
{"id":64852,"date":"2026-07-06T17:24:41","date_gmt":"2026-07-06T16:24:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64852"},"modified":"2026-07-07T09:11:35","modified_gmt":"2026-07-07T08:11:35","slug":"bruno-caruso-la-direttiva-ue-parla-di-salari-o-di-valore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64852","title":{"rendered":"BRUNO CARUSO: &#8220;LA DIRETTIVA UE PARLA DI SALARI O DI VALORE?&#8221;"},"content":{"rendered":"<h4><span style=\"color: #993300;\">Intervento del collega giuslavorista catanese sul tema della trasparenza retributiva e del governo del merito<\/span><\/h4>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><br \/>\n<em>Lettera del professor Bruno Caruso, ordinario di diritto del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 di Catania, 6 luglio 2026, in risposta al mio articolo pubblicato sul <\/em>Corriere della Sera<em> del 1\u00b0 luglio scorso,\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64836\">Se il &#8220;merito&#8221; scompare dallo stipendio<\/a>\u00a0&#8211; <em>Sul tema v. anche l&#8217;articolo di Tito Boeri pubblicato su <\/em>la Repubblica<em>\u00a0del 23 giugno precedente, <\/em><a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64814\">Trasparenza delle retribuzioni non significa appiattimento<\/a><em>\u00a0&#8211; A questo intervento di B.C. hanno fatto seguito <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64855\">una mia replica e una sua controreplica<\/a>\u00a0&#8211; Eventuali altri interventi nel\u00a0 dialogo che cos\u00ec si \u00e8 aperto saranno benvenuti (e molto volentieri ospitati su questo sito)<\/em><!--more--><\/p>\n<p><span style=\"color: #ffffff;\">.<\/span><\/p>\n<div id=\"attachment_45241\" style=\"width: 184px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-45241\" class=\" wp-image-45241\" src=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Bruno-Caruso.jpg\" alt=\"\" width=\"174\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Bruno-Caruso.jpg 140w, https:\/\/www.pietroichino.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/Bruno-Caruso-131x150.jpg 131w\" sizes=\"auto, (max-width: 174px) 100vw, 174px\" \/><p id=\"caption-attachment-45241\" class=\"wp-caption-text\">Il prof. Bruno Caruso<\/p><\/div>\n<p>Caro Pietro,\u00a0ho letto <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64836\">il tuo editoriale<\/a> sul <em>Corriere<\/em> \u2014 la \u00abmanina\u00bb che, all\u2019Ufficio legislativo del Ministero, avrebbe soppresso una parola \u2014 e, prima ancora, <a href=\"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=64814\">l\u2019articolo di Tito Boeri<\/a> su <em>la Repubblica<\/em>. Condivido l\u2019allarme. Vorrei per\u00f2 proporti una lettura che, se avrai la pazienza di seguirmi da un po\u2019 pi\u00f9 lontano, rende il rimedio meno remoto di quanto la tua chiusa lasci sperare.<\/p>\n<p>Parto da una parola: valore. La retribuzione, in fondo, \u00e8 una conseguenza; il valore \u00e8 il criterio che dovrebbe giustificarla. E la domanda che mi porto dietro, leggendo la direttiva 2023\/970, \u00e8 se questa disciplina riguardi davvero il salario o non piuttosto qualcosa di pi\u00f9 profondo: il modo in cui le organizzazioni attribuiscono valore al lavoro delle persone. In questa prospettiva mi pare molto meno una disciplina sulle retribuzioni e molto pi\u00f9 una disciplina sul potere.<\/p>\n<p>Per decenni le informazioni sui criteri di determinazione dei salari sono rimaste nella disponibilit\u00e0 dell\u2019impresa. La direttiva redistribuisce quel potere informativo \u2014 \u00e8 essa stessa, al considerando 32, a parlare di <em>\u00abun\u2019asimmetria informativa che limita il potere contrattuale\u00bb<\/em> \u2014 e lo fa con strumenti, non con auspici: il diritto del lavoratore a una risposta scritta sui livelli medi, il divieto delle clausole di segretezza salariale, e soprattutto l\u2019inversione dell\u2019onere probatorio, per cui in giudizio non \u00e8 pi\u00f9 il lavoratore a dover dimostrare la discriminazione, ma l\u2019impresa a dover motivare la differenza. Non basta pi\u00f9 decidere: bisogna essere in grado di spiegare e, in ultima analisi, di giustificare. La prerogativa di \u00abnon dar conto\u00bb \u00e8 finita, ed \u00e8 un mutamento culturale di non poco conto.<\/p>\n<p>Aperta la scatola nera delle retribuzioni, le domande diventano inevitabili: chi decide che cosa ha valore? chi decide che due lavori sono equivalenti, che una differenza \u00e8 giustificata? Per anni abbiamo creduto che il problema fosse risolto dalla contrattazione collettiva, dalle classificazioni professionali, dagli inquadramenti. La direttiva ci costringe a riaprirlo, e lo riapre attorno alla nozione di <em>lavoro di pari valore<\/em>. Una risposta prova a darla: riduce il valore del lavoro a quattro fattori \u2014 <em>\u00able competenze, l\u2019impegno, le responsabilit\u00e0 e le condizioni di lavoro\u00bb<\/em> (art. 4, \u00a7 4, e considerando 26). Quattro parole semplici, ciascuna un campo minato. E la seconda \u2014 l\u2019impegno \u2014 \u00e8 precisamente quella attorno a cui ruota il tuo allarme, e quello di Boeri.<\/p>\n<p>Vale la pena ricostruire il punto per intero, perch\u00e9 \u00e8 netto. Boeri lo ha detto con durezza: agganciando il pari valore a criteri da cui l\u2019impegno \u00e8 assente, si finisce per stabilire che <em>\u00abla paga in base alla performance da noi non ha cittadinanza\u00bb<\/em>, con un appiattimento verso il basso simile a quello dell\u2019impiego pubblico, e con una punta d\u2019ironia verso un Governo che del merito ha fatto una bandiera. Tu ne hai tratto l\u2019immagine, efficace, della \u00abmanina\u00bb che all\u2019Ufficio legislativo ha cancellato una delle quattro parole: il decreto n. 96\/2026, all\u2019art. 4, comma 3, dei quattro criteri della direttiva ne riprende soltanto tre \u2014 competenze, responsabilit\u00e0, condizioni di lavoro \u2014 e lascia cadere l\u2019impegno. La diagnosi \u00e8 esatta; il fastidio, comprensibile.<\/p>\n<p>E per\u00f2 \u2014 vengo qui alla ragione di questa lettera \u2014 sarebbe un errore leggere quella soppressione come l\u2019espulsione definitiva del merito individuale dal nostro ordinamento. Intanto perch\u00e9 la direttiva, che il decreto attua, non vieta affatto di differenziare: al considerando 17 essa afferma che rafforzare la parit\u00e0 <em>\u00abnon impedisce ai datori di lavoro di retribuire in modo diverso i lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore sulla base di criteri oggettivi, neutri sotto il profilo del genere e privi di pregiudizi\u00bb<\/em>. Se la fonte permette il merito e ne fa un criterio, l\u2019omissione nazionale non pu\u00f2 significare ci\u00f2 che Boeri teme, la sua messa al bando. E infatti il merito individuale rientra per tre vie convergenti. La prima \u00e8 testuale: lo stesso art. 4 chiude l\u2019elenco dei criteri con una clausola aperta \u2014 <em>\u00abqualsiasi altro fattore pertinente al lavoro o alla posizione\u00bb<\/em> \u2014 dalla quale l\u2019impegno rientra senza forzatura alcuna. La seconda \u00e8 di sistema: la direttiva continua a richiederlo, la norma interna va interpretata in conformit\u00e0 alla fonte europea, e il recepimento non pu\u00f2 abbassare il livello di tutela, per il principio di non regresso che la direttiva stessa sancisce. La terza \u00e8 la conseguenza delle prime due: il rimedio che tu affidi, in chiusura, alla Corte di giustizia o alla Corte costituzionale \u00e8, in verit\u00e0, gi\u00e0 nelle mani dell\u2019interprete comune. Non occorre attendere una pronuncia per reintegrare l\u2019impegno tra i criteri: basta leggere il decreto come il diritto europeo impone di leggerlo. La manina ha tolto una parola dall\u2019elenco; non dal sistema.<\/p>\n<p>Detto questo sul piano tecnico, il problema che tu e Boeri sollevate merita di essere preso pi\u00f9 sul serio di quanto la sua veste normativa lasci intendere. Perch\u00e9 \u00abmerito\u00bb \u00e8 parola apparentemente semplice, e in realt\u00e0 dietro di essa si nascondono concezioni assai diverse dell\u2019organizzazione del lavoro e, in fondo, della persona. Io tendo a considerare il merito non come una qualit\u00e0 naturale dell\u2019individuo, ma come una costruzione organizzativa: quando diciamo che qualcuno \u00e8 pi\u00f9 meritevole di un altro, stiamo gi\u00e0 adottando un\u2019idea di valore, avendo in mente la funzione che quel lavoro \u00e8 chiamato a svolgere in un dato contesto storico e organizzativo. Ogni sistema di valutazione del merito presuppone, in fondo, una teoria dell\u2019organizzazione; e ogni teoria dell\u2019organizzazione presuppone una teoria della persona. La mia, da tempo, \u00e8 quella delle capability di Amartya Sen: il valore non come mero prodotto, ma come effettiva possibilit\u00e0, per ciascuno, di sviluppare e mettere a frutto le proprie capacit\u00e0.<\/p>\n<p>Da qui la mia diffidenza verso una concezione del merito puramente individualistica e competitiva: l\u2019idea che esso coincida con la capacit\u00e0 di prevalere sugli altri mi pare una visione divisiva, dell\u2019impresa e del lavoro. L\u2019organizzazione produttiva non \u00e8 soltanto un luogo di scambio economico: \u00e8 anche una comunit\u00e0 di persone che cooperano per fini comuni. Il merito, allora, non pu\u00f2 misurarsi sulla sola performance individuale isolata, n\u00e9 in una logica a somma zero in cui il successo dell\u2019uno \u00e8 l\u2019insuccesso dell\u2019altro; deve tener conto anche della capacit\u00e0 di generare collaborazione, apprendimento, responsabilit\u00e0, crescita di chi lavora accanto. Una dimensione, se vuoi, comunitariamente emulativa e a somma positiva, nella quale il riconoscimento del singolo diventa stimolo per gli altri e per l\u2019intera organizzazione. Inteso cos\u00ec, il merito non divide: costruisce legami, e genera fiducia.<\/p>\n<p>Ma proprio perch\u00e9 il merito conta, non pu\u00f2 essere lasciato all\u2019opacit\u00e0. E qui mi paiono sbagliate due posizioni opposte: quella che considera ogni criterio meritocratico inevitabilmente discriminatorio, e quella che lo considera automaticamente giusto. I criteri non sono mai innocenti \u2014 non \u00e8 concessa alcuna posizione irenica. Possono incorporare, come riconosce il considerando 31 della direttiva, stereotipi, consuetudini organizzative, modelli culturali maschili sedimentati nel tempo: la griglia che misura il valore pu\u00f2 essere essa stessa portatrice del pregiudizio che dovrebbe correggere. Ma proprio per questo i criteri non vanno eliminati: vanno resi trasparenti, verificabili, discutibili.<\/p>\n<p>\u00c8 a questo punto che la difesa del merito e la promozione dell\u2019eguaglianza \u2014 che il dibattito ci presenta come avverse \u2014 si scoprono alleate. Reintrodurre l\u2019impegno, s\u00ec; ma l\u2019impegno non \u00e8 a sua volta un criterio neutro: \u00abdisponibilit\u00e0\u00bb, \u00abpresenza\u00bb, \u00abdedizione\u00bb, i modi con cui abitualmente lo misuriamo, possono incorporare norme tarate su carriere storicamente maschili, e penalizzare, per esempio, chi ha responsabilit\u00e0 di cura. Va reintrodotto, dunque, ma con criteri trasparenti e neutri sotto il profilo del genere, come la stessa direttiva esige. E allora chi teme che la discrezionalit\u00e0 nasconda discriminazioni e chi teme che la trasparenza cancelli il merito chiedono, in fondo, la stessa cosa: che i criteri della valutazione siano resi visibili. Per questo considero falsa l\u2019alternativa tra equit\u00e0 e merito. La trasparenza \u00e8 precisamente il ponte che collega l\u2019una all\u2019altro.<\/p>\n<p>Lo stesso ragionamento vale, e varr\u00e0 sempre di pi\u00f9, per gli strumenti automatici con cui assumiamo, valutiamo, remuneriamo. Anche un algoritmo incorpora un\u2019idea di valore; anche un algoritmo esprime una teoria del merito. Sicch\u00e9 la vera domanda non \u00e8 se usare l\u2019intelligenza artificiale nella valutazione, ma quale idea di lavoro e quale idea di persona stiamo incorporando negli strumenti con cui il lavoro misuriamo.<\/p>\n<p>Torno, per chiudere, alla parola da cui sono partito. La vera sfida della trasparenza salariale non \u00e8 eliminare le differenze \u2014 continueranno a esistere, e in molti casi \u00e8 giusto che esistano. \u00c8 renderle comprensibili, giustificabili e condivisibili: perch\u00e9 quando appaiono arbitrarie generano sfiducia e risentimento, e quando appaiono giustificate generano riconoscimento. E il riconoscimento non \u00e8 soltanto una categoria morale: \u00e8 una risorsa organizzativa, un fattore di coesione, un potente propellente di benessere individuale e collettivo. In fondo, la direttiva ci pone una domanda pi\u00f9 impegnativa di quanto appaia: non se uomini e donne debbano essere pagati allo stesso modo, ma come una societ\u00e0, un\u2019impresa, una pubblica amministrazione attribuiscano valore al lavoro delle persone \u2014 tenendo insieme impegno, creativit\u00e0 e capability, intese come effettiva possibilit\u00e0 di ciascuno di sviluppare e mettere a frutto le proprie capacit\u00e0. Solo quando i criteri che le producono sono chiari e riconoscibili, infatti, il merito pu\u00f2 essere percepito come tale, e non come privilegio.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9, caro Pietro, condivido la tua preoccupazione ma non la tua rassegnazione. La Corte di giustizia e la Consulta faranno la loro parte, se chiamate; ma il primo rimedio alla svista di quella \u00abmanina\u00bb non sta a Lussemburgo n\u00e9 a Roma: sta nelle mani di chi la norma deve applicarla, e sapr\u00e0 rileggervi la parola che sembra scomparsa.<\/p>\n<p>Con stima e amicizia,<\/p>\n<p>Bruno<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervento del collega giuslavorista catanese sul tema della trasparenza retributiva e del governo del merito . 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