
{"id":64193,"date":"2025-06-10T07:42:50","date_gmt":"2025-06-10T06:42:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64193"},"modified":"2025-06-10T07:42:50","modified_gmt":"2025-06-10T06:42:50","slug":"i-problemi-del-lavoro-ignorati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64193","title":{"rendered":"I PROBLEMI DEL LAVORO IGNORATI"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Sull&#8217;esito del<\/span> <span style=\"color: #993300;\">referendum ha sicuramente pesato l&#8217;astrusit\u00e0 e contraddittoriet\u00e0 dei quattro quesiti promossi dalla Cgil; ma anche il fatto che erano tutti rivolti a un impossibile ritorno al passato e ignoravano i veri grandi problemi del nostro mercato del lavoro attuale<\/span><\/h4>\n<p><em><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\nEditoriale pubblicato dal <\/em>Corriere della Sera<em> il 10 giugno 2025 &#8211; Sui quattro quesiti referendari in materia di lavoro v. la scheda elaborata da Franco Scarpelli e da me per <\/em>lavoce.info<em>,\u00a0 <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64162\">Referendum: le ragioni del s\u00ec e quelle del no<\/a> <!--more--><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-medium wp-image-64194\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Corriere-della-Sera-300x136.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"136\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Corriere-della-Sera-300x136.png 300w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Corriere-della-Sera-150x68.png 150w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Corriere-della-Sera.png 334w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/>La risposta dell\u2019elettorato di opposizione all\u2019appello del leader della Cgil \u00e8 stata inferiore non soltanto alle attese dei suoi sostenitori, ma anche alle previsioni fondate sui sondaggi. Su questo esito ha sicuramente pesato il fatto che i quattro quesiti in materia di lavoro erano di difficile comprensione quanto al loro contenuto: astruso, per alcuni aspetti contraddittorio, nel caso del primo quesito anche ingannevole per il modo in cui \u00e8 stato presentato dai promotori e da una parte della stampa. Ma sul comportamento dell\u2019elettorato di opposizione ha pesato anche il fatto che i quattro quesiti apparivano rivolti non contro le scelte di politica del lavoro compiute dal Governo di centro-destra in carica oggi, bens\u00ec contro quelle compiute da un Governo di centro-sinistra dieci anni or sono.<\/p>\n<p>Consideriamo per esempio la materia scottante della sicurezza del lavoro. Con il decreto-legge n. 19 del 2024 il Governo attualmente in carica, senza alcuna motivazione n\u00e9 discussione parlamentare, ha cancellato la norma del Jobs Act con cui era stata disposta l\u2019unificazione e riorganizzazione dei tre ispettorati competenti (rispettivamente del ministero, dell\u2019Inps e dell\u2019Inail) per rendere pi\u00f9 efficace e incisiva la loro attivit\u00e0. Un referendum mirato a contrastare questo passo indietro sul terreno della prevenzione antinfortunistica avrebbe avuto un significato chiaro, oltre che di mobilitazione popolare per la sicurezza del lavoro, anche di opposizione al Governo; avrebbe, per\u00f2, significato riconoscere che almeno questa parte del Jobs Act meritava di essere difesa. Poich\u00e9 invece il Jobs Act andava demonizzato, si \u00e8 preferito puntare l\u2019arma del referendum contro un piccolo codicillo della disciplina generale degli appalti, che la allinea a quella di tutti gli altri paesi della UE e che molti anche a sinistra considerano ragionevolissimo.<\/p>\n<p>La stessa Cgil promotrice di questi quattro referendum, del resto, si batte oggi per una legge che stabilisca il salario minimo universale senza poter dire il vero motivo per cui si \u00e8 opposta con grande determinazione, nel 2016, all\u2019attuazione della norma che prevedeva proprio questa misura: il fatto, cio\u00e8, che essa era contenuta nella legge-delega del Jobs Act (articolo 1, comma 7, lettera <em>g<\/em>).<\/p>\n<p>Ora, questo insuccesso della consultazione referendaria non significa certo che gli italiani siano nel complesso soddisfatti delle condizioni in cui versa il loro mercato del lavoro. Al contrario, \u00e8 diffusissima la preoccupazione per la produttivit\u00e0 stagnante da decenni, il conseguente ristagnare anche delle retribuzioni medie, il nanismo peculiare del nostro tessuto produttivo dovuto in gran parte alla scarsa capacit\u00e0 del Paese (ultimo nella UE per questo aspetto) di attrarre gli investimenti stranieri che portano aziende mediamente meglio strutturate e pi\u00f9 capaci di valorizzare il lavoro dei loro dipendenti rispetto a quelle indigene. Ma la preoccupazione \u00e8 anche per l\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019Italia di trattenere i propri talenti migliori e di attirarne dagli altri Paesi; per un sistema della formazione professionale ancora privo di un monitoraggio capillare che misuri permanentemente l\u2019efficacia di ciascuna struttura finanziata con il denaro pubblico (previsto dal Jobs Act \u2013 d.lgs. n. 150\/2015, articoli 13-16 \u2013 ma oggetto della sorda opposizione degli apparati e mai attuato); pi\u00f9 in generale per l\u2019arretratezza del nostro sistema dei servizi al mercato del lavoro, che contribuisce a rendere gravemente difettoso l\u2019incontro fra domanda e offerta di manodopera.<\/p>\n<p>Nessuno dei quesiti referendari era mirato a correggere neppure una sola di queste, che sono le vere storture del nostro mercato del lavoro. Nessuno dei quesiti era capace di far balenare nell\u2019immaginario dell\u2019elettorato un colpo di reni del Paese per scrollarsi di dosso queste tare ereditate da decenni di politiche del lavoro assenti o patologicamente \u201cpassive\u201d, focalizzate cio\u00e8 soltanto sul sostegno del reddito di chi perde il posto.<\/p>\n<p>I nostri giovani pi\u00f9 brillanti che, conseguito il diploma o la laurea, se ne vanno a lavorare all\u2019estero non sono alla ricerca dell\u2019articolo 18 perduto (che non troverebbero in nessun Paese); e non hanno nulla in contrario mettersi alla prova con un contratto a termine per un primo periodo di un anno o due, come avviene normalmente in tutta Europa. Ci\u00f2 che li attrae, al di qua o al di l\u00e0 della Manica o dell\u2019Atlantico, \u00e8 un mercato del lavoro aperto, trasparente, e un tessuto produttivo in cui trovano facilmente l\u2019azienda pi\u00f9 capace di valorizzare al meglio il loro lavoro.<\/p>\n<p>In un sistema economico ormai strutturalmente caratterizzato dall\u2019eccesso della domanda rispetto all\u2019offerta di manodopera, non c\u2019\u00e8 protezione pi\u00f9 efficace per chi lavora che il poter scegliere tra diverse imprese quella che offre il trattamento migliore, disponendo dei servizi \u2013 di informazione, orientamento e formazione efficace \u2013 e dei percorsi indispensabili perch\u00e9 la libert\u00e0 di scelta sia effettiva e la pi\u00f9 larga possibile. Questa, oggi, \u00e8 la vera frontiera dell\u2019emancipazione del lavoro; ma non \u00e8 di questo che si occupava il referendum disertato dagli italiani nei giorni scorsi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sull&#8217;esito del referendum ha sicuramente pesato l&#8217;astrusit\u00e0 e contraddittoriet\u00e0 dei quattro quesiti promossi dalla Cgil; ma anche il fatto che erano tutti rivolti a un impossibile ritorno al passato e ignoravano i veri grandi problemi del nostro mercato del lavoro attuale . 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