
{"id":63551,"date":"2024-06-26T17:48:11","date_gmt":"2024-06-26T16:48:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63551"},"modified":"2024-06-26T17:48:11","modified_gmt":"2024-06-26T16:48:11","slug":"il-lavoro-che-uccide-il-lavoro-che-salva-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63551","title":{"rendered":"IL LAVORO CHE UCCIDE, IL LAVORO CHE SALVA"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Il lavoro umano come travaglio, come punizione, come strumento di morte, e il lavoro come mezzo di autorealizzazione della persona, di garanzia della sua libert\u00e0: questo presuppone la possibilit\u00e0 che chi lo svolge lo ami &#8211; Ma nelle nuove generazioni accade diffusamente che questo atteggiamento verso il lavoro sia problematico<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nIntervista-discussione <strong>a cura di Francesco Seghezzi<\/strong>, che sar\u00e0 pubblicata sul <\/em>Bollettino Adapt<em> del 1\u00b0 luglio 2024 &#8211;\u00a0L\u2019intervista\u00a0\u00e8 parte di una serie dedicata a una rivisitazione dei miei scritti pubblicati nell\u2019arco degli ultimi 50 anni; questa prende spunto dal mio intervento sul tema <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=51710\">Il lavoro che uccide, il lavoro che salva<\/a><em> al convegno su\u00a0<\/em>La memoria del lavoro e il lavoro della memoria<em>, promosso a Milano dalla Casa della Cultura nel Giorno della Memoria, 27 gennaio 2019 (pubblicato anche sulla rivista <\/em>Lavoro Diritti Europa<em>, 1019, n. 1, pp. 1-6 \u2013\u00a0L\u2019ultima intervista precedente della stessa serie messa online su questo sito \u00e8 dedicata al tema <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=63544\">Diritto del lavoro e trasformazione tecnologica<\/a><em><br \/>\n<\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/Guttuso-La-fatica-del-lavoro-e1624793566332.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-56912\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2020\/09\/Guttuso-La-fatica-del-lavoro-300x186.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"186\" \/><\/a>D.: Il lavoro uccide, il lavoro salva. Questa apparente contraddizione ha una storia millenaria e oggi pone una urgenza particolarmente forte in un contesto nel quale il lavoro continua purtroppo a uccidere, ma nel quale, allo stesso tempo, sembra molto pi\u00f9 difficile dire, senza essere guardati stranamente, che il lavoro abbia un elemento salvifico, che abbia a che fare con la felicit\u00e0. Quando va bene il lavoro \u00e8 una fonte di sostentamento, quando va male \u00e8 qualcosa che in fondo uccide dentro, e dal quale occorre fuggire. Come siamo arrivati a tutto questo?\u00a0 Ci troviamo in una situazione inedita o \u00e8 un passato che ritorna?<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>R.: <\/strong>Nella storia dell\u2019umanit\u00e0 il lavoro \u00e8 stato entrambe le cose: pena mortale e fonte di ricchezza e felicit\u00e0 per le persone. Nel corso del Novecento si \u00e8 assistito allo sviluppo relativamente rapido di una cultura del lavoro come mezzo per rendere effettivo il diritto della persona alla felicit\u00e0, come luogo di realizzazione della dignit\u00e0 e della libert\u00e0 della persona stessa: questa cultura ha contribuito molto all\u2019affermarsi della valenza positiva di questa nozione. Ultimamente i sociologi avvertono invece una sua tendenziale svalutazione nella cultura diffusa dei ventenni e trentenni: penso che la tua domanda si riferisca almeno in parte a questa tendenza. \u00c8 cos\u00ec?<\/p>\n<p><strong>D: S\u00ec. Molte analisi degli ultimi anni, che riguardano in modo particolare la fase post-pandemica, evidenziano come il lavoro stia rapidamente scendendo nella scala valoriale delle persone pi\u00f9 giovani. Io penso anche che abbiamo promosso, parallelamente a una fase di crisi delle ideologie e anche di laicizzazione della societ\u00e0, il lavoro a strumento principe di compimento e realizzazione personale declinandolo in una dimensione molto individualistica improntata sulla corsa al risultato e alla performance a tutti i costi. Tutto questo forse ha ridotto un po\u2019 quello che il lavoro pu\u00f2 essere, e quindi ci ha resi pi\u00f9 distaccati. Cosa ne pensi?<\/strong><\/p>\n<p>R.: Provo a risponderti osservando che da un\u2019indagine recente risulta, in Italia, una persona su due soddisfatta del proprio lavoro. Certo, \u00e8 un tasso di soddisfazione troppo basso; ma quella persona soddisfatta ogni due basta per rendere credibile l\u2019affermazione secondo cui il lavoro buono, quello nel quale chi lo compie si sente realizzato e gratificato, non \u00e8 soltanto un\u2019utopia o un ricordo di tempi lontani, e neanche un obiettivo precluso alle nuove generazioni. Fare in modo che tutte le persone interessate si propongano di raggiungere questo obiettivo, e una maggioranza sempre pi\u00f9 larga possa effettivamente raggiungerlo, \u00e8 possibile. Per\u00f2 sarebbe sbagliato impostare il discorso soltanto in termini di lavoro del singolo individuo, di competizione, di successo personale, mentre il lavoro per lo pi\u00f9, \u00e8 fatto essenzialmente di cooperazione, manifestazione della natura sociale della persona umana. Ma voglio sottolineare che sarebbe sbagliato anche impostare il discorso soltanto in termini di diritto soggettivo, cio\u00e8 di qualche cosa che va costruito <em>per<\/em> la persona interessata, quindi di qualche cosa che si colloca <em>al di fuori<\/em> di essa: trovare la felicit\u00e0 nel lavoro dipende in parte anche da una risorsa che ognuno deve trovare dentro s\u00e9 stesso. E che la scuola dovrebbe contribuire in modo decisivo a far maturare nella personalit\u00e0 di tutti fin dall\u2019adolescenza.<\/p>\n<p><strong>D.: A che cosa ti riferisci?<\/strong><\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/La-chiave-a-stella.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-63563\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/La-chiave-a-stella.jpg\" alt=\"\" width=\"192\" height=\"319\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/La-chiave-a-stella.jpg 174w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/La-chiave-a-stella-90x150.jpg 90w\" sizes=\"auto, (max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><\/a>R.:<\/strong> A conclusione dello scritto da cui abbiamo preso le mosse cito una pagina de <em>La chiave a stella<\/em> dove Primo Levi avverte che \u201cl\u2019amore o rispettivamente l\u2019odio per l\u2019opera [propria] sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell\u2019individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge\u201d. In altre parole, voler cercare e trovare il lavoro in cui ci si realizza e saperlo amare conta almeno altrettanto quanto conta la qualit\u00e0 della struttura in cui lo si svolge e delle persone che in essa pure lavorano. Mi riferisco anche a questo quando parlo della \u201cdiligenza\u201d come caratteristica del lavoro buono, capace di rendere felici: \u201cdiligenza\u201d deriva dal latino diligere, che significa amare. Nel codice civile compare ancora l\u2019espressione, tratta dal diritto romano classico, \u201cdiligenza del buon padre di famiglia\u201d; ma \u00e8 ora di sostituire questa espressione con una pi\u00f9 al passo coi tempi, quale pu\u00f2 essere \u201cdiligenza del buon genitore\u201d. Questo \u00e8 anche un dovere giuridico: il dovere di svolgere la prestazione con la stessa cura e attenzione che caratterizza il comportamento di un padre o una madre verso il proprio coniuge e i propri figli; ma qui voglio sottolineare come, prima ancora che oggetto di un obbligo verso terzi, questo diligere sia un requisito per la felicit\u00e0 nel lavoro. In altre parole, occorre imparare ad amare ci\u00f2 che si fa.<\/p>\n<p><strong>D.: Ma come si pu\u00f2 parlare di amore per il proprio lavoro in un contesto come quello italiano di oggi nel quale quattro persone su dieci svolgono un\u2019attivit\u00e0 che non corrisponde al proprio titolo di studio, alle proprie capacit\u00e0, nel quale una persona che lavora su dieci \u00e8 pagata al di sotto della soglia di povert\u00e0, nel quale il tasso di infortuni sul lavoro \u00e8 nettamente superiore rispetto al resto d\u2019Europa?<\/strong><\/p>\n<p><strong>R.: <\/strong>Nel brano che ho citato Levi scrive che l\u2019amore per il proprio lavoro <em>dipende <\/em>\u201cmeno di quanto si creda\u201d dalle strutture aziendali, ma non dice affatto che la qualit\u00e0 di quelle strutture sia poco rilevante. E il dovere della diligenza non riguarda soltanto chi presta il lavoro, bens\u00ec anche la datrice di lavoro: la quale ha molti obblighi nei confronti dei propri dipendenti e deve adempierli anch\u2019essa con la stessa attenzione e cura che il buon genitore usa verso i propri familiari. Se ogni impresa adottasse questo criterio nei rapporti coi propri dipendenti, si occupasse seriamente del loro benessere anche psichico nel luogo di lavoro, sarebbe molto pi\u00f9 facile per questi amare il proprio lavoro. Poi, certo, \u00e8 necessario anche che il mercato del lavoro sia innervato da una rete di servizi efficaci di informazione, orientamento e formazione che consentano a ciascuna persona di \u201cusare il mercato\u201d per trovare la struttura pi\u00f9 capace di valorizzare le sue capacit\u00e0<em>.<\/em><\/p>\n<p><strong>D.: Resta il fatto che molti giovani oggi non cercano il lavoro in cui realizzarsi, ma il lavoro che d\u00e0 loro il reddito necessario per poter svolgere una o pi\u00f9 altre attivit\u00e0 in cui ritengono di potersi realizzare.<\/strong><\/p>\n<p><strong>R.:<\/strong> L\u2019aumento della ricchezza diffusa e del tempo libero favorisce il diffondersi dell\u2019atteggiamento a cui ti riferisci nelle nuove generazioni. Questo suggerisce la necessit\u00e0 di coltivare, a fianco di quella tradizionale, anche una nuova etica del lavoro un po\u2019 pi\u00f9 disincantata, che non attribuisce pi\u00f9 al lavoro professionale una posizione centrale e dominante rispetto alla vita della persona. Si pu\u00f2 anche osservare, in proposito, come a seguito del commento di Federico Mancini all\u2019 articolo 4 della Costituzione (<em>Commentario Branca<\/em>, 1975) la dottrina giuslavoristica sia univoca nel ritenere che nella nozione di \u201clavoro\u201d oggetto del diritto-dovere sancito da quella norma non rientri soltanto il lavoro professionale retribuito, bens\u00ec anche il lavoro volontario e, ancor pi\u00f9 ampiamente, qualsiasi attivit\u00e0 umana volta al progresso materiale e spirituale della societ\u00e0: anche l\u2019opera dell\u2019artista destinata a non essere mai oggetto di alcun contratto, e persino la meditazione solitaria dell\u2019eremita.<\/p>\n<p><strong>D.: Per tornare al lavoro oggetto di un contratto di scambio, anche nel tuo scritto sottolinei come nel lavoro ci sia una dimensione di qualit\u00e0 che non \u00e8 legata soltanto ai prodotti o ai servizi che si contribuisce a creare e a erogare ma \u00e8 legata anche al rapporto tra s\u00e9 e quello che si fa. Non credi che questo rischi di tagliare fuori la dimensione relazionale del lavoro rischiando di insistere molto su un impegno individuale che oggi si rifugge e che invece la relazione, il fare-insieme potrebbe ravvivare? <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>R.: <\/strong>Ne sono ben convinto. Quando parlo della felicit\u00e0 per il \u201clavoro ben fatto\u201d non intendo certo ignorare la felicit\u00e0 che nasce dalle buone relazioni rese possibili dal lavorare insieme. L\u2019importanza del lavoro nella vita delle persone \u00e8 in gran parte riconducibile proprio alle relazioni extra-familiari che il lavoro attiva. Anche per questo sono convinto che la fluidit\u00e0 del mercato del lavoro e la possibilit\u00e0 di avvalersi del mercato stesso per cercare l\u2019ambiente a s\u00e9 pi\u00f9 congeniale, le persone con cui si pu\u00f2 andare pi\u00f9 d\u2019accordo, siano uno dei rimedi pi\u00f9 efficaci contro il rischio dell\u2019ambiente di lavoro costrittivo, contro il lavoro infelice.<\/p>\n<p><strong>D.: Oggi il lavoro come fatica, quasi il richiamo al castigo biblico, sembra essere la principale concezione diffusa, anche grazie a modelli (proposti soprattutto ai giovani) di promessa di ricchezza e realizzazione senza sforzi. Quanto pensi che un modello economico-produttivo basato su una esaltazione della performance e della carriera individuale ascendente come unico obiettivo abbia influito nel collegare il lavoro a questa accezione negativa? <\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><strong>R.: <\/strong>Quella che tu indichi come concezione diffusa, cio\u00e8 il lavoro considerato principalmente come fatica, fonte di pena, era ben comprensibile fino a pochi decenni or sono. Ma oggi come si fa a non vedere che il progresso sociale, l\u2019evoluzione tecnologica e l\u2019innalzamento di tutti gli standard ad opera degli ordinamenti sovranazionali stanno producendo un sensibile miglioramento della qualit\u00e0 del lavoro, non solo riducendone la fatica e rendendo possibile l\u2019obiettivo dell\u2019azzeramento della nocivit\u00e0, ma anche neutralizzando le menomazioni fisiche e sensoriali, attenuando o azzerando i vincoli del coordinamento spazio-temporale della prestazione lavorativa, favorendo forme nuove di conciliazione tra tempo di lavoro retribuito, tempo di cura familiare e tempo libero? Chi non vede questa tendenza in atto dovrebbe leggere <em>Germinal<\/em> di \u00c9mile Zola, o <em>Rosso Malpelo<\/em> di Giovanni Verga, per rendersi conto di quanto lo standard minimo si \u00e8 alzato e della direzione nella quale il mondo sta cambiando<em>. <\/em>Quanto alla esaltazione della performance e della carriera individuale, \u00e8 vero che in molte aziende essa produce effetti tossici; ma produce effetti tossici anche l\u2019eccesso inverso: il contesto lavorativo nel quale il risultato \u00e8 irrilevante e tutta l\u2019organizzazione gira intorno agli interessi degli addetti, essendo pressoch\u00e9 irrilevante l\u2019interesse degli utenti del servizio.<\/p>\n<p><strong>D.: Ti riferisci al settore pubblico?<\/strong><\/p>\n<p><strong>R.: <\/strong>Ad alcune zone del settore pubblico, certamente, ivi comprese alcune societ\u00e0 formalmente di diritto privato, ma controllate da enti locali o Stato. Devo dire, per\u00f2, che ho visto in atto una sindrome analoga anche in alcune realt\u00e0 che con il settore pubblico non hanno nulla a che fare.<\/p>\n<p><strong><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Tempi-moderni.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-full wp-image-63565\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Tempi-moderni.jpg\" alt=\"\" width=\"275\" height=\"183\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Tempi-moderni.jpg 275w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Tempi-moderni-150x100.jpg 150w\" sizes=\"auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px\" \/><\/a>D.: Il modello taylorista, dominante fino a mezzo secolo fa, era costruito sulla negazione del valore della professionalit\u00e0 individuale con l\u2019obiettivo di controllare il lavoratore, ricordando la sua dimensione di dipendenza assoluta, di fatto rischiando di degradarlo e frustrarlo nelle sue capacit\u00e0, come \u00a0ricordi nel saggio citando <em>Tempi moderni<\/em> di Chaplin. Questo significa che un modello che esalti la professionalit\u00e0 individuale, spinga al miglioramento continuo garantisce comunque la soddisfazione e la felicit\u00e0 della persona? O vedi comunque dei rischi? <\/strong><\/p>\n<p><strong>R.: <\/strong>Non si pu\u00f2 parlare dell\u2019evoluzione dell\u2019organizzazione del lavoro come se essa corrispondesse a un solo modello: al contrario, i modelli che hanno diritto di cittadinanza nel mondo del lavoro sono sempre pi\u00f9 numerosi e diversi: da quello che punta di pi\u00f9 sulla professionalit\u00e0 e sull\u2019impegno individuale a quello che punta di pi\u00f9 sul lavoro di squadra e sulla performance collettiva. Nessuno di questi modelli pu\u00f2 essere considerato, in senso assoluto, migliore rispetto agli altri, n\u00e9 dal punto di vista della produttivit\u00e0\u00a0 o profittabilit\u00e0 dell\u2019organizzazione aziendale, n\u00e9 da quello del benessere della singola persona coinvolta. Per questo \u00e8 importante il rovesciamento del paradigma del mercato del lavoro, che costituisce il tema di un altro dei nostri colloqui: perch\u00e9 per la dignit\u00e0 e la possibilit\u00e0 di autorealizzazione della persona che lavora \u00e8 difficile immaginare qualche cosa di pi\u00f9 efficace della libert\u00e0 effettiva di scelta del modello organizzativo aziendale che meglio soddisfa le proprie aspirazioni, nel quale le proprie capacit\u00e0 possono essere meglio valorizzate; della libert\u00e0 di scelta dell\u2019ambiente lavorativo che corrisponde pi\u00f9 precisamente alle proprie esigenze. Su questo terreno anche il sindacato, se ne \u00e8 capace, pu\u00f2 svolgere un ruolo importantissimo.<\/p>\n<p><strong>D.: Quale, precisamente?<\/strong><\/p>\n<p><strong>R.:<\/strong> Quello che consiste nel negoziare il piano industriale innovativo, guidando la scommessa comune su di esso dei dipendenti con l\u2019imprenditore, poi nell\u2019organizzare la partecipazione degli stessi al controllo sull\u2019attuazione del piano. \u00c8 ci\u00f2 che Frank Tannenbaum (<em>A Philosophy of Labor<\/em>, 1951) indicava come la funzione di \u201cdare all\u2019azienda un\u2019anima\u201d, quando essa da sola non riesce a darsela. Certo, questo presuppone che l\u2019azienda resti un luogo in cui vivono e cooperano delle persone, mentre avremo sempre pi\u00f9 diffusamente a che fare anche con aziende popolate soltanto da automi: in relazione a queste, porsi il problema di dotarle di un\u2019anima non avr\u00e0 molto senso. Il problema sar\u00e0 che di un\u2019anima siano dotati coloro che le programmeranno e le governeranno.<\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<p><strong><em>\u00a0<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il lavoro umano come travaglio, come punizione, come strumento di morte, e il lavoro come mezzo di autorealizzazione della persona, di garanzia della sua libert\u00e0: questo presuppone la possibilit\u00e0 che chi lo svolge lo ami &#8211; Ma nelle nuove generazioni accade diffusamente che questo atteggiamento verso il lavoro sia problematico . 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