2019Italia repubblicana \u2013 il socialista Rodolfo Morandi \u2013 avrebbe voluto consolidare con una legge gi\u00e0 nel corso del 1946. In seno all\u2019Assemblea Costituente il Psi aveva all\u2019incirca lo stesso peso del Pci; non stupisce dunque che nel gioco dei compromessi politici tra i partiti una proposta del ministro dell\u2019Industria, appoggiata dal Psi, sia stata accolta nella Costituzione nonostante lo scetticismo in proposito dei comunisti e dei democristiani. Quanto al seguito, \u00e8 abbastanza credibile la tesi storiografica secondo la quale il disegno morandiano \u00e8 poi rimasto inattuato a causa di una non dichiarata ostilit\u00e0 del Pci, oltre che per quella \u2013 dichiarata \u2013 della Dc.<\/p>\n<p><strong>D.: Hai registrato qualche mutamento negli orientamenti dei partiti maggiori nell\u2019ultimo decennio?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>Pi\u00f9 che altro ho registrato una carenza di interesse abbastanza equamente diffusa a destra e a sinistra. Nonostante il lavorio registratosi nella Commissione Lavoro del Senato, anche per l\u2019iniziativa di Maurizio Castro nella XVI legislatura e di Maurizio Sacconi nella XVII, il tema della partecipazione dei lavoratori nell\u2019impresa \u00e8 parso incapace di imporsi nell\u2019agenda politica. Un peso rilevante, in questo, lo ha avuto anche lo scetticismo delle associazioni imprenditoriali e della Confindustria in particolare.<\/p>\n<p><strong>D.: Nel tuo saggio parli di una curiosa convergenza di fatto tra l\u2019indifferenza della Cgil e la diffidenza della Confindustria nei confronti di qualsiasi progetto volto a promuovere le pratiche partecipative. A dieci anni di distanza, per questo aspetto, vedi un mutamento?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>Nel corso della XVII legislatura in seno alla Commissione Lavoro del Senato si \u00e8 registrata una larga convergenza \u2013 escluso il M5S \u2013 su un disegno di legge bipartisan di iniziativa parlamentare, sul quale sono stati raccolti pareri e osservazioni di tutte le associazioni sindacali e imprenditoriali. Anche da quelle audizioni emergeva la freddezza di Confindustria e Cgil sull\u2019iniziativa. Nella legislatura successiva il fiume \u00e8 parso tornare a scorrere nelle cavit\u00e0 carsiche.<\/p>\n<p><strong>D.: Per\u00f2 sia il documento sottoscritto il 14 gennaio 2016 da Cgil, Cisl e Uil, <em>Un moderno sistema di relazioni industriali<\/em>, sia il successivo accordo interconfederale sottoscritto il 9 marzo 2018 da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, meglio conosciuto come il <em>Patto della fabbrica<\/em>, prevedono tra i \u00abcontenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva\u00bb proprio la partecipazione dei lavoratori, in specie quella organizzativa. Cosa \u00e8 mancato a queste intese per realizzarsi?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>Sia il documento sindacale unitario del 2016, sia l\u2019accenno contenuto nel <em>Patto della fabbrica<\/em> che hai citato, costituivano una risposta del sistema delle relazioni sindacali al lavoro di elaborazione che era in corso in seno alla Commissione Lavoro del Senato. Ma era una risposta molto debole, generica, poco concreta. Del resto, in mezzo secolo di patti e accordi interconfederali nazionali non ne ricordo uno che abbia avuto effettivit\u00e0 tanto scarsa quanto il <em>Patto per la Fabbrica<\/em> del marzo 2018. Al punto che lo considero come una delle manifestazioni pi\u00f9 preoccupanti della crisi del nostro sistema delle relazioni sindacali. Penso in particolare all\u2019ineffettivit\u00e0 di quanto quell\u2019accordo ha previsto in tema di misurazione della rappresentativit\u00e0 delle associazioni, in funzione dell\u2019estensione <em>erga omnes<\/em> dell\u2019efficacia dei contratti collettivi di settore: una pattuizione che rende evidente un deficit grave di cultura e di capacit\u00e0 progettuale delle confederazioni maggiori.<\/p>\n<p><strong>D.: Le resistenze culturali, secondo quanto si legge nel tuo saggio, sono riassumibili nella convinzione diffusa che tra datori di lavoro e lavoratori non esista un interesse condiviso e comune e che la conflittualit\u00e0 sia la sola dimensione nella quale debbano svolgersi le relazioni di lavoro. In cosa consiste oggi questo interesse comune?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>In qualsiasi impresa, tra l\u2019imprenditore e i suoi dipendenti c\u2019\u00e8 innanzitutto l\u2019interesse comune al buon andamento economico dell\u2019azienda: la solidit\u00e0 e la buona performance dell\u2019azienda nel suo complesso costituiscono la migliore garanzia di sicurezza e benessere per le persone che in essa lavorano. Certo, sulla divisione dei frutti del suo buon andamento c\u2019\u00e8 un conflitto di interessi; ma a ben vedere l\u2019interesse comune al suo buon andamento \u00e8 molto pi\u00f9 rilevante. Nelle imprese di frontiera, poi, in quelle che devono affrontare pi\u00f9 delle altre la sfida dell\u2019innovazione tecnologica, o la sfida di condizioni ambientali pi\u00f9 difficili, ha un peso decisivo la capacit\u00e0 di imprenditore e lavoratori di accordarsi per una scommessa comune su di un progetto industriale innovativo: una scommessa in cui il primo investe capitale e capacit\u00e0 progettuale, i secondi investono la loro disponibilit\u00e0 a rischiare qualche cosa nella sperimentazione del nuovo, la loro capacit\u00e0 di affrontare le difficolt\u00e0 impreviste. Il sindacato deve saper essere l\u2019intelligenza collettiva che guida i lavoratori innanzitutto nella valutazione delle qualit\u00e0 dell\u2019imprenditore e del piano industriale; poi, se la valutazione \u00e8 positiva, nella negoziazione della scommessa comune con l\u2019imprenditore. Quanto pi\u00f9 i lavoratori investono su questa scommessa, tanto pi\u00f9 essi devono poi avere voce in capitolo nella verifica delle tappe dell\u2019attuazione del piano industriale concordato e nel controllo dell\u2019equa distribuzione dei frutti della scommessa vinta.<\/p>\n<p><strong>D.: Sei sempre convinto che, nel nostro Paese, per ampliare lo spazio per le pratiche partecipative non occorrano leggi che aprano questo spazio imperativamente, ma siano opportuni interventi di sostegno che permettano (ma non obblighino) la sperimentazione nelle diverse imprese?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>A me sembra che, per un verso, il tessuto produttivo sia caratterizzato da una grande variet\u00e0 di modelli di organizzazione produttiva, tale per cui \u00e8 difficile individuare forme di partecipazione che possano essere imposte in modo indifferenziato a tutte le imprese. E che, per altro verso, le forme di partecipazione praticabili siano molte e molto diverse tra loro: cosicch\u00e9 la scelta del legislatore di privilegiarne (se non addirittura imporne) una piuttosto che un\u2019altra potrebbe avere un effetto controproducente rispetto all\u2019obiettivo di allargare tutti gli spazi possibili di partecipazione. Per questo mi sembra che la legge debba sicuramente rimuovere gli ostacoli di natura normativa che tuttora impediscono alcune forme di partecipazione; debba introdurre incentivi fiscali o di altro genere alla sperimentazione di pratiche partecipative, come gi\u00e0 da alcuni anni in parte si sta facendo; debba sperimentare ogni modo possibile per stimolare il diffondersi di una cultura della partecipazione; ma debba lasciare che questa, dove attecchisce, si esprima liberamente nelle forme che l\u2019inventiva imprenditoriale e la contrattazione collettiva aziendale sapranno individuare e disegnare. Nel saggio del 2013 parlo a questo proposito della necessit\u00e0 che forme diverse di partecipazione si confrontino e competano tra loro nel tessuto produttivo. La competizione non deve essere soltanto tra forme diverse di partecipazione, ma anche tra queste e le prassi tradizionali dell\u2019impresa senza partecipazione. E potrebbe anche risultarne che certi modelli di partecipazione funzionano bene nelle imprese di un tipo e non in altre. In tutte, per\u00f2, deve essere superato l\u2019ostacolo di fondo che blocca le pratiche partecipative.<\/p>\n<p><strong>D.: Ti riferisci ancora all\u2019idea dell\u2019antagonismo tra capitale e lavoro?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>Pi\u00f9 precisamente all\u2019idea propria della cultura marxista tradizionale secondo cui l\u2019imprenditore \u00e8 un soggetto socialmente pericoloso, del quale i lavoratori in linea di principio devono diffidare e tendere a farne a meno, impadronendosi dei mezzi di produzione. La verit\u00e0 \u00e8, invece, che non pu\u00f2 esserci lavoro buono, produttivo, sicuro, redditizio, senza un buon imprenditore; cos\u00ec come non pu\u00f2 esserci buona impresa senza buoni lavoratori. Un sistema moderno di relazioni industriali deve fondarsi proprio sul riconoscimento della reciproca indispensabilit\u00e0. La partecipazione dei lavoratori non pu\u00f2 significare un sostituirsi di essi all\u2019imprenditore, e neppure una riduzione delle sue prerogative imprenditoriali; la buona partecipazione non pu\u00f2 prescindere dal riconoscimento della necessit\u00e0 di queste prerogative.<\/p>\n<p><strong>D.: Come pu\u00f2 declinarsi la partecipazione per le micro e piccole imprese?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>In molti casi \u00e8 proprio l\u00ec che si assiste, oggi in Italia, alle forme pi\u00f9 spinte di partecipazione: perch\u00e9 \u00e8 proprio nelle piccole imprese che \u2013 quando le cose funzionano bene \u2013 fra datore e prestatore di lavoro si instaura pi\u00f9 direttamente il rapporto di fiducia personale, il riconoscimento dell\u2019indispensabilit\u00e0 del rispettivo ruolo, la disponibilit\u00e0 alla trasparenza totale della gestione aziendale.<\/p>\n<p><strong>D.: Sorprende la scarsa e limitata conoscenza dei meccanismi partecipativi istituiti non in forza di una previsione legislativa, ma per il mezzo della contrattazione collettiva. Ritieni utile un\u2019analisi diretta e sistematica del materiale contrattuale, prodotto al livello sia nazionale sia aziendale, al fine avviare una nuova fase di studi della materia?<br \/>\n<\/strong><strong>R.: <\/strong>Non utile: urgentemente necessaria. \u00c8 indispensabile saperne di pi\u00f9. \u00c8 questo un terreno sul quale l\u2019impegno progettuale del giuslavorista deve coniugarsi con il buon metodo sociologico di ricerca.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019esperienza dei Consigli di Gestione e il disegno di legge di Rodolfo Morandi subito dopo la Liberazione \u2013 L\u2019opposizione della DC e la freddezza del PCI in proposito \u2013 Il prevalere nel movimento sindacale italiano dell\u2019idea dell\u2019antagonismo tra lavoratori e imprenditori . 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