
{"id":63276,"date":"2024-05-03T21:24:22","date_gmt":"2024-05-03T20:24:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63276"},"modified":"2024-05-05T22:48:29","modified_gmt":"2024-05-05T21:48:29","slug":"intervista-sulle-politiche-attive-del-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63276","title":{"rendered":"INTERVISTA SULLE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Una battaglia durata mezzo secolo per superare l&#8217;arretratezza del sistema italiano dei servizi al mercato del lavoro, tra le resistenze dell&#8217;intero arco delle forze politiche e l&#8217;indifferenza delle organizzazioni sindacali, dimentiche della loro vocazione originaria di protezione dei lavoratori non solo in azienda ma anche nel mercato<br \/>\n<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nIntervista <strong>a cura di Lilli Casano e Silvia Spattini<\/strong> pubblicata\u00a0<a href=\"https:\/\/www.bollettinoadapt.it\/a-tu-per-tu-con-lautore-intervista-a-pietro-ichino-sul-rilancio-delle-politiche-attive-del-lavoro-in-italia-dri-2022\/\">sul\u00a0Bollettino Adapt l&#8217;8 aprile 2024<\/a> \u2013\u00a0L\u2019intervista\u00a0\u00e8 parte di una serie dedicata a una rivisitazione dei miei scritti pubblicati nell\u2019arco degli ultimi 50 anni; questa prende spunto dal mio articolo\u00a0<\/em>Appunti per un rilancio delle politiche attive del lavoro in Italia<em>, nella<\/em> rivista Diritto delle Relazioni Industriali,<em> 2022, 1, pp. 161-173 \u2013\u00a0Su questo sito sono disponibili anche le interviste precedenti della stessa serie gi\u00e0 pubblicate: dall&#8217;ultima, <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63306\">L&#8217;anima laburista della Legge Biagi<\/a><em>, si pu\u00f2 risalire a tutte le altre<br \/>\n<\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><em><strong><br \/>\n<\/strong><\/em><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Il-collocamento-impossibile.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-51274\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Il-collocamento-impossibile.jpg\" alt=\"\" width=\"214\" height=\"286\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Il-collocamento-impossibile.jpg 194w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Il-collocamento-impossibile-112x150.jpg 112w\" sizes=\"auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px\" \/><\/a>Il tuo interesse per la disciplina del mercato del lavoro e in particolare dei servizi di collocamento risale a molto tempo prima di questo saggio del 2022 sulle politiche attive: il libro <em>Il collocamento impossibile<\/em> era uscito nel 1982. Nei quarant\u2019anni che separano i due scritti \u00e8 passata molta acqua sotto i ponti.<\/strong><br \/>\nS\u00ec e no. Certo, in questi quattro decenni sono stati abrogati in un primo tempo, nel 1991, il regime generale dell\u2019avviamento al lavoro su richiesta numerica, qualche anno dopo il regime del monopolio statale dei servizi di collocamento e il divieto di attivit\u00e0 delle agenzie private per l\u2019impiego\u2026<\/p>\n<p><strong>\u2026 riforme tutte e tre da te sostenute con molto vigore negli scritti degli anni \u201980 e \u201990.<br \/>\n<\/strong>La prima, cio\u00e8 la liberalizzazione dell\u2019incontro fra domanda e offerta, era diventata un mio terreno prioritario di impegno nel corso dell\u2019VIII legislatura (1979-83), quando fui molto impegnato in seno alla Commissione Lavoro della Camera su questa materia. In seguito, promossi attivamente le altre due riforme anche con l\u2019iniziativa giudiziale che port\u00f2 alla sentenza <em>Job Centre II<\/em> del 1997, all\u2019esito di un procedimento avviato nel 1994, difendendo la causa davanti alla Corte di Giustizia del Lussemburgo. Quella sentenza, che stabil\u00ec l\u2019abuso di posizione dominante del monopolio pubblico del collocamento, arriv\u00f2 dopo una battaglia ventennale, che condussi da solo, in un contesto politico in cui erano schierate compattamente in difesa del monopolio statale non soltanto la sinistra politica (PCI e PSI), ma anche la DC, fortemente interessata a mantenere il controllo della rete del collocamento pubblico. Sul piano giudiziario, nel corso degli anni \u201980 persino la Corte costituzionale era giunta a sostenere la tesi assurda secondo cui la regola dell\u2019avviamento al lavoro su richiesta numerica in regime di monopolio pubblico del servizio di collocamento doveva considerarsi come una conseguenza necessaria della corretta applicazione dei principi fondamentali in materia di lavoro (sentenza n. 248 del 1986, che commentai molto negativamente in <em>DLRI<\/em>, 1988, pp. 1-41). Non c\u2019\u00e8 dubbio, dunque, che il decreto legislativo 23 dicembre 1997 n. 469, il quale ha prontamente dato attuazione nel nostro ordinamento alla sentenza <em>Job<\/em> <em>Centre II<\/em> della Corte di Giustizia, superando il monopolio pubblico del collocamento e consentendo anche a soggetti privati l\u2019esercizio dell\u2019attivit\u00e0 di intermediazione, abbia segnato una svolta importantissima nel nostro ordinamento, poi consolidata e perfezionata con la legge Biagi del 2003. Resta il fatto, tuttavia, che a quella svolta non ha corrisposto un mutamento adeguato n\u00e9 nella mentalit\u00e0 e cultura dell\u2019apparato ministeriale preposto al governo del mercato del lavoro, n\u00e9 in quelle degli apparati sindacali, i quali hanno continuato a occuparsi soltanto della protezione degli interessi dei lavoratori nei luoghi di lavoro, trascurando pressoch\u00e9 totalmente l\u2019efficienza e l\u2019efficacia della rete dei servizi, dei quali il mercato del lavoro ha assoluta necessit\u00e0 per funzionare a dovere.<\/p>\n<p><strong>Veniamo alle vicende pi\u00f9 recenti. L\u2019alternativa accentramento\/ decentramento ha occupato a lungo un posto di primo piano nel dibattito sulle politiche attive del lavoro. Nel tuo saggio del 2022 parli della necessit\u00e0 di un sistema \u201crigoroso\u201d di sussidiariet\u00e0, e solleciti un recupero della capacit\u00e0 operativa dell\u2019ANPAL, soprattutto sul fronte del monitoraggio dell\u2019efficacia e dell\u2019efficienza dei servizi erogati della Regioni, criticando la scelta di reincorporare l\u2019agenzia nella struttura del Ministero del lavoro. Oggi che la vicenda dell\u2019ANPAL sta giungendo all\u2019epilogo, con la sua imminente soppressione, tramonta definitivamente il progetto di un\u2019agenzia tecnica autonoma sull\u2019esempio delle migliori pratiche europee?<br \/>\n<\/strong>Di definitivo, in questo campo, non c\u2019\u00e8 nulla; e aggiungo: per fortuna, visto che il quadro delle strutture esistenti non \u00e8 esaltante. Certo, con l\u2019abbandono del progetto del 2015 l\u2019Italia fa un grosso passo indietro su questo terreno. L\u2019importanza di una Agenzia nazionale autonoma sta in questo: la materia delle politiche attive \u00e8 di competenza delle Regioni, le quali presentano in questo campo livelli di capacit\u00e0 operativa e di efficacia dei servizi molto differenziati; sarebbe dunque indispensabile un organismo capace di valutare in modo imparziale i livelli di efficienza ed efficacia dei servizi regionali e, dove questi siano troppo bassi, di intervenire in via sussidiaria per supportare l\u2019amministrazione in difficolt\u00e0 e nei casi pi\u00f9 gravi sostituirsi ad essa. Un meccanismo istituzionale di questo genere presuppone l\u2019indipendenza dell\u2019organismo in questione dal Governo centrale: altrimenti il suo surrogarsi all\u2019amministrazione regionale inadempiente potrebbe essere sospettato di essere dettato da ostilit\u00e0 politica invece che da motivi tecnici.<\/p>\n<p><strong>Quali sono stati, a tuo parere, i fattori che hanno portato al fallimento di questa esperienza nel nostro Paese?<\/strong><br \/>\nIl primo errore che \u00e8 stato compiuto consiste nell\u2019aver imposto come Direttore generale dell\u2019ANPAL, quando essa \u00e8 stata costituita, il titolare della Direzione generale del ministero competente per la stessa materia: in questo modo si \u00e8 favorito l\u2019assorbimento da parte della nuova agenzia della stessa mentalit\u00e0 e dello stesso <em>modus operandi<\/em> che fino a quel momento avevano caratterizzato l\u2019amministrazione ministeriale. Un secondo errore \u00e8 stato commesso dal neo-insediato Consiglio di Amministrazione dell\u2019ANPAL, quando non ha vincolato l\u2019operato del Direttore generale al conseguimento di obiettivi specifici, misurabili, legati a scadenze temporali precise, di attuazione della riforma delle politiche attive delineata nei decreti delegati n. 22 e n. 150 del 2015. Questo consent\u00ec al Direttore stesso una sostanziale irresponsabilit\u00e0 rispetto a quegli obiettivi e impermeabilit\u00e0 rispetto al potere direttivo del vertice della struttura: nel contrasto con il Presidente egli poteva mostrarsi indifferente; non aveva nulla da perdere. Mutato il quadro politico, nella XVIII legislatura, la presidenza dell\u2019agenzia \u00e8 stata affidata a un docente del Mississippi che aveva la pretesa di poter esercitare la funzione da remoto, per di pi\u00f9 con un programma operativo a dir poco nebuloso: fatto sta che sotto la sua presidenza l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019ANPAL \u00e8 rimasta pressoch\u00e9 del tutto paralizzata.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-42979\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL.png\" alt=\"\" width=\"366\" height=\"137\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL.png 366w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL-150x56.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/ANPAL-300x112.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 366px) 100vw, 366px\" \/><\/a>Come si pu\u00f2 rimediare a questo disastro?<br \/>\n<\/strong>Ora l\u2019ANPAL come soggetto dotato di autonomia operativa non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e la sua struttura \u00e8 stata riportata in seno all\u2019amministrazione ministeriale. Siamo dunque tornati al punto da cui eravamo partiti dieci anni fa. Possiamo pensare che questa sia l\u2019attrezzatura adatta per un rilancio serio delle politiche attive del lavoro nel nostro Paese? La mia risposta \u00e8 molto netta: no, non \u00e8 l\u2019attrezzatura adatta. In tutti gli altri maggiori Paesi europei la gestione di questa materia al livello nazionale \u00e8 affidata a un\u2019agenzia indipendente della cui azione sia possibile rilevare e misurare l\u2019efficacia, capace a sua volta di gestire in modo credibile, trasparente e imparziale sistemi di monitoraggio dell\u2019efficacia dei servizi attivati dalle Regioni; capace di individuare e valorizzare le competenze professionali necessarie e di operare in modo tempestivo e flessibile secondo le esigenze che di volta in volta si manifestano; capace, per esempio, di intervenire con il personale adeguato, ma solo per il tempo strettamente necessario, a supporto delle amministrazioni regionali che non riescono a soddisfare i livelli essenziali delle prestazioni. L\u2019amministrazione ministeriale non \u00e8 in grado di fare questo. Non mi sembra, per\u00f2, che un progetto di questo genere sia all\u2019ordine del giorno, n\u00e9 nell\u2019agenda del Governo, n\u00e9 in quella dell\u2019opposizione.<\/p>\n<p><strong>Nel saggio del 2022 proponi anche una integrazione fra l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019agenzia per le politiche attive e l\u2019Inps.<br \/>\n<\/strong>La proposta risponde all\u2019esigenza di attivare gli incentivi giusti, necessari per il buon funzionamento della condizionalit\u00e0 del sostegno del reddito ai disoccupati. Poich\u00e9 questo viene erogato dall\u2019Inps, sarebbe molto opportuno che l\u2019Inps stesso avesse voce in capitolo nella predisposizione dei percorsi di formazione necessari per avviare i disoccupati alle moltissime posizioni di lavoro che restano scoperte a causa della mancanza della manodopera adatta e nel controllo della disponibilit\u00e0 effettiva dei percettori dell\u2019indennit\u00e0 di disoccupazione per questi percorsi. Se anche soltanto il 10 per cento del risparmio ottenuto con l\u2019attivazione effettiva della condizionalit\u00e0 venisse destinato a premiare il personale cui questa funzione \u00e8 affidata, avremmo probabilmente l\u2019effetto di un forte risparmio nella spesa pubblica per il sostegno del reddito dei disoccupati e una significativa riduzione della disoccupazione.<\/p>\n<p><strong>Le politiche attive sono ancora oggi concepite principalmente come strumento per il reinserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati in un\u2019ottica rimediale e non in un\u2019ottica preventiva o, meglio ancora, di gestione ordinaria e continuativa delle transizioni occupazionali. Per questo capitoli strategici come l\u2019informazione e l\u2019orientamento professionale continuano a restare nell\u2019ombra, o scontano (come nel caso dell\u2019orientamento scolastico, recentemente oggetto di un importante intervento di potenziamento) approcci settoriali poco pragmatici. Quali potrebbero essere i passi per arrivare alla realizzazione di un sistema capillare di orientamento realmente accessibile a tutti, in ogni fase del percorso biografico e professionale?<br \/>\n<\/strong>L\u2019orientamento scolastico e professionale \u00e8 il primo, indispensabile, anello della catena: senza di esso l\u2019intero sistema dei servizi al mercato del lavoro \u00e8 condannato a un livello di efficienza basso. Nei Paesi dove esso funziona bene, si articola su due livelli. Il primo \u00e8 quello che riguarda gli adolescenti: un servizio capace di raggiungere ogni adolescente all\u2019uscita di ogni ciclo di scuola media inferiore o superiore, tracciare il profilo delle sue capacit\u00e0 e quello delle sue aspirazioni, metterli a confronto e rilevare eventuali incongruenze, segnalarle all\u2019adolescente e alla sua famiglia e indicare la via migliore per superarle. L\u2019altro livello \u00e8 quello dell\u2019orientamento per le persone adulte: quelle che hanno gi\u00e0 compiuto almeno un\u2019esperienza lavorativa, ma hanno perso il posto di lavoro, oppure hanno dovuto interrompere l\u2019attivit\u00e0 per la maternit\u00e0, o per qualsiasi altro motivo, oppure ancora semplicemente sono interessate a guardarsi intorno per trovare un\u2019occupazione nella quale le loro capacit\u00e0 siano meglio valorizzate rispetto a quanto avviene nell\u2019azienda in cui attualmente lavorano. Questa parte del servizio di orientamento richiede delle sedi molto visibili, facilmente reperibili \u2013 a differenza degli uffici di collocamento del secolo scorso \u2013 nelle zone centrali del tessuto cittadino e nel web e immediatamente accessibili, possibilmente specializzate in relazione ai diversi segmenti di offerta di manodopera cui si rivolgono: adulti che hanno perduto il posto o comunque ne cercano un altro, donne che intendono rientrare nel tessuto produttivo dopo la maternit\u00e0, giovani che affrontano per la prima volta il mondo del lavoro, immigrati, persone con disabilit\u00e0. In relazione a ciascuna di queste categorie occorrerebbe attivare degli <em>hub<\/em> dove le persone interessate possano trovare non solo il servizio di profilazione di cui ho detto prima, ma anche le informazioni sulle opportunit\u00e0 occupazionali esistenti e sui servizi di formazione o addestramento disponibili per accedervi.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-40403\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego-150x100.jpg 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/centroimpiego.jpg 640w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Stai delineando un nuovo modo d\u2019essere dell\u2019articolazione periferica dell\u2019amministrazione pubblica del Lavoro?<br \/>\n<\/strong>S\u00ec: la prospettiva dovrebbe essere quella di una tendenziale sparizione dei Centri per l\u2019Impiego intesi come sportelli per pratiche burocratiche, esattamente come stanno sparendo gli sportelli bancari perch\u00e9 sostituiti dal collegamento a distanza via web (qualche cosa di questo genere sta incominciando ad accadere a Milano, per mezzo di una applicazione informatica attivata dall\u2019agenzia metropolitana che gestisce i CpI). Le articolazioni periferiche dell\u2019amministrazione pubblica del Lavoro dovrebbero concretarsi sempre di pi\u00f9 negli <em>hub<\/em> di cui ho detto, destinati a diventare il luogo dove le persone si recano per avere un servizio di assistenza nel mercato: in primo luogo per mettere a fuoco il proprio problema occupazionale ed essere indirizzate ai servizi idonei a risolverlo. Indispensabili come luoghi di servizio ben visibili nei centri abitati, anche questi <em>hub<\/em> dovranno, peraltro, essere accessibili al tempo stesso via web e capaci di offrire esattamente gli stessi servizi mediante collegamento a distanza: il cosiddetto <em>mirroring<\/em> della struttura fisica nella struttura digitale, del quale abbiamo alcuni notevoli esempi nel panorama internazionale.<\/p>\n<p><strong>Quali professionalit\u00e0 sarebbero richieste, e quali soggetti dovrebbero concorrere alla costruzione di questo importante pilastro delle politiche attive?<br \/>\n<\/strong>I nostri servizi per l\u2019impiego dispongono anche di bravi orientatori, ma in numero ridottissimo rispetto a quanto sarebbe necessario per un servizio capillare come quello di cui si \u00e8 detto. Da noi l\u2019orientamento scolastico e professionale per gli adolescenti si fa inviando qualcuno una volta all\u2019anno a parlare del mercato del lavoro alle classi terze o quinte delle medie inferiori o dei licei, riunite in aula magna; ma per orientare efficacemente i giovani e prevenire la piaga dei NEET \u2013 <em>Not in Employment, Education or Training<\/em> \u2013 occorre tutt\u2019altro. Un servizio efficiente dovrebbe articolarsi in una fase di profilazione personale, che pu\u00f2 essere svolta interamente mediante programmi fondati sull\u2019intelligenza artificiale, e una fase di colloquio tra la persona interessata e un orientatore specializzato in relazione ai problemi peculiari della categoria cui la persona appartiene. Il problema \u00e8 che, per funzionare bene, il servizio di orientamento dovrebbe disporre di un dato di cui in Italia non disponiamo, o disponiamo troppo poco.<\/p>\n<p><strong>A che cosa ti riferisci?<br \/>\n<\/strong>Al dato circa l\u2019efficacia dei corsi di formazione o addestramento. Nel saggio da cui abbiamo preso le mosse sostengo che questa misura \u00e8 data principalmente dal tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi di chi l\u2019ha ricevuta. Per poterne disporre occorrerebbe una anagrafe nazionale della formazione i cui dati venissero incrociati con quelli delle Comunicazioni Obbligatorie al ministero del Lavoro circa i nuovi contratti di lavoro, delle iscrizioni agli albi od ordini professionali, nonch\u00e9 delle iscrizioni alle liste di disoccupazione: questo incrocio di dati consentirebbe di misurare il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, dunque l\u2019efficacia di ciascun corso di formazione o addestramento finanziato con il denaro pubblico. E consentirebbe di consigliare a giovani e adulti i percorsi migliori su cui investire il proprio tempo per accedere alle opportunit\u00e0 occupazionali cui aspirano. Ma in Italia, per la maggior parte dei corsi di formazione, questo dato non \u00e8 disponibile, nonostante che sia l\u2019anagrafe della formazione sia l\u2019incrocio dei suoi dati con quelli dei flussi occupazionali siano oggetto di una previsione specifica contenuta nelle norme di attuazione del Jobs Act (precisamente negli articoli 13-16 del d.lgs. n. 150\/2015).<\/p>\n<p><strong>In diversi altri tuoi scritti hai sostenuto che il nostro Paese avrebbe urgente bisogno di cambiare radicalmente il modo in cui vengono affrontate le crisi aziendali e i conseguenti problemi occupazionali. Puoi spiegare meglio il tuo pensiero a questo riguardo?<br \/>\n<\/strong> L\u2019Italia soffre di una stagnazione ormai ultraventennale della produttivit\u00e0 del lavoro e conseguentemente dei livelli retributivi. Un modo per affrontare questo problema consisterebbe nel favorire in tutti i modi il trasferimento delle persone dalle aziende meno produttive, marginali o sub-marginali nei rispettivi mercati, a quelle pi\u00f9 produttive, pi\u00f9 capaci di valorizzare le loro capacit\u00e0. Di fronte a una crisi aziendale di dimensioni rilevanti, la politica giusta non \u00e8 quella mirata a tenere in vita a tutti i costi la struttura produttiva interessata, incoraggiando i lavoratori a restarvi attaccati con le unghie e coi denti il pi\u00f9 a lungo possibile. Questo modo di affrontare le crisi aziendali sarebbe giustificato se l\u2019alternativa al tenere in vita a tutti i costi quelle strutture produttive fosse soltanto la disoccupazione di chi in esse ha lavorato finora; ma non \u00e8 cos\u00ec: l\u2019indagine permanente Excelsior svolta da Unioncamere e Anpal avverte che molte centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle imprese di tutti i settori e a tutti i livelli professionali restano permanentemente scoperti per la difficolt\u00e0 che le imprese stesse incontrano nella ricerca delle persone di cui hanno bisogno. Le crisi aziendali andrebbero dunque affrontate coll\u2019attivare subito i percorsi di informazione e formazione mirata ad altri sbocchi occupazionali concretamente possibili, assicurando alle persone interessate la continuit\u00e0 del reddito e ogni possibile assistenza nella transizione. La stagnazione della produttivit\u00e0 media del lavoro in Italia dipende anche dal fatto che manteniamo in vita con la respirazione artificiale moltissime aziende che meriterebbero di essere chiuse. A cominciare da tante \u201cpartecipate\u201d pubbliche che servono a poco o a niente.<\/p>\n<p><strong>Stai dicendo che il Governo sbaglia a tenere aperti i \u201ctavoli di crisi\u201d al ministero dello Sviluppo, affrontando i problemi occupazionali essenzialmente con misure di politica industriale, perch\u00e9 essi dovrebbero essere aperti semmai al ministero del Lavoro e affrontati per mezzo delle politiche attive del lavoro?<br \/>\n<\/strong>Non arrivo ad affermare questo: vi sono anche dei casi nei quali \u00e8 sensato affrontare la crisi aziendale con misure di politica industriale. Contesto, per\u00f2, l\u2019atteggiamento generale che si esprime in titoli di giornale, del tipo \u201c180.000 posti a rischio, se non si risolvono positivamente 80 tavoli di crisi aperti al ministero di via Veneto\u201d. 180.000 cessazioni di rapporti di lavoro sono meno del 2 percento rispetto al totale della forza-lavoro dipendente; e, come si \u00e8 visto, sono pi\u00f9 di dieci volte tanto i contratti di lavoro di lunga durata che vengono stipulati ogni anno nel nostro Paese e pi\u00f9 di tre volte tanto i posti di lavoro che restano permanentemente scoperti perch\u00e9 le imprese pi\u00f9 produttive non trovano le persone di cui hanno bisogno. Il <em>mismatch<\/em> si verifica, in varia misura, in tutti i settori produttivi e a tutti i livelli di professionalit\u00e0. Invece di tenere in freezer per anni i lavoratori delle aziende in crisi, collocandoli in cassa integrazione a zero ore e allontanandoli dal mercato del lavoro sempre di pi\u00f9 ogni mese che passa, costerebbe molto meno e renderebbe infinitamente di pi\u00f9 sul piano della produttivit\u00e0 media del lavoro e su quello del benessere delle persone attivare subito i percorsi che possono consentire loro di candidarsi ai posti vacanti nelle aziende pi\u00f9 forti. Considerate in questa ottica e trattate di conseguenza, le crisi aziendali potrebbero essere trasformate in un\u2019opportunit\u00e0 positiva per le persone che vi sono coinvolte.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/INAPP.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-45406 alignleft\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/INAPP.jpg\" alt=\"\" width=\"225\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/INAPP.jpg 225w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/INAPP-150x150.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a>A proposito del fenomeno del <em>mismatch<\/em> a cui hai accennato, un altro capitolo centrale, da decenni in attesa di risposte concrete, \u00e8 quello della costruzione di una vera e propria infrastruttura di <em>labour market intelligence<\/em> in grado di fornire agli operatori dati aggiornati sui fabbisogni espressi dai sistemi locali del lavoro e strumenti operativi per la <em>skills\u2019 gap analysis<\/em> e la pianificazione degli interventi. Su questo fronte, nell\u2019ambito del programma GOL, Anpal Servizi ha avviato una sperimentazione, un cruscotto interattivo che utilizza fonti informative come la classificazione delle professioni Istat (CP-Istat 2011), il Sistema informativo statistico delle comunicazioni obbligatorie (Sisco, del Ministero del lavoro) e l\u2019<em>Atlante del lavoro e delle qualificazioni<\/em> (Inapp). Ritieni che questa sia la strada giusta?<br \/>\n<\/strong>Il \u201ccruscotto\u201d di Anpal Servizi e l\u2019<em>Atlante del lavoro e delle qualificazioni<\/em> dell\u2019Inapp costituiscono l\u2019ultimo capitolo di una storia molto lunga. All\u2019origine c\u2019era il <em>Dizionario delle professioni<\/em> del ministero del Lavoro, la cui prima edizione per i tipi del Poligrafico dello Stato risaliva addirittura al 1966: conteneva molte migliaia di profili professionali, ciascuno con il suo codice, corrispondenti ad altrettanti mestieri. Quel <em>Dizionario<\/em> \u00e8 oggi una fonte preziosa di informazioni anche dettagliatissime su quello che si faceva nelle aziende di tutti i settori negli anni \u201950 e \u201960. Aprendo a caso la prima edizione, alle pagine 64 e 65 ci trovo per esempio il \u201cbiscionatore \u2013 09.04.10\u201d, dove i primi due numeri indicano il settore e il sotto-settore produttivo (in questo caso il tessile-abbigliamento, cappelli da uomo), oppure il \u201cborlonatore \u2013 09.12.09\u201d (pulitore e levigatore del materiale per la produzione di bottoni). I mestieri erano ripartiti per genere: cos\u00ec, per esempio, compariva il mestiere del \u201cbobinatore \u2013 17.03.04\u201d che cura gli avvolgimenti per la costruzione di motori elettrici, ma anche quello della \u201cbobinatrice \u2013 08.02.06\u201d che cura l\u2019avvolgimento di fili nell\u2019azienda tessile. L\u2019idea era che uno si iscrivesse nelle liste di collocamento con una determinata qualifica, per esempio \u201cborlonatore\u201d; e che poi, non appena un\u2019impresa avesse richiesto un \u201cborlonatore\u201d l\u2019ufficio lo avviasse a lavorare l\u00ec. La cosa, ovviamente, non poteva funzionare bene, perch\u00e9 nella maggior parte dei casi l\u2019area di competenza della sezione di collocamento non ospitava alcuna impresa produttrice di bottoni; e se per caso ce n\u2019era una produttrice di cappelli che cercava un biscionatore, il borlonatore non sarebbe stato avviato, a meno che \u2013 come di regola accadeva \u2013 il collocatore, debitamente \u201cincentivato\u201d, non gli avesse segnalato l\u2019opportunit\u00e0 di iscriversi con l\u2019altra qualifica. Fu cos\u00ec che verso la fine degli anni \u201970, quando si incominci\u00f2 ad affrontare la questione dell\u2019inefficienza pressoch\u00e9 totale del meccanismo del collocamento pubblico, si pens\u00f2 di impostare il meccanismo dell\u2019incontro fra domanda e offerta sulla base di \u201cfasce di professionalit\u00e0\u201d che consentissero di individuare non solo lo specifico mestiere imparato da un giovane, o quello svolto in precedenza da un adulto, ma l\u2019area pi\u00f9 ampia nella quale le loro ricerche di occupazione potessero utilmente svolgersi. Il ministro del Lavoro diede dunque incarico all\u2019Isfol di delineare una griglia di \u201cfasce\u201d che potesse consentire di reimpostare il meccanismo del collocamento rendendolo pi\u00f9 efficace; senonch\u00e9 l\u2019incarico risult\u00f2 difficilissimo da adempiere. Accantonata l\u2019idea delle \u201cfasce\u201d, l\u2019Isfol ripieg\u00f2 sul progetto di una griglia di \u201caree e profili di professionalit\u00e0\u201d che potesse aiutare la domanda e l\u2019offerta a incontrarsi: ne nacque un <em>Repertorio delle professioni<\/em>, edito nel 1987 sempre dal Poligrafico dello Stato, che si proponeva come strumento per individuare \u201ctutte le principali professioni che un giovane o un lavoratore in mobilit\u00e0 pu\u00f2 realisticamente prefiggersi di esercitare in Italia\u201d. Un progetto titanico, che per\u00f2 produsse un topolino: nella prefazione si legge che il <em>Repertorio<\/em> \u201cper quest\u2019anno [\u2026] contiene schede informative relative a 115 professioni, scelte tra le pi\u00f9 rappresentative quantitativamente, per contenuto innovativo e per potenzialit\u00e0 occupazionali\u201d. Anni di lavoro per un risultato totalmente inutile ai fini della rivitalizzazione di un servizio di collocamento, che all\u2019epoca era gestito ancora in regime di monopolio statale. Ma non risulta che alcun dirigente dell\u2019Isfol abbia perso il posto per questo.<\/p>\n<p><strong>Vuoi dire che l\u2019<em>Atlante del lavoro e delle qualificazioni<\/em> realizzato ora dall\u2019Inapp \u00e8 una riedizione del <em>Repertorio <\/em>del 1987, o addirittura del <em>Dizionario<\/em> del 1966?<br \/>\n<\/strong>Inapp \u00e8 il nuovo nome che \u00e8 stato dato all\u2019Isfol nel 2016, ma la struttura e il patrimonio tecnico e culturale sono sempre quelli. L\u2019<em>Atlante<\/em> non \u00e8 pi\u00f9 un volumone pubblicato dal Poligrafico dello Stato, ma un sito web. L\u2019Inapp lo presenta come \u201cattuazione del <em>Repertorio nazionale dei titoli di istruzione e formazione e delle qualificazioni professionali<\/em>\u201d previsto dal decreto legislativo n. 13 del 2013. Sono dunque trascorsi pi\u00f9 di 10 anni da quando la creazione di questo \u201crepertorio\u201d \u00e8 stata prevista dalla legge (in linea di perfetta continuit\u00e0, peraltro, con quanto fatto nei decenni precedenti, di cui si \u00e8 detto), ma non sono bastati: diverse parti dell\u2019opera sono ancora \u201cin allestimento\u201d. Si stenta, comunque, a capire in che cosa essenzialmente l\u2019opera si distingua dalle precedenti di cui si \u00e8 detto. A chi apre la pagina web dell\u2019<em>Atlante <\/em>si presenta un indice di 24 settori economico-professionali (Agricoltura, Chimica, Edilizia, Meccanica, ecc.), ciascuno dei quali \u00e8 ripartito in \u201csequenze di processo\u201d (per esempio, per il settore meccanico: produzione di metalli, saldatura, montaggio, istallazione, manutenzione di macchinari, ecc.), le quali sono a loro volta ripartite in \u201caree di attivit\u00e0-ADA\u201d, ognuna delle quali corrisponde a una qualifica specifica (per esempio: laminazione, montaggio, collaudo, ecc.), ciascuna con l\u2019indicazione del suo codice statistico. Ora, comprendo bene come un repertorio di questo genere possa presentare qualche utilit\u00e0 per la classificazione e il censimento delle attivit\u00e0 a fini statistici, o per la comunicazione fra banche-dati diverse e anche di Paesi diversi. Ma non riesco a vedere una differenza sostanziale tra le ADA contenute in questo Atlante e i mestieri contenuti nel <em>Dizionario<\/em> del 1966: ora le ADA sono indicate come \u201claminazione\u201d, \u201cmontaggio\u201d, \u201ccollaudo\u201d, allora i mestieri erano indicati con le parole \u201claminatore\u201d, \u201cmontatore\u201d, \u201ccollaudatore\u201d; ma qual \u00e8 la novit\u00e0 sostanziale? Certo, nel <em>Dizionario<\/em> del 1966 non troveremo il programmatore informatico, ma non riesco a vedere in che cosa consista la differenza concettuale dello strumento rispetto ai precedenti. Mi sembra che, a sessant\u2019anni di distanza, l\u2019apparato pubblico preposto alle politiche attive del lavoro continui a pestare l\u2019acqua nel mortaio, a essere una montagna capace soltanto di partorire topolini. Per altro verso, nel tessuto produttivo reale il panorama dei profili professionali \u00e8 in costante e rapidissima evoluzione, al punto che stentano a registrarne in tempo utile i mutamenti anche i <em>data-base<\/em> elaborati e aggiornati di continuo dalle grandi agenzie per l\u2019impiego in funzione della loro opera di mediazione esercitata quotidianamente: vi \u00e8 motivo di dubitare che l\u2019<em>Atlante<\/em> dell\u2019Inapp, anche quando fra un altro decennio sar\u00e0 stato finalmente completato, riesca a essere pi\u00f9 aggiornato.<\/p>\n<p><strong>Si possono immaginare sistemi alternativi, o almeno complementari, pi\u00f9 vicini alla realt\u00e0 del lavoro nelle imprese e nei territori e sensibili alle caratteristiche qualitative della domanda e dell\u2019offerta di lavoro?<br \/>\n<\/strong>Certo che s\u00ec: il panorama internazionale offre numerose esperienze positive in questo campo. E non solo il panorama internazionale: penso per esempio al progetto attuato da Manpower Italia sull\u2019asse lombardo-romagnolo della Via Emilia, inizialmente in funzione delle esigenze della filiera della meccatronica, poi esteso al settore della moda e a quello alimentare, con i centri operativi pi\u00f9 importanti a Fornovo e a Reggio Emilia; oppure alla capacit\u00e0 manifestata in questi ultimi anni dall\u2019agenzia milanese Afol Metropolitana di intercettare la domanda di manodopera espressa da imprese sempre pi\u00f9 in difficolt\u00e0 nella ricerca delle persone di cui hanno bisogno, per poi attivare subito le persone disponibili sui percorsi di formazione o addestramento necessari. Tutte le esperienze migliori, comunque, confermano che nella maggior parte dei casi la risposta positiva alla domanda delle imprese non consiste nell\u2019avviamento immediato della persona giusta, bens\u00ec nell\u2019attivazione del percorso efficace di formazione o addestramento mirato alle esigenze tecniche di ciascuna <em>vacancy<\/em>. Per questo motivo \u00e8 indispensabile che l\u2019intero sistema della formazione professionale finanziata con il denaro pubblico sia sottoposto al monitoraggio di efficacia di cui abbiamo parlato prima, in modo che possano essere attivati in questo campo gli incentivi necessari per sgombrare il campo dai corsi di formazione che servono a poco o a niente e concentrare le risorse su quelli che rispondono effettivamente in modo puntuale alle esigenze espresse dal tessuto produttivo.<\/p>\n<p><strong>Le politiche attive sono sempre pi\u00f9 spesso un ambito in cui la contrattazione collettiva interviene, e \u2013 potremmo dire \u2013 \u00e8 sollecitata ad intervenire. Da questo punto di vista, il <em>Fondo Nuove Competenze<\/em> \u00e8 stato indicato in dottrina come esempio di politica attiva di \u201cnuova generazione\u201d, proprio perch\u00e9 \u00e8 una misura potenzialmente idonea a favorire il raccordo tra dimensioni finora non comunicanti (le politiche pubbliche, da un lato\/ le dinamiche organizzative delle imprese, dall\u2019altro) integrando l\u2019azione delle parti sociali attraverso la contrattazione collettiva e quella dell\u2019attore pubblico. Non sono mancate evidentemente le criticit\u00e0, ed anche in questo caso non possiamo contare su efficaci strumenti di monitoraggio. Hai fiducia in questa logica di intervento?<br \/>\n<\/strong>Il discorso sulla c.d. \u201cformazione continua\u201d delle persone che sono gi\u00e0 impegnate in un rapporto di lavoro \u00e8 in larga parte diverso rispetto a quello sulla formazione come strumento per l\u2019inserimento nel tessuto produttivo di inoccupati e disoccupati. Le nuove norme sul <em>Fondo Nuove Competenze<\/em> introdotte nel 2020, poi modificate nel 2022, sono servite per finanziare una rimodulazione dell\u2019orario di lavoro in funzione della riqualificazione delle competenze dei lavoratori. La riduzione di orario finalizzata alla partecipazione dei lavoratori a percorsi formativi \u00e8 avvenuta con il coinvolgimento dei sindacati al livello aziendale o territoriale: e questa \u00e8 una buona notizia. La prima edizione della misura, tuttavia, ha dato solo in parte modesta gli esiti positivi sperati. I ritardi nella predisposizione degli atti amministrativi e l\u2019incapacit\u00e0 delle imprese pi\u00f9 piccole di rispondere con accordi aziendali in tempi rapidi alle scadenze previste nel bando hanno favorito le imprese pi\u00f9 grandi e organizzate, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, che in poche settimane hanno impostato piani formativi per le proprie aziende e hanno utilizzato la maggior parte delle risorse disponibili. Per altro verso, la non originalit\u00e0 dei piani formativi proposti negli accordi di secondo livello (per lo pi\u00f9 formazione collegata al lavoro agile) e l\u2019incapacit\u00e0 di selezionare i lavoratori da formare (nella prima edizione la formazione era diretta per lo pi\u00f9 a platee di lavoratori indistinte) hanno indotto il legislatore a ripensare la misura in una duplice direzione: ridurre gli importi rimborsati e indirizzare la formazione impartita verso percorsi pi\u00f9 orientati alla transizione ecologica e digitale. Il cospicuo finanziamento per il 2023, pari a un miliardo di euro, a copertura degli oneri connessi alla rimodulazione dell\u2019orario di lavoro, dovr\u00e0 essere oggetto di un serio monitoraggio da parte dell\u2019ANPAL, o di chi sar\u00e0 chiamato a svolgerne le funzioni, anche in considerazione della novit\u00e0 introdotta nel 2022 dal d.m. n. 34, che associa il finanziamento della rimodulazione dell\u2019orario di lavoro a un serio progetto formativo per l\u2019accrescimento delle competenze dei lavoratori corrispondenti a classificazioni internazionali. Le competenze acquisite devono inoltre essere messe in trasparenza, validate o certificate: il monitoraggio \u00e8 ancora pi\u00f9 necessario se si intender\u00e0 rendere questa misura strutturale.<\/p>\n<p><strong>Il saggio si chiude con tre argomentazioni tanto chiare ed efficaci quanto lontane dal comune sentire, almeno con riferimento al tema delle politiche attive: l\u2019importanza di imparare dalle buone pratiche internazionali; la relazione profonda tra crescita della produttivit\u00e0 e capacit\u00e0 di accompagnare le persone verso le occupazioni produttive, anzich\u00e9 intrappolarle in situazioni di crisi senza uscita; l\u2019incapacit\u00e0 degli standard inderogabili di tutela del lavoro (da soli) di rispondere al problema delle disuguaglianze, e la necessit\u00e0 di tutele che potremmo definire transizionali, per l\u2019accompagnamento delle persone verso un lavoro produttivo e di qualit\u00e0. In questo delicato equilibrio potrebbe occupare un posto anche la adeguata valorizzazione del cosiddetto lavoro riproduttivo e di cura, formale e informale, che tanto peso ha rispetto ai tradizionali fattori di disuguaglianza (<em>in primis<\/em> di genere), oltre ad esprimere una domanda crescente di lavoro sempre pi\u00f9 qualificato; ma \u00e8 assai poco presente nelle agende di riforma del lavoro e non conosce una concreta progettualit\u00e0 in materia di politiche attive. Se concordi con questa osservazione, come pensi che si possa colmare il ritardo su questo terreno?<br \/>\n<\/strong>Il grande difetto del cosiddetto \u201cmodello mediterraneo\u201d di organizzazione sociale, che caratterizza il nostro Paese insieme agli altri del sud d\u2019Europa, consiste in una doppia penalizzazione del lavoro di cura. Per il fatto di essere tipicamente assegnato alle madri di famiglia al di fuori di qualsiasi rapporto contrattuale, innanzitutto esso non viene retribuito; in secondo luogo, esso viene svalutato sul piano professionale e non \u00e8 riconosciuto come titolo nel mercato del lavoro. Se confrontiamo quantit\u00e0 e qualit\u00e0 della forza-lavoro italiana con quella dei Paesi del nord-Europa, vediamo che le componenti impiegate nel lavoro industriale e quelle impiegate nel settore terziario sono, in percentuale rispetto alla popolazione in et\u00e0 attiva, di entit\u00e0 abbastanza simile; quella che da noi \u00e8 enormemente pi\u00f9 esigua \u00e8 la componente dedicata \u2013 nell\u2019ambito di un rapporto di lavoro retribuito \u2013 ai servizi di cura prestati alle famiglie e alle comunit\u00e0 locali. \u00c8 proprio il difetto di questa componente che determina il deficit di partecipazione delle persone in et\u00e0 attiva \u2013 soprattutto delle donne \u2013 al mercato del lavoro nel nostro Paese. Pi\u00f9 lavoro di cura reso in forma professionale, comunque riconosciuto e regolarmente retribuito, porterebbe con s\u00e9 maggiore ricchezza e sicurezza delle famiglie e maggiore parit\u00e0 di genere nel mercato occupazionale. Ma per questo occorrerebbe che la spesa sociale dello Stato italiano non fosse destinata per la maggior parte a finanziare il prepensionamento dei sessantenni, bens\u00ec fosse destinata invece all\u2019attivazione di asili-nido, servizi per i disabili, case di riposo per anziani, assistenza domiciliare per le persone non autosufficienti. Invece abbiamo ancora un largo schieramento di forze politiche, sia di maggioranza sia di opposizione, che ancora predicano l\u2019abrogazione della riforma pensionistica del dicembre 2011: come se la questione sociale pi\u00f9 urgente consistesse in un abbassamento dell\u2019et\u00e0 media di pensionamento italiana, che \u00e8 gi\u00e0 una delle pi\u00f9 basse d\u2019Europa.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/Jobs-Act.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-46153\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/Jobs-Act.jpg\" alt=\"\" width=\"276\" height=\"183\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/Jobs-Act.jpg 276w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2008\/03\/Jobs-Act-150x99.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 276px) 100vw, 276px\" \/><\/a>Vedi dunque, a questo riguardo, un difetto generale di consapevolezza politica?<br \/>\n<\/strong>Il discorso riguarda tutto il tema delle politiche del lavoro: dopo la stagione delle riforme, che si \u00e8 aperta con il \u201cpacchetto Treu\u201d del 1997 ed \u00e8 proseguita con la legge Biagi del 2003, poi con la legge Fornero del 2012 e il Jobs Act del 2014-2015, la sinistra ha rinnegato tutto quanto \u00e8 stato fatto in quella stagione, nonostante che per la maggior parte fosse stato fatto da Governi da essa stessa sostenuti, e si \u00e8 persa nel vagheggiamento di un ritorno all\u2019indietro; la destra, dal canto suo, appare al momento incapace di esprimere un progetto, una visione adeguata alle sfide del presente e del prossimo futuro. Nessuno, comunque, n\u00e9 a sinistra n\u00e9 a destra, sembra considerare come uno scandalo intollerabile che le imprese italiane stentino ormai a trovare met\u00e0 della manodopera che cercano, in tutti i settori e a tutti i livelli di professionalit\u00e0, nonostante che il tasso di disoccupazione generale sia ancora sopra il 7 per cento, quello giovanile sopra il 20, e il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro sia ancora di oltre 10 punti al di sotto della media europea. E nessuno, n\u00e9 a destra n\u00e9 a sinistra sembra preoccupato per i primi dati \u2013 pesantemente negativi \u2013 sugli esiti delle \u201cprese in carico\u201d di disoccupati da parte dei Centri per l\u2019Impiego nell\u2019ambito del programma GOL. Cos\u00ec pu\u00f2 accadere che l\u2019Agenzia nazionale per le politiche attive venga smantellata, gli apparati pubblici continuino a concepire la propria funzione in chiave soltanto burocratica (mostrandosi soddisfatti per l\u2019alto numero delle \u201cprese in carico\u201d e indifferenti ai relativi esiti occupazionali), nessuno si curi di controllare l\u2019efficacia dei servizi finanziati con il denaro pubblico, e si continui tranquillamente a spendere per le politiche attive meno di un decimo di quello che si spende per le politiche passive, cio\u00e8 per quelle destinate al mero sostegno del reddito di chi ha perso il lavoro regolare.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una battaglia durata mezzo secolo per superare l&#8217;arretratezza del sistema italiano dei servizi al mercato del lavoro, tra le resistenze dell&#8217;intero arco delle forze politiche e l&#8217;indifferenza delle organizzazioni sindacali, dimentiche della loro vocazione originaria di protezione dei lavoratori non solo in azienda ma anche nel mercato . Intervista a cura di Lilli Casano e [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[26,9,14],"tags":[],"class_list":["post-63276","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-interview","category-21-lavoro","category-26-saggi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/63276","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=63276"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/63276\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=63276"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=63276"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=63276"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}